Michele Rossini

Un pesce di nome Spaiky

 

Alla fiera, dov’era andato con sua madre, Isaia era riuscito a farsi comperare lo zucchero filato, un enorme pezzo di cioccolato fondente con le nocciole e perfino un pesce rosso. L’avevano comperato in una via un po’ appartata, lontano dalla marea umana che risaliva per il corso e saturava ogni spazio libero di fronte alle bancarelle e alle vetrine dei negozi. A Isaia la calca piaceva poco, era ancora piccolo – sarà stato alto sì e no un metro – e in mezzo ad altre persone faceva spesso fatica a respirare. Sua madre era invece una vera e propria appassionata di gente. Amava le folle, le discoteche, i concerti e anche le palestre. E, specie da quando aveva divorziato da suo padre, non perdeva occasione per uscir di casa e tirar tardi in compagnia di più persone possibile. Compagnia che alle volte la seguiva fino a casa e la lasciava il mattino dopo senza farsi mai più vedere.

Quella sera, malgrado la folla, Isaia era contento. Sua madre aveva passato l’intera serata fermandosi ad ogni passo per salutare quell’amico o quell’altro e, per farlo star buono, gli aveva comperato qualsiasi cosa avesse chiesto. Compreso il suo bellissimo pesce rosso, che stava ora riportando a casa dentro un traballante sacchetto di plastica trasparente riempito d’acqua fino quasi alla metà. Non appena arrivati a casa, Isaia riempì d’acqua la vaschetta del vecchio pesce di casa passato recentemente a miglior vita, e vi mise dentro il suo nuovo pesciolino rosso decidendo che si sarebbe chiamato Spaiky. L’altro pesce, quello vecchio, non aveva mai avuto neppure un nome. Era una bestia che non faceva altro che mangiare e defecare e nessuno in casa si era mai veramente affezionato a lui; ma questa volta, con Spaiky, era convinto che le cose sarebbero andate in tutt’altra maniera. Si portò la vasca in camera e prima di addormentarsi salutò Spaiky augurandogli la buona notte.

La mattina successiva, con la scusa di far colazione in un bar del centro, venne scorazzato da sua madre in almeno dieci diversi negozi di scarpe, dove comunque nulla venne comperato ma quasi tutto venne provato. Tornato a casa, Isaia si occupò di Spaiky. Cambiò l’acqua, seppur non ve ne fosse ancora bisogno, e non lesinò nel mangime, che riversò a pugni dentro il piccolo acquario. Poi, appena dopo pranzo, verso le tre del pomeriggio, sua madre si ficcò in bagno e vi trascorse l’intera giornata preparandosi per l’uscita della sera. E questa cosa a Isaia non dispiaceva affatto, perché poteva attardarsi nei giochi senza essere obbligato a parlar con sua madre o fare assieme a lei qualcuna delle cose che lei amava e lui invece odiava. Tanto più che ora aveva anche Spaiky con cui giocare, cosa che puntualmente fece, tempestandolo di domande per tutto il pomeriggio e rimanendo a guardarlo per ore intere con la faccia spalmata sul vetro della sua vaschetta. Sua madre uscì verso le sette e mezza, e giusto una ventina di minuti prima era arrivata a casa la sua baby sitter, la signora Giulia, una donna sui cinquant’anni, dalla parlata cantilenante e il tono patetico che lui proprio non riusciva a sopportare.

- Mi raccomando Giulia, non mandarlo a letto troppo tardi. Diciamo non dopo le nove e mezza.

- Non si preoccupi, signora, è un bambino così ubbidiente che non ci sarà nessun problema - le gridò di rimando la signora Giulia, dal momento che sua madre era già uscita di casa e stava entrando in macchina guardando nervosamente l’orologio.

- Allora, Isaia, tua madre mi ha detto che hai già cenato. Cosa vuoi fare, guardare la televisione o fare un poco i compiti? Un uccellino mi ha detto che oggi non hai toccato un solo libro.

- Vado in camera a finire i compiti per domani. Mi rimane un problema, uno solo però - e se ne filò in camera portandosi dietro la sfera di vetro dentro cui viveva Spaiky. Si buttò sul letto, e si mise a leggere qualche fumetto mentre dal salotto di casa gli arrivavano le voci dei protagonisti di una qualche soap opera. E soltanto verso le nove, ossia il più tardi possibile, si sedette alla sua scrivania e tirò fuori il quaderno a quadretti dentro al quale stava il problema che doveva consegnare la mattina dopo. Prese una penna e una matita per la brutta copia, e strappò un foglio dal notes per poterci far sopra i conti.

