Carlo Miccio

Paola

 

Era una tiepida mattina di maggio quella in cui Marco Cicoli si avviava con passo fermo e deciso verso il suo primo giorno di lavoro. Non primo in senso assoluto, non il primo giorno di lavoro della sua vita, insomma. Era un primo giorno di lavoro, come tanti ce n’erano stati dal giorno in cui l’azienda per cui lavorava da 13 anni aveva dichiarato fallimento, pressappoco un paio d’anni prima.

Da allora, fedelissimo alla linea, Marco Cicoli aveva letto chilometri di annunci, spedito tonnellate di gigabyte in curriculum vitae, e si era sottoposto ad una quarantina di colloqui per le posizioni più diverse, ma sempre per lo più inerenti al suo mestiere di grafico. In qualche caso, il colloquio era sfociato in un periodo di prova, ma in nessun caso si era mai approdati all’assunzione definitiva, e Marco Cicoli tendeva ad imputare tutte quelle mancate assunzioni ad un semplice dato anagrafico: aveva quarant’anni, età impalpabile se addosso ti senti ancora l’instabilità economica di un adolescente, e quei periodi di prova li aveva sempre trascorsi a lavorare in uffici pieni di ragazzi più giovani di lui, rimediandoci sempre figure meschine, più o meno come quando provava a giocare a calcetto con suo cognato e i suoi amici ventenni. Non era certo colpa sua se l’azienda per cui lavorava era fallita, ma adesso il problema era tutto suo, e Marco Cicoli iniziava a dubitare di aver abbastanza qualifiche, o abbastanza culo, per riuscire ad affrontare il difficile momento di congiuntura economica, come lo chiamavano in televisione, in cui versava il paese intero.

Ma quella mattina era diverso, forse a causa del sole primaverile, forse perché tutto sommato gli piaceva poter uscire di casa alle otto di mattina e mischiarsi con la gente che andava a lavorare, un’attività a cui per forzati motivi aveva dovuto rinunciare da tempo. E poi c’era il fatto che il suo nuovo incarico gli ispirava parecchi motivi per essere ottimisti. Il lavoro era pressappoco quello di prima, dentro una tipografia, a disegnare loghi infantili per ditte locali o impaginare modulistica per uffici e ospedali. Ed inoltre, il suo capo sembrava un bonaccione simpatico, la squadra di lavoro si limitava a suo dire a 6-7 persone affiatate che lavoravano lì da anni. Il giorno del colloquio Cicoli non vide motorini parcheggiati all’esterno, ne sentì musica rap uscire da nessuno degli stanzini davanti a cui passò attraversando insieme al capo l’intera tipografia, mentre lui gli mostrava macchine e mansioni del suo nuovo incarico. Buon segno, si disse Cicoli fin dall’inizio.

Alle 8:30 in punto Cicoli entrò nel suo nuovo ufficio, e conobbe i suoi nuovi colleghi: due tipografi, 3 persone ai computer (lui sarebbe stato il quarto), un altro tipo che lavorava alle macchine per tagliare, rilegare, alternare, insomma tutto ciò che si fa con le macchine in una tipografia, eccetto stampare, funzione dei già citati tipografi. A quest’equipaggio s’aggiungeva il capo, che non faceva niente ma ovviamente si aggirava un po’ ovunque, perché comunque erano soldi suoi e doveva controllare, e una signora polacca, Yelenia, che veniva ad aiutare quando c’era da impacchettare per le spedizioni.

