Antonio Dini

Ma la vede anche lei la bambina, vero?

Cronache dal Milano-Roma alla mattina presto

 

A ottomila metri di quota, sull’MD-80 di Alitalia, tratta Milano-Roma, mi spavento. Alitalia ha “liberato” i posti, come su di un autobus qualunque: entri, ti piazzi sul primo sedile libero e lì stai. Per questo, tra un sessantenne incavolato con il prossimo che gli ha occupato il seggiolino favorito e una signora in tailleur che si piazza lesta dal lato del finestrino, capita di vedere quel posto vuoto, lato corridoio tra le prime file, che stranamente nessuno ha ancora preso.

 

Un balzo e ci sono: il posto è mio. Accanto, già legata con la cintura di sicurezza, c’è però uno scricciolo di bambina, sei anni appena. Mi guarda un po’ sospettosa, la riguardo, mi viene anche il dubbio e le chiedo se il posto sia in realtà occupato. Mi immagino: ci sarà la mamma dietro l’angolo, magari sta tornando proprio adesso dalla toilette. Lei mi dice, come fosse la cosa più naturale del mondo: «No-no, è libero». E io allora mi siedo.

 

Io sono l’omaccione in giacca e cravatta, novanta chili per un metro e ottantanove; lei la piccolina con il suo zainetto in miniatura colorato e decorato di fantasie da prima elementare. Dentro, caramelle, biscotti, una banana e del té in bottiglia. È surreale: intorno la crema dei pendolari italiani, quelli che il business li porta alle otto di mattina da Linate a Fiumicino a seguire le magnifiche e progressive sorti: dirigenti, avvocati, giornalisti, statali in missione, personaggi della tivù. L’età media è quarant’anni, ma giusto per quei due o tre ventenni che abbassano un po’ il conto. Nessuno, tra i passeggeri o le hostess dell’aereo, fa attenzione a me e alla piccola. Il velivolo si muove sul tarmac, indugia, attende un po’. La bambina racconta seria che viaggia sulla tratta Roma-Milano «da quando avevo tre anni», e che «la mamma ha un po’ paura del decollo, perché soffre di vertigini». Io mi chiedo come mai nessuno ci guardi, nessuno faccia caso alla strana coppia seduta ai posti 5A e 5B. Un’ultima svolta e siamo allineati alla pista. Decolliamo.

 

Mentre l’aereo si sta arrampicando verso il soffitto di nubi sospeso sopra Milano, piegando lentamente verso sud, mi guardo intorno forse per via dello stress da distacco. Gli altri sono tutti persi dietro ai loro pensieri: nessuno fa veramente caso a noi due. Mi verrebbe da chiedere alla hostess: «Ma la vede anche lei la bambina, vero?». Siamo ancora legati dalla cintura di sicurezza e il pavimento dell’aereo ha sempre un angolo innaturale, puntato verso l’alto. Le hostess non sono ancora passate e sono costretto a tenermi dentro la mia improvvisa fobia.

 

A un certo punto la bambina si gira verso di me, gli occhi sgranati. Mi aspetto che dica qualcosa tipo: «Adesso inizia un lungo viaggio verso un posto lontano, ma non temere: ci sono qua io per accompagnarti» con voce roca mentre gli occhi le si ribaltano all’indietro. Invece sospira e si lascia uscire un tiepido commento: «Sai che un po’ di paura ce l’avevo anche io?». Facciamo amicizia. I genitori sono separati, la mamma sta a Milano e non vuole più vedere il papà, a nessun costo. Di prendere l’aereo, poi, neanche se ne parla. Per questo motivo la piccola è diventata, controvoglia, una pendolare dei cieli.

 

Leggiamo – in avanti e all’indietro – mezza rivista Ulisse, il “dono” di Alitalia per i suoi passeggeri. I bambini si sa che si adattano, e lei è una signorinella ben educata e per niente capricciosa (anche se io avrei preferito dormirmela, quell’oretta di volo). Ci raccontiamo storie, il signore imbarazzato e la bambina più grande della sua età. Indimenticabili le «macchine piccole come formichine» e le case «grandi così» (e le ditine, pollice ed indice, si avvicinano che quasi non ci passerebbe un foglio nel mezzo), tanto che presto la sottile paura delle bambine di Shining scompare e lascia il posto a un po’ di tristezza: non è una bella vita la vita di quella piccola. Penso: io sto andando a Roma tutto spesato, ho pure l’autista col Mercedes nero che mi aspetta giusto davanti alla pensilina dei taxi, subito fuori gli Arrivi, per portarmi al Campidoglio. E lei? Che vita fa, poverina: sballottata tra i due poli di un amore finito...

 

Arriviamo, la aiuto a vestirsi, si mette il cappottino con la rigida dignità quasi di una persona anziana, ha anche dimenticato il cellulare acceso (il cellulare a sei anni!) nella tasca del cappottino: si prende lo zainetto e in testa all’aereo la lascio nelle mani della hostess che l’accompagnerà... chissà dove.

 

A Fiumicino si scende sulla pista e c’è l’autobus che ci aspetta per andare al terminal. Il solito torpedone snodato che seguirà a zig-zag le tracce indecifrabili della segnaletica disegnata sulle piste di tutti gli aeroporti. Salgo, mi volto indietro e faccio appena in tempo a vederla, accanto alla hostess, impaludata nell’impermeabile blu lungo della divisa, che la sta accompagnando. Accanto alla ruota anteriore dell’aereo c’è parcheggiata una Thesis grigia, col lampeggiante sul tetto e i vetri dietro oscurati. Lo sportello posteriore è aperto e la bambina sta scomparendo lì dentro, lasciandomi come un povero pirla sull’autobus, tra gli altri pendolari sfigati del Milano-Roma, vestiti come manichini per fare il “business”. Lei, mi piace pensare che non sia poi così triste, perché dopotutto è pur sempre la figlia di un Cesare a Roma.