Chiara Bonfanti

Gatti neri

 

Avvedutosi che il bussare non giovava a nulla,

cominciò per disperazione a dare calci e zuccate nella porta.

Allora si affacciò alla finestra una bella Bambina, coi capelli turchini e il viso bianco come un’immagine di cera, gli occhi chiusi

e le mani incrociate sul petto,

la quale, senza muover punto le labbra, disse con una vocina

che pareva venisse dall’altro mondo:

 

- In  casa non c’è più nessuno, sono tutti morti.

- Aprimi almeno tu! - gridò Pinocchio piangendo e raccomandandosi.

- Sono morta anch’io.

- Morta? E allora cosa ci fai costì alla finestra?

 

- Aspetto la bara, che venga a portarmi via.

 

Le avventure di Pinocchio

 

 

Il tempo se li era bevuti quasi tutti.

Alcune persone non c’erano più.

Avevo cambiato casa.

 

L’unica cosa che restava semi immutata, dopo dieci anni in cui mi ero trasformata da quindicenne fricchettona a venticinquenne che cerca di darsi un contegno e ci riesce solo a tratti, era la gatta.

 

Prima abitavo in centro e casa mia non era lontana. Erano gli anni ottanta. E insomma casa mia era diversa da come si doveva essere. Lucidi e moderni. C’era una corte con un giardino in mezzo, molto grosso, e i nostri vicini ci tenevano il cane Terry, le galline e ci facevano anche l’orto. Eravamo due appartamenti soli. Al piano di sotto c’era un commercialista e al piano terra un dermatologo. Il piano del commercialista, dalla parte che dava sul giardino, aveva un terrazzo bellissimo di ferro battuto stretto e lungo che disegnava completamente il perimetro del piano. A primavera veniva sommerso da un glicine vaporoso e così viola, e si riempiva di api pelose. Dal giardino, ci si poteva arrivare tramite una scala a chiocciola tutta lavorata, ho una foto di fronte a quella scala, in braccio a mia madre.

 

Con i suoi occhi vaghi, ma traboccanti di responsabilità mantenute. Pieni di intelligenza. Occhi di lavoro nero a quattordici anni, di invidia nascosta per le sue coetanee radicalchic che studiavano all’università.

 

Era più giovane di me, ventiquattro anni, eppure. Eppure, dall’espressione seria che si legge dal suo viso, sembra tanto più grande. A volte ci ho pensato, e credo che quell’espressione, anche volendo, i miei muscoli facciali non la produrranno mai. Neanche a ottant’anni.

 

Stamattina ho sbagliato autobus, per evitare la compagnia di un vecchietto innocuo e probabilmente molto solo che cercava ogni scusa per attaccare bottone con la gente alla fermata; mi aveva già raccontato buona parte delle sue avventure montanine, in cerca di funghi sull’Appennino. Aveva l’alito pesante, mi faceva tenerezza. Un’impennata di egoismo, ma, davvero, non ce la facevo. Era troppo freddo, c’era troppo poco sole. Appena mi sono resa conto che stava salendo su quello che avrei dovuto prendere io, l’ho lasciato salire da solo.

“Ok, piuttosto prendo il prossimo...”

Mi sono confusa e ne ho preso uno che mi ha portato giusto di fronte alla mia vecchia casa. In centro. Il portone giù era aperto, spalancato. Ho salito le scale. C’erano i muratori. Solo nella mia casa stanno facendo quattro appartamenti.

Hanno unito la mia camera al bagno. Rimpicciolito tantissimo camera di mia nonna e dei miei. Abbattuto muri. Creati corridoi e soppalchi. Lo stanzino, un ripostiglio che era il relais della piccola Dumma, dove tenevamo la sua pappa e la lettiera, stava diventando una cucina. Mi sono sentita male, i muratori se ne sono accorti.

 

Mai più il rumore di quelle vecchie porte, tutte diverse, che cigolano, che si chiudono. Che mi spaventavano la notte, mentre coi passi opachi sopra i tappeti, il cuore in gola per un brutto sogno, cercavo mia madre nel buio. Né l’ampiezza di quelle vecchie, immense camere. La mia casa. Non esiste più.

 

Come più le persone di quel passato. Solo le finestre, son rimaste. Nella grondaia del terrazzo, di soppiatto, ho visto che crescono ancora piccoli cactus, arrivati lì dai semi di una piantina in un barattolo di crema per il viso, che mi aveva regalato il signore dell’alimentari.

E la stanza dove mia nonna stendeva i panni, e mi salutava dalla finestra mentre giocavo nel giardino delle suore che confinava col nostro, è diventata un bilocale.

 

Un muratore mi ha chiesto: “sei tu quella felice?”

“Che?”

“Sì, l’hai fatto te quel disegno di un gatto nero sul muro che c’è scritto ‘Sono felice’ accanto?”

