Tiziana Battisti
Venticinque forbici
Io agli angoli ci facevo caso... ci facevo caso sul serio! Ora non più: non è più necessario, è tutto diverso qui, ma per me prima era una questione fondamentale, dovevo capire... e io dagli angoli ero affascinata, anzi ossessionata, li cercavo ovunque e li trovavo dappertutto.
Quando dico la parola angolo voi che pensate?
Cosa vi viene davanti agli occhi? La punta chiusa che vi cela un ignoto d’ombra, o le braccia aperte che vi svelano chiarore? Quando io mi dicevo angolo immaginavo sempre il punto più luminoso dove s’incontravano le pareti della stanza, a volte però il punto lo vedevo nero. Comunque lo immaginassi, le braccia si aprivano sempre a me: l’angolo mi svelava l’angolo. Mi mettevo con la schiena contro il muro e sentivo una corrente dai piedi e dalle mani salirmi su fino alla spina dorsale. Ne ero esaltata, due strade s’incontravano nello stesso punto: le ossa della mia colonna. Poi però dovevo correre, altrimenti perdevo il tram, e allora m’inzuppavo di acqua che celava la terra e terra che celava acqua. Il cielo era perennemente nero, ci pioveva spesso dalle mie parti... ma io dovevo far presto, se no mi toccava d’inventare una scusa, alla signora Gina non importava un fico secco se dentro il buco ci passavo le ore a fare gli esperimenti con gli angoli... mi preparava lei una bella letterina d’addio, e ci leccava su anche un bel francobollo se scopriva una cosa del genere.
“Devi ringraziare quell’anima santa di tuo zio, perché se era per me i caffè qui dentro non te li facevo proprio fare... che gliel’ho dovuto giurare sul letto di morte a quel pover’uomo che ci avrei pensato io a te... ma santa padella se continui a fare tardi vado sulla tomba del Pietro e ritiro il giuramento, quant’è vero che mi chiamo Gina e che pago le tasse!”. E Gina con la santa padella e le tasse ci viveva la sua vita di giuramenti e di occasioni perdute. Ma non era cattiva, tutto quello che voleva era star contenta, e far contenti anche gli altri. Per questo teneva sempre la radio accesa e i fiori vicino alla cassa, per questo tingeva i capelli di rosso e si colorava le unghie, per stare allegra. Tutti in paese lo sapevano che dalla Gina il caffè e il grappino si bevevano ridendo, lei conosceva un sacco di storie, e le raccontava bene, proprio bene, ed era capace di far ridere su ogni cosa, anche su di me. Fingeva di confondersi e mi chiamava Pietro. Diceva che ero uguale allo zio, magra e allampanata come lui, con lo stesso nasone, però dovevo mangiarne di pane se volevo diventare brava come lui! E tutti i giorni che Dio mandava da quando lavoravo al bar, sempre ripeteva questa storia e sempre tutti quelli presenti in quel momento ne ridevano, anche se l’avevano sentita cento volte, anche se un minuto prima stavano parlando di una tragedia. Era il modo della Gina che era speciale. Io non mi fermavo mai, facevo caffè, passavo lo straccio, versavo grappa e lavavo bicchieri, sempre allo stesso modo. C’erano mille angoli a cui far caso, quelli che si formavano nelle pieghe dello straccio, quelli del bancone, quelli del biliardo. Erano tanti i posti che avevano due strade ed un unico punto di partenza... o arrivo.
Qualche anima candida ogni tanto s’impietosiva per me:
“Gina, ma la lasci perdere, non vede che si mortifica?”
“Ma io scherzo, non faccio niente di male, è lei che è timida... ‘sto manico di scopa!”, e giù tutti di nuovo a ridere. Ma io non ero timida, e nemmeno mortificata... io ero disinteressata.
