Filippo D’Arino

Rimbalzi

 

Certe cose basterebbe solamente non farle capitare. Invece capitano. Succedono continuamente. Chi può farci qualcosa? E chi potrebbe farci qualcosa, adesso? Se solo tu avessi evitato di guardarmi, prima, ecco io posso giurare che non sarebbe capitato proprio niente del genere. Se tu non mi avessi puntato addosso lo sguardo, per quel paio di secondi di troppo, adesso starei un po’ meglio di come sto. Invece di guardarmi intorno come un animaletto affamato, provando a stanare riflessi rivelatori sui vetri del finestrino, nelle cromature delle maniglie e dei sedili qua intorno. Solo per poter sbirciare qualcosa di te. Qualsiasi dettaglio. Ma dove? E per cosa? A che serve fare così se io adesso ti guardo come uno scoiattolo guarderebbe una noce e tu invece guardi altrove? Eppure adesso di fronte a te ci sono io. Completamente invisibile. Sono forse invisibile?

Su questi sedili occupo quasi un posto e mezzo. Ma per te evidentemente sono solo aria densa e ingombrante. Sei salita a Ventimiglia con questo tuo fare da giovane signora così austero e consumato. Un bluff irresistibile a cui infatti non resisto. Tu e quel borsone così inutilmente grande e chic. Sembrava leggerissimo, da come lo portavi. Quasi svolazzava nel corridoio, candido cuoio invadente, facendosi largo fra i gomiti ossuti e le maniche sudate. L’ala bianca di un cigno (poi invece, mentre riuscivo a darti una mano come potevo per metterlo dove andava messo, guadagnando i tuoi occhi per la prima e ultima volta, mi sono reso conto del mezzo macigno che era).

- Ecco fatto, ti ho detto. Ci ho messo dentro il tono migliore che avevo. Facendolo profondo, maschio e baritonale come mai nella mia vita. Ho provato anche a essere atletico e sorridente. Petto, denti e gengive. A che è servito?

- Gentile, hai risposto. Ma lo hai detto come se quasi volessi lamentarti di qualcosa. Come se volessi nominare un fastidio. La cosa peggiore è che non l’hai nemmeno detto a me. Ma a un punto inutile fra la mia testa e la maniglia del freno di emergenza. Perché a me non è arrivato niente. Niente di quel poco che serviva. Per me però, ci credi?, è stato bello lo stesso. Anche se adesso vorrei qualcos’altro. Una piccolissima cosa. Magari un altro sguardo? Ecco, sì, lo vorrei proprio adesso. Più di quei due secondi di prima. Adesso, mentre sono fermo qui. Sudato, immobile e sfinito.

Intanto il treno è ripartito e io quasi divento strabico per sbirciare il nome sulla sciccosissima targhetta in caucciù del tuo bagaglio che penzola a pochi centimetri dalla mia fronte.

Fortuna mia. E complici le zaffate d’aria che picchiettano dal finestrino, a piccole raffiche piene. Arrivano e sbattono proprio dove serve. Leggo. Aria...nna. Poi, in una lama di luce dopo una galleria colgo giusto un Man, che prima si interseca con un codice di avviamento postale confondendo un po’ le cose e poi si ricompone (dopo un’altra brevissima galleria, quasi un fulmine) in un: ...si.

Arianna Mansi. Ooh. Nella testa mi ripeto il tuo nome in almeno una decina di tonalità diverse. Le migliori che riesco a immaginare di poter tirare fuori dalla mia voce. E poi ancora, semplicemente di continuo, come fosse un mantra.

Arianna Mansi. È bellissimo. Ancora e ancora.

Mentre tu attacchi a trafficare nella tua borsa. E io vi adoro quando pasticciate fra le vostre cose. Immagino una selva di rossetti e astucci e piccole lampo segrete che si schiudono su chissà quali piccole cose meravigliose. Come questa stagnoletta che adesso tiri fuori. Due gomme da masticare, smilze e azzurrine, che hanno l’aria di averne passate di tutte i colori, martoriate sul fondo del tuo scrigno. E che fai adesso? Dividi le due gomme con una piccola unghiata e ne fai scivolare una fra quei due salamini di labbra che hai, prendendo subito a masticare decisa.

L’altra gomma potevi almeno provare ad offrirmela. Invece l’hai buttata via.

Forse lo hai fatto apposta. Oh, sarebbe magnifico se tu lo avessi fatto apposta. Era questo che volevi, magari? Farmi soffrire un po’? Perché io sto già soffrendo un bel po’, lo sai? Perché non mi guardi nemmeno per sbaglio. Perché io sono un niente doloroso davanti a te. Perché improvvisamente e senza preavviso, ora, qui, subito, più ti guardo e più diventa chiaro come il sole che potresti anche farmi diventare pazzo.

 