Marco Cicoli calcolò velocemente l’età media nella stanza dei computer, dove avrebbe dovuto lavorare, e ne fu rinfrancato, perché era pressappoco la sua. La squadra era composta da una donna minuta e silenziosa sulla quarantina anche lei, un ragazzo allegro e chiacchierone di circa 30 anni, ed un signore incanutito di circa 60, che se ne stava anche lui silenzioso in un angolo davanti al suo macintosh. Aveva un aria familiare, quel signore, e Marco Cicoli passò un po’ di tempo prima di riconoscere in quel viso scarnito dal tempo il volto del padre di Paola Castelli, la sua prima fidanzata, alla tenera età di quattordici anni. Ventisei anni prima, chiaro che non lo aveva riconosciuto subito, anche perché si erano presentati per nome: Antonio, aveva detto stringendogli molle la mano il signore incanutito, mentre la donna si chiamava Annamaria e il ragazzo Cesare. Chissà se adesso si ricordava di lui, chissà se a distanza di ventisei anni Antonio Castelli aveva riconosciuto in lui il profilo brufoloso di quel ragazzino che riaccompagnava sua figlia a casa sempre troppo tardi, quando lei aveva quattordici anni.

Verso le dieci, Cicoli si sentì sicuro abbastanza della somiglianza da formulare la domanda.

- Scusi, ma lei è il padre di Paola?

Antonio Castelli si bloccò improvvisamente davanti allo schermo, salvò il file mentre con l’altra mano si sfilava lentamente gli occhiali, e si voltò a guardarlo.

- Sì. Conosci mia figlia?

Marco Cicoli non pensò assolutamente di reprimere quel sorriso nostalgico che gli si squagliava in volto, e confermò entusiasta, anche se, ammise, era una vita che non la vedeva.

- Paola è a Milano - aggiunse laconico il vecchio, che non fece in tempo ad aggiungere altro, perché intervenne cinguettante Annamaria a proseguire la cronaca.

Il signor Castelli è un papà fortunato, e Paola è una donna in gamba. È dirigente di una multinazionale tedesca, ha due bambini, e suo marito è un pezzo grosso della Mondadori. Ad avercene, di figli così.

Antonio Castelli non fece altro che acconsentire, e voltarsi di nuovo al suo lavoro. Uno strano silenzio imbarazzato sembrò calare d’improvviso nello studio, e Cicoli pensò bene di chiudere il discorso chiedendo al Castelli di salutargli Paola, quando la sentiva. Certamente! - acconsentì Castelli, che gli chiese di ripetere il suo nome e cognome completo, e se l’appuntò su un pezzo di carta che si infilò in tasca.

Fino alla pausa pranzo il silenzio fu interrotto solo dalle spiegazioni su lavori particolari che Cesare ogni tanto impartiva a Cicoli, e da un paio di telefonate di Annamaria, che chiamava a casa per assicurarsi delle condizioni di salute della figlia di 6 anni, a letto con l’influenza, e osservata dalla nonna.

Poi, all’una in punto, improvvisamente le macchine si azzittirono e l’ufficio si spopolò: essendo Cesare l’unico a non tornare a casa per pranzo, Cicoli si ritrovò automaticamente invitato per un tramezzino al bar dietro l’angolo. Marco Cicoli acconsentì subito di buon grado, conscio dell’evidente bisogno del suo collega di addentrarlo in fretta nei misteri che circondavano il suo nuovo posto di lavoro. E così effettivamente fu, se non dal primo quantomeno dal secondo minuto di quella pausa-pranzo.

- Prima di tutto, non fare troppo lo spiritoso con Castelli, che probabilmente ti odia già con tutto se stesso.

- Perché?, domandò Cicoli perplesso.

- Lo stanno licenziando. È troppo vecchio, fa un sacco di casini, e sarai proprio tu a sostituirlo. Lui lo sa, e quindi ti odia. Ma è inevitabile, una volta era bravo, ma adesso non ci vede quasi più, fa delle cazzate incredibili, la scorsa settimana ha fatto rifare sei volte le pellicole di un volantino. Lo sai quanto gli costa al capo una pellicola? Sei volte, capito, sei volte!

A capire Cicoli capiva, però non riusciva a non avvertire di-sagio in quel ruolo da nuovo che avanza. Solo quella mattina pensava di essere lui oltre i limiti di età, e adesso questa nuova improvvisa prospettiva lo coglieva del tutto impreparato.

