Francesco Dimitri
Arrivano gli Ombrafiorita
Quando di una casa si dice che ha visto tempi migliori, di solito significa che non potrebbe vederne di peggiori. Villa Ombrafiorita aveva visto tempi migliori, ma i suoi abitanti sapevano, per esperienza diretta, che al peggio non pone fine neppure la morte.
La bisavola Ermengarda Belladonna de’ Speziali Ombrafiorita aveva fatto costruire la casa nell’arco di ventitré anni, undici mesi e ventitré giorni, chiudendo i lavori allo scoccare esatto della mezzanotte del ventiquattresimo. L’aveva fatta costruire senza un progetto preciso: forniva di giorno in giorno le istruzioni ai muratori, seguendo quel che nottetempo le avevano dettato gli spiriti, convocati mediante strani rituali di un sapere perduto. E quindi c’erano scale che si interrompevano a metà, porte che si aprivano su solide mura, chiostri a forma di imbuto rovesciato, e quant’altro la fantasia di un pugno di spettri potesse suggerire a una vecchia strega matta come un cavallo, che con i cavalli usava chiacchierare. Ermengarda iniziò la costruzione nel 1817, alla rispettabilissima età di ottantadue anni, e la terminò da ultracentenaria. Ebbe solo tredici giorni di tempo per abitarla, prima di morire. Ma furono giorni intensi.
Un tempo gli Ombrafiorita erano ricchi oltre ogni dire, però i soldi sono come le donne, se ne vanno subito dopo esser venuti. E gli Ombrafiorita, con tutto l’Incanto che scorreva loro nelle vene, con tutta la magia che gli fluttuava in testa, e con tutti i demoni con cui andavano a pranzo o in guerra (e a volte le due cose insieme), avevano una rara abilità nello spendere.
Non capivano neppure loro come ci riuscissero: non riempivano la casa di drappi di Damasco e di spezie astrali, non pranzavano sempre in posti lussuosi, non scialacquavano denari in abiti stravaganti, eppure un Ombrafiorita medio era in grado di spendere in un giorno soldi sufficienti a sfamare un pugile per un mese1. Se a sera qualcuno gli avesse chiesto come aveva fatto, l’Ombrafiorita avrebbe nicchiato, abbozzato e sorriso, ma in sostanza non avrebbe saputo cosa rispondere.
Per lungo tempo questo non fu un problema. Le ricchezze che giungevano erano ancor più abbondanti di quelle che partivano, e gli Ombrafiorita sopravvissero con eleganza a secoli di guerre, pestilenze, invasioni demoniache, carestie, cavallette, altre invasioni demoniache, faide occulte e un imprecisabile numero di apocalissi sventate all’ultimo minuto, di solito con un paio di invasioni demoniache nel mezzo. In molti di questi eventi la famiglia Ombrafiorita ebbe un ruolo di primo piano, o almeno fece una dignitosa apparizione, uscendone più ricca e in forma di prima. Sia chiaro, anch’essa pagò il suo prezzo. Quasi un’intera generazione Ombrafiorita scomparve da questo piano dell’esistenza nel 1143, mentre eroicamente evitava che Roma venisse risucchiata dal gorgo dimensionale aperto da uno stregone pazzo con seri problemi di autostima, che aveva tra l’altro sedotto e poi tradito una di loro, la bellissima Antonietta. Guidobaldo Testa-di-Fuoco alla fine fu raggiunto dalle sirene che aveva truffato da giovane, all’inizio della carriera da pirata: lui e la sua ciurma passarono un brutto quarto d’ora, che fu anche l’ultimo. Gli Ombrafiorita ebbero la loro fetta di sventure, come ogni grande famiglia, ma ogni volta riuscirono a veleggiarci in mezzo con una fortuna che gli invidiosi giudicavano degna di miglior causa.
Fu nel XIX secolo che le cose iniziarono a cambiare. Il flusso di ricchezze, senza che ci fossero in giro tutti quei pirati e avventurieri, non era più quello di una volta. La nuova moda imprenditoriale fece presa soltanto sul ramo inglese della famiglia, lasciando freddini tutti gli altri. Il denaro del ramo centrale, quello guidato dalla matriarca Ermengarda Belladonna de’ Speziali Ombrafiorita, veniva risucchiato a velocità vertiginosa dalla costruzione della Villa. Se gli spiriti chiedevano un Basilisco di vetro soffiato opera di un preciso e ultracentenario artigiano veneziano, dovevano averlo. Se chiedevano una vescica di un Bragh-khu-to2 adulto, dovevano averla. E i soldi partivano.
