Francesco Dimitri
Arrivano gli Ombrafiorita (III)
I
“Allora”, fece Evelyn. “Veruska. Dov’è?”.
“L’ho venduta”.
Angelo fece una faccia scandalizzata. “Come hai osato…”, iniziò, ma Alex lo interruppe.
“È un pappa”, disse. “È il suo lavoro vendere la gente”.
“Non è morale”.
“Che c’entra, dipende dal prezzo. Anche alcuni lettori DVD sono immorali. Sai, la tecnologia che c’è dietro costa pochissimo e invece…”.
Mentre Angelo e Alex iniziavano a litigare, Veronica si accosciò, fissando Boris dritto negli occhi. Le donne Ombrafiorita erano state famose nei secoli non solo per il loro potere, ma anche per la loro bellezza: magrissima, con lunghi capelli neri e un viso affilato, Veronica pareva una slanciata bambolina, che al primo tocco sarebbe andata in frantumi. Questo, finché non la guardavi negli occhi: perché là dentro vedevi l’inferno, e capivi che lei ti ci poteva mandare1. Fu negli occhi che Boris la guardò.
“Ascoltami, pezzo di merda”, sussurrò Veronica. Aspirò l’ultima boccata dalla sua sigaretta di marijuana e poi gettò via il mozzicone. “Questi due sono capacissimi di ammazzarti per sbaglio, capisci?”.
“Ma se vi dico a chi…”.
“Se non ce lo dici, io prendo quello che voglio sapere direttamente dalla tua testa, e poi ti trasformo in un cavolfiore”.
“Davvero sai farlo?”, intervenne Evelyn. “Non me l’avevi detto”.
Veronica le lanciò un’occhiataccia. “Che stavo dicendo?”, riprese. Aveva il cervello un po’ annebbiato dal fumo e dal Martini, e doveva faticare non poco per darsi tante arie senza vomitare, cosa che avrebbe rovinato l’effetto. Comunque buono, il Martini.
“Del cavolfiore”, l’aiutò Evelyn.
“Ah sì, ti trasformo in un cavolfiore. E poi dico al nostro maggiordomo di cucinarti. Se invece mi dici a chi hai venduto Veruska, chiamo la polizia”.
“Ma così vado dentro”.
Veronica indicò con la testa i suoi fratelli. Sopra le dita di Alex si stava formando una crosta di ghiaccio, e gli occhi di Angelo brillavano di una luce color arancione-zucca. Stavano ancora litigando, ma erano passati a recriminare su chi avesse distrutto un paio di boxer della Guinness. “Preferisci loro?”, chiese Veronica.
Non li preferiva.
II
Tornarono a casa esausti. Il giardino2 di Villa Ombrafiorita era immerso nell’oscurità, e le piante lasciate a se stesse incombevano sul sentiero come servitori deformi. Alex e Angelo non litigavano più, tanto che Angelo aveva accettato di tornare a casa sul chopper di Alex. Lui aveva accelerato al massimo, toccando i duecento, per spaventarlo, ma Angelo era rimasto saldo al suo posto, petto in fuori e mento in alto. Ci voleva ben altro per spaventare il capofamiglia degli Ombrafiorita. Evelyn e Veronica li raggiunsero quasi un’ora dopo, con la vecchissima macchina di Veronica. Guidava Evelyn, visto che Veronica, nelle condizioni in cui era, avrebbe potuto investire un bambino scambiandolo per un ex ragazzo.
Giunti a casa gli Ombrafiorita si riunirono, come al solito, nel salone, su un paio di divani logori posti proprio sotto al camino costruito sul soffitto. Alex gli lanciò un’occhiata. “Prima o poi riuscirò ad accenderlo”, disse, come faceva sempre.
“Potrebbe essere pericoloso”, lo ammonì Angelo, come faceva sempre.
Care, vecchie abitudini di famiglia, pensò Evelyn, godendosi la pace della Villa, enorme, fredda, male illuminata e silenziosa.
“Ouch”, si lamentò Veronica, massaggiandosi una tempia. La testa le faceva un male boia. Troppo Martini. O forse erano stati i Cuba Libre. Aveva bisogno di un paio di aspirine. “Aristide”, chiamò.
Il maggiordomo si materializzò (nel senso che arrivò sbucando dalle ombre: non aveva poteri magici, lui, almeno non manifesti) in pochi istanti, portando un vassoio con quattro tazze. “Vi ho preparato il tè, signorini”.