Dovrete per forza di cose lavorare un paio di settimane insieme - continuò Cesare - ci sono le elezioni e siamo carichi di commesse, per cui, se vuoi un consiglio, taglia al massimo le smancerie, e falla finita con la storia di sua figlia, che magari gli vai ancora più in puzza. Ma poi come è che conosci la figlia di Antonio?

Cicoli si trovò alquanto a disagio di fronte a quei toni, quel ragazzo era un po’ troppo chiassoso per i suoi gusti, ma alla fine decise di confessare che, anni addietro, c’era stato del tenero tra lui e Paola. Non lo disse chiaramente, ma lo fece inequivocabilmente capire innescando la più rumorosa delle reazioni nel suo collega.

Minchia! - urlò Cesare addentando un tramezzino wurstel e carciofini - Ti sei scopato la mitica Paola? E com’è, bona?

Con un cenno Cicoli tentò di fargli abbassare la voce.

- Ma che scopato, quando ci stavo insieme io aveva, cioè, avevamo, quattordici anni!

- Ah, me credevo! - concluse soddisfatto Cesare, alzandosi per scegliere un secondo tramezzino.

Al suo ritorno l’interesse per Paola sembrava del tutto estinto, e Cicoli iniziò a rilassarsi ascoltandolo addentrarsi nel secondo capitolo dell’avventura, che si intitolava Annamaria.

Annamaria, secondo Cesare, era una donna isterica e repressa: sul lavoro dava il 100% ed era bravissima, forse perché lavorare la rilassava, ma tutto il resto della sua vita era un casino continuo. Divorziata da poco, viveva a casa della madre insieme ad una figlia perennemente ammalata: influenze, allergie, tutti i morbi del mondo sembrano calamitarsi su quella bambina, o, almeno, così sembrava pensarla Annamaria. Il suo ex-marito ogni tanto si presentava in tipografia e allora scoppiavano delle scenate da telenovela che tutto il resto dei presenti cercava di ignorare. Una sfigata cronica, concluse Cesare inghiottendo l’ultimo boccone di tramezzino, e quest’ultima osservazione fece storcere la bocca a Cicoli, che fino a quel momento non aveva proferito parola. Non gli piaceva sentir parlare di sfigati a lui, era un vizio troppo giovanile, faceva troppo mtv. Un divorzio è un trauma vero, rispose quindi amaro a Cesare, la sfiga non c’entra un cazzo.

- Tu sei sposato? - fu l’immediata replica di Cesare, e Cicoli percepì in quell’istante tutta l’inopportunità di quella domanda, date le tragiche premesse appena citate. Rispose di essere sposato, da quattro anni, senza figli.

- Perché senza figli?

- Perché non ti fai i cazzi tuoi? - avrebbe voluto rispondergli Cicoli, che invece iniziò a raccontare di sé, del lavoro un po’ precario, e di Marta, sua moglie, che stava studiando per il concorso, e fino a che non sarebbe passata di ruolo a far figli non ci pensava proprio.

Cesare si informò sull’età della signora Cicoli, e alla risposta (38) infilò un’altra perla delle sue.

Bella, mi sono sempre piaciute le professoresse un po’ mature e magari porcellone.

Rideva, lo scemo, mentre Cicoli iniziava a guardarlo sempre più perplesso.

Oh, ma mica dicevo di tua moglie. Dicevo così, come figura narrativa, come, nei film porno, le zie e le vicine e le professoresse. Insomma, quella roba lì, che a me non è mai capitata.

La spiegazione non sembrò convincere Cicoli, che decise di spostare definitivamente il discorso su altri lidi.

- E il capo com’è?

- Uno stronzo - fu la laconica risposta di Cesare

- Come uno stronzo. Perché uno stronzo?

