Roberto Cerisano
Bar
Avevo dieci anni quando ho cominciato a frequentare il Bar Nanni. Il Bar Nanni non aveva un’insegna con il nome, né la scritta al neon BAR. Niente di niente. Mai avuta, né Nanni ha mai pensato di mettercela. Ma tutti sapevano che era un bar.
Sebbene fornisse pochi indizi anche ad un attento osservatore.
E tutti sapevano che era il Bar Nanni, dal nome del proprietario.
Veniva da Lucera, un paesino in provincia di Foggia, dove le case non c’avevano manco l’acqua e i bar l’insegna. E quando è venuto a Latina non ne ha voluto sapere di mettercela, “E che so’ fesso io”. E pure quando i bar hanno cominciato a spuntare a cariolate, tutti con belle insegne al neon colorate e intermittenti, a lui è continuato a sembrare una fesseria. Nel 1978, quando la Juve ha vinto lo scudetto, in piena crisi mistica decise di dedicarle una bella insegna bianconera. A forma di zebra.
Diceva che se l’era sognata, in maglietta e calzoncini, una zebra che dall’alto dei cieli gli aveva detto In hoc signo vinces.
Centoventimila lire gli avevano chiesto. Tutto compreso. È stato tutto giugno a rimuginare sui costi e benefici, come un esperto di marketing. Alla fine, la rivolta dei biancosartini e dei fernettiani, che sono i bevitori del Biancosarti e del Fernet, per la prima volta uniti dalla comune minaccia di un’impennata dei prezzi, oltre che da un sano spirito laico e pragmatico, hanno avuto la meglio e Nanni è diventato della Lazio. Per non pensarci più. Riconoscenti, tutti gli si è regalato il poster di Chinaglia dell’Intrepido e un aquilotto di latta, che si sa, i rialzi di prezzi sono come le ciliegie, una tira l’altra, e una certa ondata di panico aveva serpeggiato persino tra gli accaniti del juke-box, noti qualunquisti con preoccupanti derive autistiche.
Ma tutto questo è mito, che veniva alla luce di notte, quando l’Amaretto di Saronno aveva fatto il suo lavoro, cioè creato l’atmosfera, e raccolto intorno ad un tavolino le ultime animacce del bar a raccontarsi favole e far filosofia. Storie a parte, per me Nanni e il Bar Nanni erano una istituzione, qualcosa di perenne e certo, il luogo in cui si svolgeva gran parte della mia esistenza, quella più interessante per lo meno. Da casa me ne sarei andato prima o poi, la scuola sarebbe finita, ma il Bar Nanni avrebbe continuato a raccogliere lì intorno, negli anni, un carnevale di personaggi.
Il Bar Nanni, Nanni lo ha aperto nel 1958 e ha chiuso i battenti, una porta in alluminio scassata e sporca, nel 1989, a soli trentuno anni. Il bar, mica Nanni, che di anni ne aveva buoni buoni sessanta. Nel 1989 dunque, con la caduta del Muro di Berlino e tutto il resto. Ma, a scanso di equivoci, preciso che nessun collegamento può essere pensato tra le due cose. Nanni non era comunista. Nessuno lo era al bar. Non che fossero fascisti, benché Latina, sorta per guizzo di Mussolini dalle paludi Pontine col nome di Littoria, ne contasse a badilate. Quasi quanto i bar. I frequentatori del Bar Nanni e Nanni stesso non si interessavano di politica, e quindi votavano Democrazia Cristiana. Non erano neanche della DC, piuttosto ce n’erano alcuni della Roma e della Lazio e qualcuno persino del Latina.
Manco a dirlo, l’eterogeneità del gruppo non riguardava affatto il sesso, nel senso che di donne neanche traccia. Solo maschi. Bassi brutti e neri, duri e cattivi, spavaldi e bugiardi, e irrimediabilmente maschi. I più assidui frequentatori del bar non vedevano una donna da quando avevano cinque anni e pure la madre aveva smesso di essere femmina e a casa, accanto alla tazza vuota del caffellatte lasciavano cinquecento lire.
Mancia compresa. Si raccontava di una donna entrata nel bar, aveva fatto un giro senza nulla ordinare e ne era uscita. Ma i più, non avvezzi, non c’avevano badato. In realtà chi metteva in giro certe storie era Nanni stesso, per dare un tono al locale.
