Stof

Nord

 

121 d.M.

Per una volta lasciamo perdere il cuore. L’amore e i sentimenti non stanno mica lì, quello serve soltanto a pompare sangue, e se a volte batte più forte o si ferma del tutto è solo una questione meccanica. Dev’essere qualcos’altro a sciuparsi, qualcosa tipo un frutto giallo che a furia di colpi si ammacca e diventa marrone. Qualcosa che è da qualche parte dentro di noi, polpa e nocciolo insieme. Il gheriglio della noce, che hai sentito nominare solo in prima elementare quando ti insegnavano il gh-. L’ultimo anello della sequoia. Il nucleo incandescente del sole.

Poteva morire, me ne sarei fatto una ragione. Poteva andarsene in Australia ad allevare koala, avrei capito e forse l’avrei seguita. Avrei accettato perfino che mi avesse lasciato per un bel ragazzo ambizioso, che fosse diventata lesbica o che si fosse fatta suora. Ma lasciare me per mettersi con Il Brutto non posso accettarlo. È una cosa che non sta né in cielo né in terra. Il Brutto: impossibile rintracciare in lui sembianze classificabili come umane. Un essere orripilante, che non si può guardare. Se penso che lei addirittura lo tocca, lo abbraccia, lo bacia, provo un senso di nausea, mi sento mancare. Come fa? Come può essersi ridotta così...

La mia Martina, la ragazza più ragazza dell’universo, un sole parlante e camminante, l’eterna primavera. Amore mio speciale. Sei stata forse vittima di qualche incantesimo o ti sei semplicemente riscoperta troia a ventisette anni e hai trovato lo stallone enorme e resistente che non deve chiedere mai? Esiste ancora quella ragazza che quando conobbe il mio amico Pluto, non capendo perché lui non spiccicasse parola, mi chiese in un orecchio se era normale, ritardato o cosa?

Sordomuto”, risposi ad alta voce. E tu guardasti me e poi lui e poi ancora me. Schiudesti appena la bocca, facesti di sì con la testa. Poi quella testa magnifica la spostasti a destra e a sinistra, e ci guardasti, me e Pluto, con la faccia di chi sta per dire non prendetemi in giro. Lui sorrise, dolcissimo, e te in un attimo diventasti rossa.

Odiosa frantumatrice di gherigli, riesci ancora a meravigliarti così e a diventare rossa, oppure il tuo di gheriglio si è fatto di pietra e non fai altro che correre e scopare e lavorare, senza sorridere mai, senza riuscire più a socchiudere la bocca in quel modo fantastico come quel giorno di mille secoli fa, al mare, mentre l’ultimo raggio del sole di giugno ti illuminava una testa straripante di pensieri d’amore per me?

 

Eravate diventati amici, tu e Pluto.

A parte il fatto che te, come tutte le donne, non stavi mai zitta e lui zitto ci stava sempre, la pensavate alla stessa maniera. Eravate i perni della mia amaca sul mondo. Il mio Nord e il mio Mezzogiorno. In voi trovavo una risposta a tutte le domande: dove passano l’inverno le anatre di Holden e le zanzare dei campeggi. Dove vanno a morire i gatti e i piccioni. Quanto sale serviva, come si pulisce lo spazzolone del water; se Dio esiste davvero o è solo un’invenzione riuscita.

Ora mi è rimasto Pluto, ma da solo non serve quasi a niente. Avrei bisogno di aprirmi e confidarmi ma è impossibile aprirsi e confidarsi a gesti, è impossibile sfogare odio e rancore toccandosi la faccia con le mani e facendo strani versi con la bocca. Soprattutto dopo il colpo devastante che ho subito ieri.

Camminavo tranquillo, mani in tasca e sguardo attento a non calpestare gli interstizi del lastricato, come fanno i bambini. Cominciava a piovere, le pietre diventavano lucide e scivolose, le luci delle vetrine erano già accese. Incrociavo persone che non conoscevo e mi piaceva non dover salutare nessuno, e non dovermi fermare a chiedere informazioni su famiglie di cui non mi importava niente, soltanto per educazione. Erano mesi che non mi sentivo così, non pensavo a te da almeno un paio d’ore. Ho guardato dentro un negozio e ti ho vista. Il piumino bianco e i jeans scoloriti, la testa leggermente inclinata. Ti rigiravi tra le mani una borsa marrone, e avevi i capelli raccolti sopra lo stesso viso che avevi quando stavi con me. Avevi le stesse gambe e lo stesso seno, e una maledettissima espressione serena.