Nel XX secolo la situazione finanziaria della famiglia smise di essere preoccupante per diventare tragica. Continuavano ad esserci invasioni demoniache e apocalissi da sventare, ma i Ciechi, coloro che non credono neppure che l’Incanto esista, aumentavano a ritmo preoccupante. E quindi gente come gli Ombrafiorita continuava a salvare il mondo, se non altro perché era anche loro, ma nessuno aveva più voglia di ricompensarli con tributi e concessioni feudali. Alcuni rami secondari, terziari o peggio riuscirono a prosperare negli Stati Uniti e in vari Paesi asiatici, di solito mettendo da parte l’Incanto per dedicarsi ad attività più concrete, come costruire case, comprare azioni e frodare il fisco. Isaac Neisbitt-Ombrafiorita aveva, mormoravano i cugini, accumulato milioni di dollari truffando le banche, aggiornando così ai tempi moderni una delle più nobili tradizioni di famiglia. Ma «aggiornamento» e «tempi moderni» erano parole maledette dalle labbra degli Ombrafiorita puri, che restarono nella loro dimora progettata dagli spiriti ad accumulare polvere e debiti. E così, agli inizi del XXI secolo, Villa Ombrafiorita era una casa che aveva conosciuto tempi migliori: tempi, per esempio, in cui non c’erano intere stanze invase dai pipistrelli, o in cui la torre di guardia ad Est non oscillava con lo scirocco. La abitavano cinque persone, quattro delle quali erano gli ultimi rampolli della pura stirpe Ombrafiorita. Con loro viveva un maggiordomo ottantacinquenne, Aristide Manganelli, che teneva alto il buon nome della famiglia. Non aveva poteri magici, ma era un uomo molto paziente.
I
Veronica sentì il rombo di un chopper provenire dal giardino.
Suo fratello Alex era tornato: ecco giungere la fine di quattro mesi di tranquillità. Posò sul letto il libro che stava leggendo (un saggio scritto da una sedicente strega americana, che non sapeva nulla di magia ma in compenso ne parlava un sacco), lasciandolo aperto per non perdere il segno, tirò l’ultima boccata della canna che aveva tra le labbra, proprio l’ultima, quella che ti fa entrare il fuoco in gola, e si preparò ad accogliere Alessandro Ombrafiorita.
Si incamminò sui traballanti scalini che dalla sua stanza, in cima alla torre di Sud-Est, portavano giù. Era una scala a chiocciola tutta storta: non c’erano due scalini di dimensioni e forma uguali, e il soffitto si alzava, si abbassava, si incastrava sui muri ad angolature bizzarre. Chi non era abituato a percorrere quella scala invariabilmente cadeva. In compenso c’era un’ottima acustica, che permetteva a Veronica di sentire praticamente tutto quel che accadeva all’esterno. In quel momento, per esempio, Alessandro stava urlando un saluto al vecchio Aristide. Veronica si affacciò ad una delle finestre (con la vetrata in frantumi) e vide il fratello che stritolava il maggiordomo, il quale se ne restò impassibile. Per lui era roba di tutti i giorni farsi frantumare le costole da un occultista con un debole per le moto aerografate e le magliette dei supereroi.
“Lasci che le prenda il bagaglio, signorino Alessandro”, disse Aristide quando riuscì a liberarsi dall’abbraccio.
“Ma figurati. Non voglio vederti spezzato in due”.
“Sono commosso, signorino”.
In quel momento Veronica arrivò in giardino. Alex stava dando una pacca ad Aristide, urlando un: “Fai parte della famiglia, vecchio mio”. Il suo tono di voce, troppo alto come al solito, le provocava fitte di emicrania. Avrebbe dovuto evitare la seconda canna. O almeno il quinto bicchiere di vodka.
Dopotutto era solo mezzogiorno.
Anche il giardino aveva conosciuto tempi migliori. A dire il vero qualsiasi tempo avesse conosciuto, ere glaciali comprese, era migliore: tutto il parco che circondava la casa era diventato intricato e selvaggio come una giungla, e Veronica sospettava che vi si aggirassero uno o due demonietti minori, di quelli grossi quanto un topo e fatti a forma di topo, che però topi non erano.
