Filippo D’Arino
Dillo
È così. Il risveglio gli arriva un’altra volta come uno schiaffone fradicio. Pieno, diretto, che piove dall’alto di chissà dove. Mentre la radio sfrigola notiziari da almeno dieci minuti buoni. Un meteorite che arriverà fra una novantina d’anni ad ammazzarci tutti. Una donna argentina che ha fatto fuori suo marito perché non faceva più l’amore come si deve. Il tempo che si guasterà certamente. L’ultimo giorno di carnevale. Malattie, l’inferno, medaglie per la libertà. Ed eccolo che arriva, lo schiaffone. Come se la testa fosse una spugna bagnata, sbattuta forte contro un muro di piastrelle fredde. Splaff. Ogni mattina, tutti tornano al mondo come possono. Raffaele fa così. Ed è proprio sveglio, adesso. Anche se non si direbbe. Teso su un fianco mentre chiede silenzio all’erezione del mattino. In piedi, davanti alle tende, che si gratta meccanicamente il culo. In bagno, mentre scruta la traiettoria del suo getto paglierino. Raccolto sul bordo della vasca, asciugandosi le dita dei piedi e pensando ad un caffè ancora troppo distante. Infine seduto in cucina: tavolo, sedia, tovaglietta, tazza, gallette, taralli. Sbarbato, vestito, pronto. Ma anche un po’ troppo fermo e silenzioso, a dire il vero. Da due lunghi minuti di troppo. Niente è cambiato, ma tutto sembra diverso. Perché stamattina non è la solita mattina? Perché stavolta non è la solita volta? Non fosse per il cuore e le sopracciglia, tutto sarebbe immobile. Raffaele sta fissando un’arancia, in cima al suo mucchio, dentro il cesto sopra al frigo. La fissa fino a farsi lacrimare gli occhi. È che non se lo aspettava proprio un altro schiaffone. Da sveglio. Fuori dal letto, dalla notte e dai sogni. Invece è arrivato. Fortissimo. La testa come una spugna, di nuovo. Risvegliarsi da sveglio. Di ritorno da nessun sonno. Per quale motivo? E perché adesso?
La cosa migliore da fare potrebbe essere provare a contare fino a cinque. Poi prendere fiato e contare di nuovo. Poi due respiri profondi. E contare ancora. Pensando intanto: deve essere vero. Così vivo, così preciso. Non può essere un sogno interrotto. Niente di che.
Le labbra di Raffaele dicono di sì. È vero, dicono. Sì, è proprio così. Vero, vero, vero. Gli danno ragione. Fai così, aggiungono. Fai questo. Poi sussurrano altro. Raffaele ascolta e annuisce. Ma è un attimo. Ora già non ascolta più. Perché è altrove. Perché deve muoversi. Fare in fretta. Perciò: luce, porta, chiavi, scale.
Guidare in silenzio dovrebbe aiutare a pensare meglio. A riflettere. Dovrebbe sul serio? Dopo ben due schiaffoni fradici di prima mattina? E se il silenzio non ce la facesse lo stesso a coprire il boato che arriva da fuori? Che potrebbe succedere, allora? Forse non bisognerebbe pensarci troppo. Potrebbe essere questo il segreto. Uno non ci pensa troppo e magari funziona. Raffaele allora prova a non pensare. Subito, quello che gli sale in corpo è una gran voglia di cambiare direzione. D’altronde, anche le sue labbra gli hanno appena suggerito: sbagliare uscita. E lui l’ha sbagliata. Gli hanno detto: manda all’aria le consegne e gli appuntamenti. E lui lo ha fatto. Hanno detto: prenditi tempo. E lui se l’è preso. Hanno detto: silenzio, perdìo. E la radio è rimasta spenta.