“Sempre tè!”, si lamentò Alex. “Almeno usassi un filtro a testa…”.
“Non possiamo permettercelo, signorino Alex”, rispose umilmente Aristide.
“Secondo me te li freghi tu, i soldi”.
“Ma quali soldi, Alex?”, gemette Veronica.
“I… soldi. Quelli”.
“Noi non abbiamo un euro”, obiettò Evelyn.
“Certo che no”, sottolineò Angelo. “E mai ne avremo, se continuiamo a spendere denari in alcool, droghe e corse folli in moto”. Gli altri tre lo guardarono male, e Veronica stava per rispondere qualcosa, quando Aristide si schiarì la gola.
“Perdonaci, Aristide”, disse Angelo. “C’è altro?”.
“Poi me le porti un paio di aspirine?”, s’intromise Veronica.
“Ne è rimasta soltanto una, signorina Veronica”.
“Una, allora”.
“Insomma, Aristide, che altro vuoi?”, chiese Alex.
Aristide si portò una mano alla palandrana lisa, ne cavò una busta da lettera e la consegnò ad Angelo. Era una busta color bianco sporco, di carta pesante, ottima qualità. Angelo si guardò intorno alla ricerca di un tagliacarte. Veronica sollevò la manica destra e ne tirò fuori uno smilzo coltello da lancio (se ne portava sempre appresso qualcuno: va bene la telepatia, ma non si sa mai). Mentre Angelo apriva la busta, i suoi fratelli gli si strinsero accanto, curiosi. C’era dentro soltanto un foglietto. Diceva:
Orrori a Mezzanotte
Festa di Halloween Terrorizzante, Elettrizzante e Financo Curiosa.
Le SS.VV. sono invitate dai Conti Gelida Deriva Bellavista e Adolfo Bellavista alla festa che segnerà l’ingresso in società della amatissima figliola, la contessina Giada Maria Bellavista.
La maschera è di rigore.
Si prega di confermare la presenza.
“Eh?”, chiese Alex.
“Ci hanno invitati a una festa”, notò Evelyn, con innegabile buon senso.
“Aristide”, chiese Angelo, “per caso sai chi sono questi Conti Bellavista?”.
“Si tratta di una famiglia dalla nobiltà piuttosto antica, signorino Angelo, anche se non paragonabile alla vostra. Le famiglie sono state amiche dal 1812, quando Vittorio Liegi Ombrafiorita salvò dalla bancarotta il Conte Adolfo Bellavista, imprestandogli ventisette lingotti d’oro.”.
“Adolfo Bellavista…”, mormorò Evelyn, riflessiva. “Come quello che ci ha invitati! Quindi sono maghi anche loro, il Conte è ancora vivo”.
“Se mi è consentito, signorina”, la corresse educatamente Aristide, “è più probabile che si tratti di un discendente che ne ha serbato il nome”.
Evelyn ci pensò un attimo. “Fila”, ammise. “Però potrebbe comunque essere immortale”. Nessuno seppe darle torto.
“A quanto pare”, gongolò Angelo, “l’alta società sente ancora il bisogno degli Ombrafiorita!”.
“E se è una trappola?”, chiese Alex.
“Che trappola?”.
“Che ne so, una trappola”.
“E perché uno vorrebbe mettere in trappola noi?”, chiese Veronica. “Per chiedere ad Aristide zuppa di rape come riscatto?”.
“Non parlare con quel tono!”, fece Angelo. “Nella nostra gloriosa storia, abbiamo guadagnato amici a centinaia, ma anche avversari a plotoni”.
“Plotoni o no, secondo me andiamo”, disse Evelyn. “Mi sembra divertente”.
“Vero”, concesse Alex. “E se è una trappola, li accoppo tutti”.
“Non abbiamo i soldi per gli abiti.”, fece notare Veronica. “Io potrei anche cucirli, da qui ad Halloween. Ma le stoffe?”.
“Non è un problema”, disse Alex. Si svuotò le tasche e rovesciò sul tavolo un mucchietto di banconote da cinque e dieci euro, e perfino qualcuna da cinquanta.
“E questi da dove vengono?”, chiese Evelyn.
“Da quei tizi, Boris e gli altri”.
“Hai derubato dei prigionieri?”, disse Angelo.
