Manfredi M. Giffone

The weather boys

 

Jonathan Osborne nacque il dodici giugno alle dodici in punto, il North Carolina era fili d’erba e sole e Jonathan era una testa bionda e due enormi occhi verdi.

Passò un anno e una bella giornata di luglio gli Osborne presero il piccolo, ragione della loro vita, e lo portarono fuori.

Jonathan alzò lo guardò e, nonostante avesse appena un anno, disse la sua prima parola e la sua prima parola fu «sole». Gli Osborne si affacciarono sul passeggino e poi si guardarono con l’espressione di naturale incredulità che hanno tutti i genitori del mondo quando sentono la prima parola del figlio. Mr Osborne disse «hai sentito? credo abbia detto», e una lacrima sfuggì al suo controllo, «...papà» ma sua moglie aveva occhi e orecchie solo per il suo bambino e non gli diede retta.

Jonathan guardò i genitori, disse di nuovo «sole» come si volesse assicurare che avessero capito bene e si addormentò per il resto della giornata.

Mrs Osborne si sentiva una madre motivata, Mr Osborne pensò che suo figlio era un ragazzo precoce e sarebbe diventato sicuramente qualcuno.

Il giorno dopo, verso l’ora di pranzo, gli Osborne si fermarono su una panchina di fronte a un laghetto mentre aspettavano che il piccolo Jonathan parlasse di nuovo con la stessa devozione di fedeli di fronte a un profeta, ma dopo un’ora di religioso silenzio Mr Osborne iniziò a indicare tutto quello che gli capitava a tiro nella speranza di sollecitare l’atteso evento.

«Jonathaaan... vedi questa? “panchina”, guarda, guarda...

Jooonathaaan, guarda qua, “paperella”, ecco - grazie cara - visto che mi ha dato la mamma? “panino”, prova a dirlo, dai! “paaaniiinooo”...paaa - paaaa...“paaaapà”» e mentre suo marito continuava a fare buffe espressioni al figlio, Mrs Osborne in una parte molto profonda della sua mente si domandò quale dei due fosse il bambino.

Jonathan, disinteressandosi del padre, si voltò verso il lago, prese un profondo respiro e disse «sole».

Per tutto luglio e agosto il piccolo Jonathan disse una sola parola al giorno. Bastò molto meno tempo perché gli Osborne iniziassero a preoccuparsi seriamente.

Per il resto fu una bella e soleggiata estate.

Una mattina di settembre Mrs Osborne stava imboccando il piccolo Jonathan e Mr Osborne si avvicinò con un’aria distratta ad arte.

«...cara?»

La donna si voltò verso il marito e uno schizzo di minestra che il piccolo Jonathan aveva gentilmente lanciato le finì sul volto.

«Jonathan!» Mrs Osborne si asciugò lo zigomo con il bordo della tovaglia, «stai buono, su. Fai “ahhh”» Mr Osborne fece un passo in avanti e articolando eccessivamente le parole disse:

«Jo-na-than dai retta alla M-A-M-M-A».

«Tom? Che vuoi?»

«Niente, perché? Sto solo cercando di dare una mano».

«Grazie, ma se vuoi essere davvero utile afferra un cucchiaio e unisciti alla festa».

«È solo che penso che faremmo bene a portarlo da uno specialista, non credi?»

«No, non credo. Fai “ahhh”, amore della mamma».

«Tesoro, ti prego, cerca di renderti conto...»

«Renditi conto tu! Jonathan ha solo bisogno dei suoi tempi!

Anzi ha anche iniziato a parlare prima dei suoi compagni di classe, quindi fine della discussione».

«Ma ripete solo una parola! Sole sole sole! Non dice altro!»

A sentire il tono della voce del padre il piccolo smise di mangiare e iniziò a piangere.

«Sei uno stronzo, Tom».

Mrs Osborne prese in braccio Jonathan e lo iniziò a cullare.

«Lo vuoi lasciare in pace, per favore?»

Mr Osborne abbassò la testa sconfortato.

«Sono solo preoccupato».

«Ti assicuro che così non migliori le cose».

Alla ventesima cullata Jonathan smise di piangere.

Mr Osborne si sedette e si stropicciò la faccia sentendosi inadeguato e inutile e Mrs Osborne decise di passare dal figlio al marito, gli si sedette in braccio e gli accarezzò il volto. Alla seconda carezza lui le cinse la vita.

«Le cose si aggiusteranno, vedrai».

Mr Osborne sospirò e il piccolo Jonathan fece il suo ruttino.

