Andrea Geloni

Il passo buono

 

All’inizio non gli era sembrata una cosa così decisiva - diceva beh, boh, dai, si prova, si vede - sembrava una di quelle cose che a un certo punto si dice ma sì, dài, ma diamine, domani magari sarà tardi per fare ‘ste robe, ma facciamo che adesso no. E allora aveva iniziato pian piano, e poi si vede che ci aveva creduto, che sentiva che dentro gli faceva bene, era diventata una di quelle cose che ti fanno pensare che ci sia ancora qualcosa di vivo, qualcosa di futuro, di nuovo, qualcosa per cui.

E sì che non era facile per lui, con tutta quella gente intorno. Oh, alla gente intorno ci era abituato, a sentirsi attorno altri occhi e altri passi - trentasei anni alla reception dello stesso albergo - ma era tutta roba distratta, mentre adesso poi a un certo punto succedeva che c’erano altri occhi su di lui, e che lui diventava qualcosa da guardare, nello stesso esatto modo in cui lui guardava gli altri, con dentro quella cosa così remota che forse si chiamava ancora stupore.

Appoggiava un piede per terra, poi spostava il peso su quella gamba, l’impiantito grignolava come a dire oh, ehi, ci sei, che bello, e allora lui si sentiva di esserci, sì che c’era anche prima, vabbè, ma adesso lo sapeva, se lo figurava, lui - con tutto che eran tanti anni che c’era - adesso però era come dire un corpo una presenza, e intuiva che non lo aveva mai capito così, che non c’era mai stato fino a quel punto, lui.

Tutti i giovedì sera alle nove. “Posso chiamarla Paolo?” - gli aveva detto il ragazzo alla prima lezione e lui aveva accusato tutta la sorpresa di sentire chiamare il suo nome con leggerezza da uno sconosciuto, e quello era proprio il nome suo e allora “oh sì - aveva risposto - certo”. Ma doveva esser stato un filo goffo, se ancora il ragazzo gli dava del lei, e solo a lui, beninteso, che non era né il più vecchio né il più grifagno, ma a lui proprio non gli riusciva di dire al ragazzo: “ehi tu, ragazzino, per chi mi hai preso, dammi del tu, che in fondo io a te ti voglio persino bene”. Come avrebbe potuto. E allora era il signor Paolo in mezzo a una raffica di Franchi e Dorine prive di titolo, e belle sciolte nel trattar tra loro e col ragazzo.

E sì che non era per nulla un outsider, oh no, gli volevano bene al signor Paolo - si vedeva - e a volte lui aveva persino l’impressione che lo stimassero un poco, che la sua distanza fosse un filo di ammirazione e che in qualche misura lui fosse un po’ importante per loro, e a volte, beh, a volte sì, un po’ gli sembrava di meritarselo, quel titolo. Di danzare da signore, sì. E di esserlo un po’, signore. La Mariella e l’Annamaria gli facevano persino il filo. Gliel’aveva detto il ragazzo, una sera che la cosa era stata particolarmente palese che c’era da provar le coppie nuove, e lui aveva finto stupore e incredulità ma lo sapeva, se lo ricordava, cosa vuol dire se una signora abbassa lo sguardo e poi lo rialza ma senza alzar la testa, quello che non ricordava è che uno se si sente desiderato da una persona che lui invece non desidera, beh, si sente ancora più goffo, o almeno così era sempre stato per lui, ma lo aveva dimenticato, chissà dove, molti anni prima.

La Mariella era un donnone, tanto era esile l’altra, che se si fosse dovuto assortirle per il saggio finale a nessuno sarebbe venuto in mente di accoppiarle, mai. Eppure le aveste viste ballare assieme, quale misteriosa, preziosa armonia. E magari fino a un secondo prima stavano litigando come cani per l’inezia del giorno. Partiva la musica e trum la secca e trum l’armadio via con grazia e bellezza come due che bastava solo che si stessero zitte per assaporare in fondo in fondo ciò che le univa, che poi, forse, era il segreto di ogni coppia, pensò il signor Paolo. Ma poi disse: ma cosa pensi e che lo pensi a fare, e, anche se fosse vero, che ci fai.

Che il signor Paolo aveva smesso di chiedere. L’ultima volta era stato quando era venuto fuori che l’Annita stava proprio male-male e lui al dottore gli aveva detto “non mi interessa niente a me di cosa c’ha, mi dica solo come si cura”, e il dottore aveva detto “non ci sono speranze di ripresa, nessuna speranza a tutt’oggi”. E lui che in altri tempi avrebbe detto ehi tu, bimbo, “tutt’oggi” lo vai a dire a tua sorella, quella volta lì al dottor fintocontrito gli aveva detto solo: “oh”.

E l’Annita era sempre stata tutta la sua vita, l’unica cosa, e lui aveva smesso di fare domande. L’aveva accompagnata piano-piano, tutti i santi giorni a fare il giro dalla Maruska al macello e dal fornaio in piazza, tranne il venerdì: pesce. E ci voleva sempre un po’ più di tempo, e poi piano-piano aveva cominciato a parlare lui invece dell’Annita, che con la Maruska ormai aveva capito cosa sì cosa no, e quanto ci vuole a lessare i finocchi e lui diventava anche tutto quello che era prima Annita tranne che era lui da solo, con quella faccia lì, e lei, Annita, persa tremula in un lungo squassante addio che non sembrava finire e non sembrava aver senso, se lei c’era ancora e non c’era più, pur se Paolo ostinato la portava tutti i santi giorni fuori con sempre maggior fatica e con sempre meno profitto, per tutti, dalla Maruska e poi al fornaio e il venerdì pesce.

