Aldo Ardetti
Compagnie silenziose
“È meglio morire di bevute che morire di sete”
John Fante “La confraternita dell’uva”
Il problema di Attilio non era tanto lo scendere quanto il salire quelle scale. Al risveglio l’acqua spruzzata sulla faccia e l’aria frizzante del mattino bastavano a trasformarlo in un galletto pimpante e irrequieto. Erano difficoltosi i rientri. Con la mano sinistra si appoggiava alla parete esterna e con l’altra al corrimano della scala. Con un incedere ondulatorio riusciva a guadagnare il primo piano della prima ringhiera, quindi bussava.
“A moor, a moor”. La porta di casa si aprì e s’affacciò la moglie.
“Ma qual amor, quale amore. Desgrazià. El torna a cà che spussa de vin e de morti”.
“Parlemose ciaro: a mor tanta zènte ma ti no mori mai”. Era il suo modo ironico, canzonatorio di salutare.
“Eh, me farà danàre - commentò sconsolata la signora Adelina -, quanta passienza che ghe vole”, sospirò ancora la donna mentre iniziava la teatralità del litigio condito da scopettate, e Attilio, per scansarle, affrettava il passo inarcando il busto in avanti. E quasi correva nello scendere le scale facendo attenzione a non scivolare come era accaduto a Giannino, figlio del vicino di casa, che s’era rotto l’osso sacro. Il còccige, avevano detto al Pronto soccorso dell’ospedale, il culo, secondo l’intero condominio.
Si ritrovò sulla Piazzetta. Lanciò un’occhiata alla sua casa di ringhiera dove la moglie s’era già rintanata accompagnandosi con le consuete esclamazioni e lamentele, e un ultimo sguardo storto alla prima saracinesca a destra, quella della latteria.
Quella notte a Attilio gli toccò dormire come un cane da guardia sullo zerbino. Qualcuno, per rientrare a casa, aveva dovuto scavalcarlo.
Non era una novità. Lo aveva sempre pensato, affermato e ripetuto fino alla nausea, alla noia, anzi alla paranoia: pur apprezzando il bicchiere di vino, stimava e sceglieva compagnie silenziose, discrete, che non avrebbero mai fatto domande imbarazzanti, creato atmosfere chiassose. Quante volte rimuginava parole e pensieri, ché in casa, per dire la sua, doveva aspettare un turno che non arrivava mai. Attilio non soffriva di questa limitazione perché poteva prendersi la rivincita. Bastava tirare avanti scegliendo le amicizie e le frequentazioni e con la convinzione che se un bicchiere fa bene due fanno meglio e i multipli sono una vera e propria terapia e questo era l’argomento di lunghe discussioni, posizioni personali filosofeggianti soprattutto con il dottore di famiglia che si spazientiva, qualche volta fino al limite dell’irritazione, ma che non riusciva a portare alla ragione il proprio assistito.
“El vin rosso fa bene al colesterolo. L’è vera dutor?”.
“Fa bene un bicchiere o giù di lì, secondo il mangiare. Ma tu bevi molto e senza pasteggiare”, rispose il dutor senza scendere in spiegazioni scientifiche che non servivano.
“Past… paste-giare?”.
“Sì, senza mangiare, fuori dai pasti. E così fa male due volte: tanto e a stomaco vuoto. Così l’alcol t’arriva subito al cervello”, spiegò terra terra per farsi capire nel tentativo di chiudere in fretta la disputa.
“Dutor, scusi eh, qui si sta esagerando!”.
“Si sta esagerando nel bere, signor Attilio. Vuole continuare così? Ma cosa pretende, cosa pensa, di fare questa vita tutta la vita?”. Poi si accorse del ragionamento contorto e aggiunse, più col pensiero che con la bocca, smorzando la frase: “Cosa cazzo mi fa dire?”. Per arrivare a quel punto, lasciarsi andare nel linguaggio, significava che al dottor Zanoni qualcosa stava cedendo.
Intanto la gente, gli altri assistiti, guardandosi intorno spazientiti, avevano iniziato a sbuffare.
“E poi dicono che sono le donne che hanno sempre da confessarsi, che la tirano per le lunghe”, diceva uno.
“Va bene che oltre ai parroci anche farmacisti e dottori sono diventati confessori, ma qui non si ha il rispetto per gli altri”, aveva fatto eco la risposta di un altro.
Nel coro degli sbuffi arrivarono altre persone: “Chi è l’ultimo?”.
