Jun

The bends

 

Cerca le forbici e trova la spillatrice. Un classico.

Cerca qualcosa intensamente, si concentra con piglio zen sul suo obiettivo sperando in qualche modo esoterico di evocarlo, mentre rovista nei cassetti e sul piano caotico della scrivania. E poi trova qualcos’altro. Quello che ieri stava cercando con la stessa intensità. La spillatrice. E invece ieri ha trovato le forbici.

Comincia a credere che gli oggetti siano preposti ad insegnarci qualcosa, guidati dalla mano invisibile del caso che forse non è affatto casuale come gli imporrebbe l’onomastica. 

Asseconda il caso allora, e cerca di ricordare a cosa le serviva ieri la pinzatrice. Ecco. Afferra un mucchio di fogli ribelli e li costringe alla convivenza, poi si alza e si dirige dal collega che le chiede il fascicolo da giorni. È bello il collega. Sta due stanze più in là e quando passa davanti alla sua porta si produce in una serie di alternative sulla costante Ciao.

Ciao! Slash. Ehilà. Slash. Buongiorno. Slash. Tutto bene? Slash. Gli occhi belli, sempre verdi?

Lei genera risposte alternative ogni giorno, tentando di riassumere in quel contatto giornaliero tutte le cose che vorrebbe dire ma soprattutto le cose che vorrebbe fare, e vorrebbe farne proprio tante. Innamorarsi sul posto di lavoro è legge statistica, perché fare la fatica di costituire l’eccezione? Lei asseconda il corso naturale delle cose, non è mai stata una ribelle.

Eccola là in piedi di fronte a lui col fascicolo e l’occhietto contento della bambina dopo aver recitato la poesia di Natale in piedi sulla sedia davanti allo sguardo estasiato dei parenti. Eccoti il tuo fascicolo, stella. Pensa. Non lo dice, ma lo pensa. In realtà dice “Eccoti il tuo fascicolo”. Punto. Grazie, meraviglia della natura, pensa lui. Ma in realtà dice “Grazie”. E basta.

Lui, si diceva, è bello. Dal suo punto di vista almeno. È altissimo, e grande, e maestoso come una cattedrale. No, come un albero. Ecco. Un albero. Ché lei di fronte agli alberi è sempre rimasta a bocca aperta, soprattutto quelli grandi e antichi, con i rami grandi, che ti abbracciano quando ci sali sopra. E lei ci era sempre salita sopra, soprattutto da piccola. Poi andava a sedersi nei punti più accoglienti, sistemando il sederino sulla biforcazione più comoda di due rami grandi, abbracciandone uno, appoggiandoci la testa e restando a sentire il respiro dell’albero, che era poi il vento tra le foglie, ma chi l’ha detto che non potesse essere invece il respiro dell’albero. E poi con l’unghia incideva la corteccia e ci scriveva cose, ed era una violenza dolce, dei graffi di amore in eccesso, per farglielo sentire, all’albero, che lei era lì, per lasciargli un segno.

E insomma lui è bello come un albero. E lei da quei rami vorrebbe proprio farsi stringere. E graffiargli la corteccia.

Grazie, dice lui, e basta. Lei passa oltre e stringe i pugni perché vorrebbe inventarsi qualcosa per scavalcare la barricata delle formalità, e le vengono in mente un sacco di idee in realtà, ma le mancano le palle per metterle in atto.

Così anche oggi sono le cinque, lei timbra il cartellino, temporeggia sperando che esca anche lui, ma lui rimane a fare straordinari, o a sfruttare la connessione per scaricare roba o per flirtare con la collega che le siede davanti, quella che ha scritto in fronte «portami nella toilette e spiaccicami sulle piastrelle», chi lo sa. Comunque, non esce. Lei si infila la giacca, l’iPod al collo, le cuffiette, tira fuori una sigaretta, la accende prima ancora di aprire la porta, assaporando la minuscola trasgressione di fare un tiro in un punto dove è ancora proibito e si avvia verso la metropolitana. Come fai a essere sempre così calma, le chiedono. Grazie alle sue minuscole trasgressioni. Sfoga gli impeti attraverso gesti minuscoli, fatti tra sé e sé, piccole meschine vendette, come tirar fuori il dito medio sotto la scrivania quando passa la tipa del secondo piano, naso in su, che non saluta mai. Stronza, mormora tra sé e sé. Si sfoga così e poi si sente calma, e la rabbia le passa. Una rivolta non violenta, piccola e costante.