Ma Cesare non sembrò affatto interessato a rispondere a quella domanda: scrollò semplicemente le spalle scolandosi l’ultimo sorso di caffè dalla tazzina, e gli indicò l’orologione a muro del bar: le tre, ora di rientrare.

 

Il pomeriggio trascorse via nel silenzio irreale di quell’ufficio, interrotto solo dalle telefonate di Annamaria alla madre, per informarsi sulla salute della figlia, e dalle incursioni del capo che domandava aggiornamenti sull’avanzamento di certi lavori. A Cicoli venne chiesto di lavorare su alcuni stupidissimi volantini elettorali: con le elezioni locali alle porte, la tipografia brulicava di politicanti locali a caccia di santini, volantini e maxiposter elettorali. Marco Cicoli svolse con la solita perizia e diligenza le mansioni assegnate, ma senza mai smettere di pensare a Paola.

Andavano a scuola insieme, ma lui si accorse di lei solo una sera in cui per caso la incrociò sotto i portici del centro. Lei usciva dalla palestra, o dalla piscina, o dal conservatorio, ogni giorno aveva un impegno, Paola, e verso le sette di sera se ne tornava a casa da sola, a piedi nel buio precoce delle serate invernali. Si incontrarono per caso quella sera, e fecero insieme un pezzo di strada camminando lenti e dilungandosi su un sacco di argomenti, la scuola, la televisione, le loro famiglie, e a Marco piacque così tanto che la sera seguente si ripresentò puntuale all’appuntamento con Paola, e da allora tutte le sere: si incontravano sotto i portici in centro e poi insieme tornavano senza fretta a casa. Quelle camminate per qualche mese avevano rappresentato il  piacere più intenso nella vita di Marco Cicoli: per la prima volta passava così tanto tempo insieme ad una ragazza, scopriva con gusto i suoi odori, il sapore del suo sorriso, le sfumature della sua voce. Era inevitabile che Marco si innamorasse: l’età era propizia, prima di tutto, e Paola sembrava accondiscendere ogni desiderio di Marco, anche solo guardandolo con quell’aria un po’ stupita che lui, ancora adesso, ricordava chiaramente. Un amore quattordicenne, faceva ridere a ripensarci dopo tanto tempo, ma allora era stata una cosa maledettamente seria, e quando una sera lui si era deciso a baciarla, proprio sotto il portone di lei, Marco ricordava di aver toccato il cielo con un dito: solo il pensiero di quella lingua che gli scivolava nelle pieghe della sua bocca ancora adesso lo elettrizzava tutto.

Da quella sera il loro rito continuò in versione integrale, con baci eterni e strappalingua scambiati nel portone alla fine della passeggiata. Marco Cicoli viveva per quei singoli 5 minuti nel portone di lei, non era più la mezz’oretta di passeggiata ad entusiasmarlo, ma solo e unicamente quei lunghi baci filamentosi scambiati nel silenzio totale del portone condominiale di

Paola. A volte vedevano affacciarsi dalle scale la sagoma  minacciosa del padre di Paola, che non diceva mai niente, al limite si limitava a pronunciare il nome di sua figlia con un’aria scocciata, e lei si staccava da lui dicendogli che doveva andare. Devo andare, ciao. E spariva.

E adesso Cicoli se ne stava seduto proprio accanto al padre di Paola, di quella Paola, e non riusciva a capire come lui potesse non riconoscerlo, adesso, anche se erano passati ventisei anni. Possibile che non gli avesse mai parlato di lui, pensava Cicoli?

Durò poco, come tutte le cose belle anche la storia con Paola durò poco: lei si trasferì a Milano per frequentare un collegio particolare, e da allora non si erano più rivisti. Bye Bye Paola.

