Dean Corso
Berenice e il ridicolo scarafaggio
Entrai per la prima volta in quella casa in una bella mattina di novembre. Ero a Bologna da pochi giorni ed ero già in ritardo, come al solito; come al solito avevo già perso il mio treno, ne ero sicuro.
Carico di bagagli e di questa dolorosa certezza mi apprestai a suonare il campanello.
“Sì?”
“Sono K., il nuovo coinquilino”.
Mi aprì un ragazzo sui venticinque anni, alto e massiccio, scuro di pelle e di occhi.
Mi risultò istintivamente simpatico nonostante i suoi modi bruschi.
Con poche parole mi indicò la mia stanza e mi guidò nel giro della casa.
Infine arrivammo nella stanza della mia perdizione. Se in quel momento mi fossi trovato in un qualsiasi altro punto del globo terracqueo, la mia vita sarebbe continuata insignificante com’era stata nei precedenti venti anni. Si è invece trasformata in quell’incubo angosciante che è stata nei pochi giorni che ricordo in questo momento, più degni di un eroe tragico e romantico che di una nullità come me.
Entrai e me la trovai di fronte. Immediatamente occupò l’intera stanza, come un ragno famelico occupa tutta la sua ragnatela.
Tutto lì dentro trasudava morte; sì, morte, la mia morte.
Il pallore etereo del suo viso risplendeva di luce smorta, la pelle sottilissima e delicata sembrava già consunta una volta dai vermi e i lunghi capelli neri - benché bellissimi - ricordavano le serpi di Medusa. Altrettanto diabolicamente seducenti erano gli occhi, neri, di un nero notte, notte di orrore.
Questi occhi mi scrutarono per un po’, poi, muovendo il corpo flessuoso, che già mi provocava fremiti di una febbre fredda, mi si avvicinò tendendomi una mano, che anelavo solo di baciare. Invece, come al solito, mi limitai a stringerla mollemente.
Lei disse una sola parola: “Berenice”.
Nel farlo scoprì dalla piccola bocca, sottile e voluttuosa, i denti.
Dio! I denti! Piccolissimi e bellissimi, di un candore inimmaginabile, ma allo stesso tempo terrificanti. Un misto di desiderio, terrore e curiosità mi rese ancora più timido ed imbranato e non riuscii che a biascicare incomprensibili borborigmi.
Rimanemmo l’uno di fronte all’altra per alcuni istanti che mi parvero millenni interi, poi lei, senza dire altro, si voltò e tornò a stendersi sul letto, scoprendo le belle gambe; mi guardava, ma in realtà non mi vedeva. Fissava il quadro alle mie spalle.
Io mi voltai, conscio più che mai della mia nullità grazie a quell’incontro, ed uscii.
Mentre richiudevo la porta alle mie spalle, la sentii rivolgersi al coinquilino, ma riuscii a distinguere solo due parole: “Ridicolo scarafaggio”.
Non reagii in nessun modo, ero vuoto, probabilmente già morto e mi precipitai in stanza.
Avevo il cervello in fiamme, una fitta lancinante me lo divideva in due, da un lato l’orrore di quella visione, dall’altro il desiderio che, per la prima volta dopo non so quanto tempo, mi faceva tornare dolorosamente a vivere.
Mi accasciai sul letto in preda alle convulsioni, sentivo il sudore gelato bruciarmi la pelle, una visione costante mi accompagnava: i piccolissimi denti candidi.
Non so quanto tempo passai in questo stato, tra il delirio ed il sogno; sogni o visioni, non so più distinguere, si accavallarono vorticosamente, mentre quelle due parole rimbombavano ossessivamente: ridicolo scarafaggio.
Mi svegliai agghiacciato da qualcosa che mi alitava sul collo e fui certo che fosse lei, ma quando aprii gli occhi non vidi nessuno, solo la finestra aperta. Capii che avevo sentito solo un alito di vento e ne fui sollevato e deluso allo stesso tempo.
Mi alzai per chiudere la finestra, ero madido di sudore ed un malessere generale mi attanagliava, sentivo i crampi della fame ed uscii timoroso per cercare qualcosa da mangiare. Mi accorsi subito che in casa non c’era nessuno e questo mi diede coraggio, entrai in cucina ed aprii il frigorifero, ma la vista del cibo mi diede tremendi conati di vomito, presi allora il cartone del latte e ne trangugiai un lungo sorso, ma immediatamente lo trovai disgustoso e lo vomitai nel lavandino. La fame però era irresistibile ed istintivamente aprii il bidone dell’immondizia e presi due torsoli di mela ed i resti di una bistecca e li mangiai senza remore.
Improvvisamente sentii le chiavi girare nella serratura, seguite da una risata fredda come lo stridere di una catena. In preda al terrore più puro mi rifugiai in camera, lasciando le luci accese e la porta della stanza socchiusa, poi sentii una voce maschile, con forte accento romano: “Aoh, ma qua ce sta qualcuno”.
E poi quella di Berenice: “Forse qualcosa, è solo quel ridicolo scarafaggio del nuovo inquilino”.
Mi sentii vuoto. Paura, nausea, fame erano sparite, ora sentivo solo il nulla.
Li vidi passare, il passo di lui era sicuro, anzi arrogante, sentii la porta della stanza di lei sbattere con violenza, li sentii ridere, li sentii parlare e dopo li sentii iniziare a gemere.
Passai sveglio il resto della notte, immobile, a sentirli fare l’amore, come se il loro gemere nutrisse il mio nulla.
Da quel momento nausea, disgusto, orrore, crampi non mi abbandonarono più, come io non abbandonai più la mia stanza se non per fugaci incursioni, protetto dall’oscurità e dalla solitudine, per pescare qualcosa dalla pattumiera.
Più il tempo passava più il mio malessere aumentava. Nelle ultime ore non riuscivo più ad alzarmi, divorato dalla febbre. Il malessere non aumentava linearmente, ma per gradi, ogni volta che sentivo la risata di Berenice, orribile ed irresistibile.
Ieri sera poi il dolore si è fatto lancinante ed i conati di vomito si susseguivano e la febbre mi avvampava crudele. Mi sono addormentato alle prime luci dell’alba, accompagnato ancora dai loro gemiti. Ho sognato continuamente di vomitare milioni di insetti.
Al risveglio mi sentivo stranamente in pace, sereno e tranquillo, assolutamente vuoto. Rimasi immobile ad analizzare quella sensazione e mi accorsi con molto ritardo che c’era qualcosa di diverso anche nel mio corpo: facevo fatica a muovermi, e dopo milioni di tentativi l’unica cosa che riuscii a vedere fu – al posto delle mie braccia – orribili zampe d’insetto.
Ho passato le ultime ore a riflettere su tutto questo, senza arrivare a nessuna conclusione se non che è tutta colpa mia e della mia inettitudine.
Un minuto fa ho sentito la porta aprirsi di scatto e per la paura e l’umiliazione ho fatto un salto improvviso cadendo dal letto e rimanendo sdraiato sul dorso, completamente in trappola, l’unica cosa che vedo sono i piccolissimi denti candidi.
“Lo dicevo di sentire puzza di merda provenire dalla tua stanza”.
Voglio dire qualcosa per scusarmi, ma riesco ad emettere solo un immondo squittio.
“Cristo, lo dicevo che eri solo un ridicolo scarafaggio”.
Vedo la scopa calarmi violentemente sulla testa e l’ultima immagine che ho negli occhi sono i piccolissimi denti bianchi di Berenice.