Francesco Dimitri

Arrivano gli Ombrafiorita (II)

 

I

“Molto bene”, gongolò Angelo. “Ecco cosa ho da dire. Ho un caso per Evelyn: un caso serio”.

Tutti lo guardarono sbalorditi.

Alex fischiò. Gli piaceva un sacco fischiare nei momenti di stupore. Più in generale, gli piaceva fare qualsiasi rumore in qualsiasi momento. “Stavolta è uno con i soldi, il cornuto?”

“Niente corna. Né gatti rapiti, né scrittori frustrati”.

Alex iniziava quasi a crederci. Quasi.

“Bensì...”, culminò Angelo, “... prostitute”.

“E che fanno di speciale?”, chiese Evelyn.

“Dipende”, disse Alex, che aveva una certa esperienza. “Ne ho conosciuta una l’altr’anno che spaccava le noci con le cosce, se le faceva scivolare giù fino alle caviglie e te le serviva con le dita dei piedi”

“Urgh”, disse Evelyn.

Queste due, poverine”, riprese Angelo in tono ominoso, “sono scomparse”.

Veronica mandò giù un goccio di vodka. Ne aveva abbastanza di quella scenetta. “Angelo, da bravo, fai entrare il tuo amico”.

Angelo sbuffò. Era difficile preparare sorprese in una famiglia con un 50% di telepati. “Don Eustachio”, brontolò, “venga pure”.

Dalla porta spuntò il cranio pelato di un uomo ancor più vecchio di Aristide, se possibile. Vestiva da prete e stringeva tra le mani un cappello color nero sbiadito. I suoi occhi andavano nervosamente dal caminetto sul soffitto alle sculture di teste tentacolute nell’angolo in fondo, alla sigaretta di marijuana che pendeva di sghimbescio tra le labbra di Veronica.

“Io...”, esordì don Eustachio.

“È lui che ha fatto scomparire le puttane?”, chiese Evelyn.

“No!”, si difese il prete.

“Secondo me se le faceva e basta”, disse Alex. “Vecchio porco”, aggiunse, strizzandogli l’occhio con complicità.

“In che senso sono scomparse?”, incalzò Evelyn. “Qualcuno le ha traslate in un’altra dimensione? O le ha usate per nutrire la prole immonda di Huggakhu l’Eternamente Affamato1? No, perché a volte capita. Di’, Veronica, ti ricordi di quella volta in cui io, tu e Huggakhu...”

“Non credo...”, balbettò don Eustachio.

“Io dico che sei stato tu”, si espresse Veronica. E siccome non era una che amasse perder tempo, decise di togliersi il dubbio. Chiuse gli occhi e immaginò che il suo cervello si espandesse nell’Incanto. Essendo lei un’Ombrafiorita, quando immaginava certe cose, accadevano davvero. Immaginò poi che dal cervello, che a quel punto fluttuava nell’aria, si formassero due braccia raggrinzite, e due mani, e che quelle mani afferrassero il cervello di don Eustachio. Lo tirò fuori dal cranio, diede una scrollata come per svuotare una vecchia scatola, e guardò cosa veniva fuori. Un paio di pensieri sconci su Heather Parisi. Una palpatina alla mamma di un chierichetto, trent’anni prima. Un merda davanti all’ultimo derby. A un primo controllo veloce, quel tipo sembrava pulitissimo. “Bleah”, pensò Veronica, lasciando andare il cervello e riportando a posto il suo.

E a quel punto don Eustachio si accasciò a terra come una bambola di stracci. A volte capitava, quando Veronica o Evelyn andavano troppo per le spicce. “Ecco”, si lamentò Angelo, “mi avete fatto svenire il cliente”.

“Aristide!”, urlò Alex. “Un tè per l’amichetto di Angelo!”