“Altrimenti lo avrebbe fatto la polizia. Di’, ti da fastidio?”.
“No, no”, sottolineò precipitosamente Angelo, mentre con lo sguardo contava le banconote. “Proprio per niente. Tutto a maggior gloria della famiglia”.
“Comunque non ci bastano”, disse Veronica. “Non se vogliamo fare una figura dignitosa. Con questi ci compro stoffe di seconda mano”.
“Là fuori”, annunciò Angelo, indicando la porta (che dava sull’ingresso, che dava sul giardino, che effettivamente era fuori3), “c’è un uomo che ha comprato due vite umane!”.
“Sì, lo prenderemo”, disse Evelyn. “Però ora si stava parlando di soldi”.
“Appunto. Ne avrà un bel po’, no?”.
Questa volta, tutti furono d’accordo.
III
L’acquirente si chiamava Aldo Ferrari. Boris, che era un criminale giudizioso, aveva fatto le sue ricerche, prima di mettersi in affari con lui. Aveva scoperto il suo vero nome, per esempio (Aldo gli aveva chiesto di chiamarlo Lauro, che era chiaramente un nome falso, perché nessuno che si chiama Lauro lo va a dire in giro). E aveva scoperto che la fedina penale di quel tipo era zozza quanto il pannolino di un neonato. E che al momento era il capo di un cantiere sulla Cassia. Servivano altre informazioni? Veronica aveva detto no, grazie, e poi aveva chiamato la polizia, mentre i suoi fratelli si minacciavano l’un l’altro con fiamme e tormenti più o meno eterni.
E quindi la mattina dopo, rinfrancati da una buona colazione a base di latte e biscotti quasi nuovi, gli Ombrafiorita andarono a far visita al cantiere. Si trovarono davanti allo scheletro di quella che sarebbe diventata una grossa villa, in cui decine di operai con caschi gialli si davano da fare come formiche. Tutt’intorno c’era soltanto campagna. Gli Ombrafiorita parcheggiarono a distanza dalla zona dei lavori, e la esaminarono con il binocolo che il trisavolo Altinoo Ombrafiorita aveva usato durante la II Guerra Mondiale: peccato che i lavori fossero protetti da un’alta palizzata di legno, che non permetteva di sbirciare all’interno.
“Secondo me un giro ce lo fanno fare”, ipotizzò Evelyn.
“Proviamo”, disse Angelo. “Se fanno problemi, li convince Veronica”.
Veronica era dubbiosa. Angelo era enorme, interamente vestito di nero e con un crocifisso al collo: pareva un misto tra un sacerdote e un buttafuori, impressione, peraltro, non del tutto sbagliata. Alex sembrava meno minaccioso, ma se ne andava in giro in pieno ottobre con una maglietta blu con lo stemma di Superman. Solo lei ed Evelyn sembravano passabilmente normali. Ed erano anche molto carine, il che, in un cantiere pieno di uomini, avrebbe aiutato.
“No”, intervenne Veronica. “Magari ci riuscirei, ma farci passare tutti e quattro sarebbe difficile. Se andiamo soltanto io ed Evelyn è questione di un attimo”.
“Secondo me non hai neanche bisogno della telepatia”, commentò Alex. “Fategli vedere un po’ le tette ed è fatta”.
“Alex! Non parlare così alle tue sorelle!”.
“Però ha ragione”, disse Evelyn.
“Dobbiamo andare tutti insieme”, insistette Angelo. “Da sole è pericoloso”.
“Non faremo vedere le tette e non andremo tutti. Io ed Evelyn siamo più che sufficienti, e comunque, se ci sono problemi, voi ci mettete un attimo ad arrivare”.
“Stendili, sorellina!”, la incoraggiò Alex.
Veronica non voleva stendere nessuno. Ad ogni modo era contenta di avere accanto Evelyn, giusto in caso. Diede una controllata ai coltelli. Erano al loro posto. Le due sorelle si avviarono.
Quando furono vicini al cantiere Veronica sbirciò i fogli con le informazioni catastali, appesi al muro di cinta. Non riportavano il nome del proprietario della baracca. Di fronte all’ingresso c’era un operaio piuttosto ben messo, che si era rotto il naso in qualche rissa passata. Aveva tutta l’aria di stare là di guardia, e infatti, quando vide le due ragazze, disse subito loro: “Desiderate?”.
