Carlo Miccio
Sette prospettive per un misterioso caso di cronaca nera
1 - La prospettiva del cronista
La segretaria si affacciò verso le undici alla sua scrivania: “Il capo ti vuole da lui”. Marco Cicoli si tirò su dalla sedia, salvò il file sul computer e si stiracchiò pigro rispondendo “arrivo” alla donna, che nel frattempo si era già volatilizzata altrove.
Il capo poteva significare due cose: andare al consiglio comunale a trascrivere e commentare l’odierna, noiosissima sessione di lavori, oppure infilarsi in macchina e viaggiare direzione Monte San Biagio, km 46, per scrivere il pezzo sull’inaugurazione della mostra bovina, patrocinata da XXX, accreditato sponsor politico di ***, che a sua volta finanziava in maniera abbastanza esplicita proprio il quotidiano presso cui Marco Cicoli lavorava. Inutile chiedere quale fosse l’aspirazione quotidiana del Cicoli, che tra l’altro aveva l’auto con la marmitta sfasciata, e temeva come un’ odissea infinita il viaggio sull’Appia fino a Monte San Biagio.
Il capo dal canto suo lo accolse con il solito e imperscrutabile sorriso beffardo delle 11:00 di mattina, quando venivano impartite le consegne giornaliere.
“Prego, Cicoli, prego, siediti un attimo per favore.” Cicoli ovviamente si sedette.
“Allora, mio caro capocronista, abbiamo due possibilità per la tua giornata – affrettò il capo aggiustando alcuni fogli sulla sua scrivania – Consiglio comunale o Fiera Bovina a Monte San Biagio.”
Marco Cicoli sorrise tenue. Un intero secondo di silenzio magnetico aleggiò tra i due.
“Tu che preferisci? – incalzò d’un tratto il capo - Avanti, Marco, dimmi tu, sono ormai due anni che lavori qui, e lo sai che di te mi fido”.
Inaspettata ventata di generosità, il Cicoli si trovò momentaneamente sprovvisto di adeguata risposta.
”Avanti - sussurrava il capo - dimmi tu”.
“Mbeh, stavo appunto seguendo quella storia sulla sanatoria in comune, e la dibattono oggi, e quindi…”. Il tono della sua voce era ricco di implicazioni, ma non esprimeva nelle parole alcuna convinzione netta. Nondimeno, il capo esaudì il desiderio a braccia aperte.
“Ok, tu al comune e a Monte San Biagio ci mandiamo qualcun altro.”
Marco Cicoli sospirò di sollievo, un’altra giornata svangata a fumacchiare davanti al consiglio, rubando frammenti di conversazioni al telefonino di assessori e consiglieri agitati ed in genere malvestiti. Fece per alzarsi, ma il capo lo interruppe.
“Allora, stamattina consiglio comunale. E poi, stasera che devi fare? Hai impegni?”
Una trappola, Marco Cicoli realizzò subito che si trattava di una trappola, aveva semplicemente scampato la mostra bovina per chissà quale incarico in notturna.
“Niente, perché?!?”, rispose automaticamente, e anche un po’ involontario, Marco Cicoli. Il capo sorrise, estraendo dal cassetto una specie di cartolina, e sbattendola sulla scrivania con malcelata soddisfazione.
Cicoli per un attimo strabuzzò gli occhi: l’immagine più volgare che potesse immaginare gli si era appena materializzata davanti allo sguardo: il primo piano di un culo luccicante, ma imbrattato di sangue, e la sagoma spenta di un preservativo usato poggiata di fianco. In alto, colori fluorescenti, la data di quel giorno ed un orario, 19:30 PM.
“Che ti sembra???”, chiese il capo.
“Non saprei”, balbettò Cicoli.
“Avanti”.
“Mbeh, direi…un culo rotto, direi…con specifica attenzione ad evitare contagio venereo, direi. Roba da sodomiti, insomma!”
Il capo ghignò soddisfatto, estrasse una lente di ingrandimento dal solito cassetto, e gliela spinse davanti: “Guarda meglio, Cicoli, guarda meglio”.