 

Quella sera, a casa, sua moglie era curiosa di sapere del suo nuovo lavoro. Marco Cicoli avrebbe voluto raccontargli la sua giornata con entusiasmante dovizia di particolari, ma sorprendentemente si scoprì svogliato e con poche sorprese da raccontare. Disse che il lavoro era tecnicamente quello di prima, quello che faceva nell’azienda che era fallita, e raccontò brevemente dei suoi nuovi compagni. Le descrisse Annamaria come un’ipocondriaca che riversava tutti i suoi malanni immaginari sulla figlia, Cesare come un ragazzetto ossessionato dalla figa (“Divertente”, fece lei sorridendo) e gli spiegò di Antonio Castelli, che aveva una certa età e che lui era stato assunto proprio per sostituirlo. Capisci, è imbarazzante - diceva Cicoli, ma la moglie non sembrava vederci nulla di strano nella faccenda, e cercò di tranquillizzarlo dicendogli che così era la vita, e Antonio Castelli non era con lui che doveva prendersela, ma casomai con il padrone e con l’età che avanzava.

- La cosa strana è che questo tizio è il padre di una mia amica.

- Che amica?”, fece sua moglie con il tono da consorte inquisitoria.

- Un’amica, non la conosci, vive a Milano, sono ventisei anni che non la vedo.

- Meglio così - concluse lei - nessun problema di coscienza in vista. Poi gli afferrò la testa, e se la strinse al seno con delicatezza materna. Segno inequivocabile che quella notte avrebbero fatto l’amore.

 

Il giorno dopo, quando Cicoli arrivò in ufficio, il capo era lì già incazzato che sbraitava con i tipografi, per cui non ritenne fare di meglio che sedersi al suo posto e mettersi diligentemente al lavoro, silenziosamente come tutti gli altri. Solo verso le dieci e mezza il padre di Paola si voltò verso di lui, e con aria noncurante gli disse che aveva parlato al telefono con la figlia la sera prima, ma che lei diceva di non ricordarsi di lui.

“Ma come, andavamo a scuola insieme?!?”, fu l’istintiva risposta di Cicoli, ma la sua voce uscì con un tono implorante che sicuramente Cesare avrebbe classificato come “sfigato”, e che lo fece improvvisamente arrossire. Antonio Castelli borbottò “Ha detto così” e si rimise al computer.

Marco Cicoli d’improvviso si sentì molto confuso: voltandosi, vide sia Cesare che Annamaria fissarlo con distacco: il primo ridacchiando di nascosto, la seconda con una malcelata compassione stampata in faccia.

A mente fredda, Cicoli si disse che quella storia di Paola non lo metteva certo in buona luce: ci faceva una figura anonima, da persona che si dimentica in fretta, e non era di buon auspicio quando si è appena stati assunti per un nuovo lavoro. Si pentì delle confidenze fatte a Cesare il giorno prima, e si ripromise di non nominare mai più Paola all’interno di quelle pareti.

La giornata di Cicoli fu assorbita da slogan e sorrisi impaginati su santini elettorali 5x9, intervallati dalle telefonate a casa di Annamaria. La bambina stava meglio, aveva sfebbrato, ma adesso aveva una specie di disfunzione gastrica dovuta alle medicine che aveva preso per l’influenza. Insomma, aveva la diarrea, e la mamma sentiva l’impellente necessità di ricordarlo a tutti ad ogni telefonata, ogni mezz’oretta circa. A parte questo, la giornata scorse veloce e senza emozioni.

 

Quella sera, quando seduti sul divano aveva raccontato a sua moglie che Paola non si ricordava di lui, Marco Cicoli si sarebbe aspettato più comprensione. Cioè, è strano no? - diceva Cicoli, ma per sua moglie non c’era niente di strano, lei mica si ricordava i nomi di tutti quelli con cui andava a scuola a quattordici anni.

- Non capisci – disse Cicoli – eravamo intimi io e lei.

- Intimi come?

- Ci baciavamo.

Sua moglie aveva iniziato a ridere.