Mi sono appiccicato alla vetrina attento a non farmi vedere e sono stato lì a guardarti, mentre te ne stavi con quella borsa in mano e la commessa in un orecchio, e tutto intorno si soppesavano guanti e sciarpe, e si chiudevano e si aprivano ombrelli. Per un momento eterno devo aver creduto che tu mi stessi aspettando, per poter tornare a casa insieme; e non lo so, ma credo che in faccia mi sia balenato un cazzo di sorriso. Eri uguale, eri Martina, eri mia.

Ventisette settembre: suona bene, non trovi? Un giorno perfetto per tornare insieme e dimenticare e ricominciare da zero. Certo! Entrerò nel negozio e ti regalerò borse e accessori, e ti stringerò a me recitando poesie d’amore. Finalmente capirai che non hai mai smesso di amarmi e mi bacerai, fra gli applausi e le lacrime delle commesse.

Ci sposeremo in questo negozio, subito. Avremo tre figli, un gatto e dei conigli. Una casa in campagna con un buco sul tetto per guardare le corse delle nuvole di aprile. In estate vedremo cadere le stelle e in autunno le foglie, e il vento sarà libero di giocare con noi. Ci sarà una stanza per Pluto e una per tua madre. E un caminetto blu per divorare l’inverno.

Poi ti sei voltata di scatto, la commessa ha fatto un passo indietro e ti ha detto qualcosa. Hai scosso la testa e hai aperto la bocca per chiamare qualcuno.

Il Brutto. Gheriglio distrutto.

Era lì. Ancora con te. Sbucato da una fogna, da una botola sul pavimento del negozio. Anche lui con una borsa in mano. Ecco, bravo, comprala: facci due buchini per gli occhi e ficcatela sulla testa, così risparmi al mondo il supplizio di vedere quella tua faccia orribile.

Mi ha invaso una rabbia nera, di colpo.

Entro e faccio una strage. Perché non mi sono portato dietro una bomba a mano? Devo ricordarmene le prossime volte che esco. La commessa annuisce, Il Brutto ti tocca una spalla. Basta, me ne vado. Il mio senso estetico è troppo sviluppato per poter sopportare la vista del Brutto insieme a Martina la Troia. Mi rimetto a camminare in mezzo agli estranei nauseato e incazzato. Alcuni di loro osano addirittura sorridere. Odio il genere umano, le donne, gli uomini. Vorrei restare completamente solo. Rientro a casa fantasticando di raggiungere il centro della terra, piazzarci un migliaio di bombe atomiche e godermi lo spettacolo dalla luna.

 

122 d.M.

Oggi 29 settembre se fossi Mogol e Battisti scriverei una canzone d’amore straziante. Non ho voglia di uscire, poco fa mi sono preso la testa tra le mani e ho pianto. Ho scritto il mio testamento in un sms che ho mandato a Pluto.

“Basta. Mi ammazzo. Ti lascio la mountain bike e tutti i miei libri. Il quadro che dipinsi quando morì mio padre e le scarpe da calcio. Niente fiori, ma opere d”

Spazio finito, testamento interrotto. Pluto capirà lo stesso, è abituato a immaginarsi quello che gli altri vogliono dire.

 

123 d.M.

Ieri sera sono uscito con Pluto. Quando ha ricevuto il testamento-messaggio si è precipitato a casa mia. Ha detto che gli piacerebbe un sacco anche la mia felpa verde, ma con quella voglio essere sepolto, che cazzo. È un regalo di Martina, e come i faraoni voglio portare nell’aldilà le cose a cui tengo di più.

Siamo andati in un pub. Abbiamo bevuto un centinaio di birre, e per poco non mi sono picchiato con un idiota che mi ha pestato un piede. Se fosse successo l’anno scorso gli avrei dato una pacca sulla spalla e gli avrei detto “Non fa niente”. Gli avrei addirittura sorriso.

In questi giorni no, sono continuamente in cerca di risse. Vorrei incontrare Il Brutto e provocarlo. Vorrei che lui reagisse e trovare così il pretesto per spappolarlo. Pluto dice che non è colpa del Brutto, che se non era lui sarebbe stato un altro a portarmi via Martina. Dice che lei era stanca di me, di noi due, e bla bla bla. Chetati Pluto, smetti di muovere le mani. Non capisci niente. Per quanto ancora dovrò sopportare le tue cazzate silenziose? È Il Brutto la causa della mia rovina. Vuoi capirlo o no? Siete tutti contro di me, brutti figli di puttana bastardi.

