Tommaso Chimenti

Cani

Il Paradosso di Ada

 

A me sono sempre piaciuti gli animali e più di tutti i cani. Ne ho sempre avuti fin da quando ero piccolo e con i miei abitavo in campagna. Ora sono anziano. Non sono mai stato senza cani. Prima andavo a caccia ma ho smesso da diversi anni. Ormai le gambe non mi reggono più molto e ho bisogno del bastone per camminare. Andavamo nei boschi io e Malessere, il mio setter irlandese.

Era bello, correva che sembrava ridesse. Ad ogni passo, ogni zampata sul terreno umido, il pelo gli svolazzava prima in alto per poi ricadergli tutto addosso proprio come un sorriso. Era per quello, per quella sua aria di festa, che lo abbiamo chiamato Malessere. Era soprattutto mia moglie l’addetta ai nomi. Io mi sceglievo il cane ma lei voleva dargli il nome che più le piaceva.

“Se devo chiamarlo tutto il giorno e dargli pure da mangiare lo voglio chiamare come mi pare”, mi diceva. E non aveva tutti i torti. Come sempre, del resto. Eravamo arrivati a questo compromesso. Lei gli trovava sempre questi nomi strani. Nomi composti da più parole. Io non avevo mai sentito di cani chiamati come i nostri. Era originale. Ada era intelligente. Ero orgoglioso di lei.

Agli amici del circolo di Caccia e Pesca dicevo come avevamo battezzato l’ultimo cane e tutti si mettevano a ridere. Ormai era diventato un rito. Mia moglie li spiazzava sempre. Io portavo a casa il cucciolo e lo mettevo a zampettare nell’aia davanti a casa. Lo lasciavo libero e Ada lo guardava dalla soglia della porta. Stava lì ferma col grembiule e le braccia incrociate. Lo studiava. Si studiavano. Poi si metteva una mano su una tempia e pensava.

Lo guardava compiere i primi passi, i movimenti e dopo poco arrivava l’illuminazione, il lampo. C’era stato il boxer Paragrafo perché stava contorto a terra come una parentesi graffa, ci fu l’alano Maniscalco perché scalciava, poi arrivò Spazzacamino, un terrier con il pelo grigio cenere. Mi saranno passati dalle mani una decina di cani. Alcuni da tenere in casa, altri da guardia, altri ancora da caccia.

Ma ora sono vecchio. Mi sono rimasti Paradosso, uno spinone ingobbito, e Calcestruzzo, un labrador che quando ha paura corre subito a rifugiarsi al pozzo.

“Allora è stasera?”, mi chiese Ada entrando con le sporte della spesa in mano. Aveva tre sacchi grossi di plastica. Para e Calce le andarono incontro. Scodinzolavano, le giravano attorno. Ero sulla sedia davanti al camino spento.

“Sì, è stasera”, lo dissi senza nessuna espressione particolare.

“Ti potevi almeno accendere il fuoco!”, mi disse Ada mentre stava tirando fuori dalle buste la spesa.

“Mi faceva troppo male la schiena e non sono riuscito ad alzarmi”, le risposi toccandomi con la mano sinistra i lombi flaccidi.

“Domani mattina quindi dovrò stare a casa?”, mi chiese dandomi le spalle.

“Certo, sennò il nome al nuovo arrivato chi glielo dà? È compito tuo, no? Lo sai che sei bravissima. È da anni che lo fai”.

Ada aveva messo tutti i barattoli e i cartocci sul pianale accanto al cestello della cucina.

“Me li hai comprati i piselli?”, le chiesi discreto.

“Certo che te li ho presi. Sono cinquant’anni che ti faccio da mangiare. Secondo te non te li avrò presi i piselli. Sono l’unica verdura che mangi”.

Ada era ancora bella nonostante l’età. I capelli erano ancora neri, i seni grandi e i fianchi belli larghi come piacciono a me.

“Insomma è stasera, allora?”, continuava a insistere.

“Ti ho detto di sì. Perché continui a chiedermelo?”, avevo puntato i gomiti sui braccioli della poltrona e tentavo di alzarmi. Senza riuscirci.

“Era solo per chiedere. Non mi sembrano ancora così da buttare e poi un altro nuovo è una grande faticaccia, soprattutto adesso che tu non ti muovi bene come prima”. Si asciugò le mani a uno straccetto che era attaccato ad un chiodino sotto il lavello e venne a carezzarmi la testa.

Ho dieci anni più di lei. I nostri figli sono stati i cani. Quando arrivavano a una decina di anni li portavo dietro il capanno. Dopo i dieci anni cominciano a soffrire. Calce stava annusando la gonna di Ada e con il naso le batteva sulle calze. Avevano fame. Para faceva invece la spola tra la mia sedia e i fornelli dove Ada smanettava. Era brava quella donna in cucina.

“Domattina chi ti accompagna all’allevamento?”, mi chiese continuando a girare la carne dei cani che sfrigolava sul fuoco lento.