Le cinque, si diceva, le cinque e cinque ora che a forza di camminare è arrivata all’ingresso della metro, e la sigaretta è finita. Anche la canzone è finita, ed è proprio nell’attimo di silenzio tra una traccia e l’altra che sente il motore dell’auto e un Ehi dal finestrino. Si gira. Si toglie un auricolare mentre i Radiohead iniziano a intonare The Bends. Quasi un sacrilegio.

- Ehi.

- Ehi.

- Sai dov’è via dei Tigli?

- No, mi spiace, io qui ci lavoro soltanto, non conosco la zona.

- Io ci abito, e non la conosco neanche io.

Lei ride. Lui è carino.

C’è ancora un po’ di sole, e quel po’ di sole che cala si va a infilare proprio negli occhi di lui, che usa la mano di taglio come una visiera per guardarla bene in faccia. La vede così, quindi, circonfusa di luce rossa di tramonto, e ci resta secco. Inizia a parlare a raffica mentre lei rischia di essere investita, perché lui ha accostato a destra e lei è china sul finestrino lato guida. Lei non sente benissimo quello che lui dice, impegnata com’è a restare viva, ma fa in tempo a notare che anche lui ha dei begli occhi, e nella sua testa fina e furba di donna sa perfettamente che lui sta parlando per non farla andare subito via e tenerla impegnata mentre in background cerca di escogitare un modo che non sia banalissimo e che sia efficace per avere il suo numero, e rivederla, un caffè, qualsiasi cosa, rivederla. Così, mentre la intontisce di chiacchiere e balbettii, e mentre lei tace sorridendo quasi materna al suo impaccio, lui scende dall’auto perché non gliela investano, questa tipa bella e circonfusa di luce rossa, ed eccolo in piedi davanti a lei, mentre girano intorno all’auto come se fosse un passo di valzer per raggiungere la salvezza, nella fattispecie il marciapiede. Non ha un grosso successo il suo tentativo di essere originale, perché alla fine riesce solo a scandire, in un borbottio confuso, solo tre parole intelligibili: Occhioni verdi. Caffé. Numero. Lei si intenerisce, lo squadra, già che c’è, pensa Ok. Dice Ok. Detta il suo numero e lui le fa uno squillo, un po’ per verificare, malfidato, un po’ per farglielo salvare, a lei, così quando la chiama per il caffè lei potrà leggere il nome sul display e pensare E questo chi cazzo era? Per l’appunto, lei gli chiede:

- Scusa, ma non ho capito il tuo nome.

- Cominciamo bene, dice lui.

- Ero impegnata a non farmi stirare da un autobus, dice lei.

Lui ride, e ripete il nome. Lei lo prende e lo usa per etichettare il numero.

- Ci sentiamo, allora.

- Ok, allora.

- Cosa ascoltavi, tanto per sapere?

- Radiohead, fa lei.

- Bello, fa lui.

- Bene, fa lei. Io vado.

Stretta di mano, affare fatto. Lei si incammina verso le scale della metro e sogghigna di delizia e vanità sapendo che lui la sta guardando andare via.

Negli uffici oramai deserti, l’albero sta lucidando le piastrelle del bagno con la camicetta della collega. Lei lo sa benissimo, li ha visti da una finestra che sparecchiavano una scrivania nell’impeto dei preliminari. Infido inutile arbusto.

Lei si prepara a scalare un alberello nuovo.

Si rinfila l’auricolare destro, e scende le scale.