Quando siamo usciti dal locale ero ubriaco e depresso. Ho visto un tizio losco, un africano. Gli sono andato vicino e gli ho chiesto se aveva della coca. Non si fidava, il bastardo. Ha fatto una sceneggiata nemmeno De Niro: diceva che io ero uno sbirro e che lui era pulito. Pluto se ne voleva andare e mugolava vocali, ma io ormai ero partito di testa, volevo la coca, lo sapevo che ce l’aveva, il bastardo. Volevo dimenticare e stare bene e credere che Martina fosse ancora con me. Pluto, stai più muto del solito per favore, e te brutto marocchino di merda dammi la coca. Lo so che ce l’hai, ce l’hai, è scritto su quella faccia color cacchina che ti ritrovi. Sai benissimo che non sono uno sbirro, perché te la tiri tanto?

Alla fine mi ha detto di seguirlo dietro un furgone e ha sputato dalla bocca una piccola pallina di stagnola. Gli ho allungato 100 euro, ho recuperato Pluto e ce ne siamo andati. Non vedevo l’ora di sniffare e di staccare la spina. A casa mi sono versato un po’ di whisky, mi sono seduto e ho srotolato la pallina sul tavolo. Ero eccitato. Uuuh-uu. Pluto mi guardava incuriosito. Se facesse un tiro, un solo tiro di questa robuccia, ho pensato, potrebbe recitare a gesti tutta la Divina Commedia.

Ma nessuno ha tirato niente di niente. La pallina era vuota, vuota, vuota! Mi sembrava una cosa fuori dal mondo, e incredulo mi rigiravo la stagnola tra le dita, senza smettere di guardare in giro, sul tavolino, per terra, frugando nervosamente nelle mie tasche. Ci ho messo parecchio ad accettare il fatto di essere stato fregato. Cento euro per quattro inutili centimetri quadrati di stagnola. Pluto, ma ti rendi conto? Non ci ha messo nemmeno del borotalco o dello zucchero a velo, nella pallina, il bastardo! Figlio di puttana incosciente! Come hai potuto fare a me una cosa del genere? Lo sai, vero, che ti ritroverò e ti ammazzerò come un cane?

Ero troppo stanco per uscire a cercarlo, mi sono sdraiato sul divano. Mi sono addormentato subito, mi ha fatto bene.

 

124 d.M.

Stamani, appena sveglio, ho mandato un paio di messaggi a Martina. L’avevo sognata, eravamo di nuovo insieme e tutto era perfetto. Le ho scritto del sogno e che non riesco a dimenticarla, le ho scritto che l’amerò per sempre e altre cazzate tipo bacio perugina. Ho dipinto tutta la mattina col cellulare in bilico sul cavalletto, tenendo il volume della musica bassissimo per paura di non sentire il beep del ricevuto nuovo messaggio.

Lei non mi ha risposto e ho cercato di stordirmi inalando un tubetto di blu di prussia mezzo vuoto. La troia era insieme al brutto e non poteva rispondere.

All’una sono tornato a letto e sono stato assalito dai brividi.

Dove ho sbagliato, mi chiedevo. Perché lui e non io? Possibile che Martina non riesca più a vedere la differenza tra una persona normale e un miserabile? Uno che suscita la pena di chi lo conosce, perché se ne sta sempre con le spalle curve e gli occhi bassi, uno che passerà metà della sua vita a stipulare polizze e l’altra metà in un centro commerciale.

Come fai a non rimpiangere le mie battute, la mia fantasia, il mio profilo impeccabile? Quando vedevamo in giro Il Brutto ne parlavi male anche tu… cosa ti sta succedendo?

Mi sono rigirato mille volte nel letto, abbracciando il cuscino, alzando e abbassando le coperte. Oltre a distruggermi il cranio coi pensieri non so cosa fare. Forse dovrei reagire, ma non me ne frega niente. Pluto mi dice di lasciarla perdere Martina, che il mondo è pieno di donne, alcune delle quali (cinque, sei?) non troie.

Nel sogno che ho fatto ieri notte Martina mi teneva stretto e io cantavo, affacciato a una finestra che dava su un prato senza fine.

 

126 d.M.

Si chiama Nord. Semplicemente Nord. Larghe pennellate di un blu grigiastro, una striscia di un bianco acceso e qualche graffio col carboncino. Nel momento in cui l’ho finito mi sono staccato dal cavalletto e mi sono seduto per terra a contemplarlo. Mi è venuto freddo, mi sono emozionato e sono rimasto lì per un sacco di tempo.

