Pulsatilla
Coppia conica
La leggenda narra che io sia nata da una violenza carnale.
Cioè, mia madre era lì e mio padre ha abusato di lei e tac, lo spermino incriminato ha fecondato il famigerato ovulo.
Sono cresciuta in un clima di violenza che presupponeva la colonna sonora di Morricone e dei tizi col cappello da cowboy che soffiavano sulle pistole. Però non è andata così. Anzi, magari. È andata decisamente un po’ peggio, perché adesso io, mia madre e mio padre siamo tre individui malridotti che non hanno preso neanche un leone d’oro a Cannes.
Ecco. Noi siamo una famiglia tra virgolette normale.
Compriamo i comodini da Ikea o da Mondo Convenienza (mondo convenien-zà! La la la… la nostra forza è il prez-zò! Tra la la…), mio padre è uno sciammannato, mia madre è una povera inetta e io. Be’, io.
Io non ho mai avuto un concetto vero di famiglia.
Da piccola mi regalarono la Famiglia Cuore. Consistente in: una specie di Barbie quarantenne, una specie di Ken pluriquarantenne col pacco piccolo e plastico, e un paio di marmocchi gemelli maschio e femmina col pannolino. Era evidente che la Barbie prendesse la pillola, mentre la signora Cuore no. E io in qualche misura simpatizzavo più per la signora Cuore che per la Barbie. Perché almeno la signora Cuore ci provava a mettere su una famiglia di tutto rispetto. Si era accasata, cazzo. Cambiava i dannati pannolini davanti alla televisione mentre il signor Cuore molestava le sedicenni al bar accarezzandosi il pacco finto. Mica come la Barbie, che andava in palestra, trombava tre Ken contemporaneamente nel suo ascensore rosa col filo e sostanzialmente faceva l’ereditiera troia pillolata.
La signora Cuore si faceva nel culo. Caspita.
E così io giocavo con la Famiglia Cuore, mentre la polvere si impigliava nei capelli delle Barbie che giacevano rovesce nel cesto dei giocattoli.
E intanto la vita andava.
Io ho pochi ricordi belli della mia infanzia.
Sono così pochi che faccio attempo ad elencarli tutti e voi non fate attempo ad annoiarvi leggendoli.
Uno: una volta passò un carretto sotto casa. Il carretto vendeva giocattoli. Il carrettaro gridava al megafono: giocattoli a poco prezzo! Il super-ball a mille lire!
Mia madre entrò in camera, mi mise in mano mille lire e mi disse di andarmi a comprare il super-ball. Il super-ball era una specie di pallone da football ovoidale di plastica gialla con dentro delle stringhe. Servivano due persone per giocarci. Si tiravano le stringhe e la super palla andava da un giocatore all’altro. Corsi felice verso il carretto con le mie mille lire strette nel pugno, incredula del fatto che mia madre avesse avuto un pensiero così gentile e soprattutto così superfluo.
Due: a me piaceva un ragazzo che si chiamava Paolo. Aveva tipo venticinque anni, cioè una ventina d’anni più di me. Era il figlio di un’amica di mia madre. Una volta andammo tutti a mangiare la pizza in una pizzeria che si chiamava Paolo’s. Io a metà cena presi il posacenere con su scritto Paolo’s, lo sventolai sulla pizza di Paolo e gli dissi: “Paolo’s!”. Tornai a casa felice convinta di aver fatto la battuta della mia vita nel posto giusto al momento giusto.
Tre: mio padre ogni tanto mi portava in stazione, mi faceva salire sulle locomotive in disuso e mi chiedeva di fare le smorfie.
Mentre io facevo le smorfie lui mi faceva le foto. Poi si tornava a casa.
Ora non voglio dire che questi sono gli unici ricordi belli che ho, ma al momento non me ne vengono altri. Il che vorrà dire qualcosa.
Ero combinata male, tanto che.
Nel Natale della prima elementare mi regalarono la lavagnetta di Poochie. Io avevo appena imparato a scrivere. Con lo stampatello tremulo di chi va a scuola da due mesi e mezzo, io scrissi sulla lavagnetta di Poochie, in pennarello azzurro, “VOGLIO SCOMPARIRE DALLA FACCIA DELL’UMANITÀ”.
Bene. Correva l’anno millenovecentottantotto, io avevo sei anni e questa fu la mia prima dannata frase di senso compiuto. E la signora Cuore io la stimavo un sacco perché tra biberon e pannolini lei sembrava aver trovato un senso, contrariamente a quegli sbandati dei miei genitori. E grazie alla Famiglia Cuore io sviluppai uno modello familiare totalmente diverso da quello che avevo sotto gli occhi, sviluppai un modello sano.
La mia vita si configura dunque come una costante dicotomia tra il mondo delle bambole e il mondo reale. Nel senso che da sempre io sogno il mondo delle bambole ma poi una parte del retro del mio cervello sa perfettamente che la realtà con cui bisogna confrontarsi è ben più grama.
Finché.
Un giorno stavo tornando da Milano. Avevo ventitré anni, dovevo fare un trasloco. Avevo deciso che abitare a Milano non andava più bene. Avevo deciso che il mio lavoro da pubblicitaria non andava più bene. Avevo deciso che il mio fidanzato che mi adorava non andava più bene. Per cui lasciai la città di Milano contenente un appartamento, un fidanzato e un lavoro e presi casa a Roma d’amblé.