Mbeh, neanche io mi ricorderei i nomi di tutti quelli che baciavo a quattordici anni – aveva detto con un tono ironico che nulla attenuava del tono d’indiscutibile verità della frase.

A Cicoli tornò in mente il sorrisino malizioso di Cesare, ed automaticamente iniziò a girare nervosamente canale con il telecomando della televisione. Fu allora che lei si accorse che c’era qualcosa che non andava: sollevandosi dal divano iniziò a tempestarlo di domande, per sapere perché d’improvviso questa Paola era diventata così importante. Cicoli si sarebbe atteso un velo di gelosia nella voce di sua moglie, ma in quel momento scoprì con rammarico di non ravvisarne traccia alcuna.

-Non capisci -  sussurrò patetico cambiando canale. Sua moglie rimase un po’ ad attendere una risposta, poi decise di rinunciare e si sdraiò sul divano a fissare la tele anche lei, addormentandosi dopo solo un paio di minuti. Segno inequivocabile che quella notte non avrebbero fatto l’amore.

 

Già al terzo giorno di lavoro Marco Cicoli si era completamente calato nella sua nuova routine: otto ore di lavoro immerso nel mutismo assoluto, interrotto solo dalle verifiche del capo, dalle telefonate di Annamaria e dalle battute sceme di Cesare. La sera tornava a casa, mangiava insieme a sua moglie, e poi si piazzava davanti alla televisione, mentre sua moglie studiava per il concorso d’abilitazione. In genere, finiva per addormentarsi sul divano, si rialzava verso mezzanotte, e s’infilava a letto insieme a lei fino al suono della sveglia, l’indomani mattina alle sette.

 

Sabato mattina Marco Cicoli telefonò al suo amico Fabio: erano cresciuti insieme, e ancora adesso Fabio era l’unico amico del passato con cui Cicoli avesse conservato l’immediata spontaneità dei tempi andati, quando parlare con un amico non era tutto sommato questo grande sforzo, per lui.

Fabio gli chiese subito del suo nuovo lavoro, ma appena Marco Cicoli cominciò a raccontare, il pianto dei figli di Fabio cominciò a farsi largo dall’altra parte della cornetta, e il suo tono si fece improvvisamente distratto e frettoloso. Scusa devo andare - diceva Fabio – perché non vieni con Marta stasera a vedere la partita alla tele qui da noi, così mi racconti per bene?

“Quale partita?”, fece Cicoli disorientato.

“La Nazionale, gioca per le qualificazioni ai mondiali”.

Cicoli valutò l’opportunità alla luce di quello che gli offriva il weekend.

“Va bene – accettò sospirando Cicoli – ma vengo da solo, Marta rimane a casa a studiare per il  concorso”.

“Ok, boss - fece soddisfatto l’amico - scusa ma ora devo andare. I bambini stanno facendo un casino della Madonna nella loro stanzetta”.

“Aspetta un attimo! - fece Cicoli con insistenza-. Tu te la ricordi Paola?”

“Paola chi?”

“Paola Castelli, stava in classe con noi alle medie”.

“Quella con i capelli corti, mora? All’ultimo banco? Certo che me la ricordo, Paola. Ma sono anni che non la vedo”.

“È a Milano”.

“Ah, sì. Va bene, devo andare. A stasera. Ciao”.

 

La partita cominciava alle 20:30, e Marco Cicoli alle otto e un quarto si presentò alla porta di casa dell’amico. Con sé portava un vassoio di mignon, quei pasticcini minuscoli che fanno impazzire le donne e i bambini. Un atto dovuto, dato l’orario probabilmente si era trattato di un invito a cena. Ma non era così: Cicoli trovò la casa vuota, eccezion fatta per l’amico Fabio.

“Li ho spediti tutti dalla suocera per una serata, il sabato mi esaurisco tutto il giorno a casa a sentirli piangere e strillare, e la madre non è da meno. Così visto che venivi solo, ho colto la palla al balzo e li ho lasciati lì. Serata maschia, da mangiare ho preso della pizza e nel frigo c’è un sacco di birra”.