Nord era il primo quadro che riuscivo a finire dopo Martina; c’erano voluti 126 interminabili giorni per tornare a creare qualcosa di compiuto. Il mio piccolo glaciale Nord, venuto alla luce in questo accecante 126 d.M., mi ha ridato fiducia e ha insinuato nel mio animo lacerato i germi di una nuova, timida consapevolezza. Lì, sul pavimento di casa mia, mentre la radio passava un vecchio pezzo dei Cranberries, mi sono detto che se ero ancora capace di creare qualcosa che prima non esisteva, qualcosa che senza di me non avrebbe potuto esistere mai, allora potevo anche riuscire a ricostruire quello che c’era già stato, fosse esso un quadro, una storia, un amore. Seduto di fronte a Nord, pieno di brividi, esausto, illuminato da un raggio di sole che mi faceva sentire il San Matteo di Caravaggio, è nata in me la certezza che prima o poi, presto o tardi, grazie al mio tocco sapiente, i colori e le forme della nostra storia ritroveranno la loro naturale armonia. E torneremo insieme, Martina. Perché è soltanto questo che il più grande pittore vivente vuole, desidera, avrà.

 

127 d.M.

A Pluto il quadro non è piaciuto. Pazienza, il destino del genio è quello di essere incompreso. Ho preso Nord sottobraccio e siamo andati alla galleria d’arte dove a volte porto i miei quadri. Non vorrei liberarmi di lui, ma ho bisogno di soldi e quando il proprietario della galleria ha detto Che bello! sono stato felice. Gli è piaciuto e adesso è in vendita, il mio caro piccolo Nord, appeso tra una marina insignificante e un albero rinsecchito dai riflessi arancioni.

 

Ma cos’è veramente Nord? È il posto dove vorrei rifugiarmi per non dover più vedere nessuno? Il posto dove vorrei lasciarmi morire come un vecchio mammut? È il tuo cuore, Martina? Di ghiaccio, inesorabile... O è lo stato in cui hai lasciato la mia anima dopo che si era assuefatta al tuo sole bollente?

Non lo so, tesoro. So solo che il tizio della galleria l’ha valutato cinquecento euro, il nostro amore.

 

128 d.M.

Stanotte non ho dormito. Martina nella testa, quel quadro, la certezza di aver commesso uno sbaglio terribile. Sono uscito di casa alle sette e mezzo e sono andato alla galleria d’arte. Quando sono arrivato là era ancora chiusa e mi sono seduto sul marciapiede ad aspettare. Dovevo essere in condizioni davvero disperate: una ragazzina con lo zaino mi ha fatto l’elemosina e non sono stato capace di dir niente. Anche il tizio che è venuto ad aprire la galleria mi ha scambiato per un barbone. “Sloggiare...”, mi ha detto mentre armeggiava con le chiavi. Certo che sloggio, amico, ma prima, con permesso, mi riprendo una cosa. Siamo entrati e ho puntato dritto nella direzione di Nord, ma tra la marina e l’albero non c’era che un pezzo di parete bianca. Mi sono sentito morire. Che fine ha fatto il mio quadro? Dov’è? È già stato venduto?

Il tizio non ne sapeva niente, era di festa ieri. Abbiamo dato un’occhiata in giro: non c’era nessuna traccia e nessun biglietto, e il cellulare del capo si ostinava a rimanere spento.

“Venduto. Non c’è altra spiegazione. Comunque se vuoi parlare col boss vieni nel pomeriggio...”.

Sono uscito in strada. Pioveva e la gente camminava tenendosi una mano sulla testa. Io Nord lo rivolevo indietro, in quel paesaggio di ghiaccio c’era Martina e il nostro amore, c’era tutta la mia forza e la speranza di tornare insieme. Stupido che non ero altro. Non valevo niente, ero un fallito, non ero né degno né capace di vivere. Quel poco di felicità che mi passava tra le mani, fosse un quadro o una ragazza, me lo facevo sfuggire come un mucchietto di sabbia al primo alito di vento.

 

129 d.M.

Sono rimasto a letto tutto il giorno, alternando il sonno al pianto, il pensiero alla televisione. Pluto ha cercato di scuotermi, ma non ce l’ha fatta. Gli ho raccontato la storia del quadro, ha detto che se voglio può darmi una mano a ritrovarlo. Ho ringraziato il cielo che non abbia detto di dipingerne un altro uguale, l’avrei ammazzato di botte.