Poi guardò fuori dalla finestra e aggiunse «nuvole».

Nel mese di settembre Jonathan disse alternativamente «sole» o «nuvole», poi, verso ottobre, aggiunse «pioggia» e i genitori lo portarono da ogni medico disponibile. Nessuno rilevò qualcosa di anormale nel piccolo e Mrs Osborne si tranquillizzò. Suo marito invece non la prese con altrettanta filosofia e iniziò a osservare e stimolare suo figlio con cura ossessiva, sottoponendolo a una lunga serie di test da lui inventati. Dopo qualche giorno, non avendo ottenuto alcun risultato soddisfacente, decise di lasciare il “soggetto” libero di esprimersi. Mr Osborne si sarebbe dedicato esclusivamente all’osservazione pura, segnando le ore in cui Jonathan parlava e quali parole diceva.

Inizialmente prese appunti in maniera molto approssimativa: “

 

sole” verso mezzogiorno

 

poi sempre con più cura:

 

circa 6 PM “pioggia”

03.06 PM “pioggia”

 

fino ad appuntarsi i giorni:

 

martedì ore 07.30 “nuvole”

venerdì ore 11.43 (incomprensibile)

 

e qualsiasi altra cosa potesse sembrargli rilevante:

 

sab ore 14.28 “sole” (in cucina,)

dom 17 Ottobre ore 13.17 “sole” (salone mentre gioca)

lun 18 Ottobre ore 12.13.07 “nuvole” (televisione mentre guarda

cartoni animati. Puntata noiosa).

 

Prima di arrendersi accumulò una lunga serie di dati.

Sorseggiando un caffé Mrs Osborne diede uno sguardo ai fogli del marito e fece la sua migliore espressione di finto stupore

«Ooohh! Ma quanti dati interessanti che hai raccolto. Senti hai anche intenzione di riprendere a lavorare prima o poi?»

«No. Mi sento depresso».

«Tom, ascoltami bene perché sono stufa di ripeterlo: nostro figlio è perfettamente normale».

«Ma certo! È perfettamente normale che un bambino ripeta solo due o tre parole!»

Mrs Osborne posò la tazza sul tavolo - «tesoro, ogni cosa ha il suo tempo», - accarezzò la fronte del marito - «nostro figlio crescerà e sarà semplicemente quello che deve essere» - e gli prese le guance con entrambe le mani - «capisci?»

Tom Osborne diede un’occhiata ai suoi fogli pieni di appunti frenetici che non avevano nulla a che fare con il piccolo bambino che si muoveva a gattoni sul pavimento, poi guardò sua moglie e disse un flebile «sì» mentre vedeva allontanarsi cerimonie di premiazione e premi Pulitzer che lo avrebbero visto in prima fila ad applaudire il piccolo Jonathan. Ma si consolò con l’idea che potesse diventare un campione di football. E in fondo si sarebbe accontentato anche se diventava campione di baseball, che è notoriamente uno sport da perdenti.

Mrs Osborne pensò che era proprio brava a mettere in riga gli uomini di casa, sua madre sarebbe stata fiera di lei.

Persi nei loro pensieri nessuno dei due si rese conto che, da mesi, il loro piccolo Jonathan non faceva altro che accurate previsioni del tempo.

Crescendo, Jonathan iniziò a prendere confidenza con il resto del vocabolario e anche se ogni giorno continuava a fare la sua previsione del tempo, nessuno se ne accorse e lui crebbe tutto sommato normale.

Cinque anni dopo i coniugi Osborne, reduci da una serata piacevolmente alcolica, si dedicarono a effusioni da novelli sposi e dopo poche settimane fu chiaro che Mrs Osborne, per la seconda volta, era incinta.

La piccola Claire nacque il dodici giugno alle nove in punto e quando tutte le attenzioni di mamma e papà si rivolsero a lei, Jonathan si sentì solo, abbandonato, tradito e il mondo sicuro di casa sua non gli sembrò più tanto confortevole. In compenso il mondo degli altri bambini iniziò ad apparirgli attraente e in poco tempo si innamorò perdutamente di Sarah, la ragazzina dai capelli rossi, soffici come lo zucchero filato. Un giorno di dicembre, durante una ricreazione, Jonathan stava giocando con lei e con l’inevitabile amica del cuore, utile quanto la parete su cui si appende il quadro. Alex, un bambino secchione, balbuziente, ciccione e quindi comprensibilmente cattivo, li osservava.

Alex non era solo sovrappeso, aveva anche un ego grasso e non tollerava due cose: il talento e i magri. Jonathan era sicuramente magro. Alex si convinse che fosse anche pieno di talento e così decise che era giunto il momento di dargli una lezione, si avvicinò e gli disse «pi-piscialletto».