Marco Cicoli sorrise: nella voce dell’amico riscopriva il ragazzo che era stato, prima del matrimonio.

Al fischio d’inizio i due amici erano scompostamente seduti sul divano davanti la tele: sullo schermo magliette bianche e azzurre spezzavano l’armonia cromatica del campo, verde e solcato dal contropelo delle falciatrici, e i due mangiavano pizza bevendo birra dalle bottiglie. La partita, come spesso accade quando gioca la Nazionale, era di una noia mortale.

Fabio chiese a Marco del nuovo lavoro, e lui non se lo fece ripetere: rapidamente fece una descrizione delle sue nuove mansioni e dei suoi nuovi colleghi, e rapidamente arrivò all’argomento che gli premeva di più, Antonio Castelli, cioè sua figlia.

“Ah, ecco perché me lo domandavi al telefono stamattina”, fece Fabio all’amico.

“Sì, te la ricordi?”

“Certo che me la ricordo, era l’unica ad averci le tette già in seconda media. E che tette!!”

Marco sorrise: era tutto vero. Bei tempi – aveva continuato Fabio – bei tempi a scuola, ti ricordi Marco? Tutto il giorno in giro, biciclette o motorini, a giocare a pallone e ridere e scherzare. Era tutto più bello, anche la Nazionale vinceva in quel periodo, ti ricordi Pablito? Ti ricordi l’82? Marco continuava a sorridere senza parlare: ricordava tutto. Ma voleva parlare di Paola, mica di Paolo Rossi, e quindi chiese all’amico quanto tempo era che non la vedeva.

“Anni. Secoli forse. Mi ricordo che si era trasferita a Milano, dopo le medie, e poi non l’ho più rivista da allora. Credo. Che dice il padre? Che fa a Milano?”

“`È sposata con un pezzo grosso, ha un bel lavoro e due bambini”.

“Wow, bella vita. Sarà contento il vecchio, o no?”

Marco non rispose, non gli andava di parlare del complesso meccanismo per cui la sua assunzione dipendeva dal licenziamento del padre di Paola. Fece solo un segno di assenso col capo, e finse d’immergersi nella visone della partita. Ma lì non succedeva niente, e allora, approfittando del solito parapiglia intorno all’arbitro, Marco chiese all’amico se si ricordava di quando lui e Paola stavano insieme. Fabio si voltò a guardarlo come se Marco avesse fatto una battuta.

“Tu e Paola? - rideva - ma falla finita… quella non se lo filava proprio uno sfigato come te!”

Sfigato: Marco Cicoli ancora una volta si ritrovò completamente disorientato dalle discrepanze emergenti tra la sua memoria storica e quella degli altri: “Ma se è stata la prima ragazza che ho baciato in vita mia”, protestò a voce alta. Fabio fece spallucce: di sicuro, disse , non era stato lui il primo per lei, anche perché con quelle tettone precoci c’era mezzo istituto a sbavare per lei.

- Una volta mio fratello, quando stava già al liceo – continuò Fabio – mi ha raccontato che lui e il Roscio un giorno avevano incontrato Paola in giro per il centro, e tutti e tre avevano deciso d’andare al mare a farsi due canne. avevano passato il pomeriggio a fumare nascosti tra le dune, e poi, come era arrivato il buio, Paola li aveva accontentati tutti e due.

- Accontentati?!?

- Sì, gli aveva infilato le mani nei pantaloni e aveva iniziato a menarglielo a tutti e due, con entrambe le mani, uno da una parte e uno dall’altra. Dice che Roscio aveva anche provato a chiederle di succhiarglielo, ma lei non c’era stata. Anzi, aveva aumentato il ritmo ed in meno che non si dica li aveva svuotati tutti e due, praticamente all’unisono.

