Chiara Mammì
Il neo
La donna si sfilò le pantofole e si massaggiò a lungo i piedi doloranti. Attraverso gli spessi calzini riusciva a sentire le mani calde che, con forza, percorrevano veloci tutta la superficie dei piedi restituendole un leggero sollievo. Dio che stanchezza, mormorò tra sé e sé e, scostando le coperte, si infilò con cautela nel letto. L’Uomo sdraiato accanto a lei si mosse e, rivoltandosi su se stesso, le mostrò la schiena bofonchiando, poi tornò immobile. La donna sospirò leggero. Per questa sera sembrava proprio averla scampata. L’uomo era stanco, così le aveva detto, ed era andato a dormire prima del solito, lasciandola sola a spicciare la cucina. Molto meglio. Senza Lui tra i piedi aveva fatto le cose perbene, così come le piaceva, in silenzio, senza il bisogno di ascoltare tutte le solite lamentele e senza il timore di dover, alla fine, soddisfare la sua libido frettolosa e distratta.
Ora, finalmente sdraiata, dopo una giornata intensa, poteva ripensare alle cose fatte e alle cose da fare. Era quello il momento in cui si concedeva di ripercorrere ogni gesto per scovare quella sbavatura o quell’imperfezione che, il giorno dopo, si sarebbe affannata a correggere.
Dunque vediamo: si era alzata presto, prima di tutti, quando ancora da fuori non arrivava nessun rumore e il buio della notte l’aveva costretta a cercare a tentoni l’interruttore di quella brutta lampada sopra lo specchio del bagno. Dopo aver lavato la faccia in modo abbastanza sommario, si era diretta in cucina dove il Gatto, per primo, aveva reclamato la sua colazione, miagolando forsennatamente.
La macchinetta del caffè era già pronta; era bastato accendere il fornello, poggiarcela sopra e aspettare che uscisse. Nel frattempo, si era messa a preparare con cura la tavola, distribuendo, su una candida tovaglia di lino ricamata, le stoviglie in un ordine millimetrico. Le tazze colorate erano poste alla stessa distanza l’una dall’altra e ognuna affiancata da un cucchiaino e un coltello poggiati, a loro volta, su un tovagliolo di carta piegato a triangolo, di un colore in perfetta armonia con quello delle tazze. Accanto a ogni tazza un bicchiere di vetro azzurro e un vasetto di yogurt alla frutta. Il pane – riposto nella credenza di legno ereditata dalla nonna – lo aveva tagliato a fette sottili e bruscato nel forno. Il burro, ridotto a piccoli riccioli vaporosi e adagiato delicatamente su un piccolo piatto quadrato, troneggiava insieme alla scodella ricolma di marmellata fatta in casa al gusto di prugna, al centro della tavola, su un’asse girevole di legno. Sempre su quest’asse aveva poggiato lo zucchero, il miele e la brocca piena di succo d’arancia.
Per completare l’opera, aveva messo di fronte al posto occupato solitamente da Lui, un piccolo vaso di fiori a stelo lungo, contenente tre rose arancioni.
Quella tavola era semplicemente perfetta, pensò, rigirandosi nel letto in cerca di una posizione più comoda che ponesse fine a quel fastidioso formicolio alla gamba. Ogni mattina rimirava soddisfatta quella tavola apparecchiata considerandola un vero e proprio capolavoro, frutto di quella sua naturale predisposizione a tutto ciò che si poteva considerare armonioso e di buon gusto. Quando la moca del caffè si era messa a gorgogliare, ricordò, l’aveva spenta ed era andata a svegliare i componenti della sua meravigliosa famiglia: Lui, le Figlie e il Piccolo.
Le Figlie, come ogni mattina, l’avevano fatta un po’ disperare prima di alzarsi dal letto, ma, avendo studiato attentamente questo genere di imprevisti e tenendo sempre sotto controllo i tempi, il tutto era rientrato nella tabella di marcia. Con Lui era stato più semplice, un delicato bacio accanto all’orecchio era bastato a svegliarlo e, senza ulteriori esitazioni, si era diretto stiracchiandosi, con passo lento, verso il bagno.
Il Piccolo, come ogni mattina, si era fatto trovare in quella strana posizione che, così buffa, la faceva ancora sorridere. Se ne stava lì tutto raggomitolato su se stesso con le gambe piegate sotto la pancia e le braccia intorno alla testa, mostrando al mondo il suo piccolo sedere sollevato che sembrava aspettare solo un pizzicotto.
