Maria Luce Bondì

Teresa

 

Teresa non aveva più tredici anni e non ne aveva compiuti quattordici. Non era grande abbastanza da avere smesso i suoi giochi, ma non avrebbe permesso alle amiche - che si dichiaravano dedite a ben altre occupazioni - di scoprirlo. Teresa era un’ipotesi di rosa che tratteneva in segreto tutto il profumo di cui un giorno sarebbe stata capace, ma che avrebbe preferito incenerirsi piuttosto che vedersi sbocciare.

Riccioli nervosi costretti nel cappuccio di un impermeabile anonimo, forme evanescenti dissimulate in abiti troppo ampi, occhiaie su cui non interveniva: nessuno doveva accorgersi che, sotto quella pelle logorata dal sale impietoso delle lacrime, riposava la porcellana levigata di una bambola. Teresa non sorrideva, non c’era di che sorridere, non la tortura quotidiana di alzarsi al mattino sebbene fosse ancora buio nel suo animo; non gli sguardi ottusi dei coetanei che indagavano nella sua intimità da dietro lenti coloratissime. Li detestava, loro, la musica sfacciata che fingevano di godersi e che in nulla differiva da quella da camera che i suoi le infliggevano con la puntualità di una medicina; odiava quei vestiti nuovissimi e identici tra loro e, soprattutto, ciò che pretendevano lei fosse… cosa, Teresa non avrebbe saputo dirlo.

Le sembrava a volte di perdere la ragione, per ore fissava se stessa in uno specchio, in attesa di una risposta che prevenisse ogni suo dubbio, di una voce che trattenesse quel pianto; aspettava di intuire il perché della propria nascita, lo svelarsi improvviso del mistero di costellazioni e pianeti e che giustizia fosse fatta, che le venisse infine spiegata l’alternativa al mondo così per com’era stato creato.

Spinse il portone del palazzo e attese nell’androne che quel cazzo di ascensore si decidesse ad arrivare. Teresa le pensava soltanto le parolacce. Se le amiche le pronunciavano fingeva immancabilmente di riderne con loro, ma dentro le pareva che venisse infranto un sacro tabù e che qualcuno perciò, da qualche parte dell’universo, stesse pagandone le conseguenze. Anche quando poi le veniva in mente, faceva attenzione a non formulare per intero quel pensiero, così che altri non avessero a soffrirne. Si stava chiedendo, in quell’istante, perché si ostinasse ogni giorno, inconsapevolmente, a correre a casa dopo scuola, se inevitabile poi giungeva, in prossimità del suo civico, un’angoscia sottile a fiaccarle le gambe. E mentre se lo domandava, quasi in collera con se stessa, un uomo tra i venti e i venticinque anni entrò nel palazzo. Teresa si concentrò sulla spia rossa che annunciava l’arrivo dell’ascensore, imponendosi di non mostrare alcun interesse per l’estraneo.

A lei piacevano quei tipi. Gli ‘Uomini’. Gli Uomini non avevano nulla del fare sbruffone dei quattordicenni, non seguivano le mode, non si esprimevano in modo volgare se non diventava necessario. I loro visi avevano sconfitto la vecchia compagna di vita, la rossa signora che infesta il giardino della gioventù con l’insolenza di un fantasma in una casa per bene… l’acne. Tra i ciuffi ostinati nessuna traccia di cera o gelatina, crescevano ordinati e folti in tagli classici, romantici. Questo pareva un uomo come Teresa aveva immaginato che gli uomini dovessero essere: lo sguardo ancora giovanile, già saggio; l’espressione dolce, non ammiccante. Eppure lo aveva visto appena, né sarebbe tornata a studiarlo ora che le era giunto così vicino. Volentieri avrebbe corso fino alle scale se un gesto tanto infantile non l’avesse scoperta, e se non fosse risultato evidente che anche lei aspettava l’ascensore.

Esso atterrò infine e, sorprendendo il rincorrersi delle fantasie di Teresa, il ragazzo aprì per lei la porta, cedendole finanche il passo. Entrando, richiuse alle proprie spalle e lei pregò di liberarsi di lui in un paio di fermate.

- Che piano?

- Sesto… - biascicò Teresa.

- Io ottavo - e premette il numero sei.

Sarebbe sceso dopo di lei, questo era troppo, non avrebbe retto. Gli occhi di Teresa presero a posarsi sui quattro angoli della cabina, alla ricerca di dettagli che ne giustificassero il vagare, finché, esausti, non si accorsero delle sottili, temporanee rughe a cornice della bocca dell’uomo, semicerchi che rivelavano che egli le stava sorridendo. La scrutava come a volerne carpire i pensieri più intimi, quasi sperando ch’ella non se ne avvedesse - compiaciuto ovviamente dalla sua evidente timidezza - e invece lei sapeva, sentiva; ancora di più quella sensazione di sfuggevolezza le avvampava il pallore delle guance, le inumidiva le cornee inesperte.

