Andrea Dilaghi
L’uomo che non si fidava dei numeri
L’avvocato
Voglio chiarire subito che non ho l’abitudine di mettermi ad ascoltare i discorsi di quelli che stanno aspettando l’autobus alla mia stessa fermata.
Vi dirò di più, io l’autobus non lo prendo quasi mai, di solito nel centro storico mi muovo in taxi oppure a piedi, nel breve tratto di strada che separa il tribunale dal mio studio di avvocato.
Però quello era un pomeriggio di un giorno particolare: era la vigilia di Natale e, come spesso mi succede negli ultimi anni, ero terrorizzato dall’idea di chiudere l’ufficio per quindici giorni e chiudermi in casa con quello che resta della mia famiglia, con i parenti che riesco a evitare tutto il resto dell’anno fornendo come alibi impegni di lavoro veri o fasulli.
Per le feste di Natale però non ho scampo… ma non succede così anche a voi? No? Non importa, avete il diritto di non rispondere e poi non è di questo che voglio parlarvi.
Stavo dicendo che, dopo aver passato il pomeriggio in giro per il centro, a guardare le vetrine e salutare amici baristi, ho deciso di dirigermi senza fretta verso casa e, in questo caso, l’autobus è il mezzo ideale.
Dunque, ero lì alla fermata, preso dai miei pensieri, quando ho sentito alle mie spalle una voce di donna che diceva: “Ci sarebbero gli estremi per una denuncia…”.
Ecco, voi capite che un avvocato non può restare indifferente a una frase del genere.
Quindi, col pretesto di controllare la tabella degli orari degli autobus, mi sono messo di tre quarti in modo da poter vedere, con la coda dell’occhio, la persona che aveva parlato.
Per prima cosa ho notato che la donna in questione era inferocita anche se aveva parlato a bassa voce: la rabbia, l’umiliazione le trasfiguravano la faccia, era sull’orlo di una crisi isterica.
Aveva labbra sottili, tese come due elastici attraverso il viso, respirava affannosamente con il naso e aveva due occhi che facevano impressione. Era vestita con un abito di marca ma ormai sformato, fuori moda e logoro. La borsetta aveva un manico staccato e successivamente riattaccato con un rammendo grossolano.
La mia capacità di giudizio, affinata in anni di lavoro a contatto con le persone più disparate, mi portava a classificarla come una donna che, proveniente da un ceto sociale agiato, per qualche motivo, si era trovata a essere una barbona ma ancora non ne aveva preso coscienza.
“Lo potrei denunciare, ti dico, e allora voglio vedere se non mi renderanno giustizia…”.
Stava parlando, guardandolo dritto negli occhi, a un ometto vestito di quello che capita, con la barba incolta, per metà marrone e per metà bianca. Era in piedi di fronte a lei e aveva un sorriso che voleva essere rassicurante a tutti i costi, ma gli si leggeva in faccia che lui la giustizia non l’aveva mai conosciuta, oppure, se per caso l’aveva incrociata nel suo percorso, non doveva essergli piaciuta affatto. Aveva uno sguardo scettico, disincantato, ma non per questo smetteva di sorridere come per dire “va bene, ci credo, ma calmati”.
Un po’ come si fa con un bambino bizzoso.
Aveva ragione, pensavo. Lui era un barbone di lungo corso, si vedeva, uno che aveva esperienza. Figuriamoci se esiste un avvocato che, trovandosi davanti una donna vestita come quella, prende in considerazione l’idea di assumerne la difesa.
Intanto una così chissà con quali soldi potrebbe mai pagare.
Poi è opinione diffusa che un avvocato che si riduce a difendere un barbone è sulla buona strada per diventarlo a sua volta.
Dite che sono cinico? No, diciamo che sono realista e questo, per un avvocato, è una gran bella virtù, credetemi.
In ogni caso, se al mio studio si presentasse una donna del genere, non me ne accorgerei neppure: ci penserebbe la mia segretaria a disimpegnarsi, lei che sa dire di no con la stessa grazia e gentilezza con cui dice di sì. Personalmente la preferisco quando dice di sì, e se la conosceste mi dareste ragione.
Ma andiamo avanti.