“Facevamo un giro”, disse Evelyn. “Chi è che sta costruendo, qui?”.
“Uno”.
“Non sei gentile”.
“Stiamo lavorando”.
“Tu? A me sembra che te ne stai fermo a non fare niente”.
“Ma da dove siete spuntate?”.
In effetti sembrava piuttosto strano che lei e Veronica fossero arrivate là a piedi, in mezzo al nulla, per fare un giro. “Ci piace camminare”, intervenne la sorella.
“Beh, andate a farlo da un’altra parte”.
Veronica capì di odiare quel tipo. Alto e grosso, pensava di metter paura a due ragazzette sole. Lo guardò negli occhi per un istante, e in quell’istante allungò la sua mente verso quella di lui, la trovò, e la strinse con una forza che quei bicipiti da anabolizzato potevano solo sognare. “Facci entrare, coglione”, disse. “E ringrazia che non ti ammazzo”. Veronica non era una persona violenta, ma i prepotenti non le piacevano. Anche da nemici, le buone maniere sono importanti. Se qualcuno non le usava con lei, lei non si sentiva in obbligo di usarle con lui. Il tipo sorrise e, come se non avesse desiderato altro, le fece passare. Dopo si sarebbe ricordato di aver fatto una stupidaggine, ma difficilmente sarebbe andato a raccontarlo in giro.
Le due entrarono nel cantiere. Se si aspettavano losche manovre, templi diabolici o Entità Architettoniche Tetragrammali4, furono deluse. Il cantiere sembrava a tutti gli effetti un cantiere, pieno di roba da cantiere: travi, operai, impalcature, scale, betoniere. Veronica storse il naso. “Che si fa?”, chiese alla sorella.
Lei non rispose.
Veronica si voltò a guardarla. Evelyn respirava a fatica. Gli occhi erano diventati grandi quasi il doppio, e un tremito le scuoteva il corpo. Mosse un paio di passi in avanti, poi si chinò e toccò il suolo con una mano. Veronica le si avvicinò. Sua sorella non era brava solo a picchiare i vivi, ma anche a evocare i morti, e di solito erano i morti a ridurla in quello stato. “Problemi?”, le chiese.
Evelyn le porse l’altra mano, e Veronica gliela strinse. Rese più forti l’una dall’altra, le sorelle guardarono. Al centro del cantiere c’era una zona di terra dall’aura color porpora. Seduta su di essa vi era una ragazzina magra, con il petto squarciato. Appariva e scompariva, ondeggiando tra i raggi di sole come un miraggio da calore. Non era certo il primo fantasma che Evelyn e Veronica vedevano. A casa avevano perfino stretto amicizia con un certo Tom, lo spirito di un bambino di dodici anni, uno tra i tanti che infestavano la Villa. E infatti non era la ragazzina il problema.
Erano tutti gli altri.
Almeno una quindicina di fantasmi, forse di più, si aggiravano nel cantiere. Tutti avevano il torace squarciato dall’inguine alla gola. Molti ondeggiavano vicini a qualche operaio, cercando di afferrargli la gola, o di cavargli un occhio, o di soffocarlo ficcandogli la testa nella ferita aperta. Nessuno di questi sforzi aveva successo: semmai, qualcuno degli operai si fermava un attimo per guardarsi intorno, come se avesse sentito qualcosa, o si soffiava sulle dita per riscaldarle. Tutto questo avveniva in una bella giornata di sole, in un modernissimo e prosaico cantiere.
“Diamoci”, propose Veronica.
Evelyn acconsentì.
IV
Quella notte gli Ombrafiorita tornarono al cantiere. Avevano discusso a lungo sulle possibili alternative. Avrebbero potuto fare qualche ricerca più approfondita su Aldo Ferrari, magari pedinarlo, ma nessuno ne aveva una gran voglia. E poi, era evidente che la ciccia era là. Non è che un posto del genere viene infestato da una quindicina di spettri per puro caso.
“Vi rendete conto che potrebbe essere… uh… pericoloso?”, aveva azzardato Veronica, durante la discussione.
“Non avremo certo paura di un pugno di anime smarrite!”, aveva protestato Angelo.
“A me sembravano più che altro incazzate”.
Ma la sua resistenza non aveva sortito effetti. La famiglia aveva deciso di tornare nel cantiere nottetempo. Intanto perché non ci sarebbe stato nessuno, tranne gli spettri, e poi perché tutti sanno che gli spettri di notte fanno meno paura. È quando li vedi in pieno giorno che mettono davvero fifa.
