Patrizio Epifani

Dal quinto piano si vede meglio

 

Sono passati poco più di dieci minuti da quando mio padre è morto. L’ora della cena in ospedale è passata da un pezzo, qua dentro la notte arriva sempre prima. L’infermiera si è avvicinata al letto, ha tastato il polso del mio vecchio e ha detto: “È morto”. Ma io me n’ero già accorto, se vedi la faccia di uno che muore te ne accorgi, anche se è tuo padre.

L’infermiera profuma di bucato steso la domenica mattina e le sue caviglie sono molto più magre di quanto ci si aspetterebbe guardando il resto.

Fuori, le strade di Milano sono ancora nevrotiche e dal quinto piano riesco a sentire l’urlo dei clacson e il rumore arrugginito dei tram. L’unica cosa che sento qui dentro invece è il mio stomaco che mi ricorda che non ho mangiato. Mi dovrei sentire in colpa a pensare al cibo con mio padre qui e tutto il resto, ma a dire la verità mi viene in mente invece una bella cotoletta croccante.

Io e il vecchio non siamo mai andati d’accordo e non ci siamo neppure mai odiati. Eravamo solo troppo simili per sopportarci.

Sono cresciuto nel silenzio del suo orgoglio e del mio, dovevo imparare senza ricevere insegnamenti. Sono sicuro che se mi mettessi a piangere adesso, si sveglierebbe per darmi due schiaffoni.

Non ho voglia di prendere i mezzi pubblici, ho voglia di camminare con le mani in tasca, guardare in alto verso i terrazzi e immaginarmi nella vita di un altro, pensare di avere delle possibilità.

La mia casa non è proprio vicina, devo attraversare quasi tutta la città, ma con un bel passo dovrei farcela in meno di un’ora. Esco dalla stanza pensando che quando toccherà a me non voglio che succeda così, non voglio morire in una camera con quattro sconosciuti, la morte è una cosa intima, morire così è come andare al cesso con la porta aperta. È quel tipo d’intimità, un momento di debolezza del corpo, l’ultimo e più umiliante e non voglio certo che quattro vecchi con la bocca aperta stiano lì a guardarmi.

In ascensore schiaccio lo zero e dopo pochi secondi sono in strada. I miei pensieri si ritraggono, come quando si passa dal buio alla luce; da quaggiù il traffico è vero, non è più come guardare un plastico dall’alto. La prima cosa che faccio è accendermi una sigaretta. Il fatto che questa merda abbia appena mandato al creatore il mio vecchio non mi farà certo smettere, non ci penso, in fondo ho fatto sempre così. Basta non pensarci alle cose, non è che non succedano lo stesso, ma non dai loro soddisfazione.

Domani mattina ho un altro colloquio e non spero che mi prendano. Voglio dire, cazzo, come si fa a fare un colloquio per consegnare delle pizze e sperare pure che ti prendano?

Devi avere un’autostima ridicola per farlo, cioè se mi prendono consegnerò delle maledette pizze, ok, ma addirittura sperare no. E che cazzo, se proprio devo sperare spero di vincere al Superenalotto, spero che quel rompicoglioni del mio vicino si trasferisca in Alaska, spero di mettere incinta la figlia di un miliardario, spero un sacco di cose, ma, cristo, non di consegnare delle pizze schifose.

Ha iniziato a piovere e gli stop delle auto in coda bagnano di rosso le strade. Sono praticamente arrivato a casa e piove sempre più forte. Ripenso a mio padre, mi sembra di sentire scendere una lacrima, ma potrei sbagliarmi. Distinguere una lacrima dalla pioggia non è semplice.