Aldo Ardetti
Il sogno
In principio non volevo crederci. Non era possibile, dopo cinque lunghi anni, precipitare di nuovo nello sgomento. Sono di nuovo qui: stesso reparto, letto diverso nella stessa stanza. Gli occhi nel vuoto non hanno pensieri oppure tanti ma senza una risultante. Vivo un momento di smarrimento, di paura. Preoccupazioni.
La notte non era stata riposante per i leit motiv di voci, rumori e suoni: scorregge non trattenute, nella convinzione dell’adagio “tromba di culo sanità di corpo”, sospiri, preoccupanti respiri, continui lamenti.
La bic falciava la barba grigia e dura sulla pelle delicata. I megahertz di una radio locale trasmettevano interminabili annunci pubblicitari tra una canzone e l’altra. Mi sembrava di riconoscere la voce del conduttore del programma. Per chi ha lavorato in radio le voci diventano fotografie. “Voglio restare tutto il giorno nella vasca con l’acqua calda che mi coccola la testa...”, cantava Alex Britti, e una vasca la desideravo proprio in quel bagno in cui, oltre a lavarti i denti e la faccia, altro non riuscivi proprio a fare. Per fare la doccia dovevi con una mano tenere chiusa la porta, con l’altra alternare la cornetta e la saponetta cercando di non creare un piccolo tsunami in reparto.
I dottori, in testa il primario col suo atteggiamento burbero, me lo avevano detto e ripetuto a denti stretti “Non fumi e non beva perché l’alcool toglie ossigeno ai tessuti”. Niente, le parole entravano di qua e uscivano di là. Ho continuato, imperterrito, con il mio litro di vino ad ogni pasto e spine di birra all’occasione, i miei due pacchetti – quaranta sigarette, quaranta ladrone che avevano già vinto una battaglia. Il mostro, che mi aveva fatto visita cinque anni prima, si era ripresentato sfacciatamente.
Quella mattina dovevo iniziare a vincere una guerra.
La barella era già in corsia e il portantino, con bandana da piccolo pirata della Tortuga, mostrava segni di impazienza. “Togliere oro e ammennicoli, protesi dentarie, calzini”, predicava ormai a memoria. Mi sentivo prigioniero, in balia di tutto, nelle mani di tutti. Principalmente del chirurgo, proprio il primario: era lui che aveva il bisturi dalla parte del manico. E poi l’anestesista che ti prepara almeno con un ago da quattordici e ti stupra tutto il sistema venoso mentre ascolta il collega che finalmente è riuscito a svoltare l’appuntamento con la collega bella figa. Io sono curioso per natura e per deformazione professionale e dovevo sapere il resto della storia che stava iniziando: altri par-ti-co-la-ri. Non feci in tempo perché partii per un viaggio perforando nubi e, chiudendo gli occhi come un otturatore fotografico, un sipario di quadri luminosi e nitidi.
Forse solo l’Ufficio tecnico del Comune sapeva che si chiamava Quartiere Nicolosi, quello delle case popolari, dall’ingegnere che l’aveva progettato. Il quartiere più vecchio della città, “il più multietnico, pieno di sapori arabi e ricette italiane per stranieri, professionisti e studenti squattrinati”, come ricordava un giornale. Per tutti gli altri erano solo le case popolari, le vecchie case popolari rimaste uguali, lo stesso colore giallo smorto.
Tra i lotti le belle donne di una volta ora stendono reumatismi al sole. Chissà se Anna, anche lei a rubare un sole invernale, metteva ancora borotalco sulla passera. Quando esagerava lasciava una scia di odore di neonato. Vecchi, più o meno centenari, imbacuccati, a prendere il sole seduti su una seggiola, in
compagnia del bastone, rimescolano mentalmente antichi romanzi, storie di vita spesso tristi e drammatiche.
Un silenzio sepolcrale avvolge i larghi viali e spazi interni dove una volta pipinare di bambini urlavano nei loro giochi fino a infastidire, tra le basse aiuole con l’erba selvatica dove nascono e si elevano palme, preferite da politici nostalgici di campagne e oasi africane, pini e cespugli mediterranei, alberelli fratelli maggiori di bonsai.