Lo aveva chiamato con la voce più soave che era riuscita a produrre e la testa del Piccolo si era mossa appena. La donna lo aveva preso in braccio sollevandolo delicatamente e, baciando la guancia calda e rossa, lo aveva portato in bagno a fare pipì.
Avevano consumato la colazione parlottando un po’, le Figlie litigandosi un pezzo di pane, il Piccolo tutto concentrato, alle prese con il cucchiaio e il vasetto di yogurt. L’Uomo, silenzioso, scrutando la sua Famiglia con l’aria di chi non è del tutto convinto di esserne il Capo. La donna sorrideva e distribuiva a turno le pietanze.
Come tutte le mattine, appena finito, si erano tutti alzati da tavola lasciando a lei il compito di riordinare. Le Figlie si erano vestite da sole prendendo dalle sedie nella loro cameretta gli indumenti che la donna aveva riposto la sera prima. La maglia, le mutande, le calze, la gonna e il maglione erano poggiati a strati, nell’ordine esatto in cui sarebbero stati indossati. Le scarpe, per finire, si trovavano accanto la porta, già perfettamente spazzolate.
Anche l’Uomo aveva trovato tutto il necessario poggiato al solito posto, sulla piccola poltrona accanto al letto. Si era sfilato il pigiama e lo aveva lasciato cadere sul pavimento del bagno.
La donna sospirò di nuovo, memore del leggero disappunto provato quando, quella mattina, si era chinata a raccattare il pigiama e lo aveva portato alla cesta dei panni sporchi. In dodici anni di matrimonio, l’Uomo non aveva mai infilato un solo indumento in quella cesta. Forse, ragionò la donna, cambiando di nuovo posizione, non era neanche a conoscenza dell’esistenza di quel cesto nel bagno di servizio. Pazienza, pensò la donna, non era una cosa così grave, in fondo. Lei era lì perché ogni cosa trovasse il suo posto.
Finalmente, vestiti di tutto punto, si erano fatti trovare accanto alla porta dove la donna, con il Piccolo attaccato alle gambe, li aveva salutati con un bacio sonoro e un grande agitar di mani.
Le piaceva moltissimo, pensò, quando, usciti l’Uomo e le Figlie, la casa tornava silenziosa.
Il Piccolo era stato depositato sul water a fare la cacca e la donna aveva sorseggiato un caffè, ormai freddo, in piedi, appoggiata al lavello della cucina.
Quel particolare del caffè freddo doveva essere corretto. C’era qualcosa nei tempi che non tornava, rifletté la donna aprendo gli occhi per concentrarsi meglio. La mattina dopo avrebbe provato a vedere se riusciva a scaldarlo mentre il Piccolo faceva i suoi bisogni. Forse poteva distrarlo qualche minuto in più lasciandogli sfogliare una rivista. Era un bambino di quattro anni, oramai, e non sarebbe diventato stitico solo per questo!
Trovata la soluzione, tornò ad analizzare la giornata.
Il Piccolo l’aveva chiamata per farsi pulire e lei era corsa in suo aiuto, lavandolo e vestendolo. Erano le otto in punto e, accesa la televisione, lo aveva lasciato in contemplazione dei suoi cartoni preferiti, mentre in fretta e furia era corsa a vestirsi per uscire. Una volta arrivati all’asilo, il Piccolo non aveva fatto troppe storie e, docile, si era fatto accompagnare in classe dove era corso tra le braccia della sua maestra.
Il resto della mattinata era passato come al solito. Prima la spesa al supermercato (la lista dettagliata, compilata la sera prima, aveva ottimizzato i tempi). Poi una scappata al mercato per comprare la frutta e la verdura fresche a quel banco del vignaiolo dal quale, ormai da anni, si serviva con piena soddisfazione di entrambi. Per finire era passata in lavanderia a ritirare il completo blu di Lui e, fatto ciò, finalmente, era tornata a casa.
Le undici in punto. Perfetto!
Tutto era filato liscio come l’olio, senza il più piccolo intoppo.
La donna scostò le coperte e, tirando fuori le braccia rotolò su se stessa e si mise supina. L’uomo si agitò leggermente e cominciò a russare sbuffando.