- Eh sì, - disse a Spaiky, - tu non puoi neppure sapere che tortura sia dover fare i compiti: quelli di italiano e storia e, peggio ancora, quelli di matematica -. E così dicendo lesse il problema e iniziò a scarabocchiare incomprensibili ghirigori sul foglio di brutta copia. Guardava l’orologio di continuo e leggeva e rileggeva il problema, ma di risolverlo non gli riusciva proprio. E in effetti Isaia a scuola non è che fosse proprio una cima. Non andava bene in quasi nessuna materia, e specialmente in matematica era una frana.

- Beato te, Spaiky. A te nessuno ti chiede niente -. Disse, dandogli le spalle.

- Cosa credi che mi diverta a star qua? O che mi sia divertito prima, in quel banchetto, esposto alla gente in attesa che qualcuno mi comprasse? - gli rispose Spaiky, che se ne stava a nuotare sul dorso e guardava il soffitto.

- Ma… ma tu parli - disse Isaia, che per l’emozione schiantò la punta della matita.

- E certo che parlo - rispose, - con te, per giunta. È un giorno e mezzo che mi rompi l’anima e non mi lasci riposare un attimo. E bla bla bla e bla bla bla. Un continuo. Sfinente. Dovresti avere più riguardo, ragazzino, per le orecchie degli altri. E anche un po’ più di rispetto, che la mia vaschetta va svuotata una volta ogni tre giorni e non due volte al giorno come stai facendo. E che cavolo! Neanche un po’ di privacy si riesce ad avere con te - e così dicendo si girò sul ventre e si avvicinò al vetro della vaschetta tanto che sembrava volesse pulirla con le labbra.

- Che vai facendo ora? I compiti? Sarà mai possibile che te ne stai da mezz’ora su un problema di matematica tanto scemo? Se avessi le mani lo farei io per te.

- See… si fa presto a parlare, ma vorrei proprio vedere se ne sei capace davvero - gli rispose Isaia, sperando che quella piccola provocazione spingesse Spaiky a risolvere il problema per lui. D’altronde, la soluzione poteva sempre dettargliela.

- Vuoi fare il furbetto con me, nanetto? Certo che potrei risolverlo. E magari anche dettartelo. Perché è questo che speri, vero?

- Be’, pensavo che sarebbe stato bello da parte tua darmi una mano. Che magari ti avrebbe fatto anche piacere - disse Isaia, mentre se ne rimaneva a guardarlo dall’altro lato del vetro.

- Mm… sì, potrei. Ma il mondo è duro, nanetto, e non si fa niente per niente. E se io faccio qualcosa per te, tu, dopo, dovrai fare qualcosa per me. Ti è chiaro?

- E cosa potrei fare io per te? Tu sei un pesce, di che mai potresti aver bisogno? - chiese Isaia.

- Di che potrei aver bisogno -, fece Spaiky, mettendo qualcosa che assomigliava a un ghigno proprio nel mezzo del suo muso da pesce.

- Tanto per cominciare parliamo del mangime. Cosa credi, che un mangime sia uguale a un altro e che noi pesci ci scirocchiamo di tutto? Sveglia, nanetto! Quelle manciate di roba che mi tiri in testa ogni giorno a me proprio non riescono ad andar giù. Sono una schifezza, credi. Un’autentica schifezza. Dovresti comperarmi qualcosa di un po’ meglio, non la cosa più economica che riesci a tirar giù da uno scaffale.

- Ok - fece Isaia - tu aiutami con il problema e io domani, tornando a casa da scuola, passo in un Pet Market e ti compro il miglior mangime per pesci rossi che riesco a trovare.

- Non è proprio quello che speravo… - rispose - ma per cominciare può andare. Inizia a scrivere, nanetto.

E Spaiky si fece rileggere il problema e lo risolse in un attimo, tanto velocemente che Isaia stentò a stargli dietro con la penna.

- Ecco, finito - disse infine. E ora lasciami dormire un po’ in pace. E soprattutto sta zitto.

Ma Isaia non riusciva proprio a star zitto. Se ne rimaneva in silenzio per un paio di minuti e poi ricominciava a parlare, e se Spaiky non gli rispondeva subito prendeva a picchiettare con l’unghia dell’indice contro il vetro dell’acquario.

- Allora ragazzino, vuoi farla finita? - disse Spaiky, il cui muso da pesce rosso si era fatto cattivo. - Vuoi andar avanti per tutta la notte? Lasciami dormire, ti ho detto che sono stanco. Il problema te l’ho risolto, no? Che vuoi ancora?

- Niente, niente - rispose Isaia un poco imbarazzato.

- E allora spegni la luce e dormi -. E Spaiky si rovesciò di nuovo a pancia in su come per guardare il soffitto.

Il giorno dopo, come tutte le mattine, alle sette e quarantacinque minuti sua madre entrò in camera dandogli il buon giorno.