Marco Cicoli sollevò la lente sull’immagine, e ci scoprì un significato del tutto nuovo: le macchie di sangue altro non erano che migliaia di minuscole repliche dell’immagine della vergine di Guadalupe, mentre il profilattico era in effetti composto da una sequela infinita di microrepliche del volto barbuto e familiare di Padre Pio da Pietrelcina. Marco Cicoli provò un istantaneo blackout psico-ormonale in qualche remota regione del suo cervello, ma non seppe individuare cosa esattamente fosse all’origine di quella fastidiosa eccitazione: paura, desiderio o curiosità?
“Si intitola Pornosemiotika ed è l’invito ad un vernissage. Sai cos’è un vernissage, vero?”, chiese con tono paterno il capo. Marco Cicoli assentì con lo sguardo:
“Sì, l’apertura di una mostra, o qualcosa del genere. In genere si beve un sacco in questi posti”.
“Appunto – continuava a sorridere il capo – per quello ti mandiamo a te: sei laureato in arte e sei pure astemio”.
Cicoli storse il naso: laureato in Arte! Aveva fatto una tesi sull’emigrazione est-europea, cattedra di antropologia, e questo gli continuava a parlare di arte. Tra l’altro, non arte classica, magari decifrabile con l’Argan alla mano, ma qualcuna di quelle inafferrabili stranezze contemporanee.
“Lui si chiama Melonarpo, è uno psicodivisionista neurotico, hai presente? È l’ultima corrente di arte eventuale: praticamente, in ogni punto di questo quadro, anzi, della foto di questo quadro, si intersecano due o più messaggi, da Padre Pio al sesso anale. Chiaro, no? Vai lì e mi ci scrivi un bellissimo articolo di costume, dal tono moralmente indignato e valutazioni finali indirizzate ad un preciso pessimismo socio-morale. Chiaro, no?”.
No, chiaro per niente, a dire il vero. Marco Cicoli non era proprio convinto, e per di più all’oscuro di ogni nozione di neurodivisionismo, o come cazzo si chiamava quella cosa dell’arte eventuale, per cui le sue numerose titubanze decisero finalmente di esprimersi. “Ehi capo, un momento - balbettava ora Cicoli – questa sembra roba strana, satanisti, stalinisti, sodomiti, o qualcosa del genere, sarà pieno di froci laggiù, capo! Io non ci capisco niente, davvero, non ci voglio andare… mandiamoci qualcun altro, capo! Al limite vado pure a Monte San Biagio!”
“No”. La risposta del capo fu sintetica ed imperiosa, e non ammetteva replica alcuna. “Ho detto no, ci andrai tu. Sei l’unico che ha gli strumenti concettuali per capirle, ‘ste cose”.
Cicoli aveva smesso di pensare: in quel momento era 100% odio puro.
“Quanto ai froci, vedi tu, sei un uomo di cultura, prova a comunicarci”, aggiunse il capo con un ghigno satanico, contemporaneamente spedendolo con una mano in direzione consiglio comunale.
2 - La prospettiva del kamikaze
Entro in quel posto e mi ritrovo davanti una sala addobbata d’oro, tipo i documentari che si vedono alla televisione sui monasteri bizantini, con le pareti ricoperte di quadri. Quadri, insomma, quelle porcate che fa lui, madonne profanate e cristi con le tette. Uno schifo solo a nominarle, certe cose, ma d’altronde le avete viste anche voi, no? E come avete potuto permetterlo, mi domando io?!? Voi, voi che siete la polizia, i tutori dell’ordine costituito, come avevate pensato di difenderci, a noi? Chi ci difende noi, eh? Mio figlio, il mio unico figlio maschio, è diventato ricchione a stare a sentire quel criminale, quel frocio travestito del cazzo. E la polizia che fa, resta a guardare???
Che quando l’ho visto, lì, a parlare del recondito davanti a quella madonna gonfiabile, mi è salito il sangue agli occhi, e sono riuscito appena a controllarmi. Poi mi sono avvicinato, anche se mi faceva un po’ schifo, vestito da suora e con le giarrettiere nere, quel depravato affogato nel vizio.
Ma di vizi è morto: è bastato dirgli che gli volevo fare assaggiare della boliviana purissima, che l’ingordo strabuzza gli occhi e mi dice “appartiamoci”.