Non solo. Decisi anche di mettermi con un ragazzo terrone che indossava maglioni pulciosi di quelli che fanno i pallini e che passava l’ottanta per cento della sua vita alla guida di una Fiesta blu tutta ammaccata a bordo della quale si scaracollava da una parte all’altra del mondo senza alcun motivo apparente.
A centoquaranta all’ora sull’autostrada rollava le canne e mi chiamava frittatina. Stai bene, frittatina?
Non è che mi amasse. Gli stavo solo molto simpatica.
Io e il ragazzo coi pallini stavamo tornando da Milano a bordo della Fiesta blu. Nel retro della macchina c’era tutta casa mia compressa in scatoloni bardati di scotch marrone. La tenuta di strada era mediocre ma tutto sommato gli smottamenti si sposavano bene con il cd di glam rock tutto percussioni che avevamo messo a palla.
A un certo punto vidi una fabbrichetta sulle colline tra la bruma. La tipica fabbrichetta padana. Non mi ricordo il nome, mi ricordo l’insegna: INGRANAGGI E COPPIE CONICHE. Mi domandai cosa fosse una coppia conica e non avendo una risposta a portata di mano decisi che io e il ragazzo alla guida eravamo una coppia conica.
Siamo una coppia conica, gli dissi.
In che senso una coppia conica.
No. È che c’era questa insegna. Ingranaggi e coppie coniche.
Tu sai cos’è una coppia conica?
No.
Mmm. Be’, comunque secondo me noi siamo una coppia conica.
Ah-ha. Cambi cd?
Sì. Certo. Per farlo contento misi Pino Daniele, ché il ragazzo con i pallini era un tipo un po’ grezzo che amava quel genere di musica scabra italiota.
E mentre Pino Daniele si sgolava e si inerpicava sulla chitarra e diceva cose in napoletano che io non capivo, elaborai per bene il concetto di coppia conica.
Concetto che ora vi vado a illustrare.
Dati due coni A e B uniti al vertice, dicesi coppia conica quel poliedro incapace di moto diverso dal rotolìo inesorabile lungo una china Alfa.
Che nella pratica diventa.
Dati due individui A e B, uno dei quali munito di fiesta ammaccata, dicesi coppia conica quel legame sentimentale che porta i suddetti individui a complicare la propria vita di un differenziale Delta imprecisato. Suddetti individui hanno vieppiù la tendenza a muoversi di moto rettilineo accelerato sotto l’effetto di cannabinacei con il fine manifesto di andarsi a schiantare contro un guard-rail qualsiasi per porre fine alla loro vitaccia di merda.
Fu allora, solo allora, che dissi:
Oh, fammi scendere.
Il ragazzo era abituato alle mie mattane quindi mi ignorò bellamente.
Oh, stronzo?
Gli feci tic tic sulla spalla. Tra i pallini.
Senti, io se devo morire su una macchina voglio che sia una Mercedes o una Bmw. Non voglio morire su una Ford Fiesta di merda. Che sia maledetto Henri Ford e le sue catene di montaggio del cazzo e tutto il suo fottuto capitalismo di merda.
Quest’ultima frase non la dissi, la pensai e basta. L’aria gravava pesante sulle parole “Fiesta di merda”.
Oh. Calma. Ma porca… No, senti. Mi sto agitando.
Fammi scendere. Sto facendo una marea di cazzate. Io non sai che infanzia che ho avuto. Io la prima frase di senso compiuto dannata che ho scritto era “VOGLIO SCOMPARIRE DALLA FACCIA DELL’UMANITÀ”. Manco terra, umanità. Io lo so, e tu sei uguale. Però ho deciso che alla fine la famiglia Cuore è possibile.
Il ragazzo coi pallini non si avvide di una macchina che lo stava sorpassando. Non se ne avvide causa miei scatoloni.
Sei sbronzo.
Oh! Porca… Ci stavamo ammazzando, vedi? Ma che sbronzo?
Che cazzo dici? Non ti devo far più fumare.
Pino Daniele stava giustappunto cantando una frase che finiva con “tangenziale” nel momento in cui la macchina che ci aveva appena sorpassato ci strombazzò contro.
Accosta e fammi scendere, perdiana.
Adoravo uscirmene con interiezioni arcaiche tipo “perdiana”.
Ora non posso. Continua.
La signora Cuore, gli dissi, abbassando il finestrino e mettendo la mano fuori. È una bambola che mi regalarono da piccola.
Lei leva la merda dai pannolini e prende la macchina solo per andare da Auchan a fare rifornimento di… attento… quaderni con gli anelli e fustini di Napisan. Però – E la frase doveva continuare in qualche modo.
Ma francamente non mi sovviene come.
È che avevamo messo troppi scatoloni. Ed eravamo anche un po’ fatti di birra e di fumo. Ed eravamo anche un po’ nervosi.
E fondamentalmente eravamo entrambi poco attaccati alla vita, perché nessuno dei due ci aveva mai creduto che le cose potessero andare realmente bene. Per questo stavamo insieme.
Gli uguali si attraggono. È esattamente il concetto di coppia conica.
Quando ho riaperto gli occhi avevo un braccio a parecchi metri da me, e da lì ho visto la mia dolce metà rotolare fino alla fine della china Alfa.