- Coraggio su, è ora. I vestiti puliti sono sulla sedia, vestiti. Io vado di sotto a prepararti la colazione - disse, masticando una fetta biscottata su cui era spalmato qualcosa di vagamente arancione. E se ne corse di sotto richiamata dal fischio della caffettiera.

- Buon giorno Spaiky -, fece Isaia non appena scese dal letto, mentre il pesce gli borbottò qualcosa contro -. Hai fame, vuoi qualcosa? - chiese.

Spaiky mosse la coda a destra e sinistra, lentamente, come per sgranchirsi.

-Dammi un mezza manciata di quello schifo, se non c’è altro. E ricordati di prendermi qualcosa di più decente.

- Bene -, disse, prendendo in mano la scatoletta del mangime e uscendo dalla stanza-. Ciao Spaiky, io vado a scuola. Ci vediamo questo pomeriggio.

- Anche un po’ più tardi va bene - gli rispose finendo di stiracchiarsi -. Ehi, dove vai? Da mangiare... - gli gridò dietro mentre Isaia già scendeva le scale.

- Cosa hai detto? Vuoi da mangiare? - gli chiese sua madre non appena lo vide entrare in cucina.

- No, mamma. Non ero io, era Spaiky.

- Ma tu guarda. Parla anche questo? - e sorrise porgendogli una tazza di latte e caffè.

- Mamma - fa Isaia sgranando gli occhi del suo faccino rotondo - non capisci, Spaiky parla. Parla davvero. Vuoi sentirlo?

- Va bene, parla. Ma farai le presentazioni oggi pomeriggio. Adesso mangia che altrimenti perdi l’autobus.

- Ha detto che il mangime del vecchio pesce rosso non gli piace. Posso andare a comperarne dell’altro? - dice raccogliendo su un cucchiaio pezzi di biscotto e un laghetto di caffellatte.

- Toh, anche un buongustaio ci siamo portati a casa dalla fiera. Va bene - sorride, mentre prende il portafogli e vi cerca dentro qualche moneta - ma non vorrà anche questo una bicicletta per partecipare al giro d’Italia?

- No. Non ci sa andare in bicicletta Spaiky. Posso prendere una grattugia mamma?

- Sì, va bene, ma cosa devi farci? Hai finito di mangiare?

- Vado a lavarmi - dice Isaia correndo in bagno con la grattugia in mano.

- Isaia, devi andare a scuola, fai in fretta - gli grida dopo cinque minuti sua madre dall’altra parte della porta.

- Do da mangiare a Spaiky e vado -, risponde Isaia mentre esce dal bagno con in mano la scatoletta rossa del mangime e sale le scale che portano in camera sua.

- Tieni Spaiky - dice entrando in camera e buttando un mezzo pugnetto di mangime nella vasca. - Ne vuoi ancora? - chiede, mentre Spaiky agita lentamente la coda e apre la bocca aspettando che vi entri un pezzetto di cibo imbevuto d’acqua.

- Mi fa schifo, te l’ho già detto. Ha un saporaccio...

- Sì, ma magari più tardi ti torna fame. Posso mettertene ancora? - gli risponde Isaia mentre si versa in mano un altro po’ di quella sostanza granulosa e bianchiccia.

- Piuttosto di morir di fame... - dice, masticando svogliatamente. Isaia prende a versare un’altra buona manciata di mangime nella vaschetta e poi esce portandosi appresso lo zaino appeso alla spalla destra.

- Ciao Spaiky, ci vediamo nel pomeriggio.

- Sì, sì. Ciao. E fai pure tardi con comodo - gli fa mentre inghiotte con disgusto il mangime -. Fa schifo ‘sta roba. Fa proprio schifo, hai capito? - urla. Ma Isaia ha già sceso le scale. Ha indossato il giacchetto e messo lo zaino a tracolla.

- Ciao mamma - dice.

- Che cosa fa schifo, Isaia?

- No, niente. Era Spaiky.

- Ammazza che pesce ciarliero che abbiamo trovato. Dammi un bacio, va’ - gli dice sua madre prima di lasciarlo uscir di casa.

- Ciao mamma -, fa Isaia mentre si dirige sotto la pensilina. L’autobus scolastico è come sempre in ritardo e allora si siede e aspettando fischietta. Ha ancora nello zaino la scatoletta rossa del mangime e la grattugia sporca. Pensa che la laverà a scuola, e che forse non è il caso di passare al pet market visto che il vecchio pesce rosso è morto solo poche ore dopo che gli ha dato da mangiare il sapone grattugiato assieme al mangime. Ma Spaiky è un pesce speciale e forse non morirà, pensa, salendo le scale dell’autobus e mostrando l’abbonamento al conducente.