Dentro il camerino c’era un disordine osceno, bottiglie, posaceneri pieni, carta, giornali, cavi elettrici e telecamere: siamo entrati in silenzio, ho tirato fuori la bustina e lei… volevo dire, lui… l’ha sparpagliata automatico su una specie di specchio, e poi ha iniziato a tagliuzzare con una specie di carta di credito. Era concentratissima, e senza staccare gli occhi dallo specchio impolverato mi diceva: “dai, che adesso lo facciamo come san Sebastiano”. Quando l’ho vista allungare il naso sulla coca, ho aspettato che aspirasse dentro tutto, e poi le ho sparato un calcio al fianco, e l’ho allungato a pancia in sotto, quel frocio travestito. Poi, tenendogli il muso schiacciato sullo specchio, a rischio di tagliargli quel bel faccino del cazzo, gli ho infilato nel culo la prima cosa che ho trovato, e ho spinto fortissimo, e intanto gli sbattevo la testa sullo specchio fino a che non mi sono reso conto che aveva smesso di strillare.
Solo dopo mi sono accorto di Padre Pio. Mio padre era devoto a Padre Pio, chiamiamola una vendetta di famiglia, di mio padre per mio figlio. Che ci avevo un unico figlio maschio, e ricchione me lo ha fatto diventare, quel cornuto travestito.
3 - La prospettiva dell’inviato speciale
Alle 20:00 in punto Marco Cicoli era davanti al Blue Pirate, il luogo dell’esibizione. Non aveva voluto arrivare all’inizio per avere la possibilità di mescolarsi con il pubblico. Non sapeva cosa aspettarsi esattamente da questa mostra, e certe cose gli mettevano istintivamente un po’ paura: il sesso e la religione erano due di queste cose, e, da quello che aveva visto, tutta la mostra si proponeva in maniera decisamente borderline. Borderline era una parola che si leggeva spesso in giro ultimamente: significava linea di confine, con quell’espressione si indicavano situazioni che non erano esattamente definite in un senso o nell’altro, criminali a metà, persone che vivevano sospese tra due tipi di situazioni. Vite in prestito, destini provvisori, prendi Diego Armando Maradona, metà divinità pedatoria, metà mortalissimo tossico dalla flebile e umana volontà.
Il Blue Pirate era un caseggiato basso, due piani, di cui uno occupato da un’insegna al neon blue che lampeggiava ad intermittenza, Pornosemiotika, il titolo della mostra. “Ma cosa cazzo c’entra il porno con la semiotica?”, si domandava entrando Cicoli.
C’erano due porte identiche schierate una accanto all’altra, su una c’era un immagine della madonna di Fatima, sull’altra una donna nuda che si strofinava addosso un pitone vero. Erano pensate per lasciarlo lì davanti a riflettere un po’, ma Marco Cicoli imboccò decisamente la porta con la madonnina celeste.
Si ritrovò immediatamente in un ambiente buio, un vocio di sottofondo ed un’altra porta fluorescente posizionata sul fondo: sopra c’era dipinto il tronco marmoreo di una donna nuda, in mano una pistola, ed il volto ricoperto da uno chador. Un fumetto prensile aggiungeva “Fuck Your Values”, e per entrare nella mostra bisognava obbligatoriamente passare di lì.
Dentro, la mostra era un diluvio di immagini sacre disseminate di simboli sessuali: statue della madonna costruite con bambole gonfiabili, quadri di processioni dove uomini incappucciati veneravano donne nude, crocifissi di tutti i generi, gesù muratori, imprenditori, circensi, transessuali, pizzicagnoli, una parata di san sebastiani che sembrava estratta da un sito di feticisti transilvani, corone di spine, chiodi, strumenti di piacere e di tortura, angeli custodi seminudi. Tutto in quelle stanze sembrava dominato da un’ansia di profanazione mistica, come un contatto con la divinità che passasse attraverso l’irrevocabile intimità di uno stupro.
In un angolo c’era una scrivania con dietro un carabiniere (vero???) che batteva incessantemente a macchina. Il ticchettio della Olivetti si mischiava con le note polifoniche che provenivano dalle arcate, canti gregoriani in un idioma incomprensibile.
