Manfredi M. Giffone
...è sempre più verde
E fu sera e fu mattina. Filtrando fra i rami di una jacaranda in fiore la luce del pomeriggio arrivò a illuminare la pelle verde e rugosa del Camaleonte che riposava immobile in attesa di una preda; restare fermi, nascosti, funzionava sempre e dopo pochi minuti il Camaleonte riuscì a catturare una mantide religiosa; la colpì con la lingua, la divorò, poi scosse un poco la coda, aprì le tre dita di una zampa, iniziò a muoversi con circospezione, ondeggiando avanti e indietro ad ogni passo e imitando la corteccia dell’albero con un marrone screziato.
Un fiore lilla gli sbarrò la strada. Il Camaleonte lo afferrò, lo piegò delicatamente di lato, lo scavalcò e oltre il fiore, sulla sommità della jacaranda, trovò un altro maschio, rosso e infuriato.
Per difendersi anche il Camaleonte provò a sfoderare un rosso ma ottenne un mediocre bourdeux mentre il suo avversario sfoggiava uno scintillante rosso rubino. Allora il Camaleonte provò a cambiare campo di battaglia spostandosi sul giallo ma l’Avversario lo seguì gonfiando il corpo per la rabbia e diventando di un colore acido come l’urina dei felini, un giallo esplicito e volgare da cui si capiva che aveva posseduto molte femmine. Il Camaleonte provò un giallo più intenso ma lo sforzo lo fece virare verso il blu e quindi decise di passare al blu più scuro che sapeva fare, un blu al quale l’Avversario rispose con un colore terribile come un buco nero nel cielo che risucchia la luce delle stelle dentro gorghi tanto rapidi da risultare statici e tanto blu da essere neri, un nero che non si era mai visto o che non si poteva vedere; di fronte a quella scena il Camaleonte iniziò a passare in rassegna tutti i colori che sapeva fare e si rese conto di conoscere solo tenui tonalità, colori pallidi e vagamente rosati. Iniziò ad avere paura e nella confusione, per un riflesso, lanciò a vuoto la lingua; voleva ancora mangiare, trovare qualche insetto, tirare a campare ma quando l’Avversario gli diede un morso su una zampa, il Camaleonte si lasciò cadere nel vuoto, precipitando attraverso le fronde della jacaranda.
Andò a sbattere contro un grosso ramo e per diversi minuti rimase a tremare dalla testa alla coda, indolenzito, umiliato, sconfitto. E ancora vivo. Al pensiero che l’Avversario avrebbe potuto raggiungerlo si alzò, provò a cambiare colore ma la sua pelle ricoperta di ferite divenne olivastra, fangosa e il Camaleonte iniziò a scappare. Attraversò foglie, rami, alberi, cespugli, camminò sulla terra brulla con la movenza sgraziata dei sauri, su sassi, pietre, rocce e di nuovo fra l’erba, in mezzo a piante fiorite, finché arrivò sotto un baobab su cui si arrampicò.
Trascorse intere stagioni sull’albero limitandosi a colpire gli insetti che gli capitavano a tiro, mangiando ogni tanto per mantenere quel poco di vita che gli rimaneva. Era guarito dalle ferite più profonde ma nonostante questo, continuava a oscillare da un colore all’altro e ogni colore era confuso, meschino, insignificante. Non gli riusciva più neanche il solito verde e ridotto in quello stato era meno di un camaleonte qualsiasi. Ad ogni fruscio di foglie temeva che l’Avversario lo raggiungesse per finirlo e questa paura lo accompagnava ad ogni momento. Sapeva che sarebbe morto, era solo una questione di tempo. Lo era sempre stata.
Una mattina venne svegliato da uno scossone e si sporse terrorizzato per controllare cosa stesse succedendo. Sul baobab era arrivato un altro animale, un animale grande e di un colore mai visto, uno scimpanzé completamente bianco che si spostava di ombra in ombra, evitando la luce con giri lunghi e laboriosi.