Così ora c’è molto più spazio. Aria nuova. Un altro panorama oltre il parabrezza. Molto, molto meglio. Le labbra di Raffaele sono soddisfatte. Tirate ma sorridenti intorno ad un roseo spicchio di gengiva. Le labbra sono al loro posto, compiaciute. Mentre nella testa di Raffaele è rimasta una sola parola. La stessa parola saltata fuori nemmeno mezz’ora prima, da quel secondo schiaffone da sveglio arrivato a tradimento. La parola che ha cominciato a gonfiarsi mentre tutto quanto scompariva, dentro quell’arancia sul frigo. Otto lettere che continuano a rimbalzare fra le meningi. Come farebbe una caramella in bocca, da guancia a guancia. Solo che invece di rimpicciolirsi e di scomparire scintillando in punta di lingua, quelle otto lettere hanno iniziato a gonfiarsi e a premere contro le tempie. Ancora e ancora. Solleticando anche più giù, fin dietro le orecchie. Sotto, dentro, davanti. Giusto otto lettere, in una sola parola. Mentre le labbra non perdono tempo e dicono di nuovo: fai questo. E Raffaele in un attimo lo fa: cartello, direzione, freccia, freno, chiave, quadro, sportello.
L’asfalto è molto freddo, in inverno. Sì, molto freddo. Più di quanto uno se lo possa immaginare. Ma anche molto meno triste e monotono di quanto sembri. Da lontano tutto quel grigio appare sempre troppo piatto e uniforme. Invece a guardarlo da pochi centimetri di distanza è come scoprire un nuovo, piccolo, universo.
Ci sono screziature di verde intenso, di giallo, di rosso amaranto, di nero scintillante. Minuscoli bitorzoli ruvidi, perfetti. Insieme a tante altre fantastiche piccole cose nemmeno spiegabili. Crosticine, macchie, puntini. Tutto così diverso e inaspettato, a guardare bene. Tant’è vero che, se non avesse una gigantesca parola di otto lettere che ora gli preme a fior di labbra, pulsando in gola e dentro le orecchie, Raffaele si starebbe sicuramente godendo lo spettacolo. Solo che la parola c’è. E lui non ha pensieri che per lei. Anche a due centimetri appena da quel grigio così vivo e misterioso. Dopo aver parcheggiato senza grossi perché, dopo aver camminato per qualche minuto, Raffaele si è disteso su un fianco appena sopra il bordo di un marciapiede. Come niente fosse. Come se avesse solamente cercato il tempo e il posto per riposare un momento. Una mano sotto la testa, l’altra per terra, a sfiorare quell’infinito tappeto ruvido e freddo. Con gli occhi spalancati senza attenzione contro quel grigio prezioso. Raffaele non vorrebbe essere disturbato. Vorrebbe solamente continuare a sentire scivolare quella parola dentro e fuori. Fino a farla scomparire. Solo questo. Con tutta la calma necessaria. Senza interruzioni.
Il primo, invece, arriva e inciampa sulle sue gambe dopo neanche due minuti. Caracolla, cade e quasi si rompe una gamba. Un uomo minuto, panciuto e dall’aria inutile. Vestito di beige. Cade a terra con un tonfo secco. Ma il tempo di una bestemmia ed è già in piedi. L’omino che adesso guarda Raffaele. Che si china verso di lui, curioso. Poi nervoso. Ed è sicuramente per questo, perché è nervoso, che comincia ad urlargli addosso.
Raffaele lo sa che l’omino poteva farsi molto male. Sa anche che non si sta sdraiati sul marciapiede senza un buon motivo. Ma più di ogni cosa, sa che l’omino panciuto e inutile dovrebbe andarsene, adesso. Dovrebbe proprio. L’omino invece continua a parlare. Non vuole andare via. Non lo lascia stare. Per giunta, adesso, hanno fatto capolino pure un paio di polpacci, sbucati dal bordo di una gonna blu. Insieme a loro, scarpe a mezzo tacco che scricchiolano. Poi arrivano gambe di pantalone nero e ventiquattr’ore. Poi stivali e uno zaino ciondolante. E ancora gambe. E ancora scarpe. Che portano voci e rumori. Che si gonfiano senza tanti complimenti come piccoli palloni. Poof. Poof.