Riferimento all’incontinenza e quindi all’impotenza, ottima scelta.

Jonathan non comprese cosa stesse accadendo e la sua pausa di sgomento regalò un’altra mossa di vantaggio ad Alex che la sfruttò rincarando la dose.

«Pi-piscialletto e femminuccia».

Ovvero “impotente e invertito”.

Mentre vedeva il suo tenero corteggiamento andare in frantumi per colpa di una palla di lardo impazzita, Jonathan si riprese e provò a difendersi con un «ciccione», ma fu una risposta debole. Alex sapeva di essere grasso, era per questo che odiava tutti.

«Ri-ritardato».

«Ritardato tu».

«Copione».

«Finocchio».

Alex chiuse gli occhi, voltò la testa, intrecciò le dita e rivolse i palmi all’esterno.

«Specchio riflesso.»

Silenzio. Jonathan comprese che non sarebbe toccato a lui sentire lo zucchero filato dei capelli di Sarah e mentre lacrime di rabbia gli gonfiavano gli occhi, guardava il ciccione andarsene sghignazzando.

«Nuvole» fu l’ultima parola di Jonathan, ma nessuno lo udì e lui si incamminò verso casa.

Sulla strada del ritorno, finalmente lontano da tutti, iniziò a piangere.

Al suo rientro a casa trovò sua madre che imboccava la piccola Claire e suo padre intento a trafficare con il portatile e lui andò a chiudersi nella sua stanza.

Voleva stare solo e che nessuno gli parlasse per il resto della sua vita. Si affacciò alla finestra e vide che iniziava a piovere e il rumore della pioggia gli sembrò confortante finché un tuono fece piangere la piccola Claire a squarciagola.

«Toooom! Ti decidi a darmi una mano?»

No, non andava. Tutto doveva essere silenzioso, silenzioso e bianco.

Le gocce di pioggia si ingrossarono fino a diventare fiocchi di neve e il giorno dopo la piccola cittadina era coperta da un sottile strato di bianco.

Le scuole rimasero chiuse e i bambini giocarono a palle di neve.

Una settimana dopo, il ventiquattro dicembre, tutti furono felici di passare un bianco Natale sotto la neve.

A gennaio continuava a nevicare da un mese e tutti erano un poco meno felici e molto più preoccupati. Non si vedeva altro che neve, neve, neve.

“Neve”.

La temperatura si mantenne sotto lo zero per due mesi e la neve fioccò senza interruzioni.

A seguito delle segnalazioni sempre più allarmate da parte dei cittadini, il governo promise che avrebbe dichiarato lo stato di calamità nazionale. E non lo fece solo perché la situazione aveva molto poco di nazionale. Anzi la zona colpita dall’anomalia nevosa “Amalia”, come era stata battezzata dai mass media, era circoscritta a un’unica cittadina del North Carolina che in poco tempo rimase isolata dal resto del mondo.

Mr Osborne era preoccupato a morte ma non lo dava a vedere.

In fondo trovava la situazione stimolante anche non se ne rendeva conto. Mrs Osborne capiva che la sua praticità femminile in questo caso non era sufficiente e si sentiva persa.

Guardava suo marito e vedeva solo l’eroe che avrebbe portato in salvo lei e i suoi bambini. La piccola Claire dormiva il sonno dei bambini di appena un anno. Jonathan era felice, felice di abbandonare tutto, di andarsene, di mollare, di dimenticarsi di se stesso, moccioso e perdente.

Gli Osborne, come il resto dei loro concittadini, si prepararono a evacuare.

Mr Osborne attrezzò la sua monovolume per fronteggiare al meglio ogni eventuale pericolo, cercando di considerare tutte le possibili eventualità e di porvi rimedio in anticipo. Dopo aver stipato la macchina all’inverosimile con ogni cosa ritenesse potesse essere di aiuto, la guardò soddisfatto. Gli altri erano rintanati in casa e aspettavano un suo cenno per salire a bordo, ma in un momento di lucidità Mr Osborne comprese che, quando si trattava di affrontare una bufera di neve che imperversava da due mesi, “tutte le possibili eventualità” erano di una portata tale che le sue catene, la sua cassetta degli attrezzi, la torcia, il suo thermos con l’acqua calda, il cestino dei viveri, il piumone con il quale avrebbero dovuto ripararsi dal freddo, sarebbero stati utili quanto mettersi a pregare.