Ecco, lo sapevo. Come faccio a pensare di non essere (lo sono, invece, sì che lo sono) una stupida? (Sì, una stupida). Devo rendermene conto (mi rendo conto o no?) una volta per tutte. Di nuovo, non mi ha notata (No, non mi ha notata, neanche stavolta, non mi nota mai). Un’altra volta. Invece continua a guardare questa vacca qui di fianco. Niente da dire. Lei si fa vedere. L’abbiamo notata tutti quando è salita. Appariscente, alta, bel culo, gran tette, viso capriccioso, occhi neri, bocca a cuore. Ma che dio mi fulmini se non si è fatta una scorpacciata di collagene, ‘sta vigliacca. Intanto, però, lei è bella (mica come me, mica come me) e questo, beh questo rende molto più semplice odiarla (come la odio) anche se nemmeno la conosco. Odiarla e, già che ci sono, sentirmi una merda. Perché non ha occhi che per lei. Vede solo lei. Forse perché è di fronte a lei. Non è solo questo. Io lo so. E lui lo sa? Il fatto che, così all’improvviso, la desideri mille volte di più di quanto per sbaglio lui potrebbe arrivare a desiderare me, questo mi sta facendo male. Il modo in cui l’ha aiutata a caricare il bagaglio, poi. Con quella voce, quelle moine, quegli sguardi (mentre a me niente, mai una parola). È la prima volta che lo vedo così preso ed eccitato. È la prima volta che ti vedo così, lo sai? Bastardo. Ti facevo un po’ più distaccato, cuore mio che non sei altro. Sono mesi che ti guardo. Possibile che tu non mi abbia… mai... nemmeno... notata? Tutto questo tempo. Dopo tutto quello che ho tentato. Possibile? Tu esci da scuola, saluti le tue allieve del secondo anno (schifose galline che ti sculettano intorno e poi ti ridono dietro ma ti danno del tu e io le faccio a pezzi ogni volta con lo sguardo, quelle maledette), poi fai due passi e sei in stazione. Prendi il treno. E io dietro, da mesi. Con gli stessi orari, lo stesso percorso. Niente altro da dividere. E tu nemmeno lo sai. Ti ho chiesto l’ora non so quante volte per provare a farmi notare (come una cretina); ti ho urtato, spinto, ho finto di caracollare davanti a te quando eravamo in piedi e non trovavamo posto. Ti ho anche offerto il mio sellino del corridoio e te lo sei sempre preso con un mezzo grazie. E non hai mai nemmeno saputo dirmi ciao la volta dopo. Sono sei mesi che ti voglio. Tu però non lo sai o non lo capisci o non lo vuoi capire (ti faccio schifo? Eh?). Oggi mi fai quasi rabbia per quanto avrei voglia di saltarti al collo. Mentre tu continui a mungere col tuo sguardo questa vacca (tu cosa faresti, cosa diresti, come reagiresti, eh? Ti farebbe davvero schifo? O ti piacerebbe da pazzi?). Oggi che sei pure un po’ abbronzato, che i riccetti bianchi ti si sono schiariti un altro po’ e che la mia camicia preferita tira così bene sulla tua pancetta. E poi il tuo sguardo perso, confuso, che quasi mi stordisce. Io scendo solo tre fermate prima di te e ogni volta questa tua resistenza diventa un’apnea. Provo a farmi bastare il niente che mi lasci. Il fruscio della camicia o di un ginocchio, mentre mi passi accanto senza mai cagarmi. Nemmeno per sbaglio. Mi tengo i tuoi tic, la tua tosse, i dettagli di te costretti nella stoffa e fra le pieghe dei pantaloni quando sei seduto di fronte a me come adesso (tu non hai idea, se solo sapessi, se solo sapessi, bastardo che non sei altro), quei ridicoli ciuffetti che sbucano dalla canottiera sempre bianchissima. Anche quel po’ di tenera forfora sulle lenti degli occhiali.

Ed è troppo. Troppo che mentre io provo tutto questo, tu non senta niente per me. Troppo che continui a guardare questa stronza. Talmente troppo che prima o poi vorrei fartela pagare (sì, fartela pagare). Come ti vorrei punire. Come vorrei farti male, certe volte. Potrebbe essere anche domani? Potrebbe essere benissimo. Anche adesso.

 

La biondina burrosa con le caviglie grosse qui di fianco mi ha sfiorato la coscia con quella sua piccola mano nervosa e tozza. Così da bambinetta isterica. Quanti anni avrà? Le ho sbirciato le dita, prima. Diosanto. Quelle unghie inesistenti, mangiate fino allo sfinimento. Poverina. Sembra così persa, così innocente. E nervosetta, pure. Però ha un bel visino. Come potrei fare? Stavo quasi per offrirle la mia ultima gomma. Ma non sarebbe stata granché come mossa. A momenti faceva schifo perfino a me.

Forse potrei provare ad attaccare discorso con due fesserie da niente. Cose fra donne. Magari tra un po’. Con quelle cose dette un po’ così, tanto per dire. Di solito mi vengono bene. Specie con le tipette così. Insignificanti e adorabili come questa.

Perché deve sempre essere così, perdìo? Più sono impossibili e più mi prendono. E questa qui è così. Dolce, piccola e imperfetta. Un adorabile niente. Sì, mi piace. Non fosse per questo coglione sudato che ho di fronte, che continua a guardare aspettando chissà che diavolo, solo perché mi ha tirato su il bagaglio e non vede l’ora di gongolarmi addosso con le solite quattro stronzate da vecchio bavoso, forse avrei già attaccato bottone. Fanculo a lui. Unto, vecchio, grasso. Però, forse è solo questione di tempo e ce lo leviamo di torno. Mi sembra dia fastidio pure a lei, da come lo guarda. Intanto però io guardo te, piccolina. Ti guardo. Tu ancora non lo sai ma farò succedere qualcosa. Ci proverò. Forse abbiamo tempo. Forse scendiamo assieme. Forse ti chiederò informazioni sulla Riviera, come fossi una turista. Per il momento proverò solo a sorriderti e a farmi strada oltre la tua frangetta. Risponderò al tuo contatto assestandomi un po’ sulle cosce. E ti sorriderò per bene. Così forse smetterai di mangiarti quel pollice. E di fissare di traverso questo coglione qua davanti. No, piccolina. Tranquilla. Non ci darà fastidio. Per quanto ne so io, se tutto andrà come dovrebbe andare, lui potrebbe anche scendere alla prossima.