Mia madre l’avrebbe detto di sicuro. Per fortuna abita a un’ora di macchina da me e di questa storia non sa niente. Ora che ci penso, crede che io stia ancora con Martina e farò in modo che continui a farlo. Se sapesse che sono solo potrebbe sentirsi in dovere di prendersi cura di me e io non potrei sopportarlo. È giusto che ognuno faccia la sua vita. Lei ha i suoi gatti, le sue trasmissioni in TV, i suoi fiori da portare al cimitero. Non ha ancora buttato via i vestiti di mio padre e sono passati sei anni. Morì all’ospedale, mio padre, di notte. Telefonarono alle tre e ci dissero di andare là che stava male. Non c’è niente di peggio che una telefonata nel cuore della notte. Arrivammo e suonammo il campanello. Nessuno sentiva, nessuno ci apriva. Provai a entrare da una finestra, bussai a tutte le porte. Aspettammo a lungo, angosciati. “Ora verranno ad aprirci”, diceva mia madre, “vedrai, ora verranno”. Ma non veniva nessuno e allora feci il giro dell’ospedale e al terzo piano vidi un’unica luce, quella della camera di mio padre, e intravidi un separè bianco, piazzato tra il suo letto e quello del vicino. Tornai da mia madre e non dissi niente. Non ci riuscii. Continuammo a suonare finché non vennero ad aprirci.

Non ho mai pensato di vendere il quadro che dipinsi il giorno dopo.

 

131 d.M.

Erano le tre del pomeriggio quando è arrivato Pluto tutto eccitato. Ha detto che aveva fissato un’uscita con due ragazze sordomute. Con una si vede spesso, c’è qualcosa tra loro; l’altra, quella destinata a me, è un’amica. Pluto dice che è molto carina, due tette così e un sacco di altri pregi, non ultimo quello di non poter spiccicare parola.

Wow! Pluto ti ringrazio, mi hai dato una nuova ragione per vivere. Dove andiamo? In discoteca? Ah scusa, voi tre non sentireste la musica. Al cinema? Merda, non ci sono in giro film con i sottotitoli... A teatro? A fare in culo? Scusami, Pluto, sono un vero bastardo. Ho ancora in mente il Brutto e la Troia che scopano dalla mattina alla sera ridendo di me. Sono interiormente devastato e l’ultima cazzata che ho fatto, vendere Nord, ha sbriciolato il mio umore e quel poco di voglia di reagire che mi era rimasta.

Ma Pluto stavolta c’è rimasto male, ha aperto la porta ed è uscito. Gli sono andato dietro, mica potevo chiamarlo, e l’ho fermato. Gli ho chiesto scusa, ma lui non mi guardava, l’ho toccato, l’ho scosso, e alla fine l’ho abbracciato. Erano secoli che non abbracciavo qualcuno e non ho retto all’emozione: ho cominciato a piangere lentamente, in modo ritmato, come quando inizia a piovere. Cadeva una lacrima e ne partiva un’altra, ne partiva una ne cadeva un’altra, per terra, sul petto, sulle spalle di Pluto, dappertutto. Che uomo sensibile e scenografico sono diventato.

“Vedrai stasera. Le faccio tornare la parola a quella tipa...”

 

Alle sei sono uscito per andare alla galleria. Dovevo recuperare Nord a tutti i costi. Ma il grande capo non c’era nemmeno stavolta. Pazienza, sarei tornato l’indomani; fosse stato necessario sarei tornato lì ogni giorno della mia vita, ora almeno avevo uno scopo.

Mi sono incamminato lentamente verso casa sbirciando nelle vetrine. Non c’era niente di interessante, roba inutile, roba già vista, roba troppo cara. La gente, poi, lasciamo perdere. Tanti soldatini di vetro che non riuscivano a catturare la mia attenzione per più di un decimo di secondo. Poi, svoltato l’angolo insignificante di un palazzo, l’ho visto.

Il Brutto.

Camminava nella mia direzione, con il corpo smarrito in un impermeabile beige e una valigetta in mano. Sembrava l’ispettore deficiente di un film francese. Mi ha sfiorato e ho respirato per un attimo il suo odore dolciastro. Non mi ha riconosciuto e mi sono voltato a guardarlo: testa bassa, spalle curve, gambe leggermente a x. Mi ha fatto rabbia e pena, mi sono sentito enormemente migliore di lui. Poi ho deciso di andargli dietro. Così. Per vedere cosa combinava l’oggetto del mio odio.