Avrebbe dovuto prendere le scale! Lo faceva spesso, invano tentando di cancellare nel tempo il tratto rotondo indelebilmente tracciato attorno alla sua vita. Credette d’avere una febbre improvvisa: il tizio ora la fissava senza più alcun pudore, ridendo persino.

Secondo piano.

Le venne fatto di pensare che nei tanti anni vissuti in quel palazzo, salendo a casa immancabilmente con quello stesso mezzo, mai le era capitato di premere il pulsante d’allarme. Chissà che suono faceva, se richiamava tutti gli inquilini o si limitava ad allertare il custode; chissà se una donna stuprata in ascensore trova la forza di chiamare aiuto, trascinarsi alla pulsantiera, sfidare la vergogna di fronte ai propri vicini. Se i lividi, nell’insulso dimenarsi che non può essere controllato, compaiono immediatamente o se c’è il tempo per comprendere quanto accade, implorare o mordere, graffiare o arrendersi. Puntò lo sguardo contro di lui, una sfida pavida nel metro quadro che ancora li divideva, ma non udiva più alcun rumore: ogni suono le giungeva ovattato e distante, lo stomaco contratto in uno spasmo di terrore.

Terzo piano.

Le ciglia del ragazzo erano scure, selvagge, segnate come da un tratto di pastello a cera su un foglio sdrucciolo. E la punta sottile del naso contrastava con una base ben piantata. E poi la bocca, mollemente dischiusa come quella di chi non teme ciò che ha da dire; e, che Teresa sapesse, c’erano solo due tipi di persone con quella specialità: chi aveva vissuto troppo e chi non aveva vissuto affatto. Lei non apparteneva a nessuna di quelle categorie. D’un tratto ebbe la certezza che qualcosa stava per accadere e sentì i palmi delle piccole mani farsi scivolosi. Avrebbe voluto piangere perché sapeva che egli stava per parlarle. Quarto piano.

- Sai qual è il mistero più grande del mondo? - domandò egli con dolcezza.

Teresa si smarrì, la mente bambina a rincorrere i discorsi da adulti cui le era toccato assistere, una casa da mandare avanti e troppe bollette da pagare, le rate dell’auto e le tasse impietose. Le urla, di notte, provenienti dalle camere vicine e da cui mura troppo sottili non potevano proteggerla, il viso distratto d’un ragazzo che si ostinava a non accorgersi del fatto che lei fosse viva. Nulla di misterioso, in fondo, nell’alternarsi delle stagioni, nello sfiorire di sua nonna o nelle lezioni di scienze, se poi le spettava di presenziare al lento disfarsi dei suoi incauti sogni, ai desideri costantemente disillusi o al sangue vano che la voleva a ogni costo donna.

Scosse leggermente il capo, mortificata appena dalla propria incapacità di trovare una risposta quando serviva; la frase di lui echeggiava ancora nell’ambiente minuscolo, riducendo lo spazio e facendoglielo sentire quasi incollato; la voce la penetrava come la scheggia di una mina: era un suono così rispettoso e docile che le sarebbe piaciuto poterlo riascoltare in quelle sere tristi in cui riassumeva il giorno alle pagine di un banale diario e ungeva fazzoletti di lacrime inspiegabili. Quinto piano.

- Il mistero più grande del mondo… - il ragazzo dava alle parole un sostegno innaturale, come uno di quei clown che stupisce i bambini nelle corsie degli ospedali, tentando di distrarli dall’ingiustizia che li opprime con la meraviglia di un gioco di prestigio.

E, come quei bambini, Teresa si lasciò ammaliare.

- È la frase…

Sesto piano.

- …da dire in ascensore…

Egli aprì la portiera e sorrise. Teresa fece lo stesso, imbarazzata e rilassata a un tempo, quasi dimentica del fatto che avrebbe dovuto scendere lì. Ricambiò quello sguardo soffice, forse con una nota di eccessiva inconsapevole adorazione e attraccò al proprio lido. Ora aveva una guerra più nota da affrontare, una senza campanelli d’allarme e duelli da tentare con lo sguardo. Inserì la chiave nella toppa ritrovandosi un attimo dopo nel falso calore del suo ambiente familiare. “Teresa!”, sentì chiamare: ancora una volta aveva lasciato che la porta si richiudesse troppo rumorosamente, infrangendo la sua aspirazione all’invisibilità.

A tavola erano già tutti schierati, il viso truce di suo padre apparecchiato a dovere, il fatalismo di mamma per contorno e l’aria sempiternamente annoiata di sua sorella avrebbe fatto da dolce. Prese posto lì dove si sedeva da quando aveva memoria di se stessa e salutò come si conveniva, servendosi il cibo quasi lo stesse desiderando.

Si chiese cosa mai potevano dirsi, se li sapeva incapaci di trovare una frase da dire in ascensore.