Semplicemente per me tutto quello non esisteva, il bar era solo il nero del caffè, il vapore della macchina e l’acqua sporca dello straccio, il paese era solo la strada di fango che mi portava al bar e la mia casa solo il buco dove stendevo le ossa prima di andare al bar. C’era solo un posto che aveva senso per me, dove non sostavo in attesa ma mi sentivo viva e pulsante di istanti pieni, come se avessi inghiottito un cesto di mele intere e come se le mele stessero per rifiorire: il negozio di Mangiagatti Marisa, vedova di Mangiagatti Guido barbiere del paese. Intendiamoci, non era certo un negozio di lusso, ma era pulito e ben curato. Tre sedie di metallo, quattro poltrone di pelle, specchio con cornice di finto bronzo, ripiani di legno laccato, un carrello di acciaio con le famose venticinque forbici del Guido, che la Marisa lustrava tutto il giorno, e l’armadietto grigio con gli asciugamani che la Marisa lavava e stendeva nel cortile dietro il negozio, l’armadietto era il mio preferito... ci poggiavo sempre le spalle sullo spigolo e sentivo tutte le strade della terra raggiungermi in un solo attimo.
Certe volte me ne stavo tutto il tempo a quel modo, tanto che la Marisa mi riprendeva: “Ti sei incantata? Io ho finito, porta via!”.
Ma non era come la Gina, lei era garbata. Poi mi ficcava una banconota dentro il taschino della camicia “questo è per te, non farli vedere alla Gina”, mi dava un colpetto sulla guancia e mi apriva la porta... ed era per lei che crescevano le mie mele, io amavo Marisa. Il negozio si trovava proprio di fronte al bar.
D’inverno non si riusciva a vedere nulla perché la Gina teneva sempre la porta chiusa, ma l’estate! Marisa col camice bianco che tagliava i capelli, che scopava davanti alla porta, che lavava i vetri... non c’era un solo minuto del giorno in cui non girassi la faccia da quella parte. Certo, dovevo stare attenta, se la Gina s’accorgeva che guardavo la Marisa mi mandava via a bastonate.
Allora io... speravo, tutta la giornata, che mi mandasse a chiamare per portarle la colazione, o il caffè, o l’amaro, o anche semplicemente che la Gina mi mandasse fuori a scopare. Una volta la Gina pensava che m’ero innamorata del garzone della Marisa, un ragazzone biondo e grosso che è stato lì un paio di mesi. lo non le dicevo nulla, anzi, mi faceva comodo che credesse questo, così si prendeva pena per me e mi mandava sempre a fare commissioni dalla Marisa, e anche quando pioveva lasciava la porta aperta. Poi finì la pacchia, il giovane partì militare, e Gina pensò che m’ero intristita perché avevo perduto il moroso. Marisa era vedova da tanti anni, che nessuno più in paese ricordava com’era fatto Guido, e nessuno più ne parlava. Ma quando io entravo in negozio pareva che il suo ritratto attaccato al muro fosse vivo, che, insomma, il Mangiagatti mi guardasse, anzi che sapesse... che ero innamorata della Marisa. Un po’ mi metteva disagio e mi faceva sudare le mani, perché sentivo gli occhi che mi seguivano. La Marisa una volta se ne accorse: “Sembra che ci guardi, vero? Ma non devi mica avere paura!”.
Lei gli aveva voluto bene al marito e il marito le aveva insegnato tutto del mestiere, e alla fine Marisa era diventata proprio brava. Ma non era per questo che tutti i giorni gli uomini di mezzo paese s’andavano a fare barba e capelli da lei, che pure se glieli rovinava, i capelli, loro tornavano lo stesso il giorno dopo a farsi la barba. Marisa era bella, bella come il sole che ti scalda le ossa, come il cielo di agosto la notte di San Lorenzo, come la granella di zucchero sopra le torte, ma nessuno poteva averla! Ecco perché tutti smaniavano per farsi toccare da lei, e anche le scommesse che facevano per indovinare il colore delle mutandine erano un modo come un altro per possederla. Ogni tanto la Marisa si lamentava: “Basta, m’hanno stufato! Cosa credono, che continuo a sbarbarli per sempre? Ah! ma l’anno prossimo cambio tutto! Se Dio vuole, metto su un bel negozio per signora, faccio tutto moderno, e qua, lo giuro, non ci mette più piede neanche un uomo!”.
Allora faceva venire la Gemma sua cugina e le acconciava i capelli, ma alla fine quella si dava un’occhiatina allo specchio e diceva: “Per essere brava sei brava, Marisa, ma ti pare che le vipere verranno qui a farsi i capelli? Quelle andranno sempre dalla Gloria che è una racchia, così potranno continuare a lagnarsi dei mariti che hanno una passione per te!”.