Dove stai andando, Brutto? Sei talmente demente che non hai nemmeno riconosciuto l’uomo che si è chiavato 267 volte la tua attuale ragazza. L’uomo che lei ama tuttora e con cui tornerà. L’uomo che ti farà soffrire così tanto da indurti al suicidio. Te ne rendi conto?

Ha camminato a lungo Il Brutto. Il cielo si stava facendo scuro. Si è fermato davanti a un portone, si è frugato nella tasca dell’impermeabile e ha tirato fuori un mazzo di chiavi. Ho scansionato la scena da lontano: quattro piccioni rattrappiti su un filo elettrico, un paio di macchine in sosta lungo la strada, e lui che armeggiava goffamente con le chiavi. Poi l’ho visto sparire all’interno di quella palazzina curva e triste come lui e sono rimasto immobile ad aspettare. C’era un odore di gomma bruciata nell’aria, qualcuno stava suonando un pianoforte, e a me serviva un’ispirazione. Ero tentato di star lì per un po’ e vedere se sbucava Martina; potevo accompagnarla dal Brutto e farle fare un confronto all’americana, il sottoscritto vs. Il Brutto, sul suo divano. Ero pronto anche a giocare fuori casa, tanto non c’era partita. Oppure potevo infilarmi nel suo appartamento con una scusa, recuperare un corpo contundente tra le sue cianfrusaglie e mettere fine alla sua inutile vita.

Ora chiudo gli occhi e decido. Li chiudo, li riapro e ho deciso.

Se fumassi non ci sarebbe momento migliore per accendersi una sigaretta, mentre scivolo avanti e indietro in equilibrio precario su questo strato umido di foglie ingiallite, tra piccioni e automobili, al suono incongruo di un imperturbabile pianoforte, col cuore sottosopra, e con la sensazione che stia per succedere qualcosa, qualcosa che sfuggirà al mio controllo e mi trascinerà verso una vita nuova. Perché deve succedere qualcosa. È il destino che mi ha piazzato qui, ora, davanti alla casa del Brutto, a tirare le fila di tutto. Dopo 130 giorni passati a pensare e a piangermi addosso non posso tirarmi indietro: devo fare la mia mossa, qualunque essa sia.

Mi sono incamminato verso il portone. Era socchiuso, e nel corridoio c’era una donna anziana che cercava di convincere un bambino a non uscire e a tornare su per la cena.

“Buonasera”, ho detto superandoli, “Sapete qual è l’appartamento di Mirko, sono un suo amico...”.

“È appena rientrato... secondo piano”, ha detto la signora, agguantando il braccio del bambino che si era distratto a guardarmi. Salendo le scale mi sono sentito un idiota. Se l’ammazzo ci saranno due testimoni, e io ho anche chiesto di lui. Al secondo piano c’era una sola porta. Il cuore mi scoppiava ma ho suonato il campanello senza indugi. Non sapevo ancora che cosa avrei fatto, non ero riuscito a decidere niente. Avrei improvvisato.

Quello che ho visto quando Il Brutto in persona è venuto ad aprirmi non stava né in cielo né in terra. Al di là del Brutto e delle sue ciabatte anatomiche, c’era un divano marrone, addossato alla parete, e seduta su quel divano c’era Martina, le gambe ripiegate e un libro verde sulle ginocchia, un piede che sfiorava l’impermeabile beige del Brutto, buttato sul bracciolo. Mi fissava stupita. Era bellissima.

Il mio sguardo ha indugiato sulle sue gambe nude, sul cerchio delle sue labbra, sulla morbida curva delle sue sopracciglia, per poi alzarsi distrattamente pochi centimetri sopra di lei e trovare – fantastico, inatteso, meraviglioso - Nord. Era lì, fiero e glaciale, testimone urlante del nostro amore eterno, a dare luce e tono a quelle quattro pareti grigie.

Come avevo fatto a non pensarci…

Non ho detto niente. Non ho fatto niente. Ho semplicemente annuito e sono tornato indietro con un sorriso stampato sulla faccia. Il Brutto mi ha seguito con gli occhi spalancati mentre scendevo le scale, e Martina deve essersi alzata, grattandosi la testa, com’è solita fare quando fa finta di non capire. Devono essere stati in silenzio per un po’. Poi hanno cominciato a preparare la cena col sottofondo del telegiornale.

Nord era con lei, per sempre.

Ho aperto il portone e sono uscito in strada. Ora il bambino era sul marciapiede, da solo, con un enorme pallone stretto al petto, e sorrideva.