 

 “... si chiamavano Rita e Veruska”, disse il prete, bevendo un sorso di tè da una tazza con sopra disegnato il faccione di Carlo d’Inghilterra. Angelo, quel bravo cristiano che non si perdeva mai una messa, lo aveva fatto accomodare su un divano comodo (alquanto polveroso a dire il vero, ma la carità non si giudica) e gli aveva messo tra le mani una tazza di ottimo tè. Don Eustachio era un po’ preoccupato per lo svenimento – non gli era mai successo niente di simile, prima, e ora le mani gli tremavano. Domani sarebbe andato da un medico: alla sua età bisognava stare attenti a certe cose.

“Ed erano amiche tue”, disse Alex, stravaccato sul divano accanto al prete. Non riusciva proprio a convincersi che don Eustachio andasse a puttane per puro spirito di carità.

“Con la mia parrocchia le aiutavamo, sì”.

“In che senso?”, chiese Evelyn.

“Provavamo a convincerle a cambiar vita”.

“E poi?”

“E poi vi godevate la loro gratitudine, eh? Eh?”, ammiccò Alex.

Don Eustachio tentò di ignorarlo. “Non le abbiamo più viste, di punto in bianco”.

“Capita spesso”, commentò Alex. “Cambiano zona, o tornano a casa. O il loro magnaccia le ammazza di botte”.

Veronica rabbrividì per il cinismo del fratello minore. La cosa peggiore era che nove volte su dieci centrava il punto.

“Purtroppo è vero”, annuì don Eustachio. “Ma le altre sembrano... spaventate. E dicono che ne stanno sparendo più del solito. No, questo non è un caso come tanti altri”.

“Ah no?”, intervenne Veronica, tanto per dire qualcosa.

“No”, confermò il prete, a cui sembrava di esser stato chiaro.

Veronica era tentata di fare un altro controllo, ma lasciò perdere.

“Bene”, tagliò corto Angelo. “Don Eustachio, la ringrazio per la fiducia accordata. Le faremo sapere quanto prima”. Aveva paura che i suoi amati fratelli si esibissero ancora e che quel caro vecchietto potesse restarci: un cadavere in casa comportava una serie di sgradevoli incombenze, come lui ben sapeva. Senza contare che era cattolico, e sospettava che far morire un prete non fosse uno di quegli atti che Dio premia con un bravo figliolo, continua così.

Quando il portone di Villa Ombrafiorita si chiuse dietro le spalle di don Eustachio, gentilmente scortato da Aristide all’uscita, Angelo tirò un sospiro di sollievo. “Che ne dite?”, si rivolse agli altri, ancora seduti a spartirsi quel che restava del tè.

“Sicuro che quel tipo possa permettersi di pagare?”, chiese Alex, notoriamente un ragazzo concreto.

“Certo che sì. La parrocchia ha risparmiato parecchio negli ultimi anni: don Eustachio è un uomo parsimonioso”.

“Parsimoché?”

“Uno che risparmia”, spiegò Veronica.

“Nasconde i soldi sotto al materasso” intervenne Evelyn. “Ogni dieci minuti si chiedeva se fossero al sicuro. Non pensava quasi ad altro. Quello e Heather Parisi”.

“Potremmo andare a prenderceli e basta”, propose Alex.

Angelo tossicchiò. “Ovviamente era una battuta”.

“Ovviamente”.

Tirando fuori da una tasca il sacchetto dell’erba, Veronica disse: “Scusa Angelo, ma noi che c’entriamo? Insomma, è il lavoro di Evelyn. Non che non voglia aiutare mia sorella, però...”

“Pensaci, Veronica. Stanno scomparendo delle persone ai margini della società. Quindi?”

“Quindi...?”

“È lampante. Potrebbe essere l’opera di uno Stregone Oscuro che insegue piani sordidi e pericolosi, che comprendono la necessità assoluta di sacrifici umani”.

“Ma anche no”, obiettò Alex, con una certa logica.

“In quanto Ombrafiorita abbiamo il dovere di indagare”.

“Può pensarci Evelyn da sola. È... capace”, disse Veronica, con un’impercettibile esitazione nella voce.

“Però se mi date una mano”, intervenne Evelyn, “vi posso inserire in nota spese, giusto?”