Ancora una volta parcheggiarono lontano, per sicurezza, e si avvicinarono di soppiatto. Il cancello era chiuso da un catenaccio con un grosso lucchetto. Alex lo strinse in mano, e si apprestava a fare qualcosa di spettacolare, quando Angelo lo bloccò. “Ssst”, sussurrò.
“Che c’è?”, chiese lui, a bassa voce.
Il fratello maggiore si indicò un orecchio, come a dire ascolta. Dall’interno del cantiere proveniva una litanìa monotona. Gli Ombrafiorita sentirono i peli rizzarsi sulla nuca. “Basso Lemuriano”, spiegò Angelo, in un sussurro. “Ma non capisco le parole”.
Nel frattempo Evelyn aveva fatto scostare Alex, e aveva estratto un paio di grimaldelli. Ne portava sempre qualcuno nelle capienti tasche laterali dei pantaloni - in un lavoro come il suo, era roba che tornava utile. Con pochi gesti, e senza fare rumore, aprì il lucchetto.
“Mi compiaccio”, le disse Angelo.
Lei lo ringraziò con un cenno della testa e aprì la porta, pian piano. A una ventina di metri di distanza, nella zona con l’aura rossa, era stato eretto un altare di legno, illuminato da cinque torce infuocate e circondato da un cerchio bianco disegnato a terra. Su di esso c’era una donna nuda, le braccia e le gambe divaricate e legate a dei paletti di legno. La sua pancia era squarciata, e una tenue luce stava prendendo forma al di sopra del corpo, modellando un fantasma fresco di fabbrica. La donna era appena morta, le interiora visibili anche a quella distanza, il sangue che aveva formato un laghetto sulla terra. Attorno all’altare c’erano cinque uomini con le braccia sollevate in aria, completamente nudi. Uno di loro stava mormorando l’incantesimo in Basso Lemuriano. Erano circondati dagli spettri. Fremevano e urlavano sul piano astrale, ma sembrava non potessero toccare quei cinque.
Veronica ebbe appena il tempo di pentirsi per tutta la vodka del discount che si era bevuta, prima di avvertire un conato, provare a resistere, fallire e vomitarla tutta. “Sssst!”, le intimò Angelo, scostando un piede per non inzaccherarsi. Nel farlo urtò una vanga, che crollò a terra, portandosi appresso due travi d’acciaio con discreto fragore.
“Oops”, disse Alex.
Cinque paia di occhi umani si puntarono su di loro, come anche un’indefinita quantità di occhi spettrali. L’uomo che stava cantilenando fece un cenno con la testa, senza smettere di cantilenare, e tre dei suoi scagnozzi si precipitarono fuori dal cerchio, in direzione degli Ombrafiorita.
“Ora gli spettri se li prendono”, disse Evelyn.
Gli spettri non se li presero. Anzi, si unirono a loro.
Evelyn fece schioccare le dita, gustandosi lo scontro. “Ok, tanto sono disarmati”.
I tre uomini si chinarono un istante a terra, e presero una pistola a testa.
“Merda”, disse Veronica, guardandosi intorno alla ricerca di un rifugio. Vide una betoniera. Meglio di niente. Si precipitò verso di essa, mentre un primo proiettile esplodeva nella notte.
Alex si lanciò urlando verso i tre, mentre prendeva la frusta magica che gli aveva regalato l’amata nonnina. Non aveva il tempo di erigere il suo scudo. Chissenefrega, pensò, infiammando la frusta, me li faccio arrosto. Angelo avrebbe preferito un approccio più prudente, ma ormai era fatta, e andò dietro al fratello, così come Evelyn, che aveva una pistola. Peccato che quel mese non fossero avanzati soldi per le pallottole.
Un altro degli uomini sparò, con gli spettri alle sue spalle che urlavano. Mancò Evelyn di poco. Da dietro la betoniera, Veronica prese di mira il terzo, tenendo per la punta uno dei suoi coltelli. Aspettò che si avvicinasse per bene. Poi lanciò. Il sibilo del coltello non fu udito da nessuno, nel mezzo dello scontro. Fu quindi con estrema sorpresa che l’uomo si trovò la lama infilata nella giugulare. La guardò per un istante con le sopracciglia aggrottate. “Bah”, disse. Dopodiché andò a terra, presumibilmente morto.