Sconfortato e allo stesso tempo furioso per non riuscire a far fronte alla situazione in modo adeguato, iniziò a togliere dalla macchina tutto quello che gli era sembrato utile, sostituendolo con tutto quello a cui teneva: le foto di famiglia, le foto del suo matrimonio, un libro di Paul Auster che sapeva a memoria, il suo portatile con hard disc esterno che non aveva idea di come avrebbe alimentato, la collezione completa di Barry White, la foto che gli aveva fatto il suo migliore amico la sera che lui si era ubriacato perché l’allora futura signora Osborne non gli rispondeva al telefono e una foto di suo padre a cui continuava a volere bene ma che non lo aveva mai capito (lui il padre e viceversa) e quindi continuava a non sopportare. Mentre rovistava sotto gli sguardi silenziosi della sua famiglia, trovò gli appunti che aveva preso quando era nato Jonathan con le date e le parole che aveva detto, sole, nuvole, pioggia, e gli sembrò di essere sul punto di capire qualcosa del ragazzino che guardava la neve fuori dalla finestra e che non apriva bocca da due mesi. Ma il silenzio ostinato del figlio lo fece irritare e così perse l’attimo e continuò a non capire nulla. Si sentì stupido per aver preso degli appunti, gettò i fogli in un cestino e se la prese contemporaneamente con suo padre, con se stesso e con suo figlio.

Quindi salì di nuovo in macchina, la svuotò delle cose a cui credeva di tenere e ci infilò le uniche cose a cui teneva davvero: sua moglie e sua figlia. E Jonathan. E così, leggeri e ormai pronti al peggio, gli Osborne si incolonnarono in un’unica fila di macchine che si metteva in marcia verso un tunnel che portava appena fuori città dove li aspettava una mite giornata di febbraio.

Mr Osborne stringeva il volante nervosamente. Era molto spaventato perché non aveva idea di cosa gli avrebbe riservato il futuro ma era talmente nauseato del presente che qualsiasi cosa sarebbe stata meglio. Mrs Osborne stringeva amorevolmente la piccola Claire. La teneva in braccio cercando di controllare il nervosismo. Claire sorrideva, eccitata dal trambusto.

Jonathan guardò la sua città, un dolce glassato fuori ma stucchevole dentro. Il resto del mondo era una mela a cui stava per dare un morso. Addio casa. Addio scuola. Addio Alex. Addio Sarah. Addio amica parete. Addio tutti.

La piccola Claire sbadigliò. Poi aprì i suoi profondi occhi azzurri e disse la sua prima parola. E la sua prima parola fu «sole».

I genitori si guardarono e Mrs Osborne iniziò a sorridere trattenendo le lacrime.

«Hai sentito, Tom?», disse piangendo sommessamente, «credo abbia detto...“mamma”»

Ma l’attenzione di Mr Osborne era stata catturata dal veicolo di fronte che aveva frenato bruscamente e, intento a inveire contro l’intero mondo delle macchine da Henry Ford in poi, non fece troppo caso a sua moglie.

Jonathan guardò la sorellina e le sorrise.

Le nuvole si aprirono velocemente e dopo poco tutti scesero dalle auto mentre la fila di macchine rimaneva immobile ad arroventarsi sotto un sole estivo in pieno febbraio.

I piccoli Osborne crebbero sotto gli occhi amorevoli dei loro genitori.

Jonathan sembrava più portato per le lettere e il disegno, Claire per la matematica e le scienze. Entrambi passavano molto tempo a giocare all’aria aperta e facevano i soliti giochi che fanno i bambini. Spesso si sfidavano in un gioco di parole di cui Mrs Osborne non riusciva a capire le regole. Guardavano il cielo finché uno dei due non diceva qualcosa come ad esempio «moderatamente nuvoloso» e l’altro annuiva convinto.

Questa eccessiva complicità preoccupava Mrs Osborne che lo faceva notare regolarmente al marito. «Non ti pare che Claire e Jonathan passino troppo tempo insieme?» Ma Mr Osborne ormai prendeva la vita con filosofia e si limitava a ripetere alla moglie «non preoccuparti, tesoro. Ognuno prenderà la propria strada».

E infatti verso i tredici anni i due Osborne jr. iniziarono a divergere di opinione e Mrs Osborne fu felice di ascoltare quelle che le sembravano prese di posizione e manifestazioni di carattere.

Certo, non li sentì mai litigare. Ma almeno, se adesso Jonathan diceva «sole», Claire rispondeva «23 gradi».

A parte questo gli Osborne andarono avanti con il bello e il cattivo tempo.