L’uomo vestito come uno dei fratelli Marx non parlava e continuava a sorriderle per tranquillizzarla. Lei tacque per un bel po’ continuando a respirare profondamente con il naso e a tenere le labbra strette. Poi mise una mano nella borsetta, estrasse un accendino, due fazzoletti di carta usati e infine un pacchetto di sigarette. Vuoto.
Imprecò qualcosa sottovoce accartocciando il pacchetto nel palmo della mano.
L’uomo allora ebbe una specie di ispirazione: fece un sorriso più ampio, le prese la mano e, recuperato il pacchetto, lo aggiustò, gli ridiede insomma quasi la forma originale.
Poi trasse di tasca un pacchetto di sigarette pieno, lo aprì e meticolosamente, lentamente, ne mise la metà esatta nell’altro pacchetto e lo rese alla donna.
Quello che mi è rimasto impresso però è come lo fece: non le contò una per una, le divise a occhio, valutando ogni tanto il volume dei due pacchetti, tenendoli fra l’indice e il pollice delle mani. Continuò a spostare le sigarette dall’uno all’altro pacchetto, finché non furono perfettamente uguali.
Pensai, per quanto mi sembrasse strano, che non sapesse contare.
Per un momento, chissà perché, ho addirittura pensato che non si fidasse dei numeri.
La donna prese una sigaretta dal pacchetto e l’accese, intanto che le si formava una specie di sorriso all’angolo della bocca.
Continuavo a guardarla con la coda dell’occhio e mi aspettavo di vedere o sentire qualcosa che assomigliasse a un grazie.
Ma non andò oltre quella specie di sorriso: aveva gli occhi socchiusi e faceva uscire il fumo fra le labbra ancora tese come due elastici.
Poco dopo saltai sull’autobus al volo, rassicurato dal pensiero che ci sarebbe sempre stata, fra me e quella donna, almeno una segretaria.
L’edicolante
Voi ci credete al malocchio? No? Fate malissimo.
Nemmeno io ci credevo, figurarsi. Almeno fino a quando non è successo quello che è successo la vigilia di Natale.
L’avrete letto sul giornale. Una disgrazia, certo. Una somma di sfortunate coincidenze. Sicuro.
È quello che ho sempre sostenuto anch’io; del resto è sotto gli occhi di tutti quello che è successo.
Lo so cosa state pensando: che sto passando un brutto momento, tutto questo andare e venire dall’ospedale, tutti questi interventi alla gamba che è rimasta due centimetri più corta dell’altra e che ogni volta che cambierà il tempo mi farà male. Per tutta la vita, dicono.
Poi tutte queste controversie con l’assicurazione che sta cercando ogni cavillo per non pagare o per pagare il più tardi possibile.
Voi pensate che è questo che mi fa diventare nervoso, irritabile, che mi fa soffrire di una specie di, come si chiama, mania di persecuzione?
Vi sbagliate. Sono sicuro che comunque qualcuno pagherà, che non avrò problemi economici anche se non tornerò più a fare l’edicolante. Anzi, sono contento di non tornarci più, non mi è mai piaciuto come lavoro, mi ci sono ritrovato a farlo.
Perché voi non lo sapete mica come ci si sta dentro un chiosco di giornali, specialmente la vigilia di Natale, quando nel pomeriggio non si ferma nemmeno un cane, quando tutti sembrano aver solo fretta di scappare a casa.
Quando tira un venticello gelido che spazza le strade e dentro il chiosco non c’è modo di scaldarsi, di ripararsi in nessuna maniera.
Sembra di essere il capitano di una nave che sta per affondare, tutti che se ne vanno a casa presto e tu che devi restare, che te ne devi andare per ultimo. Se ci sono ancora scialuppe, se c’è ancora tempo. Se la nave non affonda prima.
Non ci tenevo a fare il capitano, io; avrei preferito fare il mozzo.
Ma l’edicola era di mio suocero ed era una piccola miniera d’oro: sarebbe stato un peccato tirarsi indietro, specialmente non avendo un lavoro altrettanto ben pagato. Un peccato, un sacrilegio tirarsi indietro, dicevano tutti, spingendomi avanti.
Quello che mi fa impazzire è il non aver mai detto a nessuno come sono andate davvero le cose, cos’è successo poco prima della disgrazia.
