Chiara Mammì
L’abito da sposa
Dio, che supplizio!
Mi sento prudere dappertutto. Appena esco da questo vestito mi do una di quelle belle grattate come cristo comanda. Magari lo faccio adesso? Beh no, forse non è il caso. È che questo corpetto stringe talmente tanto! …d’accordo, avevo chiesto una cosa a metà tra Rossella O’Hara e Angelica del Gattopardo, ma la sarta mi ha preso alla lettera! Colpa mia. Su alcuni particolari le ho dato il pilotto, e perciò…
Stamattina per allacciarlo ci sono volute due persone, la zia Rosetta e Alice, mia cugina. Tiravano, tiravano, e tiravano talmente tanto - puntando i piedi sul mio fondoschiena - che ho temuto di restarci secca. Però, va detto, il risultato è davvero pazzesco. La gonna è talmente larga, tonda e vaporosa che faccio fatica a farla passare per le porte. Ci ho fatto uno studio approfondito, sapete? Mi metto a sfinge, di profilo e poi, pazientemente, mi faccio passare come il filo attraverso la cruna di un ago. E se mi muovo? Un fruscio che è una musica e tutto uno spostamento d’aria che quando avanzo il pubblico, impressionato da tanta abbondanza, mi fa largo.
Sono soddisfazioni.
Che caldo fa in questo benedetto posto? Cristo santo, ho le gocce di sudore che mi colano tra le cosce. Comunque, ho penato tanto ma alla fine ho avuto esattamente quello che volevo, perciò, davvero, ora non posso lamentarmi. Solo, che palle queste autoreggenti! Le sento calare piano piano, inesorabili guadagnano, millimetro dopo millimetro, la strada verso le caviglie. Non è piacevole. Finirò per inciamparci. Pensa che scena se ruzzolo giù per le scale e svanisco risucchiata da questo trionfo di satin e crinoline. Stamattina per infilarmi nella macchina - dove sono scomparsa, inghiottita da chilometri di stoffa - hanno messo su una squadra, con mia madre a dirigere. Tutti che urlavano: «No! tira di qua». «No, di qua!». «Ma che dici, scemo!» (mio cugino Marco), «non vedi che così le stropicci tutta la gonna!». «Brava, così, infila l’altra gamba, ancora un piccolo sforzo, tesoro di zia, e sei dentro!». Un incubo! Quando sono riusciti a inserirci, me e il vestito, è partita una sfilza di pacche sulle spalle e occhiate complici. Poi, lo zio Giacomo - il solito guastafeste - ha fatto notare che avrebbero dovuto farmi scendere e risalire più volte, oggi. Un triste particolare che ha prodotto espressioni perplesse. Ma la mamma, che è un tipo pratico, ha tagliato corto: «Una cosa per volta, per adesso è entrata, questo è l’importante, al resto pensiamo poi».
Ora prego solo di non ripetere quella scena patetica con mia cugina Alice, la pazza. Poco fa, in confidenza, le faccio: «Ehi, ho le calze che mi scivolano giù, un fastidio, non puoi capire!». E lei: «Embè, perché non corri in bagno e non te le tiri su?» e mi guarda con quell’aria che assume quando pensa di aver trovato “la soluzione”. Da prenderla a calci. L’ho invitata a guardarmi meglio. Mi ha squadrato e ha detto: «Ok, ho capito, ci penso io, alza la gonna che ti aiuto». «Come dici scusa?». «Ho detto: alza la gonna che mi infilo un attimo e te le sistemo. Ok?», e gesticolava come a dire: «Sbrigati!». Sbigottita l’ho assecondata, ho alzato la gonna e lei è scivolata sotto dov’è sparita per qualche secondo. Proprio sparita! Alcune ospiti, notando la strana manovra, incuriosite, si sono avvicinate. Poco dopo è riemersa, come uscita dalla tenda del campeggio e, soddisfatta - sorridendo al pubblico assiepato - ha detto: «Tutto a posto». Che vergogna! Però, in effetti, le calze le ha sistemate. E poi, che ficata, c’è l’orchestra e potrò ballare il valzer, ho preso lezioni e…
«E tu!».
…Eh?
«Sì, tu Francesca, vuoi accogliere il qui presente Paolo come tuo sposo nel Signore promettendo di essergli fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarlo e onorarlo tutti i giorni della tua vita?».
Cazzo, ma dice a me? Devo rispondere. Sono qui per questo. No?
«…?»
«Ehm… sì, sì ti accolgo».