Pecora Nera
Tutto qui
- … come in quel racconto zen in cui un uomo, sospeso sull’abisso, aggrappato alla radice di una vite selvatica sul punto di cedere, invece di lasciarsi sopraffare dal terrore della morte, si perde nella contemplazione di una fragola, e nella dolcezza del suo sapore…
Il dottor Elio Carini – ma già dalla prima seduta Angela lo aveva chiamato semplicemente Elio – era stato il suo psicoterapeuta per cinque anni. Per cinque anni, Angela aveva sottoposto alla sua vigile e calda attenzione ogni delusione, ogni sconfitta, ogni ferita; sotto la sua supervisione, aveva perlustrato ogni angolo di se stessa, strappando maschere, sollevando veli. E quella era stata l’ultima seduta.
Angela si era sentita un po’ come quando, in montagna, raggiunta la cima dopo una salita interminabile, volgeva lo sguardo verso il punto, in basso, lontano, da cui era partita, con stupore misto a orgoglio, quella sensazione meravigliosa di avercela fatta senza saper bene come. Ce l’aveva fatta? Dopo cinque anni di accidentato cammino, durante cui, tra perdite e abbandoni, aveva perso pezzi consistenti di sé, Angela aveva sentito di non aver risolto davvero nessun problema e, al tempo stesso, di averli superati tutti. All’improvviso, aveva preso a considerare la vita in maniera diversa. Ora non pretendeva più di essere felice: sarebbe stata fatica sprecata. Non si affannava più a far progetti: in un attimo qualsiasi cosa poteva scombinarli. Non aveva richieste da presentare alla vita: cercava solo di capire cosa la vita chiedesse a lei. E così, azzerando le proprie aspettative, era diventata capace di cogliere doni inaspettati. Capace di accorgersi della fragola cresciuta sull’orlo di un burrone.
Questo si diceva Angela tornando a casa da quell’ultima seduta. Questo si era continuata a dire nei successivi giorni di autocompiacimento, lo sguardo soddisfatto a misurare tutta la strada percorsa. Finché quella inebriante sensazione di vittoria non era franata miseramente davanti a una nuova salita. Ripida, sconsolatamente ripida. Il fantasma con cui aveva dovuto fare i conti dall’inizio del suo rapporto con Emilio si era infine materializzato: Mara, il grande amore del suo compagno, era tornata a riprendersi quello che era suo. Quello che credeva fosse ancora suo.
Ora si trovava di fronte a lui, perso nel ricordo dell’altra, e si sentiva svanire piano. Non aveva voglia di misurarsi con Mara, non voleva provare a trattenerlo. Non aveva neppure la forza di alzare il telefono per richiamare il dottor Carini.
“È tutto qui!”: nell’“Elenco escatologico della biancheria” di Paul Watzlawick, una lista di quarantatré “verità eterne” da non dimenticare mai, quella era la “verità” numero uno. È tutta qui la vita, questo succedersi, sempre troppo lento o troppo rapido, di sogni e di risvegli. Aveva sognato un po’, un’altra volta – nulla al mondo può guarirci dalla speranza che l’ultimo sogno, l’ultimo in ordine di tempo, proprio quello, chissà perché, possa rivelarsi immortale – e ora si stava risvegliando. È tutto qui.
Lui non le aveva nascosto nulla: che Mara fosse tornata da lui, che lui fosse confuso.
E noi, avrebbe voluto dirgli Angela, che ne sarà di noi? Come provare a spiegargli che lei era tornata a riprendersi quello che non era più suo?
Verità 7 e 8 di W.: “Non puoi aver nulla a meno che non lasci la presa”. “Puoi conservare soltanto ciò che dai via”.
Angela si era limitata a piangere, poi si era ripromessa di non piangere più, poi aveva pianto di nuovo. E si era vergognata: cinque anni di psicoterapia e non riuscire a fare altro che perdersi in singhiozzi.
Verità 13 e 14: “In realtà non controlli nulla”. “Non puoi costringere nessuno ad amarti”.
Lui non avrebbe preso una decisione in tempi rapidi. La fretta, è chiaro, era solo Angela ad averla, non certo lui. Perché era solo lei a rischiare di perdere. Non aveva, dunque, altra possibilità che aspettare. Ma era davvero così? Poteva pur sempre porre termine lei a quell’agonia. Ma se poi lui avesse deciso di restare con lei? Cinque anni di psicoterapia e non riuscire a sostenere l’evidenza di un’autoillusione.
Ogni giorno che passava Angela seppelliva un frammento del suo sogno. Come poteva guardare Emilio senza il tormento di ignorare a quale di loro due si volgessero i suoi pensieri, quale volto comparisse davanti a lui al risveglio, a che punto fossero le sue quotazioni nell’anima sua? Cinque anni di psicoterapia e pensare a se stessa in questi termini.
La sua vita si era come sospesa: in procinto di cadere nell’abisso non c’erano fragole da contemplare. Solo ricordi amari da masticare piano, assaporando veleno. Neanche una volta ha detto di amarmi, pensava Angela. Neppure indirettamente, neppure alla lontana. Peggio: neppure una volta aveva dimostrato sul serio di amarla. Qualche volta si era persino azzardata a fare, timidamente, qualche domanda: niente di diretto, solo per capire quanto lui tenesse a quella loro storia. Le parole di lui, ammirevolmente, insopportabilmente oneste, le avevano fatto passare qualsiasi voglia di riprovarci. Ne era convinta: la sua capacità di amore doveva essersi esaurita con Mara. E ora Mara era tornata. E ad Angela non rimaneva che prendere atto che il suo investimento in quella storia era stato forse il più sconsiderato della sua esistenza.
Tutta una vita a cercare di essere amata. Ma nessun uomo con cui era stata le aveva dato quello che cercava con tutta se stessa: sentirsi per qualcuno più importante di ogni altra cosa al mondo. Poi la svolta: smettere di preoccuparsi di essere amata e scegliere, comunque, di amare. E aveva amato lui, che amava un’altra. Che presunzione, pensava Angela, riuscire in ciò che forse riesce solo a Dio, se esiste. Perché amare senza essere ricambiati prosciuga, svuota, annienta.
Verità 26, 27 e 28: “È così difficile essere un adulto indipendente, autosufficiente, consapevole di dover badare a se stesso poiché non c’è nessun altro a farlo”. “Ciascuno di noi è in definitiva solo”. “Le cose più importanti, ciascun uomo deve farle da sé ”.
Va bene, si nasce e si muore soli. Ma camminare, pensava Angela, non sarebbe meglio farlo in compagnia? Sì, ma camminare insieme sul serio, fianco a fianco, non come avveniva a lei, sempre un metro avanti rispetto al compagno di turno, sempre costretta a fermarsi ad attenderlo, o a rallentare adattando il suo passo a quello di lui, perché lui di affrettarsi non aveva proprio nessuna intenzione. Ebbene, sì, dopotutto è lui che aveva ragione, non lei, perché camminare con il passo di un altro significa rinunciare a passeggiare, a guardarsi attorno, a contemplare le fragole lungo il cammino, e la strada è troppo breve per farla con la testa rivolta all’indietro, né è dato percorrerla un’altra volta. E lei, Angela, era solo una stupida, e stupide erano le sue lacrime, stupidi i suoi tormenti, stupido, massimamente stupido, il suo bisogno d’amore.
Verità 43, l’ultima dell’elenco: “Impara a perdonare te stesso, più e più e più e più e più volte...”.