La scimmia si accomodò su ramo, strappò un ramoscello con cui si grattò la schiena sbuffando e rimase lì ferma, sonnecchiando di tanto in tanto. Incuriosito, il Camaleonte si sporse il più possibile dal ramo e rimase a guardare lo scimpanzé osservandone i muscoli rilassati, la pelle che spuntava in alcuni punti dove i peli bianchi si diradavano, l’espressione rassegnata con la quale passava il tempo al riparo dalla luce. Sentì che erano simili. L’uno non riusciva più a mimetizzarsi, l’altro era costretto a evitare la luce del sole mentre avrebbe voluto saltare libero da un albero a un altro. Entrambi vivevano nascosti.
Con il passare delle ore i colori sbiaditi e oscillanti della pelle del Camaleonte iniziarono a confondersi, a fondersi, a sovrapporsi, diventando sempre più chiari e uniformi e al tramonto, mentre lo scimpanzé si rimetteva in cammino, il Camaleonte si addormentò. La mattina seguente si svegliò con un grosso grillo a portata di tiro che divorò con gusto.
In primavera riuscì a ricreare un verde senza pretese che gli bastava per rimanere mimetizzato e sgranocchiare qualcosa e di tanto in tanto provava a realizzare qualche altro colore.
In una fresca giornata di maggio, poi, scorse una femmina su un altro ramo del baobab che provò a corteggiare con un arancione striato di azzurro. Lei gli voltò la schiena, allontanandosi di qualche passo e lui rimase a guardare ma quando la vide che si abbelliva con un leggero velo di rosa si incamminò verso il suo ramo, la raggiunse e cercò di afferrarla per il dorso. Lei sembrò non gradire ma arrotolò la coda al ramo e si fece cadere all’indietro, dondolandosi leggermente. Il Camaleonte si godette quella tenera oscillazione lasciva prima di spostarsi verso l’estremità del ramo per provare a penetrarla e dopo qualche piccola difficoltà che rese tutto più interessante la loro unione fu completa. Gli incontri si ripeterono per qualche tempo.
Un pomeriggio, mentre si stava recando dalla femmina, il Camaleonte notò un fruscio di foglie ai piedi dell’albero; doveva essere una mangusta che aveva visto aggirarsi nelle vicinanze da qualche tempo o qualche altro piccolo animale che viveva nei pressi del baobab. Oppure si era sbagliato del tutto ed era solo un cespuglio che ondeggiava al vento, anche se vento non ce n’era. Insomma era sicuro che non fosse niente di preoccupante ma decise comunque di andare a controllare perché, in fondo, sapeva perfettamente di chi si trattava e così iniziò a scendere piano lungo il baobab. Poi sempre più veloce. Incontrò l’Avversario a metà del tronco.
I due camaleonti rimasero a guardarsi a un paio di metri di distanza. Dallo sguardo dell’Avversario il Camaleonte capì che non lo aveva riconosciuto e così provò a prenderlo di sorpresa tirando fuori un colore brillante. L’Avversario di fronte a quella provocazione spalancò la bocca, infiammandosi di rabbia e il Camaleonte si rese conto che non aveva idea di cosa fare ma soprattutto che fra la paura della morte e la possibilità concreta di morire c’era una bella differenza. E lui, lui doveva sopravvivere, doveva scappare, salvarsi, arrivare alla cima dell’albero. Ma più si arrampicava più capiva che non c’era via di uscita e che, anzi, stava portando l’Avversario verso la femmina.