Le uniche donne del bar erano le donnine del calendario del Pastificio F.lli Beliazzi: improbabili e conturbanti e tutte infarinate ti guardavano appena varcavi la porta e non ti mollavano più. Ovunque andassi. Al flipper al juke-box al bagno.
Niente. Ti giravi e quelle lì, lo sguardo fisso su di te, coperte di panna montata e lievito, non davano tregua. Il calendario del 1980 ha steso Petrini, il benzinaio. Si trattava di una monografia.
Nel senso che un’unica ragazza ha scandito il trascorrere monotono di quei dodici mesi. E, va detto ad onore della premiata ditta Beliazzi, la ragazza dell’80 si contorceva in pose che manco Picasso. Petrini si innamorò a marzo. La donnina se ne stette tutto il mese distesa su una tavola, di quelle che in pizzeria ci impastano la pizza. Era rossa di capelli, con due mammelle sconfinate. Si teneva la testa con le mani e le braccia piegate stringevano un seno all’altro. La schiena era leggermente inarcata e i glutei emergevano sfacciati da una montagna di farina. Era un’orgia di ammiccamenti e sottintesi che non risparmiarono Petrini, che quando entrava se la squadrava tutta, a volte come parlottando tra sé. Il primo aprile aspettò l’apertura del bar, pare alle sei, sorrise alla rossa con complicità e si portò marzo a casa.
Ma a parte gli amori onanisti di Petrini, per quanto assenti, le donne e il raccontar di loro la facevano da protagonisti sempre, anche la domenica, prima e dopo le partite. Anzi, soprattutto la domenica, quando i reduci del sabato sera alla spicciolata s’affacciavano al bar, rigorosamente alle tre o quattro di pomeriggio. Perché tiravano tardi la sera. Petrosino, noto donnaiolo e nottambulo incallito, arrivava inforcando un paio di Ray Ban a goccia. Specchiatissimi. Arrancava fino al bancone e con voce roca ordinava un cordiale. Si accasciava poi ad un tavolino sbuffando tra un sorso e l’altro. La scenetta andava avanti finché qualcuno, pietoso, gli chiedeva cosa avesse.
Petrosino adorava parlare delle sue avventure e sempre lo faceva con abbondanza di particolari. Ma mai di sua iniziativa.
Glielo dovevano chiedere. E, per quanto fosse noto che raccontasse un sacco di balle, aveva lo stesso l’attenzione di tutti.
Le sue avventure si svolgevano fuori provincia e sempre erano al limite dell’incredibile. Racconti che per lo più pescavano a man bassa in certe leggende metropolitane in cui lui e suo cugino, fantomatico personaggio che nessuno aveva mai conosciuto, erano audaci protagonisti. Cominciava con Io e mio cugino... e andava avanti pomeriggi interi e serate, e alla fine del racconto, a sigillo del vero, una generosa grattata alle balle, come a dire ...mica storie.
Come dicevo, più che altro miti, racconti funambolici, tra verità e favola, immagini per lo più simboliche, idealizzazione di personaggi e fatti che esprimevano le aspirazioni di fernettiani, biancosartini, juventini e pure laziali. Non c’è quindi mica da stupirsi troppo per la mia assiduità, mal apprezzata da mamma, ché lei gli avrebbe dato fuoco al bar. Adoravo passare l’intera giornata a far nulla e ciondolare tra il flipper e il bigliardino e ascoltare questa gente parlare di donne e di calcio e spettegolare degli assenti e parlare della vita.
A maggio, nel 1989, Nanni diede una specie di festa, per l’addio al bar e ai clienti. L’atmosfera era allegra e Nanni continuava a ringraziarci e a dire: “Siete stati i migliori clienti che ho avuto”, rivelando una professionalità sedimentata che, pur se a fine attività, seguitava a tener separato l’esercente dall’avventore.
Il Cinzano fiumò nei bicchieri di carta. Tutti si abbracciavano e naturalmente il tempo trascorse a rievocare le storie ruotate intorno al bar in quei trent’anni. Fuori avevano montato già l’insegna nuova di un pub Poseidon, tutta al neon. “Che fessi”, siglò Nanni laconico. Petrini si avvicinò a Nanni e gli consegnò, in cornice, la rossa di Marzo 1980. Qualcuno pianse commosso.
Poi, da lontano, vedemmo arrivare Petrosino sotto braccio ad un ragazzetto, non alto, con il viso gentile e timido e una calvizie impietosa. “Mio cugino Alfio”, ci disse.