Angelo ci pensò su un attimo. “Sarebbe eticamente corretto, sì”.

“E abbiamo bisogno di un frigorifero nuovo”, ricordò Alex. “Gli anni Cinquanta sono passati da un pezzo. A questo punto io ci sto”.

“Se a Evelyn non dà fastidio”, disse Veronica, “anche io. I soldi son soldi”.

“Macché”, la tranquillizzò Evelyn, “mi fa piacere fare qualcosa tutti insieme, per una volta”.

Angelo roteò lo sguardo sui suoi fratelli, entusiasta. La famiglia si stava riunendo per braccare una pericolosa minaccia! Proprio come nelle Cronache degli avi! “Tremate, malvagi, perché arrivano gli Ombrafiorita!”, annunciò tutto contento, sbatacchiando in aria il dito indice.

E fu così che tutto ebbe inizio.

 

II

Via Salaria, di notte, diventa un mercato di carne umana. La trovi ad ogni grado di cottura, dai quindici agli ottantotto anni. C’è anche una certa varietà di gusti: alcuni la preferiscono chiara, altri impazziscono per quella scura, altri ancora non possono fare a meno delle tenui gradazioni orientali. “Che schifo”, mormorò Angelo. Leopoldo Lambrati Ombrafiorita aveva commerciato in prostitute, nel XVI secolo, ma si era sempre curato che le sue ragazze stessero più che bene e che svolgessero il loro lavoro nelle migliori condizioni. Era stato un onesto imprenditore. Su quella strada, invece, non si vedeva che contrabbando.

Evelyn fermò la moto (una Honda di quarta mano)2 vicino a un gruppo di ragazze, e donne che un tempo lo erano state. Degnarono gli Ombrafiorita appena di uno sguardo: due persone su un’unica moto non erano clienti, erano o curiosi o guai. “La vedi?”, chiese Evelyn al fratello. Don Eustachio aveva parlato di una donna esperta (una vecchia di sostanza, aveva tradotto Alex) di nome Flavia, che era amica delle due scomparse. Aveva capelli color rosso artificiale e un seno prosperoso: il che valeva praticamente per tutte le vecchie di sostanza lì presenti.

Angelo avvertiva un certo nervosismo. Temeva che lui ed Evelyn potessero esser visti in compagnia di quelle donne – non che avesse pregiudizi, ma che diamine, il buon nome degli Ombrafiorita non doveva essere infangato. “Non saprei”, rispose, senza neppure aprire la visiera del casco integrale. “Arriva qualcuno”, aggiunse subito dopo.

“Sarà un cliente”.

“E se non lo fosse? E se fosse il nostro uomo?”

Evelyn ci metteva poco a farsi convincere. “Ok”, disse, facendosi forte della sua esperienza da detective. “Fingiamo di amoreggiare. Togliti il casco.”

“No”, rispose Angelo. “Teniamolo. Così non ci riconoscono”.

Per qualche motivo ad Evelyn sembrò un’idea geniale. Fratello e sorella, senza smontare dalla moto, si abbracciarono, e per quanto possibile provarono a lanciarsi occhiate dolci e baci dietro gli strati di kevlar nero e plastica fumé dei loro caschi. Soltanto qualcuno con dei seri problemi emotivi avrebbe pensato che stessero amoreggiando, ma non sapremo mai se la persona in avvicinamento ne avesse oppure no. Una macchina rallentò per qualche istante, poi ripartì di gran carriera, e questo fu tutto.

“Pericolo scampato”, annunciò Angelo, sentendosi un duro più che mai. A quel punto Evelyn decise che era ora di togliersi il casco, e il fratello a malincuore la imitò.

“Se pò sape’ che cazzo volete?”, disse una voce femminile con un marcato accento romano. Apparteneva a un donnone più alto di Angelo (e non era facile), che aveva tutta l’aria di poter accartocciare casco, moto e teste con una mano soltanto. Il seno trabordava sotto l’abitino a fiori come la carne flaccida di Jhukhukhan il Gemebondo, e capelli rosso rame le brillavano in testa.