Ormai s’era formata una congerie umana finché un giovane - si vedeva che aveva qualche problema più degli altri ma anche più coraggio - provò a bussare, cosa assai rara nelle pazienti e religiose attese ambulatoriali. Il battibecco si affievolì quando si vide far capolino la testa del dottore: “Scusate, ancora qualche minuto. Vi chiedo un po’ di pazienza”. Il dottor Zanoni aveva sempre saputo che Attilio era una tassa fissa e che con lui servivano comportamenti e risposte missionarie.
Si erano di nuovo alzate le voci, gli interventi avevano assunto di nuovo toni concitati per poi nuovamente affievolirsi. Si assisteva a un fenomeno di voci a intermittenza come una ola allo stadio fatta di voci e mormorii di protesta. Sennonché, essendo quel giorno l’ambulatorio aperto di pomeriggio, cominciava ad avvicinarsi l’ora di chiusura, a farsi tardi e imbrunire.
Quando Attilio scese in strada si trovò all’inizio di via Emanuele Filiberto piena di motocicli e biciclette. Notò un’unica automobile sul rettilineo che portava alla piazza del municipio. Sull’asfalto si smorzava la calura del giorno e per questo alitava un caldo venticello.
Destino aveva voluto che sotto l’ambulatorio medico o nei pressi non ci fosse una farmacia che sarebbe invece stata utile per tutte le ricette che scendevano. Facevano affari un negozio di audio video, un’agenzia di pompe funebri e una fiaschetteria. E allora, lui che scendeva senza ricette - si vantava di non averne mai avuto bisogno - entrò scansando la tenda di strisce di plastica che fungeva da zanzariera e scacciamosche e facendo attenzione che la carta moschicida, che penzolava dalla lampadina, non gli si attaccasse ai capelli, prese in “prestito”, facendolo segnare su un quaderno con la copertina di cartone ruvido nera e i quadretti grandi per allineare meglio le cifre del debito, un bel fiasco di vino rosso che aveva visto appeso a uno scaffale d’angolo. E questa era la sua libertà, la sua felicità perché se, grazie al fiasco di rosso il Carducci riusciva persino a parlare con i cipressi, Attilio faceva di più: riusciva a parlare con se stesso. Oltrepassò la strada e superato il distributore di benzina Caltex con annessa autorimessa - che si dice fosse di proprietà dell’amante di un ben noto Benito nazionale - raggiunse il vicino ospedale sorto nei pressi di quello che fu il primo complesso ospedaliero dell’Istituto Antimalarico Pontino. Entrò in un piccolo e particolare edificio adiacente che sembrava una casina delle fiabe o una pieve poggiata sulle irregolari campagne umbre o toscane, circondata da segmenti di siepe di alloro e piccoli pini che inondavano l’aria di profumi dopo la pioggia o nelle calde giornate e eucalipti sopravvissuti alla palude, dove si recava di tanto in tanto per stare tra gente sconosciuta, compagnie silenziose. Gente che di solito sostava lì almeno ventiquattro ore prima di andar via e con la quale non c’era da discutere, da incazzarsi come con sua moglie o con il dottor Zanoni. E poi non c’era quella ressa che si creava nell’ambulatorio; quasi mai i posti erano tutti occupati perché, grazieaddio, la gente godeva di ottima salute fino a tarda età.
Intinse un dito nell’acqua per segnarsi e, nonostante la sufficiente illuminazione, urtò un leggio di legno. “Ssssst!”, ordinò portandosi l’indice sulle labbra e si accomodò al tavolo delle firme dove fumava il cero di un candelabro massiccio, vicino al lavandino sotto il quale usava mettere la testa nei… momenti di bisogno. All’esterno un colombo salutava il giorno col suo gu-guuu-gù che Attilio, sorridendo - ma sembrava più un ghigno - cercò di imitare: guguuugù, guguuu-gù, mentre l’ultimo spicchio di sole veniva inghiottito all’orizzonte ed evaporavano le lunghe ombre.
E così, dopo essersi accomodato e apparecchiato, pur nell’acre odore di soluzione disinfettante e chissà quali altri composti chimici, quel puzzo di formalina, iniziò ad alimentarsi al fiasco mentre sopraggiungevano i ricordi, lo sfogo, l’amaro lamento per il duro lavoro svolto in tanti anni come manovale, imbianchino e poi la nomina a muratore. Di come i tempi fossero cambiati. “I soliti discorsi dei vecchi”, come si sente dire in giro. Il soliloquio continuò sino a condurre per mano Attilio dentro una sorta di disorientamento che gli regalò una sconosciuta creatività dialettica.
