Manfredi M. Giffone
La mappa non è il territorio
“E' vero: «chi trova un amico trova un tesoro.»
Ma è ancora più vero che chi trova un tesoro
trova subito tanti amici.”
Wilhelm Muhs
Avevo otto anni, mia cugina ne aveva undici e quando andavo a trovarla bisognava giocare sempre a quello che decideva lei, perché i bambini sono fascisti allo stato naturale e le bambine sono peggio. Il Sabato pomeriggio la mia cara cuginetta mi costringeva a lunghe sedute di trucco per mettere in scena uno spettacolo di clown rivolto a un pubblico di peluche e barbie in bikini. Una sola volta fu possibile giocare ai pirati e in quell’occasione, applicando il suo futuro talento per il disegno su carta piuttosto che sulle nostre facce, mia cugina disegnò una mappa del tesoro con un paio di teschi, qualche tibia incrociata e un sentiero che conduceva a una X. Forse c’erano anche delle palme e un paio di montagne, non potrei metterci una mano sul fuoco, ma resta il fatto che la mappa, come tutte le mappe del tesoro, era in realtà la mappa di un’isola del tesoro e che, dopo aver finito di giocare, rimase a me. Quanto mi piaceva. Era la finestra per un mondo segreto e la promessa che, affrontando un adeguato numero di prove insidiose, si ottenga una giusta ricompensa. A otto anni credi ancora a questo genere di cose. Non ricordo se portai la mappa a scuola perché non riuscivo più a separarmene o se la portai di proposito spinto da un desiderio di rivalsa. I miei compagni di classe, infatti, avevano tutti visto i Goonies mentre io me li ero persi e, ascoltando i loro commenti sul film, mi ero fatto l’idea che il cinema non avrebbe mai prodotto nulla di meglio e, sapete com’è, dopo un paio di settimane di commenti entusiastici su qualcosa che non avete visto, vi sentite un poco esclusi. Poi vi rompete giustamente le palle. Così durante una ricreazione aprii l’astuccio, estrassi la mappa che tenevo arrotolata con cura e la mostrai a Francesco Morazzini, il mio migliore amico. Quello che io, da solo, avevo custodito come una reliquia in due rivelava tutte le sue potenzialità e il mondo dell’isola prese di nuovo vita: sciabole, galeoni, forzieri e dobloni. Con il banco come nave veleggiammo verso i mari del sud finché qualcuno si fermò per riprendere fiato durante un giro di acchiapparella e diede un’occhiata alla mappa del tesoro. Come recita la filastrocca? Due elefanti si dondolavano sopra il filo di una ragnatela e reputando la cosa interessante andarono a chiamare un altro elefante. Ecco, i miei compagni dovettero reputare la cosa davvero interessante, visto che dopo pochi minuti erano tutti intorno al nostro banco. La mappa era diventata il centro dell’attenzione di tutta la classe e io avevo la mappa. Era giunto il momento di vedere se con un filo di una ragnatela sarei stato capace di tessere la mia rete.
“Questa è la mappa di un’isola lontana...”
In classe non volava una mosca e il silenzio era la risposta che mi spaventava di più. Il sabato pomeriggio nessuno fra gli spettatori dello sketch di clown aveva mai detto nulla, non una lamentela – certo – ma neanche una sana risata. Solo sorrisi stampati. Mia cugina si crogiolava soddisfatta tra le espressioni vacue delle barbie ed i sorrisi ebeti degli orsacchiotti, ma io avevo capito che dietro le loro facce si celava la più totale indifferenza. Avremmo potuto mettere in scena una tragedia greca al posto dei clown e quei pupazzetti borghesi e qualunquisti non si sarebbero mossi di una virgola. In classe, invece, me la stavo rischiando davvero: applausi o fischi?
Continuai il racconto senza alzare lo sguardo dalla mappa.
“Sull’isola ci abitano gli zulù e i bantù che se ti prendono ti fanno diventare un gongoro che devi eseguire i loro ordini per sempre. E poi è pieno di tigri e gorilla”.
Né fischi, né applausi. Pessimo segno.
Decisi di giocarmi il tutto per tutto e dissi tutto di un fiato “alcentrodell’isolac’èilcovodeipirati”, poi presi un bel respiro e aggiunsi “e il tesoro”, quindi alzai lo sguardo dalla mappa ed ecco finalmente gli occhi del mio pubblico ammutolito. Occhi sgranati per l’interesse.
I dettagli iniziarono a fiorire come fosse primavera. “Il tesoro è quello del pirata Morgan che, prima di morire, lo ha messo all’interno di un forziere con dieci serrature che per arrivare a prenderlo devi entrare in una grotta, saltare un fossato con sotto le lance, scambiare una statuina con un sacchetto di sabbia proprio dello stesso peso preciso di quello della statua (*) e si apre una porta segreta che porta alla stanza del tesoro”.
Quando arrivai al punto dove era custodito il tesoro, gli occhi dei miei compagni erano pieni di meraviglie e io, per un attimo, ebbi l’impressione di stare sparando a tanti pesci in un unico barile. Federico, un bambino che nella mia memoria è rimasto una specie di omaccione tipo armadio a due ante, si alzò e disse: “dobbiamo andare a prendere il tesoro”.
Era fatta.