Gli altri due esitarono quel tanto che bastò agli Ombrafiorita per farsi avanti. Alex avvolse la frusta infuocata attorno alla mano di uno, facendogli perdere la pistola. Evelyn raggiunse l’altro e gli assestò una testata sul naso. Aveva anche lei un tocco di poteri psichici, e li usò per moltiplicare il dolore (già discreto) che gli aveva inferto. Il tipo si portò le mani al volto lacrimando. Evelyn ne approfittò per colpirlo in testa con il calcio della sua pistola scarica. Non aveva proiettili, ma pesava sempre un bel po’. Il tipo crollò a terra. Nel frattempo Alex aveva liberato la frusta, lasciando una scia di fuoco sul polso del suo nemico. Lo colpì di nuovo, mentre era ancora stordito, e poi ancora, e ancora, finché ci fu ancora qualcosa da colpire.
“Siamo stati bravi”, si vantò.
“Vero”, assentì Evelyn. “Angelo, tu cosa…”.
Ma Angelo non era più là. Era parecchi metri indietro. E qualche metro in alto. Gli spiriti si erano avventati su di lui, come un turbine, e lo stavano trascinando nella notte, sommergendo il suo corpo con i loro flussi di Incanto.
Angelo aveva intuito che gli spiriti lo avrebbero attaccato un attimo prima che lo facessero. Scappare sarebbe stato inutile. Invece aveva chiuso gli occhi e cominciato a pregare. Beh, non proprio pregare. Più precisamente recitava un’invocazione a Lukh’r’thosi, l’Eterna Zavorra dell’Incanto, una divinità molto antica (più il nome delle divinità è difficile da pronunciare, e più sono antiche: per datarle Angelo si basava su questa semplice regola, e non sbagliava quasi mai). Era sicuro che Dio avrebbe lasciato correre. Quando il suo corpo venne sollevato e sbatacchiato dagli spettri, lui continuò a invocare. Lukh’r’thosi, che di morti ci capiva, avrebbe fatto una bella sorpresa a quei tipi là.
Poi riaprì gli occhi.
Ora una parte dell’Incanto di Lukh’r’thosi era dentro di lui. Inebriante. Vedeva i morti muoversi al rallentatore, ne distingueva i flussi di Incanto uno ad uno, come piccole increspature nel mare magnum della Realtà. Si concentrò sull’anello che portava alla mano destra - un piccolo artefatto magico, una riserva di potere per i tempi difficili. Concentrò tutto il suo Incanto nella mano, unendo ad esso quello nell’anello. Puntò verso il mucchio. E una luce blu, chiara come quella del Sole, si levò dalle sue dita. Due spettri si dissolsero immediatamente, come se il loro Incanto venisse lavato via da quello di Angelo. Gli altri mollarono la presa, e lui cadde.
“Aiutaci”, gli sussurrò uno spettro.
Veronica vide il fratello venir giù dal cielo come un fiocco di neve, anche se con molta meno leggerezza. Per fortuna gli spettri non l’avevano portato troppo in alto, altrimenti loro sarebbero ritornati da Aristide con una omelette di Angelo, e il vecchio maggiordomo sarebbe stato distrutto dal dolore. Anche a lei sarebbe dispiaciuto. Un po’.
Uscì allo scoperto e corse verso di lui. Anche gli altri due lo stavano raggiungendo. Angelo si rialzò su un braccio, un po’ contuso, ma sostanzialmente intatto. Gli spettri stavano tornando alla carica. Alex si mise tra loro e il fratello, schioccando la frusta. Se quelli pensavano che il suo fuoco non potesse toccarli, beh, avrebbero scoperto quanto sbagliavano.
“No”, disse Angelo, rimettendosi a sedere.
“No?”, fece Alex, dubbioso. Gli spettri stavano arrivando.
“Evelyn, prova a parlarci”.
Non c’era tempo per discutere, e Angelo era pur sempre il fratello maggiore. Evelyn ispirò a fondo. Allargò le braccia, distendendole lungo il corpo. Gli spettri si diressero in massa verso di lei.
“Fermi”, disse, con voce chiara.
I fantasmi continuarono a volare in direzione del suo piccolo involucro di carne. La marea si infranse a pochi centimetri da esso, come un’onda gigantesca su una diga ancor più grande. I flussi di Incanto si fondevano e si torcevano in modo osceno, disegnando immagini che avrebbero fatto impazzire un comune mortale. Nessun Ombrafiorita lo era.