Ma ora, che lo vogliate o meno, che ci crediate o meno, ve lo devo raccontare.
L’edicola era in via Casella, vicino all’incrocio, dove la strada si allarga a formare quasi una piazzetta.
Quello era il posto giusto, l’edicola lo impegnava tutto, riportando la strada alla sua larghezza regolare.
Sul retro, uno spazio di mezzo metro la divideva dal muro dei palazzi.
Quello spazio era, durante il giorno, il mio ripostiglio: lì tenevo i cartoni e gli spaghi per imballare i resi delle riviste, le bande di lamiera per proteggere i vetri quando chiudevo e altre cianfrusaglie.
Facile immaginare come quel posto, al mattino, fosse la prima cosa da ripulire da bottiglie rotte e siringhe, da lavare con vari secchi d’acqua per togliere escrementi e rifiuti di ogni tipo.
Quando alla sera chiudevo l’edicola liberavo quel posto dalle mie cose e lo riconsegnavo agli abitanti della notte.
Un territorio che conquistavo ogni mattina e perdevo di nuovo ogni sera; mentalmente lo chiamavo “la terra di nessuno”.
Ora, quando mi trovo a passare in via Casella e vedo il vuoto lasciato dall’edicola e la strada che si allarga a diventare quasi una piazza, insieme al dispiacere provo anche un senso di liberazione; sono contento che questa brutta storia si sia portata via anche la terra di nessuno, quel ricettacolo di siringhe e piscio.
Erano le sei del pomeriggio della vigilia di Natale quando, mentre battevo i piedi per terra per il freddo, ho sentito un tramestio: mi sono fermato in ascolto e non c’è voluto molto a capire che qualcuno stava armeggiando alle mie spalle, nella terra di nessuno. Mi sono sentito derubato: non era ancora l’ora, chi si permetteva di impossessarsi dello spazio che mi apparteneva, per una legge non scritta, almeno fino all’ora della chiusura?
Istintivamente sarei uscito di corsa, ma un pensiero mi tratteneva: paura, certo, paura di trovarmi davanti chissà chi e chissà in quale stato.
Magari un tossico con relativa siringa infetta, pronto ad aggredirmi prima che potessi anche solo dire una parola. Per quanto quella paura potesse avere qualche fondamento, certamente era ingigantita da certi fantasmi notturni, dall’immaginazione che ricostruisce, sulla base dei residui del mattino, una notte mai vissuta.
Dopo un momento di incertezza, la rabbia ha preso il sopravvento sulla paura e, essendo l’unico capitano disponibile su quella nave di carta, sono uscito cautamente in ricognizione.
Quello che mi sono trovato davanti mi ha in un certo senso sollevato: non un tossico, non un camionista di centoventi chili con un metro quadro di tatuaggi sul petto, ma soltanto una donna minuta, con i capelli fini e le labbra sottilissime. Una barbona che stava rubandomi i cartoni degli imballaggi: mai successa una cosa del genere!
Credo sia stata la giornata iniziata male e proseguita peggio o forse il vedermi davanti soltanto una donna quando temevo chissà cosa, di fatto mi sono trovato a urlare: “Lascialo dove l’hai trovato e togliti dalle palle, maledetta strega!”
E siccome lei indugiava, l’ho anche presa per un braccio e tirata fuori sollevandola quasi di peso. Quando ho sentito quanto era leggera, tanto che quasi la facevo cadere, mi sono reso conto di avere esagerato.
La donna mi ha guardato dritto negli occhi e ha detto, con una voce bassa e sibilante “Io la denuncio, lo sa? Io la rovino!”
Mi ha fatto una pena infinita per l’evidente improbabilità della minaccia ma mi sono fatto ancor più pena io, la vigilia di Natale, a litigare con una barbona per un pezzo di cartone…
“Mi scusi” – ho detto – “non volevo dire… insomma mi spiace”.
La donna non si muoveva di un centimetro e continuava a guardarmi dritto negli occhi. Mi sono frugato nelle tasche e, trovato un biglietto da dieci euro, le ho detto “Guardi, prenda, prenda questi…” e le ho offerto la banconota.
