Marianela Campo
Dodici anni
Nulla odiava di più di quel nomignolo che le avevano cucito addosso: Olivia, come la fidanzata di Braccio di ferro, perché era alta e secca come lei, anche se, a differenza di lei, non aveva un fidanzato.
Non che la preoccupasse il fatto di non avere un ragazzo: aveva 12 anni e per queste cose poteva pure aspettare. Neppure si curava troppo che fosse tanto più alta dei suoi coetanei, e magra come un manico di scopa, e senza tette: una volta – e questo le era bastato – le avevano detto che con quel fisico lì, da grande avrebbe potuto fare la modella.
Pazienza, dunque, che adesso tutti la chiamassero Olivia, proprio lei che aveva un nome bellissimo, Violetta, dolce e romantico e profumato. Pazienza: perché lei aveva un sogno, ed era questo a farla sentire speciale. Lei non avrebbe fatto la modella, no, avrebbe fatto la mezzofondista: avrebbe corso gli 800 e i 1500 metri e sarebbe stata la più forte di tutte.
Si era innamorata dell’atletica due anni prima, guardando le Olimpiadi in televisione: le braccia alzate al traguardo, i vincitori avvolti dalla bandiera, le foto e le interviste, e poi sul podio, a cantare l’inno, sommessamente o a squarciagola, le lacrime agli occhi, il sorriso felice. Quello era il suo sogno: salire sul gradino più alto del podio, con gli occhi lucidi, la medaglia al collo e tutto il resto.
Si era iscritta così a un corso di atletica per la sua fascia di età, e da allora non aveva perso neanche un allenamento. Sempre presente, e senza mai risparmiarsi. È vero, non era tra le più forti, e Franco e Alberto, i due allenatori del gruppo, non sembravano accorgersi un granché di lei. Ma lei era la più determinata e con la sua forza di volontà sarebbe ben presto riuscita a emergere.
Peccato solo che nel gruppo non si trovasse bene. Nessuno, per fortuna, la chiamava Olivia, ma non erano molte neppure a rivolgerle la parola. Le brave facevano gruppo a sé, le altre, non ammesse, aspiravano a farsi accettare dalle prime: o lupi grassi o lupi magri, insomma, come avrebbe detto sua nonna…
Quel giorno, in attesa che iniziasse l’allenamento, aveva chiesto a Stella, la mezzofondista più forte, la vera star del gruppo, se, con un padre londinese e una madre romana, si sentisse più italiana o più inglese. “Mi sento solo me stessa”, aveva risposto lei, altera e sicura, riscuotendo l’apprezzamento degli allenatori. Ma come? E la bandiera? E l’inno? E il tifo dei connazionali da casa? Ma non c’era stato tempo di dire nulla. Franco e Alberto avevano riunito il gruppo per una comunicazione importante.
“Abbiamo deciso – aveva cominciato Franco – di dividervi in due gruppi, per rendere il lavoro più agile. Quelle di voi che sono nell’elenco che ora leggeremo continueranno ad allenarsi con me e con Alberto, dedicandosi in particolare alla velocità, al mezzofondo, al salto in alto e al salto in lungo. Le altre andranno a formare un altro gruppo, che si concentrerà di più sui lanci. Con ciò, sia chiaro, non intendiamo fare una distinzione tra brave e meno brave, ma solo accompagnare meglio le vostre diverse predisposizioni… Alberto, l’elenco…”
Violetta aveva sentito una mano gelata serrarle lo stomaco. Non si era soffermata sull’ipocrisia della comunicazione, il cui evidente obiettivo, non c’erano dubbi, era proprio quello di dividere le brave dalle meno brave, senza neppure attendere che fossero le gare a operare l’inevitabile selezione. Aveva iniziato solo a pregare: “ti prego ti prego ti prego, fa’ che io sia nell’elenco, anche per ultima, non importa, ma ti prego, ti prego, fa’ che ci sia”.
“Alice, Arianna…”
Oddio, vanno in ordine alfabetico…
“Stella, Laura Moretti, Laura Dell’Olio…”
No, in ordine sparso…
“Giulia, Valentina…”
Giulia, c’è Giulia, se c’è lei forse ci sono anch’io, non è più forte di me negli 800…
“Stefania, Mara, Giovanna…”
Non ci sono, me lo sento… Dio, ti prego, ti prego, fa’ che non mi scartino…
“Federica, Sara, Marta e Monica”.