Allora, fino a quel punto, ogni cosa era stata fatta nei tempi stabiliti, rimuginò la donna riprendendo il filo dei suoi pensieri.
Una volta aperte le finestre di tutta casa, si era data da fare e, in meno di un’ora, aveva rifatto i letti – tirando a tal punto le lenzuola e le coperte da farli sembrare più che dei letti delle scatole di cartone prive della più microscopica grinza – spazzato e spolverato ovunque, eliminando anche il più piccolo granello di polvere.
Non tollerava la sporcizia e, tutte le volte che si trovava in un’altra casa, era solita strofinare l’indice – non appena le era possibile passare inosservata – su qualsiasi ripiano le passasse a tiro, per valutare il grado d’igiene. Il più delle volte, meditò soddisfatta, le altre case non superavano la prova. L’indice si copriva di una leggero strato di polvere, prova inequivocabile della mancanza di perizia da parte della padrona di casa. Nella sua casa chiunque fosse arrivato all’intrasatta per metterla alla prova sarebbe rimasto deluso. La sua casa era immacolata e nessun indice avrebbe potuto confutare questa realtà.
I pavimenti, poi, erano talmente lucidi che ti ci potevi specchiare dentro. Senza contare quanto tempo dedicava ogni giorno alla pulizia dei bagni (ben tre!) e della cucina.
Quando uno si era preso un impegno, si disse la donna appena bisbigliando, doveva svolgerlo con il massimo della buona volontà, e lei non era certo tipo da farsi parlar dietro. Fare la casalinga era una missione alla quale si era votata anima e corpo. Una condizione alla quale si era adattata velocemente senza il minimo rimpianto.
Finito di pulire e data una passata di straccio si era diretta al bagno di servizio per caricare la lavatrice.
Era lunedì, il giorno dei colorati scuri. Gli indumenti rossi, blu e neri erano stati selezionati scrupolosamente, facendo bene attenzione che nessun intruso-che so, un paio di mutande bianche – si intrufolasse nel cestello uscendone in seguito irrimediabilmente macchiato.
Ripercorse mentalmente tutti i passaggi per vedere se – proprio da lì - era possibile risalire all’errore. Già, perché proprio da quella lavatrice la sua giornata perfetta aveva preso una piega inaspettata!
La donna si agitò nel letto.
Le altre faccende erano state svolte come al solito, pulire e cucinare le verdure, passare a prendere il Piccolo e le Figlie a scuola e portarle in piscina per il corso di nuoto. Tornare a casa con tutti e tre e aiutare le bambine a fare i compiti del giorno dopo. Preparare la cena e dare da mangiare al Gatto.
Insomma, fino a quando non era arrivato il momento di stendere quei panni, non c’era stato il minimo problema.
Aveva aspettato che i Figli fossero già in pigiama, pronti per cenare, come tutte le sere, un’ora prima dell’arrivo di Lui. Questa regola le era stata imposta e, anche se non la condivideva, la osservava ubbidiente. Le sarebbe piaciuto di più mangiare tutti insieme. Ma Lui, su questo punto, era stato irremovibile. Quando tornava, stanco e irritabile, non voleva marmocchi tra i piedi. E tanto bastava.
Aveva lasciato i Figli davanti la televisione e, preso lo stendino riposto dietro la porta della cucina, si era avviata verso il bagno. La lavatrice aveva vomitato i panni dentro il catino sotto all’oblò. Il profumo di bucato si era sprigionato per tutto il bagno e la donna aveva respirato più volte soddisfatta.
Aveva suddiviso tutti i capi, tra jeans, magliette, camicie, pigiami e, per finire, diverse paia di calzettoni. Per ogni indumento aveva scelto una molletta di un preciso colore e, partendo dal centro, aveva cominciato ad appenderli allo stendino facendo bene attenzione a non creare fastidiose pieghe difficili da eliminare con il ferro da stiro. Poi era stata la volta dei calzettoni, li aveva presi ad uno ad uno e aveva cominciato a pinzarli con la molletta dal lato della punta. Li aveva messi vicini in modo da ricreare la coppia. Quando era arrivato il turno del calzino bordeaux si era fermata con l’esemplare in mano guardando curiosa in direzione della bacinella. Vuota! Come era possibile? Aveva aperto lo sportello della lavatrice e, messa una mano dentro, aveva percorso tutte le pareti alla ricerca del calzino disperso. Niente.