Rispondere? Oh sì, pensa Raffaele. Io sto bene. Le labbra non lo dicono. Ma lui sta bene. Pensare ma non dire: no, nessun malessere. No, nessun giramento di testa o calo di pressione. Pensare ma non dire: se solo voleste togliervi di mezzo, per favore. Pensare e non dire: se solo voleste lasciarmi qui, davvero, a farmi scivolare fuori queste otto lettere fuori dalle orecchie. Solo questo, grazie. Le labbra di Raffaele fanno un po’ quello che vogliono. Stanno chiuse e sorridono. Mentre arriva altra gente. Cosa saranno, adesso, quindici, venti persone? Tutti parlano e gonfiano i loro palloni d’aria inutile contro l’asfalto. Senza che nessuno possa farci proprio niente.
Solo quando arriva un poliziotto, per un attimo, tutti smettono di gonfiare. Silenzio. Il poliziotto si china e venti paia d’occhi sfiorano l’asfalto tutte insieme. Ma solo le pupille del poliziotto incrociano per bene quelle di Raffaele. Scaglie e puntini verdi contro scaglie e puntini marroni. Più mezzo sorriso, più altre domande. Stavolta, un po’ più calme e gentili.
Raffaele ha le sue otto lettere, il ricordo dei suoi due schiaffoni e dell’arancia silenziosa ed eterna in cima al frigo, la sua mattinata che ha improvvisamente cambiato direzione. Ne avrebbe di risposte. Ma le sue labbra sembra non ne vogliano sapere.
Forse pensano: perché rovinare un sorriso perfetto? Ci è voluta una vita intera a ritagliarlo intorno a questo spicchio di gengiva, coprendo per bene tutti i denti. Perché sprecarlo?
Il poliziotto però insiste. Vuole sapere. Vorrebbe capire. Come si fa a dargli torto?
C’è un uomo sdraiato a terra. C’è un sorriso che sembra non avere senso. C’è una domanda che in realtà non chiede niente. C’è gente curiosa di sapere. Ci sono otto lettere sigillate in una testa, che stanno venendo fuori un po’ per volta (questo però nessuno lo sa, a dire il vero). Il poliziotto perciò chiede e chiede ancora. Fa quello che può. Due volte, tre. Tanto che alla fine, anche la sua voce, all’inizio così ferma e gentile, comincia a gonfiarsi e a bucare un pochino.
Perché non vuole dirmelo, signore?
Le labbra di Raffaele sorridono un po’ meno, adesso. Anche se in realtà sono quasi più contente di prima. Hanno cominciato a riflettere: Massì, perché no? Il poliziotto gonfia l’aria di domande e loro intanto pensano: vabbè, dai.
Allora, mi sente? Potrebbe darmi una spiegazione?
E le labbra alla fine pensano: diamogliela.
Che rumore fanno ventitré persone che sgranano gli occhi ed annuiscono piene di meraviglia? Le labbra di Raffaele vorrebbero saperlo. E vorrebbero anche un po’ di gratitudine. Perciò, alla fine cedono. Il sorriso finalmente si schiude. Raffaele resta immobile ma mostra i denti e srotola la lingua. Questione di un attimo.
Otto lettere fanno in fretta ad uscire, dopotutto. Ventitre persone, invece, fanno forse un po’ meno in fretta a sdraiarsi improvvisamente sul meraviglioso tappeto d’asfalto freddo e a tendere il loro orecchio contro l’asfalto cercando pure loro un po’ di pace. Ma lo fanno comunque, poliziotto compreso. Tutti pronti e distesi nella calma impossibile dell’ora di punta, ad ascoltare ognuno il proprio silenzio.