“Vuoi che ci venga anch’io?”, aggiunse fermando il mestolo di legno scuro che impastava quella brodaglia giallognola.

“No, assolutamente, Ada. Scegliere il proprio cane è un compito da uomini. Devo vederlo, tastargli le zampe, controllargli i denti, seguirne i movimenti in mezzo ai fratelli e con la mamma che li allatta. È una questione da uomini”.

Ada non aveva mai scelto nessun cane che era arrivato in casa ma tutti si erano più affezionati a lei che a me. I due intanto continuavano a guaire sul pavimento di cotto della cucina. Le code sbattevano contro le ante basse dei mobili e ogni tanto si mordicchiavano l’un l’altro presi dall’eccitazione.

Tutti i nostri cani sono sempre stati maschi. Dal primo all’ultimo. Le femmine non le capisco proprio. Stavolta avrei preso un pastore maremmano. Mi erano sempre piaciuti. Non vedevo davvero l’ora. Avrei cenato e poi avrei fatto quel che c’era da fare. È la natura che ce lo insegna, io accelero soltanto l’ultima fase. Ma ho bisogno di un cane nuovo.

Ada mi avrebbe aiutato ad alzarmi, mi avrebbe passato la doppietta e mi avrebbe accompagnato dietro il casotto degli attrezzi. O un cane lupo, ancora non avevo deciso.

“Bistecca di maiale, ti va bene?”, mi disse la mia cuoca preferita.

“Sei un angelo, tesoro”, ne sentivo già il sapore in bocca. I cani intanto avevano ripulito le ciotole di metallo e si stavano leccando spaparanzati vicino alla stufa.

“Ma l’hai già scavata la buca?”, mi disse Ada girandosi di scatto verso di me. I nostri occhi si incontrarono e mi sembrò di non riconoscerla. Aveva il chiarore dei legnetti che stavano bruciando nel camino. Aveva messo la carta sotto e sopra dei pezzetti di legna, canne di bambù e corteccia, sughero. Il fuoco aveva preso subito corpo e lei ci aveva aggiunto subito due pezzi un po’ più grandi e un bel ciocco di castagno. La stanza cominciava a riscaldarsi.

“Come farei senza di te”, esclamai toccandole un fianco.

“Come avresti fatto senza di me in tutti questi anni”, aggiunse lei.

“Hai ragione, cara”, mi affrettai ad assecondarla. Alla fine non voleva mai staccarsi da quelle bestiacce, non voleva disfarsene. Ne avevamo parlato più e più volte. Ogni volta sembrava avesse capito e dopo una decina d'anni eravamo alle stesse storie. Faceva resistenza.

Ada si era preparata una minestra di brodo. Era fumante davanti a lei. Ci aveva grattato il parmigiano dentro e spezzettato del pane raffermo. A me la minestra non era mai andata giù. Per me sulla gratella stava sfrigolando la bistecchina. Finì di risucchiare il brodo e si alzò a togliere dal fuoco la carne. Il mio piatto sbatté sulla tavola.

“Sei arrabbiata?”, le chiesi nel tono più gentile che conoscevo.

“No, affatto, anzi scusami, mi è soltanto scivolato il piatto dalle mani bagnate”, rispose posando la sua sinistra sulla mia destra sopra il tavolo. Mi guardò e la trovai rasserenata. Era tornata l'Ada che conoscevo.

I cani li seppellivo in fondo all'orto così concimavano anche la terra e le cipolle, i porri e i pomodori venivano su che era una meraviglia. Non avevamo avuto figli, forse era per quello che Ada si affezionava così tanto a quei quadrupedi. Anzi, due volte rimase incinta ma grazie alla signora Concetta tutto tornò a posto. Con dei semplici ferri da calza roventi la signora Concetta aveva fatto un grandissimo lavoro. Era stato proprio un miracolo.

Ada tutte e due le volte era rimasta per un mese a letto con fortissimi dolori al basso ventre. Piangeva e si disperava ma dopo pian piano era stata meglio. Ora era una donna serena e si poteva dedicare con tutta se stessa a me. Ero anziano adesso e avevo bisogno di tutto il suo aiuto.

Il maiale va cotto bene, non è come il manzo che al sangue è comunque buono. Il maiale no. E Ada la bistecca di maiale sapeva cucinarla, non c'era nessuna obiezione. Salata e pepata a dovere. Ada conosceva i miei gusti. E poi era affidabile, sapeva i miei desideri prima che glieli dicessi. Mi ero sempre trovato bene con lei. Anche lei con me, credo. Anzi ne sono proprio sicuro. Lei si era presa la seconda scodella di minestra e se la beveva di gusto. Ci dava dentro con quel cucchiaio. Rovistava nella scodella cercando i pezzetti di pane ormai impregnati di brodo. Sembrava uno dei nostri cani con il muso ficcato tutto nella ciotola alla ricerca dell'ultimo pezzo di carne avanzato.