“Perché ce l’avete con noi?”, chiese loro Evelyn.
Gli spiriti risposero con voci confuse.
“Siate chiari”.
“Siamo schiavi”, dissero, o qualcosa di simile.
“Di chi?”, chiese Evelyn.
Gli spiriti urlarono.
“Di quelli, direi”, ipotizzò Veronica, indicando con il mento gli ultimi due uomini rimasti in piedi. “Uno è Aldo Ferrari”, spiegò. “E ha la mente aperta come un melone. È astemio, ma si può? L’amico che parla Lemuriano si chiama Alfonso Pichierri”.
I due intanto avevano terminato il loro rito, e guardavano la scena. L’aura di Alfonso si stava tingendo di luce blu.
“È magico anche lui”, commentò Alex.
“Mi tieni un attimo l’altro? Io vedo che vuole”.
Alex puntò una mano verso Ferrari. Un istante dopo l’uomo crollò a terra. Era un incantesimo che gli aveva insegnato il nonno: blocchi il sangue delle persone, e quelle vanno a terra svenute, o peggio. Serviva un po’ di tempo per prepararlo, e in combattimento non sempre dava buoni frutti, ma quando funzionava era spettacolare. “Fatto”, disse Alex.
Veronica slanciò la sua mente contro quella di Pichierri. Stavolta, però, entrare non fu facile. Un muro di Incanto le bloccava l’accesso, Incanto puro modellato in forma di spine. Veronica detestava quando i maghi facevano cose di questo tipo: va bene proteggersi, ma perché mai diventare inutilmente aggressivi? La cosa la infastidì, il fastidio divenne odio, e l’odio divenne potere. Pochi telepati sapevano usare davvero bene l’Incanto. Ma lei era un’Ombrafiorita. Concentrò sulle spine una parte del proprio Incanto. Non le attaccò, preferì riformarle, mutandone la forma in quella di petali. Le spine opposero resistenza, ma non poterono resistere a lungo. In capo a pochi istanti il roveto era diventato un muro di fiori. La mente di Veronica vi passò attraverso, godendosi il delizioso massaggio dei petali. Quello che trovò dopo, però, non se lo godette affatto.
“Allora?”, chiese Alex, impaziente. Evelyn stava trattenendo gli spiriti, ma non sarebbe durata a lungo.
“Ho fatto”, disse Veronica. “Per un paio di minuti il tizio sarà spento”.
Evelyn lasciò il controllo. Gli spiriti non li attaccarono. “Potete prendervelo”, disse loro.
“Fate con comodo”, aggiunse Veronica.
“Già, però staccategli la lingua, così quando si riprende non può darvi ordini”.
Gli spiriti, con un fragore astrale che solo i maghi potevano sentire, si riversarono sui corpi di Pichierri e Ferrari, e su quelli dei loro tre adepti. Accaddero allora cose non riferibili: i rumori ricordavano quelli generati dal Thut-koh, il Divoratore Ancestrale, e lo spettacolo era insanguinato quanto i campi di battaglia di Asadra-Vela dopo la Guerra Eonica.
“Ma chi era?”, chiese Evelyn a Veronica.
“Ahia”, commentò Alex, che non staccava gli occhi dagli spiriti e le loro vittime.
“Un dentista”.
“Ah”.
“E che faceva questo dentista?”, chiese Angelo.
“Sacrificava gente. Prostitute, barboni… persone che passano inosservate”.
“Per…?”.
“Un antifurto. Voleva farsi una bella casa stregata, per tenere lontani ladri e scocciatori.”
“Un antifurto a fantasmi?”.
“Proprio così. E il capocantiere lo aiutava, assieme a tre operai”.
“Ce n’è di gente strana”, commentò Evelyn.
“Porca paletta, questo sì che fa male!”, disse Alex, mentre uno spettro strappava a morsi il naso di Ferrari.
“E Rita e Veruska?”, chiese Angelo.
“Morte. Rita è la donna nuda là sull’altare”.
“Che triste notizia”.
“Comunque direi che possiamo andare”, propose Veronica.
“Ma proprio no”, disse Alex. “Aspettiamo che finiscano e vediamo quanti soldi avevano in tasca questi bastardi”.
