Antonio Pennacchi

Il bidè

 

I gabinetti erano sempre sporchi. La colpa gli operai la davano a quelli delle pulizie: “Non hanno voglia di lavorare e se ne vanno tutta la giornata a zonzo, portano a spasso il carrettino con le scope ma fanno solo finta di fermarsi davanti ai gabinetti e entrarci dentro per pulirli, poi ci buttano un secchio d’acqua e via, e stanno sempre a chiacchierare”. In effetti la squadra dei Servizi era il refugium peccatorum, ci sbattevano tutti quelli non utilizzabili altrove – chi gli mancava una mano, chi aveva una gamba di legno, chi gli appariva la Madonna – e ogni giorno, dai reparti, gli operai venivano a reclamare in saletta sindacale:

“Puliscono solo quelli degli impiegati”.

Noi per un po’ facevamo orecchie da mercante ma, ogni tanto, ci dovevamo assoggettare e Benassa andava a reclamare in direzione: “I cessi sono sporchi”. Quelli chiamavano il capo dei servizi e lo cazziavano. Lui tornava e cazziava i soldati suoi che – nell’arco massimo di un’ora dalla spedizione nostra – riportavano al mittente la patata e cazziavano Benassa: “Sempre con noi ve la prendete, non ci basta la disgrazia che abbiamo avuto”, e tiravano su i calzoni per far vedere la gamba di legno, “ci trattate pure peggio dei marocchini. Io ce la metto tutta per pulirli bene, ma siete voi che siete dei maiali: chi la fa addosso alle maioliche, chi sul pavimento e chi non azzecca mai il buco. Ce ne è uno che me lo fa apposta: tutte le mattine, a quello del capannone Cinque, trovo sempre il segno di Zorro in mezzo al pavimento. Se lo scopro lo ammazzo lì, dentro il gabinetto”.

È vero peraltro che l’educazione della gente lascia un pochino a desiderare. Benassa si incazzava soprattutto “con quelli che buttano le cicche negli orinatoi, pur sapendo che si ficcano nei buchi, fanno il tappo e l’orina ristagna. E tu ti becchi la puzza”. Una volta ne parlò pure in Assemblea e fu subissato dagli applausi e dalle vere e proprie urla di approvazione: “È vero! Hai ragione! Sono proprio dei maiali! Chissà se fanno così pure a casa loro”. Tutti d’accordo. Incazzatissimi. E la mozione venne approvata all’unanimità. Ma il giorno dopo ricominciarono a farla addosso ai muri. Io provavo a consolarlo: “Non te la prendere, forse è qualcuno che lo fa apposta per metterci in difficoltà, dev’essere un agente provocatore pagato dall’azienda”.

“No”, diceva Benassa: “È qualcuno che sta d’accordo col sindacato regionale”.

Quello che però lo riconsolava fu l’avere certificato che la concezione d’uso dei gabinetti non risponde a logiche di classe: “È una concezione d’uso largamente interclassista”. Infatti i bagni, in palazzina uffici, erano come i nostri. Più belli, pieni di maioliche, c’era la tazza e non il vaso alla turca, i lavandini e i rubinetti di marca e le porte verniciate bene. Erano pure più spaziosi e venivano puliti tre volte al giorno. Ma quasi tutti i giorni li trovavano attappati, e guai a tirare l’acqua, ti usciva tutto di fuori. Quelli delle pulizie li sturavano oramai a colpo sicuro. Si infilavano un guanto di gomma lungo che copriva tutto il braccio e immancabilmente – incastrato nel sifone – trovavano l’assorbente di turno. Ma anche i maschi – impiegati o dirigenti – non erano tanto meglio: mai una volta che pisciassero dentro la tazza, sempre fuori, addosso al muro o sopra il pavimento, o sulla tavoletta. Va anche detto, però, che tutte le volte che siamo andati per qualche riunione al Ministero del lavoro o a quello dell’industria, i gabinetti facevano anche lì piuttosto schifo. Tali e quali ai nostri. E a sentire il capo del personale la storia dei pannolini era pratica corrente anche alla Gepi e in tutti gli altri posti in cui era stato prima. Evidentemente siamo tutto un popolo che non sa ancora andare al gabinetto.