Mi faceva un po' pena, povera Ada. Anche se era più giovane di me di dieci anni. Quando me ne sarei andato chi avrebbe badato a lei? Sicuramente il nostro nuovo cane.

“La cena era ottima”, le dissi. Sentivo che aveva bisogno di rassicurazioni e certezze.

“Come sempre”, mi sembrò giusto aggiungere, tanto per darle il contentino. Ada era felice a farmi trovare pronti pranzo e cena. E io l'accontentavo mangiando tutto di gusto. Poche volte mi ero lamentato ma erano state occasioni nelle quali non avrei potuto fare altrimenti. Una delle prime volte che cucinava per me mise i capperi nel pomodoro e un'altra fece la pasta scotta. Cose davvero inaccettabili.

Quando raccontai agli amici del Caccia e Pesca che avevo preso i piatti e li avevo fracassati sui muri loro avevano riso. So per certo che mi capivano. Anche loro, ne sono sicuro, facevano allo stesso modo a casa loro. Dopotutto eravamo uomini. Siamo uomini.

“Grazie, caro”, mi rispose. Era contenta e sorrideva. Si pulì la bocca con l'angolo del tovagliolo poi tracannò un gotto di vino. A noi è sempre piaciuto il vino rosso sincero.

“Mi sa che è l'ora”, le sorrisi. Calce e Para se ne stavano con il muso uno accanto all'altro. I nasi umidi quasi si sfioravano. Erano sempre andati d'accordo quelle due bestie.

“È l'ora di andare, su”, dissi ai due addormentati. Mi guardarono con gli occhi iniettati di sangue dal sonno. Si stava bene dentro vicino al camino.

“Andiamo fuori”, dissi deciso e fermo.

“Ti aiuto ad alzarti”, mi disse Ada. Non c'è donna più gentile sulla faccia della terra. Ada è straordinaria.

“Grazie, amore”, mi venne dal cuore, spontaneo. Mi venne quasi da piangere pensando alla creatura che mi era stata sempre accanto per tutti questi anni.

“Ti prendo il bastone”, aggiunse dopo avermi tirato su in piedi. Adesso mi appoggiavo al tavolo con le mani. Con una gamba stavo spostando leggermente la sedia all'indietro. Ada era andata vicino alla stufa dove avevo lasciato il bastone in legno d'olivo. Era tutto bitorzoluto e nodoso. Era bello quel bastone, liscio con tutte queste nervature che spuntavano dal nulla come piccoli crateri.

A volte me ne stavo tutto un pomeriggio sulla mia poltrona e me lo passavo a occhi chiusi da una mano all'altra. Mi credevo un ballerino di tip tap degli anni quaranta o un lord inglese o un re con il suo scettro. Ci passavo sopra i miei polpastrelli duri e callosi. Avanti e indietro. Ci passavo le ore. A volte con quel bastone ci ho anche picchiato i miei cani.

Gli animali hanno bisogno di sapere chi è il padrone, e puoi insegnare alle bestie chi è che comanda solo con un po' di sana violenza. Comunque a fin di bene. I cani vogliono essere sottomessi, cercano una guida salda e sicura. Hanno bisogno di punti di riferimento, come ne ha avuto bisogno Ada. Sono stato il suo faro e il suo porto sicuro. E lo sono tuttora. Anche se non cammino più bene, Ada non può fare a meno di me.

Mi portò il bastone e me lo mise nella mano destra. Lentamente uscii con le gambe da sotto il tavolo e mi avviai verso la porta.

“Te lo prendo io il fucile?”, mi chiese ed era gentile con un tono mesto e calmo.

“Grazie amore. È nel solito posto”. Mi aveva visto mille volte pulire il fucile prima di andare a caccia o rimetterlo a posto dopo aver sparato a fagiani e cinghiali.

“La fossa in fondo al campo l'ho fatta fare oggi da Tonino. Gli ho detto che mi serviva per piantarci più avanti le zucche. Pensa te che allocco. Ci ha creduto anche se siamo fuori stagione”. Tonino era un bracciante che avevo chiamato per darmi una mano nei campi dopo che la malattia alle gambe si era aggravata. Ada intanto era andata al capanno. Sentivo che stava armeggiando.

“Ada stai attenta che è già carico. L'ho preparato in questi giorni. Ha il colpo in canna”, e andai lentamente appoggiandomi al bastone verso il fienile. Io, oltre ai cani, ho sempre tenuto anche le galline e le anatre. Io facevo il vino e l'olio per conto mio. Io non ho mai chiesto aiuti a nessuno. Io sono e resto un contadino. Avevo e ho sempre avuto sani principi alle spalle.

“Ada dove sei?”, le chiesi. Poi ho sentito un forte bruciore alla pancia e ho visto Paradosso e Calcestruzzo saltellarmi intorno e leccarmi proprio qui alla bocca dello stomaco.