Arrivato davanti al carabiniere, Marco Cicoli lesse diligente l’etichetta (Deposizione di Evidenza), e questionò se stesso sul presunto significato. In quel momento un donna vestita per la metà superiore di cuoio e per quella inferiore di niente, si andò ad accovacciare sulla scrivania. Il carabiniere allora estrasse il foglio dattiloscritto dall’Olivetti e davanti allo sguardo meravigliato del Cicoli lo infilò sotto le nude terga della signora rilegata di cuoio, che a sua volta, con amorevole cura, vi ci espulse sopra un aggrovigliato campione delle proprie feci. Il carabiniere raccolse il tutto e catalogò nell’apposito archivio. Deposizione di evidenza, adesso sì che era tutto chiaro, pensava Cicoli mentre la donna si allontanava, ed il carabiniere infilava un nuovo foglio nell’Olivetti, ricominciando a strimpellare meccanico.
Sembrava una scena dalle Giornate di Salò di Pasolini, ma senza violenza fisica: la gelida incalcolabile violenza instillata in quell’opera d’arte (opera d’arte?) era tutta riposta nell’idea pura, nel concetto immacolato.
Marco Cicoli si spostò oltre quella coprofiliaca rappresentazione e si ritrovò davanti ad una tela immensa, un’altra crocifissione, con il cartello sopra la testa di Gesù che recitava “Vietato ai minori” piuttosto che INRI, e varie immagini intercalate di gioia e dolore, i ladroni crocifissi che si dimenavano davanti a donnine nude, stupri, ancora stupri, il volto in bianco e nero di una donna ripetuto simmetricamente 6 o 7 volte, come l’eco di un gesto lontano.
“Arte o Pornografia?”
Marco Cicoli si volse di scatto al suono di quella voce: era sprofondato completamente nel suo dialogo interiore, e non si era accorto della sua presenza. E adesso, voltandosi, si ritrovava imbambolato davanti a lei, bellissima visione profumata di pesca.
“Avanti, secondo lei si tratta di Arte o di Pornografia?”
Marco Cicoli, di professione giornalista pubblicista, le domande era abituato a farle lui, mica si ritrovava tanto comodo davanti a richieste perentorie, però, siccome a rivolgere la domanda era una bellezza di una luminosità astrale, si sentì obbligato a dire qualcosa di intelligente.
“Mi sembra un po’ borderline, direi”, avanzò timido Cicoli.
“In che senso?”, domandò curiosa la fata profumata, che gli stava sorridendo come se lui fosse l’unico uomo al mondo, in quel momento. O, almeno, il più importante.
“Nel senso che… nel senso che…”, Cicoli aveva ricominciato a balbettare: odiava quelle domande sul senso, secondo lui il senso non era proprio una cosa necessaria nella vita, non era mica un poliziotto lui, che doveva spiegare i delitti, era solo un giornalista, che li doveva raccontare, e le maniere di raccontare sono infinite, o no? Si trovò d’accordo con il tipo della mostra, Fuck your values, affanculo i tuoi valori!
“Arte, direi!”
La fata profumata sorrise, e si presentò: Amanda van Brooth, era olandese ma viveva in Italia da secoli, parlava un italiano senza inflessioni ed aveva addosso quel meraviglioso odore di pesca matura.
Rimasero a parlare tutto il resto della serata: Amanda spiegò a Cicoli che ogni singolo punto di quelle tele aveva un significato tutto suo, completamente autonomo, e che il Melonarpo da poco aveva aderito a questa nuova scuola che faceva neurotrasmettitorarte a oltranza, e cioè che in ogni momento i suoi sensi erano bersagliati da stimoli, simboli, loghi, messaggi, proposte, e prima o poi il suo cervello avrebbe lentamente assorbito ed elaborato gradualmente, amalgamando il tutto e creando così nuovi livelli di consapevolezza.