“Veronica!”, urlò Alex, nel vederla. Lasciò cadere il borsone e le corse incontro. Veronica si preparò all’impatto: Alessandro non era precisamente massiccio, anzi, a voler essere gentili lo si sarebbe definito esile, ma Veronica lo era ancora di più – a lanciarle una rosa addosso, si rischiava di rovesciarla a terra.
Ma Alex si fermò all’ultimo momento, e invece di abbracciarla, le fece un inchino. “Madame”, disse ironicamente, “onorato di vedervi”.
“Dovresti moderare i toni, Alessandro”, intervenne una voce, proveniente dall’ombra dell’arco d’ingresso. Il proprietario della voce mosse un passo in avanti, poi un altro, e finalmente emerse nella calda luce del sole di giugno. Angelo amava le entrate in scena teatrali. “Ricordati che sei un Ombrafiorita”.
Angelo era il fratello maggiore, e aveva deciso che il suo compito era quello di mantenere gli standard della famiglia entro i livelli della decenza. Aveva deciso anche di vestire sempre e solo di nero, perché secondo lui il nero si addiceva a un mago proveniente da una tradizione plurisecolare. Aveva deciso un sacco di cose, e su ben poche i fratelli si trovavano d’accordo.
“Ti ho fatto preparare il pranzo da Aristide”, continuò, senza aspettare risposta. “Ho letto nelle stelle che saresti arrivato oggi”, guardò l’orologio e storse il naso, “anche se ho sbagliato i calcoli di mezz’ora. La zuppa di rape sarà un po’ fredda, temo”.
“Ciao, eh?”, lo salutò Alex.
“Bentornato”.
Veronica emise un gemito mentale che – essendo lei una telepate di discrete capacità – fu avvertito da tutti i maghi nel raggio di cinque chilometri, e cioè da Alex e Angelo. Ora quei due avrebbero ricominciato a litigare. E Villa Ombrafiorita si sarebbe di nuovo riempita di quei buoni a nulla degli amici di Alex. Tutto da capo. Aveva bisogno di un drink.
II
Evelyn sapeva di non essere un genio. Sapeva anche di non essere acuta, astuta, intuitiva, furba o scaltra, e neppure sagace.
Però picchiava forte. E nel suo lavoro di solito bastava.
Faceva l’investigatrice privata: contrariamente a quanto si crede, non serve essere dei grandi pensatori, in questa professione.
Devi solo seguire qualcuno e fotografarlo mentre va a letto con qualcun altro, oppure lanciare un piccolo incantesimo per attirare tutti i gatti di una zona e selezionare quello che si è perso qualche vecchietta. E poi ogni tanto devi picchiare.
O meglio, di solito esistono due o tre alternative, ma a questo mondo ciascuno fa quel che è bravo a fare. Evelyn Ombrafiorita, gemella eterozigote di Veronica, era brava a evocare i morti e picchiare i vivi. Evocare i morti era un gran macello, comportava una persistente puzza di zolfo e non serviva per i casi di cui si occupava lei, visto che nessuna persona sana di mente si sarebbe sognata di assegnarle un caso serio come un omicidio. E quindi Evelyn Ombrafiorita di solito finiva a picchiare, non perché fosse cattiva o violenta, ma perché era brava a farlo.
In quel momento stava picchiando in un vicolo, con una certa soddisfazione, un tizio che aveva rubato due mesi di pensione a sua nonna. Non era un gran combattimento: dopo il primo schiaffo il tizio stava già piagnucolando, e dopo un pugno sul naso aveva preso a invocare pietà. Ma Evelyn aveva scoperto che il tizio aveva già speso tutti i soldi al videopoker, il che significava che a) la nonna non l’avrebbe pagata e b) Angelo avrebbe insistito che gli Ombrafiorita aiutassero quella povera vecchina, nonostante non avessero soldi neanche per se stessi. Quattro giorni di lavoro ed era più al verde di quando aveva cominciato: si prospettava un periodo di zuppa di rape. Evelyn si tolse la soddisfazione di tirare un ultimo calcio al tizio, che rantolava a terra, prima di telefonare a Giacomo, un suo amico in Polizia. “Ho preso quello di cui ti parlavo”, disse. “Ho anche dovuto difendermi. Non sai che furia che era”.