A sera i muretti si riempivano di mamme e nonne per il riepilogo quotidiano e i pettegolezzi sugli assenti. Anche la mia faceva parte delle “mamme del muretto” che, una volta, un ragazzino andò a chiamare col fiato corto: “Suo figlio è vicino a una motocicletta”. La donna, in ciabatte e zinale e con tutti i pensieri che in quel momento le sballonzolavano in testa, si precipitò per strada. Al trotto girò l’angolo di Via Marchiafava per via Filippo Corridoni. Il respiro aumentò e il petto le fece più male vedendo un capannello di persone: uno dei ragazzi s’era comprato la moto nuova e, pavoneggiandosi, la stava facendo ammirare a spettatori occasionali, più quelli chiamati a proposito. Mia madre tornò sui propri passi imprecando mentre il rossore del viso si smorzava e il respiro le tornava normale.
Nella Piazzetta del secondo lotto ho visto Annibale, barbiere e dispensatore di notizie e informazioni. Ci tagliava i capelli a me e ai miei fratelli. Sembra siano passati secoli. Ci piaceva la sorella, bella e sensuale con il suo viso lentigginoso, la ragazza che sembrava non voler abbandonare le bambole.
Nella vita dei ragazzi di quartiere avvenivano scontri, veri assedi e battaglie troiane, assalti con sassaiole o fucili di legno con elastici che sparavano i tappetti metallici delle bottiglie di chinotto, di spuma e bevande varie. Erano tappi che si collezionavano: i doppioni si scambiavano o, insieme a quelli vecchi e rovinati, una volta appiattiti, diventavano proiettili. Non si scherzava: i sassi delle mazzafionde facevano male e quei piccoli dischi tagliavano. E accadeva spesso tra i giovani guerrieri dei quartieri popolari: quelli delle case gialle e quelli del villaggio Trieste, costruito con l’arrivo dei profughi istriani.
I primi tempi ero spettatore di quelle epopee giovanili, quando l’orfanotrofio, alla chiusura delle scuole, ci mandava a casa per le vacanze estive e le feste comandate.
Erminio, ché al padre erano sempre piaciuti gli spettacoli di Macario, nel suo maglione scolorito raggiungeva Piazza del Popolo, dopo essere passato da Pedà per qualche nazionale blu e, appollaiato su un albero, osservava con tutta la curiosità di questo mondo il passeggiare dei vip locali, belli e griffati, su quella passerella che era il giro di Peppe. Non tutti erano foraggiati da mamma e papà, non tutti appartenevano a famiglie ricche o benestanti. Qualcuno provava a frequentare set cinematografici perché era o si sentiva belloccio, altri si recavano nella capitale per fare i gigolò, accompagnarsi con attrici e attricette o ninfomani, donne vecchie e ricche, donne viziate. Qualcuno a fare marchette.
D’estate, parte della nobiltà e dolce vita romana e giovani puledri nostrani, si trasferivano al Circeo e a Sabaudia, diventate luoghi di cinema e cultura oltre a tutto il resto del sottobosco sociale. La maga Circe, che non era riuscita con Ulisse, aveva ammaliato attori, registi, scrittori e giornalisti.
Chissà quanti amori tra quei vermigli fiori delle piante grasse, su quegli accumuli sabbiosi sovrastati dal promontorio di onice e alabastro del Circeo, nel profumo delle siepi di campanule e gelsomino, nei viali di oleandri e cespugli e manti pensili al vento delle bouganville. Nei colori accesi della prima estate.
Qualcuno, sulla litoranea, ci aveva lasciato la vita per abuso di alcool, droga, sesso o per accumulo di sogni, mentre figli di madre vedova d’estate andavano a caricare cocomeri e d’autunno a staccare uva e dovevano attendere la sera per tornare a casa dove li aspettavano fette di patate da poggiare sulla schiena.
Mi riapproprio dei sensi. Mi impossesso di braccia e gambe, degli occhi tornati sensibili alla piatta e diffusa luce fluorescente. Mi accorgo dello scorrere del soffitto. La voce del pirata della Tortuga: “Attenzione. Scusi signora. Spostarsi per cortesia”, fino al letto numero dieci dell’ultima stanza a sinistra.
Si è concluso il volo stregonesco, il sogno di un volo magico: miracolo di un desiderio nascosto e regalo straordinario alla giovinezza.
Il giorno saluta e la notte prepara temperature e colori. Le luci della città danno gradazione al blu del basso cielo notturno fino lassù, dove regna l’abisso astrale. Il tubo del neon dalla spalliera legge e interpreta ulteriori racconti mentre s’avvicina un camice bianco per il consueto alimento farmacologico. Nel buio della notte, tra mura asettiche, guardo lo scorrere di altre immagini, il susseguirsi di ricordi, altri segmenti di memoria. Avverto un morso alle carni dei sentimenti e dei ricordi, fino a sentire una musica lontana che immalinconisce.
Mi appresto a vincere una guerra.