Il giorno dopo eravamo già tutti all’opera. A quell’età l’idea di una spedizione era quanto di più semplice si potesse immaginare e così i preparativi iniziarono in qualche fantasioso modo e proseguirono veloci e segreti. Le maestre non dovevano sospettare nulla e così sotto i banchi passavano matite, foglietti di carta e tornavano indietro progetti di navi e di cannoni. Si era formato un gruppo di cui io, il detentore della mappa, ero il benevolo condottiero. Probabilmente la mia credibilità era dovuta alla fascinazione della mappa, che a sua volta era merito di mia cugina ma la cosa non mi preoccupava, il gruppetto di fedeli brillava per alacrità e sete di avventura. In pochi giorni eravamo quasi pronti a salpare. Cosa sarebbe dovuto succedere in quel caso? Non saprei. Forse, al segnale convenuto, saremmo semplicemente evasi tutti insieme dalla classe, scappando in mezzo al traffico ed evitando macchine a tutta velocità e vigili insospettiti, avremmo raggiunto il parco più vicino e iniziato a rovistare dietro ogni sasso. In questo caso non voglio neanche immaginare la delusione che avremmo provato nel constatare che non c’era nessun tesoro. Niente isola o covo di pirati, assolutamente nulla.
Questa eventualità comunque non si presentò mai, visto che un giorno il bambino Stefano Gasparotto, brutto bastardo, arrivò in classe con un’altra mappa del tesoro. Una mappa migliore. Aveva i bordi bruciati per imitare l’usura del tempo ed era stata disegnata con una penna stilografica al posto della banale bic di mia cugina.
Brutto bastardo l’ho già detto?
I ragazzi non presero bene la novità. Erano mossi dalla cupidigia e dalla sete di avventura e la mappa di Stefano sembrava promettere più soldi e più azione. La ciurma si divise in due gruppi. In qualità di capitano mi sentivo tradito, deluso, ferito nell’animo e questo voleva dire una sola cosa: la forca per tutti. Rimpiango di non avere avuto i mezzi per mettere in atto la mia giusta vendetta, ma la vita è fatta di rimpianti e in quella situazione avversa imparai molte cose circa la natura degli uomini (le lezioni dure non si dimenticano). Mi decisi a forgiare lo spirito della restante masnada nel fuoco: flessioni, corsa e combattimento all’arma bianca sarebbero diventati il loro pane quotidiano. Dovevano essere pronti a tutto, visto che, secondo i miei calcoli, esisteva la concreta possibilità che le due mappe conducessero allo stesso posto e in quel caso ci saremmo dovuti difendere dai traditori secessionisti. Ma c’era anche un’altra eventualità che mi crucciava e che tenevo nascosta: la tremenda, drammatica, rivoltante possibilità che la mia mappa fosse fasulla. In quel caso i miei lavativi avrebbero dovuto essere in grado di assaltare l’equipaggio di ammutinati per impossessarci della loro mappa.
Il gruppo di Stefano Gasparotto intanto acquistava seguaci. La feccia senza valore che serpeggiava nell’altro schieramento spifferava al nemico tutti i segreti della nostra spedizione e infatti, con il passare dei giorni, il loro gruppo iniziava a somigliare sempre di più al nostro. Ma se noi ci fossimo vantati di essere stati i primi, loro avrebbero potuto controbattere di avere una mappa migliore e quindi nessuno diceva nulla. Eravamo solo due gruppi simili che facevano la stessa identica cosa e quindi ci ignoravamo reciprocamente. Poi iniziammo a detestarci. O meglio: io li odiavo, non so gli altri.
Settimana dopo settimana la faccia di Stefano diventava sempre più intollerabile e così pianificai un arrembaggio per spazzare via lui e il suo gruppo di traditori dalla faccia della terra. Li avremmo intercettati sulle scale, saremmo saltati loro addosso come tigri e, benché ormai in inferiorità numerica, li avremmo sopraffatti, imprigionati, messi a pane e acqua fino al momento dell’esecuzione, quando sarebbero stati costretti a fare la classica passeggiata sulla passarella per finire in pasto agli squali.
La notte prima dell’assalto riposai come un agnellino.
Il mattino seguente, l’inevitabile. Francesco Morazzini, mio secondo in comando e novello Giuda Iscariota, si presentò con un’altra mappa. La terza mappa racchiudeva in sé la genuinità della prima e la precisione della seconda ma, a guardarla bene, mancava di una sua specificità. Il territorio disegnato sembrava un posto generico, la copia di una copia di una mappa.
Fu l’inizio della fine.
Venne a crearsi immediatamente un terzo gruppo che alimentò il clima di tensione e questo era prevedibile, ma il vero problema fu che iniziarono a comparire una mappa dopo l’altra e la situazione andò precipitando. Le mappe erano una perfetta quanto sterile imitazione di una mappa del tesoro o un’accozzaglia di simboli disposti a caso su di un qualsiasi foglio di carta a righe o a quadretti. Verso la fine della scuola, alcuni iniziarono persino a disegnare teschi e tesori ai bordi dei quaderni, sui banchi o sui muri. E così la Mappa, l’idea della mappa, che si reggeva sul sottile filo di ragnatela del mistero, perse ogni valore.
Con l’arrivo delle vacanze estive, tutti si dimenticarono dell’isola del tesoro, me compreso, e a settembre, con l’inizio delle lezioni, inventammo nuovi giochi per ingannare il tempo durante le lezioni di matematica o di storia. Credo di non essermi più ricordato della mappa fino ad oggi. E ora, benché non me lo sia mai chiesto, capisco cosa teneva in piedi la mia masnada di sbandati. Il segreto è che non si domandarono mai che tipo di tesoro si nascondesse sotto la X. Nessuno lo aveva mai detto, nessuno lo aveva mai chiesto. E non pensavano minimamente al fatto che non lo avrebbero mai saputo, che nessuno si sarebbe mai mosso da scuola.
Là c’è un tesoro, andiamo a prenderlo.
E tanto bastava.
Fessi.
(*) Indiana Jones e i predatori dell’arca perduta lo avevo visto.