Ma la donna ormai aveva interpretato il mio atteggiamento come paura e si è allontanata, camminando un po’ di traverso, senza mai smettere di guardarmi fisso negli occhi, finché si è voltata di colpo ed è sparita dietro l’angolo.
Non era paura, non in quel momento: era solo consapevolezza che non è una giornata nera o il sentirsi più forte che fanno nascere l’intolleranza, ma l’incontro fra povertà diverse, fra diverse solitudini che non si mischiano, come l’olio e l’acqua.
La paura è arrivata dopo, quando ho rimesso in tasca la banconota rifiutata e mi sono ritirato nell’edicola.
Mi ricordavo lo sguardo feroce della donna che, se solo avesse potuto, mi avrebbe ucciso o forse avrebbe fatto anche di peggio.
Se solo avesse potuto, mi ripetevo per tranquillizzarmi.
E mano a mano che il vento si faceva più freddo e insistente e i passanti sempre più rari, quel “se solo avesse potuto” perdeva ogni consistenza, smetteva di essere uno scampato pericolo.
Certo che può, pensavo.
Volere è potere e certamente in quello sguardo il volere non mancava: mi aveva incenerito con lo sguardo e, lo sapevo bene, aveva le sue ragioni per farlo.
In quello sguardo non c’era nemmeno l’ombra di un perdono, di una conciliazione e questo amplificava il mio senso di colpa.
Nel giro di mezz’ora avevo maturato la certezza che la vendetta sarebbe arrivata sicuramente e che sarebbe arrivata presto, perché quello sguardo non ammetteva ritardi.
Così, con il bavero alzato e le mani in tasca tenevo gli occhi aperti aspettando la tempesta…
Ho guardato l’orologio, erano le sei e trenta, mancava un’ora giusta alla chiusura: se non succedeva niente entro un’ora, pensavo, forse me la potevo cavare.
Ma voi non lo potete nemmeno immaginare quanto dura un’ora se ti trovi a essere il capitano di una nave di carta, la vigilia di Natale.
L’autista dell’autobus
Mio padre, quando ero piccolo, spese molte sere, rubandole al bar, per insegnarmi il nome del suo lavoro. La ricompensa arrivò quando all’asilo la maestra chiese cosa facessero i nostri genitori: lasciai che gli altri uscissero allo scoperto con mestieri tipo impiegato, artigiano, commerciante, notaio, professore e via dicendo; alla fine dissi forte, con orgoglio “Filoferrotranviere!” bruciandoli tutti.
Nessuno aveva un padre con un mestiere così lungo da imparare a memoria, a eccezione del padre del mio compagno di banco, che faceva il rappresentante di ferramenta, ma erano tre parole e non valeva.
Questo per dire che fin da piccolo il mestiere di mio padre mi ha affascinato. O forse mi affascinavano tutte le storie che mi raccontava, le leggende metropolitane, la gente di ogni tipo che diceva di vedere, quasi che sul suo autobus ogni giorno salisse e scendesse il mondo intero.
Così, finite a stento le superiori e vista la mia scarsa attitudine allo studio, decisi di fare anch’io l’autista dell’autobus.
Alla distanza mi sono accorto che non è poi così interessante questo lavoro, forse non erano così evidenti le storie che mio padre vedeva e poi mi raccontava o forse bisognava avere gli occhi che aveva lui e che non mi ha tramandato.
Non si può negare che ne esistano di storie strane, di leggende metropolitane e personaggi curiosi. Solo che la realtà è diversa dai racconti, se non altro perché non finisce mai, ti aspetta ogni mattina per ripetersi di nuovo.
Per esempio, mi pesa guidare ogni giorno in silenzio con un cartello appeso sopra la testa che dice “Vietato parlare al conducente”.
Già la gente è scontrosa, specialmente al mattino, figurarsi se ti rivolge la parola. E l’altro cartello, poi, che dice “Vietato fumare”! Ogni volta che alzo gli occhi mi fa venir voglia di arrivare alla svelta al capolinea per scendere e fumarmi una sigaretta appoggiato allo sportello aperto.
Insomma, non è un lavoro così affascinante come mi sembrava da ragazzo; a mio figlio glielo dico sempre di studiare perché non vorrei mai che facesse questo mestiere.