Non ci sono.
“Le ragazze dell’elenco restino qui. Le altre, in attesa che arrivi il nuovo allenatore, possono riscaldarsi con qualche giro di corsa. Buon allenamento a tutte”.
Violetta aveva la bocca secca. Si era allontanata senza dire nulla, il senso di delusione che si allargava dentro di lei come una macchia di inchiostro. Aveva cominciato a correre, a correre, a correre, sperando che la terra la inghiottisse, che divorasse i suoi sogni di gloria, il podio, la bandiera, Stella, gli allenatori e tutte le atlete.
Correva leggera e senza affanno, 400 metri, 800 metri, il cuore sempre più di piombo. “Non hanno creduto in me, non hanno creduto nella mia determinazione”. Le ragazze dell’elenco erano ancora lì, ad ascoltare Franco e Alberto che parlavano. Sorridenti le ragazze, sorridenti gli allenatori. La macchia di inchiostro che si allargava dentro di lei.
Lei doveva andare a fare i lanci: del peso, del giavellotto, del martello. Lei che i suoi compagni chiamavano Olivia perché era alta e secca come un chiodo. Le aveva viste, in televisione, le campionesse di lanci: massicce come armadi, il braccio grosso più delle sue due braccia insieme. Forse Manuela, un’altra delle escluse, robusta e possente, poteva diventare una brava lanciatrice. Ma lei? Lei aveva il fisico della mezzofondista, della fondista, magari… Di che cavolo di predisposizione parlavano?
1200 metri percorsi con rabbia, nessuna traccia ancora dell’allenatore, le ragazze dell’elenco che iniziavano ad allenarsi sugli scatti. Nessuna le aveva detto niente, nessuna si era meravigliata della sua esclusione.
Ma perché, se si era iscritta ad atletica proprio per correre, ora doveva andare a fare altro? Forse che in piscina, se sei lenta a stile libero, ti mandano in un’altra vasca a fare dorso? No, ti fanno fare comunque tutti gli stili, che tu sia brava o meno.
Forse avrebbe dovuto dire qualcosa. No, a me i lanci non interessano, me ne vado. O forse doveva semplicemente prendere le sue cose e andarsene. Ma così la sua delusione sarebbe diventata pubblica. Così tutti avrebbero detto: “Violetta c’è rimasta male”. E poi avrebbero commentato: “ha poco da rimanerci male, se non è tagliata per l’atletica cosa pretende?”
1600 metri di pensieri sporchi di inchiostro.
All’inizio del quinto giro, Manuela l’aveva chiamata, allegra come al solito. “Vieni, è arrivato l’allenatore”.
Eccole lì, le escluse. Le sfigate. “Ragazze, oggi comincerò a darvi i primi rudimenti del lancio del peso. Non farete solo lanci durante l’anno, sarà un allenamento completo. Ma i lanci avranno la priorità. Oggi proveremo soltanto il passo”.
Quel giorno il suo allenamento era durato solo altri 15 minuti. Al sedicesimo minuto, Violetta aveva deciso che ne aveva abbastanza. All’allenatore aveva detto che aveva il mal di pancia, e che andava casa.
“D’accordo, ma lunedì torni, vero?”
“Certo, ci vediamo la prossima settimana”, aveva risposto. Te lo puoi scordare che torno, aveva pensato.
Lei in quello stadio non ci avrebbe messo piede mai più. Avviandosi alla fermata dell’autobus, trascinando il peso della sua sconfitta, Violetta diceva addio al suo primo sogno da adolescente, pensando che sarebbe stata dura continuare ad essere semplicemente Olivia, ora che non aveva più nulla che la facesse sentire speciale.
Ma ci avrebbe pensato più tardi: la mattina seguente ci sarebbe stato il compito in classe di matematica, e lei doveva concentrarsi sullo studio. Al suo futuro ci avrebbe riflettuto con calma dopo. Chissà, forse l’attendeva una carriera da modella.