La solita fortuna degli Ombrafiorita, pensò Angelo, al settimo cielo per la gioia. Fissò la donna con la sua migliore espressione penetrante. “Flavia, suppongo.”

“E te chi sei, tesorì?”

Angelo smontò dalla moto. Perfino Evelyn era costretta ad ammettere che faceva la sua porca figura, alto quasi due metri, massiccio e interamente vestito di nero. “Angelo Ombrafiorita”, si annunciò. “Sono qui per parlare di Rita e Veruska”. Gli occhi di decine di puttane si puntarono su di lui. Prima o poi gli taglierò la lingua, fu il pensiero di Evelyn. Ma un istante dopo le ragazze, cui la vita da strada aveva insegnato quanto fosse salutare farsi gli affari propri, tornarono per l’appunto a farseli. Tutte tranne Flavia.

“Chi te manda?”

“Don Eustachio. Sto aiutando mia sorella nelle indagini”.

“Io sono una detective, sa.”, intervenne Evelyn.

“Me pari piccolina pe’ ‘ste cose”. In effetti Evelyn non era di corporatura robusta. Il che era un vantaggio, perché così nessuno sospettava quanto fosse brava a picchiare i vivi (oltre che ad evocare i morti).

“Si fidi, è brava”, la difese Angelo, senza precisare in cosa. “Don Eustachio ci ha detto di parlare con lei”.

“Annamo de là, tesorì”.

I tre si spostarono di qualche passo, al di fuori della portata di orecchio delle altre ragazze. Flavia si accese una sigaretta, aspirò tre boccate, poi disse: “So’ sparite molte amichette mie, ‘sti giorni”.

“Quante?”, chiese Evelyn con aria professionale.

“E che ne so. Più der solito. Dieci, quinnici”.

“Sono... moltissime”, commentò Angelo.

Flavia ridacchiò. “La vita è dura, tesorì. È sempre stata, ma mò ce sta quarcosa de nuovo”.

“Cosa?”

“Magari te può aiuta’ Boris”.

“Chi è?”

“Er pappa de quella là, Veruska. A me m’ha detto che ‘a pischella se n’è annata. Ma...”

“... non la convince”.

“Quello è uno cattivo. Nunn è un pappa de quelli bravi”.

“E il suo, si comporta bene?”, chiese Angelo, premuroso.

Flavia ammiccò, dandosi una pacca sul seno, che tremolò a cerchi concentrici. “Io nun ce l’ho, tesorì. Da mò che me so messa in proprio! Però...”

“Però?”

“Mò c’ho paura. Voglio finirla, me so’ rotta er cazzo. La strada è peggio de quanno c’avevo n’età verde”.

“Don Eustachio può aiutarla”, fu la compìta risposta di Angelo.

“Magari. Ma quello c’ha ducento anni, me more dall’oggi ar domani”.

Angelo tirò un profondo respiro. Gli Ombrafiorita erano una famiglia nobile, con doni peculiari, e per anni avevano vegliato su Roma. Non avrebbero lasciato che il momentaneo3 rovescio di fortuna economica ne oscurasse gli ideali. “La aiuteremo noi, signora”. Si portò una mano al cuore. “Ha la parola d’onore degli Ombrafiorita”.

La lingua, pensò Evelyn. Devo proprio tagliargliela.

 

III

Ad Alex quella faccenda delle indagini cominciava a piacere. Grazie a Giacomo, il suo contatto in polizia, Evelyn aveva scoperto che Boris aveva fama di essere uno dei peggiori magnaccia sulla piazza. Giacomo (quel ragazzo era cotto di Evelyn, anche se lei continuava a negare) aveva detto che la polizia lo teneva d’occhio da un po’, ma che aveva troppi legami con le mafie dell’Est Europa perché fosse possibile acchiapparlo – era una piccola mosca al centro di una ragnatela molto intricata. Ad Alex di mosche e ragnatele non poteva fregargliene di meno. Se accoppare Boris gli avesse procurato un frigo nuovo, avrebbe fatto vedere a quel tipetto che significava mettersi contro gli Ombrafiorita.

