Alessandro Maiucchi

Le chiavi di casa

 

Infilo la mano in tasca.

Le ho messe lì, lontane da quelle di casa.

Le sento, fredde, le chiavi dell’appartamento di Via Ripetta dove abitava mia nonna.

È morta da una settimana, nell’ospedale dove ha passato l’ultimo mese della sua lunga vita: era entrata per delle analisi, ne è uscita coi piedi in avanti.

Era una donna decisa, che lottava per quello che voleva. Mi aveva detto tante volte che avrebbe voluto fare come suo marito, avrebbe voluto spegnersi nel letto senza sentire dolore. Per questo non si risparmiava mai, correva da una parte all’altra della città, per visitare le sue vecchie amiche, vecchie come lei eppure meno in salute di come era stata nonna Vittoria fino all’estate scorsa. La vedevano sempre uguale, un po’ più curva e più bianca di come se la ricordavano ma sempre energica.

Tiro fuori il mazzo di chiavi, hanno un colore diverso per ogni loro funzione. La rossa ha aperto il portone, la blu apre la porta di casa. C’è puzza di chiuso. Era stata una maniaca della pulizia, fino a qualche anno prima, ma negli ultimi tempi doveva aver lasciato andare le redini. Non voglio accendere la luce, toglie magia alle cose. Nella penombra riesco a ricordare meglio le immagini che mi porto dentro. Quella casa, tanti anni prima, quando c’era mio nonno. Quel sorriso simpatico, quelle mani grandi.

Ricordo il dolore che provai, quando ricevetti la notizia della sua morte.

Era in ospedale, stava male e lo stavano sottoponendo a una serie di analisi. La seconda notte che passò al San Giacomo gli fu fatale. Nonna era stata accanto a lui fino a sera, seduta su una sedia mentre lui era sdraiato sul letto, la testa appoggiata sui cuscini bianchi e scomodi. Un terzo cuscino lo aveva sotto il braccio sinistro, ferito in guerra tanti anni prima e rimasto sensibile. Lo trovarono la mattina, nella stessa posizione in cui la moglie lo aveva lasciato.

Attraverso il vecchio salone, con le poltrone impolverate e i braccioli consunti.

Le pareti sono chiare come le ricordo nei miei sogni, non vedo le crepe che il tempo ha lasciato su di loro, e su di me. I miei passi rimbombano fino alla camera da letto, in fondo al salone. Vedo il letto, alto, con la spalliera in legno intarsiato, le bruciature di sigaretta sul bordo sono lontane nel tempo, ma le sento ancora sotto le dita.

La stanza è fredda, come se avesse visto cose che neanche la materia inanimata può sopportare di vedere.

Mi sembra di vedere il vapore del mio fiato, ma è sicuramente suggestione.

Era una donna decisa, che lottava. Lo so bene. Quando le ho messo il cuscino sul viso ha preso a colpire alla cieca, poi a graffiarmi gli avambracci. Ma io ho continuato a premere, e premere, e premere. Attento a non premere troppo forte, come aveva scritto lei nel diario. Ero stato in quella stanza solo dieci giorni prima, per prendere alcune cose. La nonna si sentiva meglio, le analisi erano ormai perfette e voleva degli abiti eleganti, per andarsene da vera signora fuori da quel dannato ospedale. Mentre cercavo nell’armadio, avevo sentito il rumore di un volume che cadeva. Un diario. Lo avevo scorso con curiosità, a ritroso fino al matrimonio dei miei, poi al giorno della mia nascita, infine al giorno in cui nonno se ne era andato.

Maledetta, era un uomo buono.