Iniziò a rallentare terrorizzato. Gli mancava il fiato e sentiva il freddo entrare nei polmoni a ogni respiro; un’aria gelida, vuota, un’aria bianca che gli gonfiava il cuore. Gli venne in mente lo scimpanzé, un immacolato attendista albino, al riparo sotto i rami del baobab e il ricordo si fece da subito insistente, tanto affascinante che in pochi secondi il Camaleonte non riuscì a pensare altro che alla scimmia seduta all’ombra con lo sguardo rassegnato a vivere sotto la minaccia dei raggi solari. Quando il pensiero saturò completamente di bianco la mente del Camaleonte, una chiazza candida ne contaminò la pelle iniziando a spandersi come una vitiligine.
L’Avversario stava salendo accecato dalla rabbia, di un rosso tanto acceso da risplendere mentre spostava rami e foglie che lo separavano dal suo rivale. Voleva distruggere il Camaleonte, annientarlo, strappargli la pelle a morsi e spolparne le ossa ma quando lo raggiunse si bloccò disorientato: il Camaleonte era completamente bianco.
Di fronte a quello strano comportamento, l’Avversario si sentì insicuro per la prima volta nella sua vita; cercò di mascherare la cosa con una passata di giallo al centro della schiena che rese il rosso incandescente come la lava e poi riprese ad avanzare, convinto che appena il Camaleonte lo avesse visto sarebbe morto sul colpo. Ma il Camaleonte si era addormentato e con gli occhi chiusi non poteva vedere nulla.
Tutto sommato sonnecchiando all’ombra non stava male. Certo, con la luce poteva capire meglio quali colori si intonavano con l’ambiente ma se il giorno in cui aveva incontrato l’Avversario la luce fosse stata diversa, se si fosse trattato di essere sfumati, delicati, se fosse stata una sfida di astuzia, chi avrebbe vinto?
La femmina, in un’affascinante mise rosa, controllava il Camaleonte con un occhio e l’Avversario con l’altro. Era disposta a concedersi al vincitore e ammiccava ad entrambi; si spostò per assistere meglio allo scontro e il suo movimento provocò una vibrazione lungo il tronco che svegliò il Camaleonte.
L’Avversario stava ancora fissandone la pelle bianca quando, sul fianco del Camaleonte, vide comparire una riga nera dai riflessi lucidi e poi un’altra linea che andava dal ventre verso il dorso e ancora altri segni che andarono a comporre due occhi, una fronte ampia, un muso e in pochi minuti si trovò ad osservare il proprio volto come in uno specchio. Sulla propria pelle il Camaleonte riprodusse fedelmente la cresta prominente del rivale, la bocca leggermente aperta, l’espressione incuriosita per la sorpresa di trovarsi davanti a un altro maschio che gli sembrava sempre più familiare. L’Avversario non capiva ancora chi o cosa gli stesse di fronte e scosse la testa infastidito mentre il volto dipinto sul fianco faceva la stessa identica cosa. Allora spalancò la bocca e quando vide che il suo doppio faceva altrettanto, iniziò a comprendere che fra lui e il volto che gli stava davanti c’era una relazione. Provò ad alzare una zampa una, due volte, poi alzò anche l’altra zampa, si sbilanciò in avanti e allungò prudentemente il braccio per provare a toccare il disegno. Ma prima che potesse sfiorarlo, il Camaleonte lo colpì con la coda più forte che poteva e l’Avversario cadde, schiantandosi al suolo.
Il Camaleonte diede un ultimo sguardo alla femmina viola per l’eccitazione e poi scese dal baobab ruotando con molta attenzione gli occhi in tutte le direzioni. Raggiunse l’Avversario che giaceva dietro alcune pietre, si fermò a un paio di metri di distanza e rimase a osservarlo fino al tramonto. Poi si avvicinò al corpo.
L’unica testimonianza del turbinio di rossi che l’Avversario sapeva fare così bene era la pozza vermiglio che si era creata intorno al suo cadavere.
Il Camaleonte frustò la lingua in aria per tre volte e divenne della tonalità di rosso che solo l’Avversario sapeva fare, poi riprese il suo solito colore e ritornò sull’albero.
Dopo tutto il verde non era affatto male.