Sì, l’avevo fatto io. In camera mia disegnavo sempre sul muro. Facevo la seconda liceo. Mi sentivo bella. Mi ero appena messa insieme a uno che amavo moltissimo, come solo a sedici anni si può amare. Era magro-magro, da anoressia, col viso annodato e pensoso, come una figura di Schiele. Ma aveva un sorriso luminoso e pieno di compassione.

“Ci abbiamo messo un sacco a toglierlo”. Mi ha detto. Però si vedeva che gli aveva fatto tenerezza.

“Comunque non è un gatto, è una gatta, femmina”.

Non mi ascoltava già più, in tutto quel casino di trapani.

 

Lei, la presi in novembre per cinquemila lire, al mercato, al banchino del canile. L’ho chiamata Dumma, perché su una rivista che mi riportò mio padre da Londra c’era questo logo simpatico, in cui c’era scritto Dummaheads. Ad oggi non so ancora cosa significasse esattamente.

Mi ricordo solo che passammo un bell’inverno, e che, a volte, Dumma la facevamo uscire insieme a noi, e lui se la metteva nella tasca del cappotto. Era piccola-piccola, due occhietti gialli nel buio e miagolava sempre.

Lui era il mio ragazzo. Flavio. Che nome ridicolo a pensarci.

A volte lo sogno ancora. È andato perso, scivolato via dalla mia vita come una carta da gioco in un mazzo, in un oblio gentile e indolente, una sfilata di volti incerti che si mischiano ad altri volti, una gigante gomma da cancellare invisibile, che non te ne accorgi, ma che ti ruba in poco tempo e in modo assolutamente indolore tutti i ricordi. Forse dimenticare è salutare, forse bisogna dimenticare. Il fatto che non ci si ricordi da dove si proviene prima della nascita, si dice sia un grosso atto di pietà dell’esistenza nei nostri confronti. Così anche la vita stessa si costella di tutta una serie di piccole morti. E di queste morti s’impara a morire. S’impara la rassegnazione, il perdono, s’impara a lasciare andare le cose. Abbandonarle alla corrente prima che ci percuota, strappandocele via con violenza. E ora che tante sono rimaste impigliate alla rete del mio passato come insetti agonizzanti, penso che, se è così che si muore, quando morirò con tutto il corpo, quando dovrò spogliarmi di questo vestito, non sarà doloroso, visto che sono già preparata. Sarà terribilmente doloroso scoprire di essere prossimi alla morte, ma l’atto di lasciare alle spalle questa vita sarà una naturale indifferenza animale, perché l’oblio, compassionevole, ci salverà.

 

Sei un angelo”, mi disse guardandomi, tre giorni prima che morissimo, dopo avermi spogliata per fare l’amore. Era uno sguardo fisso, dritto, che si gettava oltre lo strato spesso dell’epidermide, e si spingeva a fondo; lo sguardo dell’amore che tutto amava, il roseare del fegato, le fitte reti trasparenti dei capillari azzurri, lo scorrere del sangue, le sinuose tortuosità dell’intestino, le rose dei polmoni, lo spingere coraggioso delle reni, il fiato riscaldato dalle profondità della gola, le cavità vuote degli occhi. Coglieva il modo di sorridere che avevo nell’infanzia, le rughe, le carni pendenti a cui il mio corpo si sarebbe abbandonato nella vecchiaia. Quando lo lasciai, dopo diversi anni che stavamo insieme, sentii che mi sarebbe pesata addosso come una specie di maledizione. Avevo rifiutato, per precoce noia coniugale, il dono che la vita mi aveva fatto, avevo abiurato il buon senso e rinnegato il mio destino, avevo abortito i giorni che mi aspettavano, come una mamma troppo giovane e cattiva. Lo sapevo che non avrei ritrovato mai più questo tipo d’amore, l’anima gemella, appunto.

Ma così è che ho voluto.

A volte lo incontro ancora. Quasi mai, in realtà. Forse due, massimo tre volte l’anno. Sono saluti e frasi vaghe, buttate lì, senza un contenuto. Non mi chiede mai niente. Non mi chiede mai come stai. Quando invece incontra mia madre o mio fratello chiede come sta Dumma. Come se Dumma fosse un surrogato di me, come se il fatto che sia ancora viva, e in salute, possa significare che qualcosa di noi è rimasto. Che non è andato tutto perso. Che c’è qualcosa di vivo e caldo e pulsante dietro all’indifferenza.

 

Dumma ha contratto un’ infezione da un po’ di tempo. È come una mononucleosi dei gatti, il veterinario mi aveva anche proposto di farle la puntura, così muore e non soffre più, perché la guarigione non è certa, fosse giovane sarebbe diverso, potrebbe reagire meglio, data l’età invece... ma visto che qualche speranza di miglioramento poteva esserci, noi abbiamo tenuto duro.