Che bella cosa l’arte, pensava intanto Cicoli. E che bella figa Amanda, pure, che a pensarci bene era la cosa più importante. Ogni punto di quella superficie un significato diverso, ogni angolo di quel corpo un messaggio nuovo. Cicoli era turbato, il profumo di Amanda e tutti quei discorsi sul significato reale di quelle opere, e la donnina di cuoio rilegata che ogni mezz’ora entrava, deponeva un patetico stronzo davanti al carabiniere, e ripartiva: ma che gli davano da mangiare a questa, si domandava Cicoli???
In quel momento si sentirono delle urla, lunghe, disperate, acutissime, poi una serie di rumori sordi, e poi tutti notarono quest’omino imbrattato di sangue attraversare la sala di corsa prima di essere bloccato dagli agenti della sorveglianza
4 - La prospettiva del carabiniere installato
Deposizione di Evidenza numero 000012, h. 20:01
Alle 19:47 in punto l’accusato è stato notato fare il suo ingresso nel salone centrale. Il soggetto ha attirato subito la nostra attenzione per via del suo abbigliamento, caratterizzato da un gilet di cotone a tinte arancioni, estremamente fluorescenti. Il soggetto è stato visto aggirarsi attentamente nelle navate della sala, soffermandosi con attenzione davanti alle opere denominate Cristo Transessuale, Madonna Pneumatica, Matrilineare e, con maggior attenzione, alla tela intitolata Vietato ai Minori. A quell’ora la sala si stava appena iniziando a riempire, e l’Artista si stava intrattenendo con i primi invitati. Ad uno sguardo attento, l’Artista dimostrava tracce evidenti di abuso di stupefacenti, probabilmente oppiacei (la voce impastata) e allucinogeni naturali (marijuana, in quantità industriali). Dopo circa 5 minuti il soggetto si è avvicinato all’Artista e ha cominciato a porre domande sul significato delle opere. Sono stati copiosamente usati i termini recondito, subliminale ed iporealismo neurovegetativo. L’Artista ed il soggetto sono stati visti allontanarsi insieme in direzione camerini, ufficialmente per farsi un tiro di coca.
5 - La prospettiva del commissario inquirente
Alle 11 in punto, come concordato, l’ispettore Camba giunse nell’ufficio del commissario Ciro Malocci. L’ispettore recava con sé le foto della scientifica in merito al caso Melonarpo, quel pittore che avevano trovato con cranio e tutto il resto sfasciato nei camerini della galleria dove si stava tenendo l’inaugurazione di una sua mostra.
Le foto mostravano il corpo di un uomo, apparentemente sulla quarantina, riverso sul divanetto in pelle nera di un ambiente caotico.
Quel corpo apparteneva a Diggei Melonarpo, uno dei pittori più quotati del momento, e la posa, seppur artistica, poteva rivelarsi decisamente imbarazzante. Il Melonarpo era vestito da suora, le mani legate da una corda dietro la schiena, la tonaca rialzata, le mutande abbassate e una statuina di padre pio infilata proprio nel deretano. La statuina era avvolta da un profilattico, ed in tal guisa si sosteneva sul corpo del defunto. Sì perché quello era il corpo di un morto, il grande pittore l’avevano accoppato, e qualcuno (l’assassino, probabilmente) aveva scritto anche con un rossetto fuck your values sulle chiappe defunte del morto. Quando la scientifica era entrata nel camerino si era trovata davanti questo esemplare di maschio adulto di razza caucasica, sulla quarantina, vestito da suora, con tanto di crocifisso di legno e giarrettiere, incaprettato e con un statuina di padrepio infilata nel culo, morto disteso davanti ad un televisore da cui sgorgavano in loop filmati sui gol più belli di Maradona. E poi la stanza, che di per sé era un bell’enigma kitsch: altarini religiosi con fiammelle e statuine su cui erano riversi vibratori di tutti i generi, bambole di gomma vestite da madonna, angeli di legno con cazzi lunghissimi adagiati negli angoli, un campionario di schifezze pornoreligiose, una collezione di mistico feticismo contorniato da riproduzioni di quadri famosi del Caravaggio e di Guido Reni.