“Concordo”, disse Angelo.
Restarono a guardare per cinque minuti buoni, mentre il rumore di mandibole spettrali e lo schiocco di ossa reali metteva a tutti una certa fame. Con un po’ di fortuna, nei portafogli avrebbero potuto trovare abbastanza soldi da tirar su un paio di bistecche. Angelo, con discrezione, incrociò le dita.
Quando dei corpi rimase ben poco da masticare, tritare, frullare e genericamente distruggere, gli spettri si voltarono verso gli Ombrafiorita. Uno di loro si fece avanti e raggiunse Angelo. “Grazie, Ombrafiorita”, disse.
“Conoscete il nostro casato?”.
“Molte cose si conoscono, nello stato in cui siamo”.
“Aiutarvi è stato un onore. La nostra casata si fa vanto di ogni buona azione, ogni impresa gloriosa, ogni…”.
“Vi dobbiamo un favore”, lo interruppe lo spettro (Alex pensò che il fratello parlava troppo perfino per un fantasma, ma si trattenne dal dirlo, e questo va ricordato a suo merito). “E dunque vi dico: leggete il giornale di domani. Avrete notizie sulla vostra eredità”.
“Che vuoi dire?”, chiese Evelyn.
Ma lo spettro già si disinteressava a loro. Si volse verso i suoi compagni, e assieme a loro sparì nella notte.
“Perché non sono finiti in Cielo, o da qualche parte?”, chiese Veronica. “Tipo Indiana Jones e quella faccenda dell’Arca”.
“L’Incantesimo è spezzato, ma loro ormai sono dannati”, spiegò Evelyn. “Anche se non sono più vincolati a quel tizio, restano sempre fantasmi”.
“Ehi!”, urlò Alex, che si era precipitato a frugare nel mucchietto di vestiti lasciato a terra dai cinque. “Qua ci sono quasi duemila euro”.
“Stasera carne!”, esultò Evelyn, tutta contenta, e corse ad abbracciarlo.
“Cos’è questa storia dell’eredità, secondo te?”, chiese Veronica ad Angelo. Il fratello era chiuso in se stesso, riflessivo.
“Non saprei.”, ammise. “Ma sono curioso di saperlo”.
“Magari il fantasma mentiva”.
“Non credo”.
“Neanche io, no”.
Angelo rimase un secondo in silenzio. Era bello vedere Alex ed Evelyn che si abbracciavano e saltellavano felici, mentre parlavano di bistecche e salsicce e patatine fritte. Eppure… “Lo senti anche tu, Veronica?”, disse.
“Cosa?”.
“Un cambiamento. Nell’aria. È come… come quando sei piccolo e ti accorgi che sta arrivando la primavera. Non c’è un motivo preciso, ma lo sai”.
Veronica inspirò a fondo. “Sì”, confermò, “lo sento anch’io. Però non credo sia la primavera”.
Angelo scosse il capo. “Temo di no”, disse.
Continua!
1 Non letteralmente. Cioè, non ancora, ma Veronica sperava di imparare: le Cronache di famiglia accennavano a un’antenata del Trecento, Gemma Drappi Ombrafiorita, che aveva imparato a mandare all’Inferno gli uomini con un solo battito di ciglia. Non è ben chiaro se sia una metafora o una storia da prendere alla lettera.
2 Considerate le dimensioni, più che un giardino era un parco. Considerato che nessuno se ne prendeva cura da anni, più che un parco era una foresta.
3 Lo era in più di un senso, visto che dava non solo sulla strada, ma anche su almeno sette dimensioni conosciute e un imprecisato numero di altre mai mappate.
4 Le Entità Architettoniche Tetragrammali sono una vera iattura. Sembrano edifici in tutto e per tutto, e sono capaci di comportarsi da bravi edifici anche per decenni. Però sono creature viventi, probabilmente provenienti da una dimensione demoniaca (o generate in modi più bizzarri, il dibattito è aperto), e tendono a nutrirsi dei loro abitanti. Una scuola prefabbricata di un paese pugliese si rivelò nel 1987 essere una Entità Architettonica Tetragrammale. Dopo essersi pappata duecentoventisei alunni, se ne andò in giro per tutto il paese pappandosi il resto, per poi partire verso destinazioni ignote. Solo in pochi sanno cosa successe davvero. Gli altri pensano che il paese sia stato distrutto da un terremoto.