Ultimamente per esempio Benassa è venuto a sapere che è ancora controverso il corretto modo d’uso del bidè. Lui dice che ci si era sempre messo con le spalle al rubinetto. C’è invece adesso chi sostiene che ci si debba sedere all’incontrario: con le palle e non le spalle al rubinetto. Lui come al solito ha socializzato il proprio dubbio e – una volta attaccato agli altri – ha proseguito per la sua strada, continuando a farsi il bidè come prima.

A me però il tarlo m’è rimasto e sto cercando ansiosamente qualcuno che sia in grado di darmi notizie e delucidazioni sicure. Non mi vergogno affatto e non tento di nascondere la mia ignoranza, poiché non è colpa mia se il bidè a casa nostra è arrivato solo nel 1964, quando mio padre andò in pensione e prese la liquidazione. Fino a allora non lo avevamo mai visto e il sotto coda ce lo eravamo sempre lavati con le bacinelle. Quelle erano rotonde e come ti mettevi, ti mettevi bene.

Confesso che questo dilemma – come sedermi lì sopra – non mi lascia dormire più tranquillo. È un dilemma esistenziale perché il bidè, quando lo avevo visto la prima volta, m’era subito piaciuto anche dal lato estetico, proprio come la lavatrice e il televisore. E quando ho costruito la casa nuova – abusiva, e tutta da solo – volevo metterne qualcuno anche in giardino, per far vedere a tutti che sono un uomo al passo con i tempi. Ho desistito solo perché mia moglie si è messa a piangere. E adesso vengo a sapere che non so ancora a cosa serve?

Più chiedo in giro e più mi rendo conto che ne sanno tutti come me. Man mano che pongo la domanda vedo la gente impallidire, scossa nel profondo delle sue credenze come avesse appena saputo che la madre non è la madre, o che il Papa si è affacciato a San Pietro a dire che non era vero niente: “Godete e state allegri: Dio non esiste, era tutta una cazzata”.

Io cerco di convincermi che debbo stare zitto, che non è giusto seminare il dubbio, perché il dubbio è contagioso, è peggio della zizzania – è la gramigna – mentre la gente ha il diritto naturale di credere fino in fondo a quello che gli pare. Ma io? Io non ce lo avevo il diritto sacrosanto ad avere convinzioni durature? Prima m’hanno levato Stalin, Falcao e Mao-Tsetung. Poi hanno buttato giù il muro di Berlino, e la Roma non ne parliamo. Mi ci mancava solo il dubbio del bidè. Per tutti questi anni mi ci sarei seduto all’incontrario? No, il virus che lui ha attaccato a me, lo voglio attaccare a tutti gli altri. Debbo mettere i manifesti sopra ai muri. Lo debbo diffondere come un morbo. In tutto il mondo. Come la peste e il raffreddore dei polli. Poi voglio vedere come si mettono quelli che credevano servisse solo per i piedi.

 

(Ho saputo solo recentemente, al bar, che una cosa dello stesso genere era stata già scritta da Goldoni. “Goldoni?”, ho fatto di merda: “A casa mia è arrivato l’altroieri e questo ne parlava già nel Settecento? In che commedia sta?”, ma mi hanno spiegato che non era quello, bensì un altro: Luca Goldoni, uno scrittore vivo e vegeto. Poi dice l’ignoranza. Però gli ci voleva tanto, a quei figli di puttana che li fanno, ad appiccicarci sopra le istruzioni d’uso, magari con un disegno esplicativo? Oppure non lo sanno manco loro a che cosa serve per davvero sto cazzo di bidè? Per piacere: chi lo sa con sicurezza lo comunichi anche a me, perché preso dal busillis – come l’asino di Buridano – non mi sto lavando più.