Peggio ancora se facesse il tassista. Perché voi non sapete quanto sono bastardi i tassisti: vi sfrecciano in mezzo alla strada come aironi quando sono da soli e quando hanno un passeggero li vedi che vanno a dieci all’ora intanto che discutono del più e del meno, del tempo o chissà di cos’altro ancora.
Non hanno l’orario da rispettare al minuto, loro, e parlano, parlano e fanno i simpatici.
Non li sopporto, lo ammetto: a volte la notte sogno di ingranare la prima e salire con l’autobus sopra un taxi che mi si è piazzato davanti a passo di lumaca.
Quando questo succede mi sveglio e dico: “Dio, che brutto sogno!” ma mi sento felice.
Però è certo che quello che è successo la scorsa vigilia di Natale non me lo scorderò facilmente.
Era di pomeriggio, verso le sette e mezza, e, come sempre succede la vigilia di Natale o di Capodanno, la città è per metà deserta – dove non ci sono negozi e ristoranti – per l’altra metà affollata di gente frenetica in cerca delle ultime cose, gli ultimi regali dimenticati.
Non mi dispiace guidare in quei giorni lì: poco traffico, poche persone che salgono e scendono e tutte di solito più gentili, più disposte a scambiare un sorriso. Non vorrei sembrare banale, ma penso che la vigilia di Natale tutti si sentano un po’ più buoni. A parte i tassisti.
Insomma, ho visto quel tipo salire in piazza del Duomo, vestito come si veste un barbone nei giorni di festa, cioè come tutti gli altri giorni. L’avevo già visto salire altre volte, non era una faccia nuova. Di solito si sbracava sul sedile in fondo, rigorosamente senza pagare, cosa che, fra parentesi, a me non ha mai fatto né caldo né freddo: mica sono pagato per fare anche l’esattore, io. Devo solo guidare e guai a chi mi rivolge la parola.
Quella volta invece ha attraversato tutto l’autobus e mi è venuto accanto.
Guardava avanti, con molto interesse per qualcosa che io, per quanto guardassi, non riuscivo a vedere. Così arrivai alla conclusione che facesse così per darsi un contegno, per evitare che gli dicessi qualcosa.
Mai mi sono sbagliato così clamorosamente: poco dopo ho capito cosa stava guardando.
Arrivati alla fine di via Casella, dieci metri prima di girare in via del Mercato, prima che mi potessi rendere conto, l’uomo mi ha preso il volante e ha girato a destra. Per quanto io abbia frenato subito, l’autobus, senza nemmeno trovare l’ostacolo del marciapiede che in quel punto non esiste, è entrato nell’edicola che si è aperta come una barca di carta, con riviste e giornali che svolazzavano via come vele strappate.
Qualcosa, per un momento, mi ha ricordato il sogno ricorrente di quando investo il taxi, ma in questo caso non c’era proprio nessuna soddisfazione.
Appena fermi, ho aperto istintivamente le portiere e le poche persone che erano sull’autobus sono scese gridando. E gridava anche l’edicolante – Aiuto, la mia gamba, la mia gamba! – urlava piangendo come un vitello.
Il barbone invece rideva, rideva battendosi le mani sulle cosce, rideva e ammiccava all’edicola mimando il botto, felice come se avesse fatto tombola.
Rideva come un matto, andava avanti e indietro nel corridoio e nemmeno pensava a scappare. Era davvero matto, lo hanno detto i giornali e anche gli infermieri che, insieme ai poliziotti, lo hanno portato via mezz’ora dopo.
Intanto che lui rideva io avevo le gambe pesanti e mi mancava il fiato, ero rimasto seduto al volante e dovevo avere un gran brutto aspetto.
L’uomo a un certo punto mi ha guardato come se mi vedesse per la prima volta e si è fatto serio.
È stato lì che ho avuto davvero paura, quando si è frugato in tasca.
Invece ha tirato fuori mezzo pacchetto di sigarette e, con calma infinita, me ne ha date cinque, esattamente la metà. E quello che è strano è che le ha divise senza contarle, soppesandole, valutando la quantità tenendole fra il pollice e l’indice delle due mani.
Non so perché, come se non si fidasse dei numeri. E non so ancora spiegarmi perché, giuro, mi è venuto da dirgli “Grazie!”, non lo so davvero.