Però, prima di poterlo accoppare, o anche solo parlargli, occorreva trovarlo. E di solito il mercoledì sera Boris si faceva vedere al Cube, una grande discoteca di Roma. Alex capiva bene perché ci andasse, con tutte quelle studentesse universitarie che gli sculettavano intorno. Lui e Veronica lo stavano cercando dentro, mentre gli altri attendevano di fuori. Visto che la sorella aveva le migliori possibilità di individuarlo, grazie ai suoi giochetti mentali, lui si godeva i culetti danzanti. Mica male, fare l’investigatore.

Alex! gli ingiunse all’improvviso la voce di Veronica, sparata dritta nel cervello, proprio mentre lui allungava una mano verso un grazioso sederino compiacente. La ritirò di scatto per portarsela alla tempia.

Ouch. Fai piano, sorella!

È qui, l’ho visto. Va verso l’uscita.

Con la morte nel cuore, Alex abbandonò il sederino per farsi largo a spintoni tra la folla. Con quanti è?

Sono quattro in tutto.

Hai avvisato gli altri?

Sono in contatto con Evelyn.

Va bene. Prendiamolo.

Alex raggiunse l’uscita, godendosi il pensiero di quel che sarebbe arrivato dopo.

 

Angelo, messo sull’avviso da Evelyn, vide uscire Boris. Flavia gli aveva descritto la macchina del lenone, e Giacomo gli aveva fornito una foto. Avevano trovato l’auto parcheggiata in una stradina sterrata, buia e poco frequentata nei pressi della discoteca. Ottimo, aveva detto Alex, prima di fondere le gomme con uno sguardo e pochi gesti. Ora quel delinquente e i suoi tre compari avrebbero avuto due sorprese di fila. Le gomme prima, gli Ombrafiorita poi. La faccenda delle gomme era più che altro uno sfizio di Alex, ma tenere a bada quella testa calda non sempre era facile.

Alle orecchie di Angelo giunsero delle parole russe pronunciate nell’inconfondibile tono di un’imprecazione. Uscì allo scoperto proprio mentre, dalla direzione opposta, giungeva Alex, seguito senza troppa fretta da Veronica. Evelyn lo tirò per una manica. “Stai giù!”, gli sussurrò.

Angelo si riabbassò. “Ti spaventano quei tre?”

“Mi spaventa il casino che sta per fare Alex”.

“Lo vedo molto maturato. Vedrai che si controllerà”.

“Perfetto, ma vediamolo da qui”.

 

Alex si avvicinò ai quattro russi. Se loro avessero avuto una seppur minima traccia di potere magico, avrebbero visto che attorno al suo corpo brillava una tenue luce astrale di color blu: Incanto puro intessuto a formare una sorta di armatura4. Non poteva mantenerla a lungo, ma poco sarebbe bastato.

“Ehi ragazzi”, disse. “Qualcuno vi ha preso a calci la macchina?”

I quattro si girarono a guardarlo. “Facciamo quattro chiacchiere e ve lo dico io, chi è stato”.

Oh, pensò Veronica, dietro di lui. No. Con la flemma di una che passava da lì per caso, si guardò intorno alla ricerca di un riparo. Sulla destra c’era un cassonetto bianco, di quelli per la raccolta della carta. Perfetto. Virò a destra. State giù, consigliò mentalmente a Evelyn mentre, senza scomporsi, si accosciava dietro al cassonetto.

Non è giusto!, rispose lei. Questo è il mio lavoro! Dovrei essere io a...

Un colpo di pistola esplose nella notte.

Veronica aveva proprio voglia di farsi una canna.

 

Uno degli amici di Boris, un tizio con il labbro leporino, era particolarmente fatto. Prima che il capo potesse dargli ordini, gridò ad Alex di andarsene affanculo.

“Come ti permetti?”, rispose lui. Non permetteva a nessuno di insultarlo. Scostò i lembi della giacca e portò una mano all’interno, con movimenti teatrali.

