Michele Rossini
Il lento predatore
Nella vita, in alcuni momenti ci si sente braccati. In questo momento io lo sono. Inseguito ovunque, con ferocia, tanto che per aver pace devo rifugiarmi altrove. E non un altrove prossimo, ma distante chilometri, che anche se tutti dicono che non ha senso andar così distante sbagliano. Dicono così perché non lo conoscono o lo conoscono poco. Lo credono un male minore, di quelli che passano appena smetti di farci caso, di quelli che nel giro di poco tempo si arriva a sopportare senza fatica. Ma io so che chi dice così non lo conosce, ne ha solo sentito parlare senza crederci, come se fosse una leggenda esotica e strana, e le poche volte che crede di averlo incontrato in realtà non l’ha fatto; ne ha incontrato la scia, ne ha visto appena una traccia, e neppure recente. Io invece che ora lo conosco davvero bene non posso più ignorarlo. Non posso sminuirlo.
Tornassi a un mese fa, quando ingenuamente misi in moto la catena di eventi che mi ha portato a questo punto, mi taglierei la mano piuttosto di vederla ancora firmare quel contratto. Ma come potevo pensare che così facendo avrei finito per dannare la mia vita, e per riflesso quella di tutti i miei cari che, a poco a poco, per salvarsi almeno loro, mi stanno abbandonando, perché io, sotto il suo influsso, mi rendo conto, davvero mi rendo conto, sto dannando anche loro.
È iniziato in questa casa, qui, un mese fa, ha fatto la sua prima comparsa. Non so dire esattamente il giorno in cui entrò nella mia vita, perché lo fece a poco a poco come di solito lo fanno le sciagure. E come tutte le sciagure finisci che te ne accorgi di colpo, quando ormai non ti rimane che piangere.
All’inizio era solo un disturbo, come un tarlo del legno insolitamente vorace o un frigorifero particolarmente rumoroso, ma già dopo qualche giorno era come se tutta la casa fosse malata. Come se una strana forma d’asma l’avesse infettata. Partì dalle pareti, si allargò ai solai e di lì ai mobili e alle piastrelle del bagno. Divenne tanto evidente da non permettermi più di non farci caso. Iniziai a dormire a fatica e a sentirmi a disagio in casa mia.
Purtroppo era solo l’inizio. È un predatore, lui. Come un lento animale che prima prende a studiarti, a osservarti: ti segue con lentezza, senza neppure metterti dentro quella sensazione d’affanno che hanno le prede quando sanno d’essere inseguite. Lui infatti non insegue, precede.
Qualcosa che ti precede sempre e in ogni luogo potrebbe far pensare a qualcosa di enormemente veloce, invece non è così.
Io, che lo conosco bene, non credo sia veloce, eppure è sempre insieme a me, davanti a me. Entro in una stanza e ne sento il respiro, cammino in strada e me lo sento attorno, sento i suoi passi sul selciato e i lamenti delle sue scarpe sugli scalini.
A volte, all’inizio, conoscendolo poco e ancora dubitando della sua esistenza, ho provato a seminarlo. Camminavo in strada e di colpo svoltavo in una via minuscola dove nessuno si sognava di entrare da anni. Lo trovavo sempre lì, non mi seguiva - di questo sono sicuro - era già lì, mi aspettava.
Dico per questo che è un predatore, il peggiore di tutti, un predatore tranquillo che non ha fretta di consumare le proprie vittime, non le insegue neppure; non ne ha bisogno.
Lui lascia che tu ti consumi, che da solo, a poco a poco, ti digerisca le carni e l’anima e solo quando sei ormai sfinito, più morto che vivo, agonizzante e solo - perché nel frattempo, sentendo l’odore della morte, tutti ti abbandonano - farà la sua mossa: l’ultima. Ormai io sono alla fine. Negli ultimi mesi è andata sempre peggio e nessuno dei miei tentativi per venirne fuori ha funzionato, anzi! Ho provato di tutto, studiato tutto quello che lo riguarda, contattato esperti, persino sacerdoti ed esorcisti - questi ultimi, in particolare, mi hanno davvero deluso, non mi hanno creduto! Loro, proprio loro che più degli altri dovrebbero conoscerlo, non mi hanno creduto. Li ho sentiti ridere, certo non di fronte a me, ma appena uscito dalla stanza, dall’altra parte del muro li ho sentiti ridere forte e commentare con sarcasmo. Non mi hanno creduto! Ho eretto barriere, posto talismani, niente. Dopo un giorno o due di silenzio, quando appena avevo riiniziato a respirare senza trattenere il fiato, è tornato. Le barriere, di ogni genere, non bastano con lui. Lui le studia, le osserva e finisce sempre per trovare una falla, un buco, e da lì entra e una volta entrato non c’è modo di sradicarlo, ti segue ovunque. Sei condannato. Io ormai ho smesso anche di cercare di sfuggirgli. Sono tornato a casa mia. Sto in casa mia e semplicemente lo attendo. Lo sento avvicinarsi, camminare, scendere lentamente attraverso il muro dietro la mia testa; sento le sue mille voci circondarmi. Le sento arrivare dalla strada, dalle pareti, dagli oggetti, persino da me. Sì, ormai mi ha infettato, e a poco a poco anch’io sto diventando una sua perversa creatura. Mi sento uscire la sua voce da dentro ed è per questo - ne sono sicuro - che mia moglie e i miei amici hanno preso ad evitarmi.
Mentre io li avvertivo del pericolo, chiedevo la loro attenzione e il loro silenzio per riuscire a localizzarlo attorno a me e indicar loro dove si trovasse, loro non lo vedevano, non lo udivano: dicevano io fossi esagerato; ma, poi, hanno iniziato a udirlo anche loro, perché ormai me lo portavo dentro, e sono scappati.
Spero siano scappati in tempo. Ora non mi muovo da casa, non voglio aiutarlo a propagarsi, non voglio infettare nessuno allo stesso modo subdolo con cui sono stato infettato io. Non scenderò a patti con lui, io.
Quelli del piano di sopra che me lo hanno portato in casa, scatenato addosso, loro, sono sicuro, sono scesi a patti con lui. Hanno scambiato la loro vita con la mia e con quella di chi sa quanti altri. Sono degli untori che cambiano casa ogni pochi mesi seminandolo ovunque. Io lo so, e ora lo sanno anche gli altri condomini.
Anche loro hanno preso ad evitarmi, ma anche loro, a poco a poco, stanno prendendo coscienza del pericolo, stanno capendo! Forse per loro non è ancora troppo tardi, hanno iniziato a studiare le contromisure. Continue riunioni di condomino per scacciarli. Per scacciare loro e quello che si portano dietro, racchiuso dentro di loro, che a guardarli non si direbbe neppure lo abbiano, ma c’è l’hanno e lo nascondono bene.
Forse se riescono a scacciarli ora, subito, e io non esco più di casa, forse si salveranno. Io ormai ce l’ho dentro ma lui, da questa casa, non uscirà mai, ve lo terrò dentro per sempre, assieme a me. Per sempre. È un sacrificio, sì, ma non altri devono vedere e udire quello che io ho udito e visto. Eccolo che arriva: sento l’aria attorno a lui muoversi, arriva e la piega, solo allora lo si può vedere oltre che udire. Mi è tutto attorno e mi strazia attraverso le orecchie, ma non cederò, non lo porterò fuori, rimarrà qui con me, per sempre.