La donna stesa nel letto fu percorsa da un brivido al ricordo di quale sensazione di sgomento avesse provato di fronte a quell’enigma del calzino scomparso.
Non era la prima volta che accadeva e, nonostante non fosse una novità, anche adesso che ci ripensava un senso di disagio la invase fino al più profondo delle viscere.
Santo dio, dov’era mai finito quel maledetto calzino. La sera prima lo aveva cercato ovunque, sotto al letto, al comò, dentro il cesto dei panni, in un paio di valigie usate da Lui nei sui ultimi viaggi di lavoro, dietro la poltrona in camera da letto. Ma del calzino bordeaux nessuna traccia.
Poi si era fatto tardi ed era stata costretta ad abbandonare le ricerche. La serata aveva preso il suo solito corso e non c’era stato più modo di pensare a quello stupido calzettone. Quando era andata a dormire si era ripromessa, però, che l’indomani mattina appena sveglia avrebbe proseguito l’indagine, nella speranza di risolvere l’inspiegabile mistero.
C’era sempre quell’ultima possibilità…
Qualche volta, insperatamente, rovesciando sul letto quella vecchia federa piena di calzini spaiati – nascosta nell’armadio – vi aveva ritrovato il compagno e così, tutta soddisfatta, era stato possibile riformare la coppia! Certo, era raro e, purtroppo, la federa negli anni era andata riempiendosi sempre di più. Così, la maggior parte delle volte era costretta a darsi per vinta e, profondamente frustrata, a rituffare quei calzini solitari nel buio di quella federa, disperando in futuro di poter ritrovare il compagno disperso.
La donna si addormentò a fatica, passando da stati d’animo di totale ottimismo ad altri pervasi dal pessimismo più nero.
Nonostante fosse vicina a raggiungere la perfezione, episodi come questo disegnavano una macchia indelebile nella sua fulgida carriera di casalinga. Un neo – le cui origini erano del tutto inspiegabili e che, se pur piccolo, minava nel profondo il suo amor proprio. Lasciandole quel desiderio, insoddisfatto, irraggiungibile e utopico di diventare una Donna perfetta!
La notte dormì male, di un sonno agitato e pieno di strani sogni. Il calzino le compariva assumendo fisionomie umane. Aiutami, implorava quasi piangendo e facendo rotolare grosse lacrime sul cotone a coste. Non mi abbandonare! Sono nuovo nuovo e Lui mi ha usato solo un paio di volte. Non posso essere sparito così, non ti pare? Le diceva, come uno di quei pupazzi mossi dall’interno da una mano invisibile.
La donna si svegliò all’alba con la fronte imperlata di sudore e un groppo in gola che le tagliava il respiro. Si mise seduta sul letto e inspirò profondamente. L’Uomo accanto a lei dormiva ancora, ignaro. La donna si guardò intorno, la casa era quieta e tutto sembrava normale come al solito. Si alzò, aprì l’armadio e ne estrasse la federa rigonfia di calze spaiate. La portò in bagno e, accesa la luce, ci infilò il viso dentro. Nulla. Del calzino disperso neanche l’ombra. Si accasciò sconfortata sul bordo del bidè, cercando di riprendere il controllo di se stessa. Bisognava a tutti i costi risolvere la cosa. In fondo nessuno era al corrente, perciò bastava che non ne facesse parola e tutto sarebbe tornato al suo posto. Tranne il calzino, naturalmente. Perciò l’unica soluzione era dimenticare questo increscioso episodio e non pensarci più.
La donna ripreso, il controllo, si alzò in piedi e, senza esitazione, diede inizio a una delle sue giornate. Il Gatto l’aspettava in cucina. Preparò la tavola e passò a svegliare le Figlie. Poi, un poco rinfrancata dalla rassicurante routine, tornò in camera a svegliare Lui.
Lo baciò, come al solito, accanto all’orecchio e aspettò una reazione.
L’uomo si girò verso di lei, la guardò fisso negli occhi e le disse:
«Ciao, è già ora?».
«Sì», rispose la donna distogliendo lo sguardo.
«Tesoro, hai ritirato il completo blu dalla lavanderia?», chiese l’Uomo.
«Sì, caro, è proprio lì sulla poltrona», rispose lei, leggermente allarmata.
«Bene. Fai una cosa, allora. Tira fuori quei calzini bordeaux che con quel completo stanno benissimo».
«…!?!».