 

Proprio oggi, dopo essere tornata da quel giro di giostra fra le macerie di casa mia, sono andata a prendere le analisi dal solito veterinario che, stupito, mi ha detto che non c’è più niente, è fuori pericolo. Mi è parsa una coincidenza strana. Propizia. Come il segno evidente che non tutto se ne va, non tutto invecchia. Non mi sono chiesta altro, e nel pomeriggio sono andata a lavorare, cercando di dimenticare tutte quelle emozioni.

 

Lavoro in una compagnia di assicurazioni. Non ho mai capito bene cosa ci faccio, visto che mi sono diplomata in pittura all’accademia di belle arti, ma mia madre non ha i soldi per mantenermi, e ho preso al volo la prima cosa che ho trovato. È il mio primo impiego da regolarizzata, non guadagno tanto, ma spero di smettere non appena troverò di meglio. I miei colleghi hanno quasi tutti meno di trent’anni… e mi vogliono bene, forse perché questo lavoro mi fa talmente schifo, mi fa venire talmente il vomito, che non me ne frega assolutamente niente di mettermi in competizione con loro. Ma oggi, ovviamente, non è stata una giornata come le altre. I presagi, ce l’hanno sempre il loro senso. E certe cose già le senti appena metti piede in un posto. Appena il capoufficio mi ha vista, si è zittito, gli occhi fissi su di me con un misto di dolcezza e pena, a ruota lo hanno seguito tutti. È la classica sensazione che si sente prima che ti stiano per dare una notizia tragico-irreversibile.

“Anna, ci dispiace tanto”.

“Non vi capisco”, ho riso. “Cos’è successo?”, chiesi, perché io non sono di quelli che han paura di sapere.

“Non lo sai di Flavio?”

 

Una mia collega nascosta in un angolo ha cominciato dal niente a piangere col sonoro.

Ok, significa che Flavio è morto. E magari morto male se tutto l’ufficio lo sa. Vivo in una città minuscola, ma, se lo hanno saputo prima di me, significa che forse lo hanno letto sui giornali, o magari lo hanno sentito alla televisione. E ora respira, Anna, respira. E infatti ho respirato, serena, come se niente fosse, non sentivo assolutamente niente. Ok, ragazzi, non mi dite niente, ho capito tutto. Poggiai la borsa sulla scrivania. La giacca sulla sedia. Considerai che i miei movimenti erano ancora fluidi e che la mia percezione dello spazio era corretta. Per favore, non fatemelo vedere, anche se poi cambio idea, impeditemi di vederlo. Non sono morti belle.

Ora che ho preso venti gocce di tranquillante da bestie, non riesco a capacitarmi su come ho fatto a capire, senza che nessuno mi avesse ancora spiegato come era morto, che si è suicidato.

È stato ieri notte. Stava insieme a una ragazza da un pezzo. Parlavano di sposarsi. Era un amore di ragazzo, laureato a pieni voti in giurisprudenza, stava finendo il praticantato; uno responsabile, mai che lo abbia visto con una canna in mano. Eppure.

Non ho ancora pianto.

“Anna, ti ha scritto una lettera, è per te, leggila, leggila ti prego, è tua”, mi ha detto sua sorella completamente impazzita dal dolore, porgendomi tremante un foglio di quaderno un po’ stropicciato con una scrittura incredibilmente lucida e precisa. Non lo volevo prendere in mano, mi faceva senso. Appena l’ho afferrato con le punte delle dita mi ha colto una nausea tremenda, e ho spinto giù il conato acido che mi è salito in bocca.

 

Intanto s’era levato un vento impetuoso  di tramontana,

che soffiando e mugghiando con rabbia, sbatacchiava in qua e in là il povero impiccato, facendolo dondolare violentemente,

come il battaglio di una campana che suona a festa.

E quel dondolio gli cagionava acutissimi spasmi, e il nodo scorsoio, stringendosi sempre più alla gola, gli toglieva il respiro.

A poco a poco gli occhi gli si appannarono;

e sebbene sentisse avvicinarsi la morte, pure sperava sempre che da un momento all’altro sarebbe capitata qualche anima pietosa a dargli aiuto.

Ma quando, aspetta aspetta, vide che non compariva nessuno, proprio nessuno,

allora gli tornò in mente il suo povero babbo... e balbettò quasi moribondo:

- Oh babbo mio, se tu fossi qui!

E non ebbe fiato per dire altro.

Chiuse gli occhi, aprì la bocca,

stirò le gambe e, dato un grande scrollone, rimase lì come intirizzito*.

 

Dumma sta continuando a fare le fusa.

Si dice che i gatti neri portino male, perché sono molto longevi. Sopravvivono a tutti.

 

* Le avventure di Pinocchio