L’ispettore Camba spiegò brevemente chi era il Melonarpo al commissario Malocci, che aveva per primo rintracciato il presunto colpevole, ma che di arte si intendeva ben poco: due minuti di coincise informazioni da cui emerse fuori il ritratto di un balordo, uno che si era bruciato il cervello con le droghe in gioventù e da allora aveva tirato i remi in barca. Alcuni critici lo trovavano innovativo (pittore polisemiotico, lo chiamavano) ma la vita privata era un disastro, da sempre: risse, droghe, frodi informatiche, scasso aggravato, e lunghi soggiorni nelle patrie galere, un bel curriculum accumulato prima che un cappellano del carcere, don Egidio, avesse notato il suo talento pittorico. Don Egidio aveva commissionato al Melonarpo la decorazione della cappella, e lui l’aveva riempita di un diluvio di minuscole madonne, angeli e santi a dismisura. In quella maniera, dipingendo divinità, Diggei Melonarpo si conquistò probabilmente il paradiso, di sicuro abbreviò di molto il soggiorno nelle patrie galere, e, quando uscì, il suo nome era già un mito tra i galleristi d’arte. Iniziò ad esporre, e fu lì che ebbe luogo la sua svolta pornografica: restituito alla libertà, Diggei Melonarpo ritrovò tutte le sue naturali tensioni, composte di porno e violenza, donne nude con pistole e chador, ma non riusciva a riprodurle in altra maniera che non fosse quella religiosa. Le forme della sua pittura erano oramai impregnate di formalismo sacro, cristi e madonne e santi martiri, e così via. Lui non riusciva neanche più a concepire donne nude oramai, solo madonne svestite e suore pompinare.
“Quest’uomo era un pazzo”, sembrava pensare il commissario Malocci, che però non si intendeva d’arte, e non voleva arrischiare un commento sbagliato con l’ispettore Camba, che invece sembrava preparatissimo sull’argomento.
Di nuovo bussarono alla porta: entrarono due carabinieri semplici, con al seguito un uomo sulla cinquantina, espressione dimessa sopra un corpo afflosciato, sguardo basso e un gilet arancione a coronare senza significato alcuno quella sagoma di uomo.
Eccolo, pensò il commissario Malocci, e lo fece accomodare. I due carabinieri uscirono dalla stanza, e rimasero soli in tre, il comissario Malocci, l’ispettore Camba e lui, l’assassino.
“Sigaretta?”, avanzò premuroso Malocci.
Sigaretta, acconsentì silenzioso l’assassino.
“Allora – interruppe l’ispettore Camba – ci racconti di nuovo come è andata, signor Ferretti, esattamente come ha già fatto ieri sera”.
E Ferretti incominciò, sbilanciando il suo flaccido corpo in avanti, si avvicinò alla scrivania, ed iniziò la telecronaca delle ultime 24 ore della sua vita. Era uscito a comprare il pane, come tutte le mattine, e aveva visto il manifesto della mostra del Melonarpo. Suo figlio anche era un pittore, viveva ormai da sei anni a Londra e continuava a parlare di Melonarpo come del più grande artista vivente. Ferretti non capiva assolutamente niente d’arte, 47 anni a stringere bulloni all’Italsider non gli avevano lasciato molto tempo per seminari e gite ai musei, ma vedeva suo figlio appassionarsi per ore e ore intorno a tele e pennelli, ed era orgoglioso di quella passione come se fosse sua. D’altronde era stato proprio suo figlio a dirgli un giorno: “Capirla non serve, l’importante è viverla”. E si riferiva all’arte, ovviamente.
Dopo, Ferretti parlò solo dell’omicidio.
6 - La prospettiva del critico d’arte
Si è spenta oggi, in circostanze misteriose, una delle personalità più discusse del mondo dell’arte contemporanea, Diggei Vassilji Melonarpo.
Nato a Firenze nel secolo scorso, Melonarpo era un neurodivisionista storico della prima ora, credeva nella polisemanticità di ogni singolo tentativo comunicazionale, e ha speso la sua carriera artistica cercando di avviare le basi di quel movimento che oggi da Tokio a New York oramai si batte per “la ridefinizione del simbolo”.