Giacomo, che ad Evelyn teneva molto, si affrettò a chiederle se stava bene.
“Salva per un pelo”, rispose lei, prima di dare le coordinate del vicolo e chiudere la conversazione. Aveva fretta: Angelo le aveva detto che quel giorno sarebbe tornato Alex, e che lui avrebbe colto l’occasione per parlare di una cosa a tutta la famiglia. Si allontanò dal tizio. Poi ci ripensò. Tornò indietro, gli diede un altro calcio, e si avviò verso casa.
III
“È bello vedere la famiglia riunita”, esordì Angelo. La famiglia era riunita nel grande salone dei ricevimenti al pianterreno, una stanza a forma di cono con un caminetto incastonato nel soffitto e decine di statue di pantegane con volti umani ammucchiate in un angolo. In inverno la stanza era inutilizzabile: niente caminetti ad altezza umana3, e comunque niente soldi per tenerli accesi. In estate, invece, era gradevolmente fresca, a patto di sopportarne il tasso di umidità pari a quello di una palude.
Angelo era in piedi innanzi a tutti, preso dal suo ruolo di capofamiglia. Alex era stravaccato su una poltrona, con le gambe a cavalcioni di un bracciolo. A ventiquattro anni avrebbe dovuto saper mantenere un contegno da Ombrafiorita, ma non c’era verso di farglielo capire. Neanche Veronica ed Evelyn, sedute a gambe incrociate sui due lati di un divano tarmato, mostravano l’eleganza richiesta a due esponenti di una stirpe tanto nobile. In mezzo a tutti troneggiava un tavolino di ferro battuto, la cui tavola superiore, un tempo di vetro, era stata sostituita da un asse di legno. Su di esso c’era il tè preparato da Aristide (due bustine per quattro persone, un onesto modo di fare economia), versato nelle tazze con sopra fotografie della Famiglia Reale d’Inghilterra che Alex aveva portato in dono a tutti. Era un’evidente presa in giro, ma Angelo, fedele ai dettami della buona educazione, aveva mostrato grande apprezzamento.
“Il ritorno di Alessandro non poteva essere più propizio”, continuò.
“Uniti, gli Ombrafiorita sono invincibili. Non è così?”
Una trave cigolò da qualche parte nel ventre della casa, rovinando l’effetto del discorso. Ma Evelyn, pietosa, biascicò un “Cioè, sì, più o meno”.
“Molto bene”, gongolò Angelo. “Ecco cosa ho da dire: ho un caso per Evelyn. Un caso serio”.
Tutti lo guardarono sbalorditi.
Continua…
1 Ci sono state notabili eccezioni. Guidobaldo Testa-di-Fuoco Ombrafiorita usava drappi di Damasco come canovacci da cucina, ma va detto che Guidobaldo Testa-di-Fuoco Ombrafiorita era un pirata, e quindi i drappi di Damasco non li pagava. Gertrude van Hausen Ombrafiorita faceva un delizioso pollo alle spezie astrali, e ogni mattina sorbiva un cioccolatte arricchito di tre pizzichi di tali spezie (il che la rendeva per tutto il giorno strana, anche per i piuttosto elastici canoni Ombrafiorita). Jacques Moròn Ombrafiorita mangiava rigorosamente in posti di lusso, e su di lui nessuno ha mai trovato molto altro da dire. I vestiti di Fiammetta de’ Cesari Ombrafiorita II erano leggendari: una volta si presentò a una festa indossando una rete fatta da centinaia di minuscoli diamanti, e nient’altro. Fu una serata piena di eventi.
2 Sì, è cattivo quanto il nome fa supporre.
3 Secondo una storia di famiglia il prozio Ildebrando Ombrafiorita III aveva provato ad accendere il caminetto sul soffitto, agli inizi del Novecento, durante uno degli ultimi pranzi di Yule che riunirono tutta la famiglia. Il prozio non era particolarmente noto per la sua sobrietà e l’idea fu giudicata assurda dai commensali. Cionondimeno, pare, riuscì, anche se i testimoni non hanno riportato come. Va detto che sulla sobrietà dei testimoni ci sono ampi margini di discussione.