Ancora una volta Marco Cicoli scoprì che la sua memoria storica non coincideva con quella degli altri, che la sua Paola non era quella che si ricordavano gli altri. C’era qualcosa che non andava.

- Ma tuo fratello non è omosessuale? - domandò di rimando Cicoli, quasi per difendere la sacralità dei propri ricordi.

- Sì, ma allora non lo sapeva ancora, e si scopava le ragazze.

Le cose non sono mai quello che sembrano, fu la silenziosa considerazione di Marco Cicoli, che chiuse il discorso immergendo tutta la sua attenzione sulla partita.

Finì 0-0, e la Nazionale si qualificò come al solito per il rotto della cuffia.

 

Alla sua seconda settimana, il nuovo lavoro già non gli sembrava più così nuovo. Marco Cicoli si adattò in fretta alle sfuriate del capo, ai silenzi del padre di Paola, alle telefonate di Annamaria e alle battute sceme di Cesare nella pausa pranzo. Non gli costò alcuna fatica immergersi in lavori noiosi e ripetitivi, serviva a tirare la carretta meglio di quanto non facesse la precaria incertezza della condizione di disoccupato. Sfornò volantini, manifesti e santini elettorali a getto continuo, e il capo in più di un’occasione si congratulò con lui per la rapidità con cui svolgeva il suo lavoro.

La domenica la città andò alle urne, e come al solito vinse il candidato più moderato. Vivevano in una città ad alta infiltrazione mafiosa, ma il programma del nuovo sindaco aveva trionfato su ben altri punti: marciapiedi e giardinetti per tutti. Cicoli lo sapeva benissimo, glieli aveva impaginati lui quei punti nella lettera che era stata spedita a tutto l’elettorato attivo. Ognuno, in fin dei conti, ha bisogno delle sue sicurezze.

 

La sorpresa avvenne il martedì della nuova settimana. Già dal lunedì era scomparso Castelli, segno evidente che il fiume di commesse dovute alle elezioni si era ormai completamente prosciugato, e con esso il bisogno di manodopera, più o meno attiva che fosse.

Marco Cicoli stava già adeguandosi al nuovo ambiente di lavoro, più ampio e spazioso, quando il capo lo chiamò in ufficio.

Sbrigativamente, lo informò che si era fatto due calcoli, e forse terminate le elezioni non c’era più bisogno di lui. Anzi, sicuramente non ci sarebbe stato più bisogno di lui. Marco Cicoli lo ascoltò in silenzio, ma quando il capo ebbe finito disse solo che quelli non erano i patti.

I patti erano che lui doveva essere assunto, non si era parlato di nessun cazzo di elezioni, lui gli aveva semplicemente detto che l’avrebbe assunto, punto e basta. Una promessa, insomma, mica un impegno vero, ma Marco Cicoli ci aveva creduto, e adesso non voleva cambiare idea. Il capo gli chiese se per caso lui non stesse insinuando di esser stato fregato, e Cicoli rispose che aveva proprio quell’impressione. Pensa il cazzo che ti pare – gli rispose il capo - ma tu non lavori più qui. Non c’era nulla d’aggiungere, aggiunse.

 

Cicoli tornò a casa, dove avrebbe trovato sua moglie a studiare per il concorso, totalmente assorbita da quel tentativo di costruirsi un futuro vivibile. E Marco Cicoli era perfettamente consapevole di non avercelo di suo, e quindi neanche da offrire, un futuro vivibile. Ne era consapevole come era consapevole che fumare fa male, e fa venire il cancro. Eppure lui fumava, e accendendosi una sigaretta iniziò ad osservare il cielo, mentre un aereo lo attraversava lasciando una coda di nubi sulla propria scia. Forse me ne dovrei andare da questa città di merda, pensò Cicoli. Forse dovrei andarmene e ricominciare tutto da un’altra parte. Forse dovrei andare a Milano. Come ha fatto Paola.