Labbro Leporino fu piuttosto rapido a estrarre la pistola e sparare. Piuttosto rapido, intendiamoci, per uno che aveva in corpo più crack che sangue, e quindi molto più lento di un cane bastonato. Ma Alex non aveva nessuna intenzione di ripararsi. Lasciò che l’uomo sparasse e che il proiettile lo raggiungesse. Quasi: l’armatura d’Incanto, invisibile a quei derelitti, lo deviò. Figata.

Boris biascicò qualcosa nella sua lingua. Gli altri due amici, uno con dei baffoni alla Freddie Mercury e un altro con il viso deturpato da un naso che pareva una pustola, gli si strinsero vicini. Tutti e tre estrassero le armi.

Anche Alex estrasse la sua. Una lunga e robusta frusta: l’ultimo dono che gli aveva fatto la nonna. Era sempre stato il nipote prediletto. Alex pronunciò una parola in Medio Atlantideo, fece schioccare la frusta in aria, e quella divampò in fiamme per tutta la lunghezza della corda. Una frusta magica. La nonnina era una con le palle.

Labbro Leporino, già provato dalla pallottola rimbalzante, non resistette alla frusta in fiamme, e pensò che va bene la fedeltà al capo e tutto il resto, ma a quel punto era meglio darsi. Scappò in direzione del riparo più vicino, un cassonetto bianco.

Che rottura, pensò Veronica, che dietro a quel cassonetto si stava rollando uno spinello. Rivolse la sua attenzione verso il tipo, sbirciandolo tra le ombre. Tu non vuoi scappare da questa parte. Non è meglio verso quella moto là? Labbro Leporino cambiò direzione come una macchinina telecomandata, precipitandosi verso il nascondiglio di Angelo ed Evelyn.

Ma che me lo mandi a me?, protestò la sorella. 

Sei te quella a cui piace fare a cazzotti.

Evelyn chiuse il pugno e si preparò.

 

Con un colpo di frusta Alex disarmò Freddie, ustionandogli la mano e dando fuoco al polsino della camicia. Quello urlò per il dolore e la paura, mentre Naso a Pustola e Boris sparavano un colpo dietro l’altro. L’armatura d’Incanto si stava indebolendo. Non che la cosa preoccupasse Alex.

Nel frattempo Evelyn uscì fuori dal suo nascondiglio, bloccando la fuga di Labbro Leporino. Lui esitò per un istante nel trovarsi di fronte quello scricciolo di donna. Poi decise di spintonarla e passargli sopra.

Pessima idea.

Evelyn afferrò con una mano il braccio con cui Labbro Leporino voleva spingerla. Con l’altra mano, chiusa a pugno, lo colpì in pieno volto. Labbro Leporino precipitò a terra. Evelyn, che era una combattente nota per la bravura ma non per la lealtà, ne approfittò per regalargli un pacchetto di calci in faccia, frantumandogli naso, denti e parecchie altre cose utili. Poi, annoiata, guardò che cosa combinava Alex.

“Che dici, andiamo?”, chiese ad Angelo.

Lui gemette. Doveva essere un’azione pulita e discreta, di quelle che fanno crescere la fama sinistra di una famiglia di occultisti. E invece c’era suo fratello con una frusta in fiamme che affrontava frontalmente un gruppo di mafiosi, facendo rimbalzare proiettili qua e là.

“Gli Ombrafiorita saranno insieme nella pugna!”, decise, e si gettò nel combattimento. Felice come una Pasqua, Evelyn lo seguì.

 

La pugna durò circa venti secondi, forse qualcosa di meno. Angelo dovette pugnare ben poco (si limitò a riscaldare la pistola di Boris, facendogliela cadere di mano), visto che Alex ed Evelyn erano più che contenti di prendersi tutta la torta. A cose fatte i tre tirapiedi erano a terra con ustioni, tagli sanguinanti e lividi su tutto il corpo. Freddy Mercury non avrebbe mai più potuto vantare quei bei baffi. Né, a quanto pareva, capelli. Né altri peli. Boris era legato con la frusta di Alex, spenta. Capire per quanto lo sarebbe rimasta era lasciato all’immaginazione dell’uomo. Veronica uscì fuori dal suo riparo con una sigaretta di marijuana tra le dita. La sua apparizione terrorizzò il mafioso ancor più di quella degli altri: se lei era stata nelle retrovie fino a quel momento, chissà cosa era in grado di fare!