C’era troppo silenzio nella casa: gli era apparso chiaramente una sera di ottobre, scura-scura. “Non è giusto”, aveva pensato. E la cosa si era fatta più palese perché era giovedì e il giovedì da che mondo è mondo viene a cena la Ilda, sorella grifagna sfinente della donna che ha sposato. Lei zitella, loro senza bimbi, e ‘sti giovedì sera che Paolo aveva anche imparato a tollerarli, che si guardava di sottecchi con la bimba sua - Annita - e poiché la poteva un po’ prendere in giro, la Ilda, allora le voleva anche un po’ bene, la stuzzicava, parlavano di papi e suore e aborti e omosessuali, persino, con la Ilda che pareva Radiomaria e Paolo che invece a parlar come Paolo, con la testa sua, gli sembrava proprio d’esser giovane, oh sì, proiettato, progressista, fico. A sessanta e rotti. Con Annita che sorride, ma non troppo, e lui che si gira a cercarla.

E quella sera lì, quel giovedì, aveva detto a Ilda “sai io penso che mi farebbe bene uscire un po’ a me, e magari se ti torna puoi dormire qui, il giovedì, nella cameretta, che così non stai nemmeno a andare a casa di buio, e io esco un po’, una sera, mica che torno tardi ma almeno stacco un po’, che penso proprio che, sì, direi che mi - e qui un tempo - serve”. E la Ilda si era girata verso Annita come se lei, e poi aveva detto proprio così: “sappi che io non approvo”. E lui ne aveva sorriso, e non aveva neppure provato a spiegare, aveva solo detto: “grazie”. Sapeva che non era mica vero che la Ilda disapprovava, o che pensasse chissà che della sua sera libera: era solo il suo ruolo, la parte sua. Devozione, sacrificio, preghiera. La terna intaccabile della Ilda sotto la quale c’era, chissà dove, una donna che era il suo unico appiglio a questa specie di vita, l’unica che ricordasse per filo e per segno come era - quanto era - l’Annita. E questo non serviva dirlo: si sa.

Gliel’aveva detto la nipote della Maruska, la Chiara, che nonna diceva “questa qui non c’ha rispetto” e invece era solo ben viva, a dirgli “oh, signor Paolo, ma lo sa che il fidanzato mio fa un corso di tango per beh per, insomma, per la terza età - mi scusi”. Lui le aveva spalancato in faccia due occhi stupefatti e grati e un po’ complici e gli aveva detto “beh, grazie, ma sai, ora proprio il tango, però do un’occhiata alla locandina e poi magari se non costa, se torna bene, lo dico alla Ilda che si guarda intorno, chissà” e la Chiara era scoppiata a ridere e poi aveva guardato la Annita e allora aveva smesso, e invece non doveva mica.

E il laboratorio - così lo chiamava il ragazzo - era un porto di mare, varia umanità, diversi mondi, e c’era chi si vergognava e chi era fiero, fin troppo, e c’era lui, che diceva boh, chissà, magari faccio un passo buono, magari faccio ancora in tempo.

Il ragazzo lo prese da parte, a fine lezione. Lui disse “ma c’è la Dora che mi aspetta che mi portano a casa, sai, son carine” e il ragazzo aveva detto “no no, ma faccio presto”. Gli aveva detto: “Signor Paolo, lei lo sa che qui viene tanta gente che lo fa anche per passare il tempo e va bene perché è anche per quello che siamo qui, per fare una cosa divertente, un po’ leggera, va bene va bene, c’è bisogno. Lei però, signor Paolo, no: lei è bravo. E anche se adesso magari lei vorrebbe dire che non è vero, lei in fondo lo sa, che lei quando balla è come se lavorasse di un lavoro che ama: è come un artigiano, che sa come fare e lo fa bene. E allora io le ho fatto un cd, e questo è un lettore che non mi serve e adesso le spiego come funziona e lei mi fa il santo piacere, se può, di esercitarsi un po’ a casa, che secondo me io, ecco io, a lei la faccio ballare con una delle ragazze del corso avanzato, una brava - bella persino, e lei ci fa un figurone su un bolero strappacuore. Mi dia retta”.

E lui si era sentito confuso, aveva pensato questo mi prende in giro e poi però no, non c’era motivo, e gliel’aveva detto con due occhi un filo imbarazzati ma inequivocabilmente buoni e allora si era applicato ad ascoltarlo, che sapeva che ora la cosa davvero difficile non era pensare a ballare con una ragazzetta ma capire come parte un cd.

Mujer, si puedes tu con Dios hablar. Cominciava così il pezzo. Il signor Paolo ne rimase un attimo impietrito: se lo ricordava un filo di spagnolo, dai tempi dell’albergo. Girò lo sguardo dal buffet dove aveva appoggiato il mangiacd, nel tinello, a incontrare il profilo di Annita in cucina. La prese con sé e la portò in sala. La fece sedere sul divano e le disse guardami amore, e lei niente. E lui disse ok, e rimandò all’inizio la canzone, e ballò per lei.