Qualche volta, quando l’albergo non era pieno, aveva anche il tempo per un riposino su quei lettini non proprio comodi ma migliori di una dura e scomoda sedia. Assicuratosi che il fiasco fosse ben svuotato, rassegnato raggiunse un lettino libero e dopo una breve esitazione dovuta più che altro a uno sforzo di equilibrio si coricò e, con buoni fantasmi nella mente, recitò quella che era la sua giaculatoria: “Chi ga inventà el vin se nol xe in Paradiso el xe vissin”. Ad Attilio gli astemi facevano pena. Poi regalò riposo agli occhi.
Si fece giorno e Adelina, pulita e rassettata casa, e rinfrescato il suo pezzo di ringhiera, non si preoccupava del mancato rientro del consorte. Era accaduto altre volte, quando si era fermato da amici o su una panchina dei giardinetti all’interno dei lotti delle case popolari, più raramente fermato in Questura, ma in questi casi l’avevano sempre avvertita. Quel giorno cominciò con un mattino diverso perché piano piano, in maniera graduale, la donna cominciò a essere posseduta da una sensazione strana di pesantezza e nello stesso tempo di svuotamento. Sopraggiunse uno stato ansioso che non aveva mai provato prima, una sensazione che non sapeva cosa fosse.
Sempre quella mattina il custode arrivò e aprì alla solita ora in punto. Lanciò le chiavi sulla vecchia scrivania come soleva fare e con un gesto della testa, che significava l’accettazione alienante ad affrontare la giornata di lavoro, si avviò per compiere l’usuale noioso giro di controllo. Per numero e ampiezza dei locali c’era poco da girare e controllare. Arrivato alla stanza più grande diede un’occhiata all’interno e mentre stava tornando sui propri passi notò che i conti non tornavano.
“Uno, due, tre… e quattro. Uhm?”.
Si voltò e ricontò ancora una volta.
“Ieri ne ho lasciati tre. Non è possibile che siano diventati quattro. E ieri, sono sicuro, erano solo e soltanto tre. Uhm?”.
Parlava da solo e ripeteva: “Uhm?”.
E c’era qualche altra cosa che non andava, che non quadrava, perché mentre tre erano ben vestiti e pettinati, composti e agghindati come per una festa, il quarto si presentava come uno Charlot: trasandato, con scarpe consumate e sporche, la camicia sbottonata e chiazzata di un rosso scuro che non era sangue, dalla zaffata che attaccava le narici. A questo punto il custode non sapeva cosa pensare, non gli venivano in mente soluzioni di sorta ma nulla gli impediva di continuare a pensare: “Anche se fosse arrivato all’improvviso e fuori orario e conciato in quella maniera, avrebbero comunque dovuto avvisare qualcuno come era capitato tempo addietro o lasciare un appunto in attesa dell’iscrizione nel registro generale”. No, i conti non tornavano proprio. Nemmeno a pensare a una dimenticanza da parte di qualcuno: “Ma che stiamo a scherzare?”.
Quando, fatte le debite e ulteriori considerazioni, si ritenne innocente da qualsiasi responsabilità, solo allora decise di rivolgersi a qualcuno e pensò al medico di turno del Pronto soccorso. Destino volle che tal dottore conoscesse Attilio per motivi facilmente comprensibili, conoscesse le sue abitudini e quella leggenda metropolitana che circolava da tempo. Lo riconobbe subito e il mistero dell’identificazione fu quindi dipanato, ma restava quello dell’intrusione.
Quando portarono la notizia a Adelina, la donna restò immobile, come pietrificata, con lo sguardo fisso sulla Piazzetta, sperando di vedere il suo Attilio attraversarla tutta per portarsi all’angolo della scala. Poi lo sguardo continuò lentamente a immaginare il conosciuto percorso fino al pianerottolo, all’uscio di casa, per poi perdersi nel cielo che prometteva una grigia giornata.
Fu allora che sgorgarono grosse lacrime sulle scarne guance.
Ancora oggi quelli che sono venuti a conoscenza delle abitudini di Attilio non sanno darsi una spiegazione. Come potesse essere accaduto, come fosse riuscito a entrare in quei locali. Ancora oggi molti credono che questa storia appartenga al patrimonio delle leggende metropolitane. Qualcuno che probabilmente crede nei miracoli o cose simili pensa che ci sia stato un aiuto dall’interno, che qualcuno, per buona ospitalità, avesse accolto Attilio per empatia, per fargli bere in santa pace qualche bicchiere di vino e riposare - non in eterno, perché per quello c’era tempo - per qualche ora, magari anche russando, tanto non dava fastidio a nessuno, nessuno che avesse bisogno, come la moglie, dei tappi di cera per le orecchie. Altri ancora si chiedono se quella abitudine fosse possibile per il suo coraggio o per quella incoscienza aiutata da un bicchiere di vino, due o multipli.