“Allora”, disse Veronica, che sentiva la paura di Boris, “parli, o devo tirarti fuori io quello che vogliamo sapere?” Avrebbe preferito che Boris parlasse: usare la telepatia per avere informazioni specifiche era difficile e non sempre dava risultati soddisfacenti. E in più entrare nella testa di gente come Boris ti metteva una sensazione di sporco che ti restava appiccicata addosso per giorni.

Il mafioso mormorò qualcosa che comprendeva una richiesta d’aiuto a santi assortiti.

“Forse potrai ottenere aiuto dai santi, Boris”, disse Angelo in tono accondiscendente. “Ma l’aiuto presuppone il perdono, il perdono presuppone il pentimento. E sai cosa presuppone il pentimento, Boris?”

Quello scosse la testa.

“La confessione. Quindi, se vuoi che i santi ti aiutino, parla”.

“Ma che cazzo volete sapere?”, sbottò urlando Boris.

Già. In effetti nessuno si era ricordato di dirglielo. “Veruska”, fece Evelyn.

“Chi?”

“Veruska, una delle tue... donne. Te la ricordi?”

Stavolta Boris annuì.

“Che fine ha fatto?”

“Non posso...”

Alex scosse leggermente la frusta. “È la tua risposta definitiva? L’accendo?”

“No, no!”, implorò Boris.

“Allora,” fece Evelyn. “Veruska. Dov’è?”

“L’ho venduta”.

 

Continua!

 

1 Divinità Demente nota ai più, Huggakhu l’Eternamente Affamato usa gli esseri umani a) per nutrire se stesso e la propria prole immonda e b) per produrre la prole immonda di cui sopra (feconda le donne inserendo duecentosedici microtentacoli nei loro orifizi principali). È tuttavia meno Demente di altre Divinità Dementi, e di tanto in tanto ci si può perfino parlare. Abelardo Regenti Ombrafiorita salvò una donna dai suoi tentacoli, per poi innamorarsene e sposarla. Però quella donna aveva imbrogliato sia Huggakhu l’Eternamente Affamato che Abelardo Regenti Ombrafiorita: era una Crudele Dea Dimenticata di Lemuria. La sua storia con Abelardo ebbe una fine molto violenta, e anche Abelardo.

2 Nel senso che dal proprietario originale, che ancora ne piangeva la scomparsa, ad Evelyn, la moto era passata per quattro persone diverse. Quindi tecnicamente sarebbe stata di ottava mano, ma tant’è.

3 Per capire l’uso di questa parola, momentaneo, occorre entrare per un attimo nella testa di Angelo. Gli Ombrafiorita erano senza un soldo da parecchi decenni, ma parecchi decenni, nella storia di una famiglia le cui Cronache più antiche sono scritte in lingue talmente arcane che nessuno le parla più, non sono poi tutto questo tempo. Da un punto di vista, diciamo così, macrocosmico, era davvero roba da poco per Angelo. Da un punto di vista microcosmico, avrebbero obiettato i suoi fratelli, loro avevano la pancia vuota, e non certo momentaneamente.

4 Questo è un incantesimo meno utile di quanto sembra, perché molto faticoso rispetto ai risultati raggiunti. Il bisavolo Lattonzio Belga Ombrafiorita detto il Pavido lo aveva portato a notevoli vette di perfezione. Con l’Incanto che gli serviva per generare le sue prodigiose armature rifinite in ogni dettaglio (stemmi compresi), il Pavido avrebbe potuto sterminare un esercito di Magri Notturni. Ma se era detto il Pavido, non era a sproposito.