Su di lui tutto si potrebbe dire, e tutto potrebbe essere già stato detto, ma lasciatemi aggiungere che le circostanze della sua morte hanno qualcosa di inquietante. Mi ricordano il delitto Pasolini: nella misura in cui lo scenario del delitto di Ostia potrebbe rappresentare l’archetipo ideale di tanti film e romanzi pasoliniani (periferia brulla, palazzoni sullo sfondo, vento e sabbia, fisiognomiche popolari e borgatare), e quindi lasciarci ipotizzare liberamente che la morte di Pasolini possa essere considerata la sua ultima, drammatica, indeteriorabile performance artistica, allo stesso modo il Melonarpo ci ricorda con la sua morte una testimonianza vivente (o morente, scusate il macabro gioco di parole) della sua esagerata condotta artistica: sodomizzato da padre pio, imbottito di droghe, davanti ad un televisore che trasmetteva i gol di Maradona.
Tutto lascia presupporre che, nella sua estrema visione neurodivisionista, il Melonarpo abbia come costruito ed elaborato la scena della sua morte, all’interno della sua mostra. E chissà, forse anche Pasolini…
7 - La prospettiva del lettore
Lo facciamo come San Sebastiano?, gli aveva proposto lei, e lì per lì Cicoli non ci aveva capito niente. Che cazzo c’entra San Sebastiano, esattamente? Mistero della fede, rispose Amanda, e si allontanarono sul maggiolone scappottato di lei verso un’altra zona della città.
Arrivarono a casa sua, e Cicoli scoprì che san-sebastiano era una squallida metafora per definire pratiche sadomaso, del genere tilego- le-mani-dietro-la-schiena-e-poi-vediamo-che-ci-viene-inmente.
Tussippazz - fu la rapida risposta del Cicoli, che di certe cose non voleva proprio sentire parlare.
Ma lei “dai, andiamo” e poi anche “solo un pochino” e tutte le fusa e moine del caso fino a che lui aveva acconsentito a quella indecente acrobazia. E lì avvenne il fulmineo capovolgimento di fronte, quando Amanda van Brooth iniziò a spogliarsi davanti all’incatenato Cicoli mostrando gradualmente una carnagione sempre più esotica, e poi un assortimento di biancheria intima scintillante, e poi due gambe affusolate da cui si sfilavano le calze, e due seni imperiosi a comandare lo sguardo. Timore e desiderio erano inestricabilmente congiunti nel suo sguardo, e lui ne era consapevole, esattamente come doveva esserne stato consapevole secoli prima Guido Reni o Antonello da Messina mentre dipingevano i loro San Sebastiani sospesi tra estasi e tormento.
Amanda aveva un corpo da amazzone abbronzata, ma nello sguardo era un centurione romano ubriaco di potere. Cicoli la vide estrarre da un cassetto un involucro rosa: Dan d’Acciaio IV, recitava una scritta stampata su un fianco di quello che sembrava un vibratore a strappo. Improvvisamente, una nuova imprevista prospettiva si materializzò davanti ai suoi occhi, come un’inattesa plusvalenza semantica, mentre Amanda van Brooth si legava l’arnese ai fianchi.
Sai cos’è questo? - gli sorrideva adesso sbattendogli in faccia l’archibugio di caucciù.
Psicodivisionismo neurotico. Ogni punto un’accumulazione di messaggi, ogni cosa significa qualcos’altro - balbettò Cicoli.
Bravo ragazzo mio, farò di te il mio tenero amante borderline per questa notte.
Sorrideva, e senza mai smettere di sorridergli gli sussurrava con la lingua avvolta nel suo orecchio: la prima volta fa sempre male, la seconda molto meno. Di questo me ne sarai involontariamente grato, e su questa riconoscenza costruiremo la nostra relazione. Sarai per sempre mio.
Marco Cicoli rifletteva amaramente sul senso di quelle parole, ed improvvisamente comprese il senso laido di tutte le sopraffazioni di cui era stato vittima nel corso della sua vita, amanti, amici e genitori, ed anche del ghigno satanico stampato sulle labbra del suo capo. Glielo aveva detto lui, quella mattina, che sembrava roba da froci, e gli aveva anche detto che non ci voleva venire, al capo, ma niente, non c’era mai verso di farlo ragionare, a quel testadicazzo del capo.