Alessandro Maiucchi
Destino rotondo
Sciaf!
La palla mi rimbalzò sulle dita, per poi cadere a terra.
Mani di ricotta, mi chiamavano, lo ricordo ancora. Guardavo il modo in cui gli altri bambini mettevano le mani, cercavo di disporre le dita nel modo in cui facevano loro, ma poi loro riuscivano a fermare quella dannata sfera, e io no.
Ricordo che mi faceva male. Mi faceva male dentro, perché ridevano di me senza pietà. Si sa, del resto, i bambini sono gli animali più crudeli del pianeta. E poi mi faceva male fuori, perché spesso prendevo delle botte fortissime, e ricordo le fitte come se fosse accaduto ieri.
Come se non fossero passati trentadue anni.
Come se Marco fosse ancora vivo.
Mi ricordo il suo sguardo, i suoi capelli scuri, i suoi modi gentili.
Bastò una pallonata, non capimmo mai perché toccò a lui e non a qualche altro. Ricordo la sua espressione sorpresa, ricordo che sembrava gli avessero scattato una foto. Era fermo, come un bambino davanti al flash del fotografo, o un cerbiatto davanti ai fari di un’auto. Naturalmente, quella del cerbiatto posso raccontarla ora, perché all’epoca non avevo mai visto la morte da vicino, salvo quella di un coniglio che mio padre investì una sera, mentre eravamo in vacanza al mare. Non ci volemmo fermare, ci faceva schifo avere in auto quel piccolo cadavere ancora pulsante, ma qualcuno lo fece pochi istanti dopo, e magari lo trasformò in un piatto succulento.
I casi della vita, ruotano senza fine, non sai mai cosa ti tocca...
Quello sguardo mi fissa ancora, in certe notti, quelle in cui è più difficile addormentarsi.
La coscienza di un bambino è un giocattolo delicato, che può incrinarsi in modo irreparabile. Ricordo bene il viso di Marco, perché quella palla la scagliai io. Non ero bravo a calciare, come non ero bravo a palleggiare, del resto. Credo che quello fu il tiro più riuscito della mia vita.
La palla davanti a me, le mani di ricotta che non l’avevano trattenuta, la rabbia, la frustrazione, tutto il furore represso, scaricato in quel calcio possente.
La palla che viene colpita col collo del piede, che prende una velocità sorprendente, sembra di sentirla fischiare per la fulminea deviazione, sembra impossibile che possa prendere Marco, figuriamoci prenderlo in pieno. Invece lo fa.
La palla gli cade in mezzo ai piedi. Lui cade in ginocchio, quasi sopra di essa, e poi stramazza all’indietro. C’è un piccolo rivolo di sangue, a segnalare che La Nera Signora è giunta tra noi.
Gli altri si avvicinano, io non ho bisogno di farlo. L’avevo sognato quella notte, avevo sognato quell’espressione sul volto di quel bambino, dell’eterno bambino che sarebbe stato nelle nostre coscienze di bambini vecchi.
Marco era il più sveglio tra noi, più di Luca, più di Eugenio. Più di me.
La vita se ne era andata da quel corpo, ma la sua influenza sulla mia era solo iniziata.
La settimana successiva, i miei genitori si erano recati a casa di una mia vecchia zia, in zona San Lorenzo. Al ritorno avevano preso la tangenziale, come facevano spesso. Mio padre non era un pilota spericolato, però amava lanciare l’auto quando poteva.
Era bastato un attimo: forse un malore, nel giro di pochi secondi ero orfano. Marco era mio cugino, il figlio della sorella di mamma, e fui affidato a loro. Il bambino che aveva strappato il fiato all’unico loro figlio, era stato inviato da Dio a vivere con la donna che era stata colpita da quel dolore.
Odio il pallone. Se fossi nato in America, ora farei il serial killer di giocatori professionisti.
Ma sono nato in Italia.
Faccio il procuratore.