E allora gli anni passavano e la Marisa lasciava sempre tutto com’era. Finalmente un giorno toccò anche a me! L’aspirante parrucchiera decise che non ne poteva più di vedermi spettinata e brutta, mi disse che doveva “rivoluzionarmi”, venne persino a prendermi al bar per paura che cambiassi idea. S’impegnò tanto, mi tenne le mani in testa per due ore. Dallo specchio il suo sguardo mi lisciava come un gatto e intanto il mio cuore si sbatteva da solo per non fermarsi. Come profumava, come erano morbide le mani... io li capivo gli uomini del paese. A un tratto esplosi di eccitazione, come se le mele mi fossero fiorite tutte sulla faccia. Scappai in bagno.
“Non ti senti bene?”
“No, sto benissimo... faccio subito!”
“Se non ti piacciono i capelli te li posso sistemare diversamente!”
“No, sono bellissimi!”
Io pensavo che l’amavo, che volevo baciarla, strofinarmi a lei come fosse un angolo... il mio angolo di paradiso, ma non potevo dirglielo. Mi adagiai fra il lavandino e la parete, bruciavo di passione e desiderio. Il bagno era bello, bianco, pieno di angoli puliti e lucenti. Allora ancora non sapevo che quello era il posto in cui sarebbe accaduto tutto. Corsi fuori, non avevo il coraggio di guardarla, inventai una scusa e me ne andai. Coi capelli nuovi e le scarpe vecchie corsi per tutto il paese, il fango mi schizzava addosso. Capii che qualcosa nella mia vita doveva cambiare. Prima di allora non avevo mai provato desideri, chi vive miseramente come me e lo zio, sempre sgobbando, ha poche ambizioni! Ma la mia ambizione era Marisa, il suo corpo, la voce, le sue tette e le sue cosce, la pelle e la bocca... Potevo spaccarmi le mani sotto l’acqua e farmi bagnare tutta la vita le ossa dalla pioggia del mio paese, che tanta ne aveva quanta acqua aveva il mare, ma non potevo più vivere la mia vita senza quell’amore. Non avrei più rinunciato a lei. Ma come avrei potuto rivelarle il mio desiderio? Non riuscivo nemmeno a parlarle senza che mi tremasse la voce... mi mancava il coraggio!
Le pareti della stanza mi premevano sulle scapole, che piegate all’interno mi curvavano le spalle e mi facevano pesare ancora di più il pessimismo sulle ossa... Ma l’angolo mi apriva due strade, io questo lo sapevo, lo sentivo nella pelle che c’era qualcosa di diverso per me... quelle rette che si aprivano dai miei piedi e che segnavano il pavimento del mio buco, e quei marmittoni a scacchi mi offrivano almeno due combinazioni nella vita, e mi suggerivano che c’era un’altra possibilità per me... ma forse non per come ero allora! Era impossibile qualunque cosa per come ero fatta prima! Lo zio Pietro aveva pregato tanto la Gina pur sapendo che a me non piaceva il bar, perché io non avrei potuto trovare nulla da sola. Lui m’aveva cresciuta, mi conosceva bene, e io ero come lui nel corpo e nell’anima somigliante in tutto... era per questo che con rassegnazione m’aveva cucito nell’angolo del destino quella sola strada. Ogni fibra della mia pelle gridava la voglia di Marisa, e più pensavo che non c’erano soluzioni, più mi ribellavo a tutti quegli anni passati così in silenzio a guardarla da lontano, e a quei pochi istanti in cui le sue dita nascoste fra i miei capelli m’avevano fatta scappare. Le sue dita, avrei voluto afferrarle dall’aria e succhiarle come caramelle cadute dal cielo, e il dolce miele sotto le unghie m’avrebbe svelato l’amaro delle tinture e delle lozioni, ma anche il segreto della sua pelle, l’umore femmineo del sudore nelle giornate aride.
Al negozio non c’ero più tornata. Ora una scusa, ora un’altra, era toccato sempre alla Gina prendere il vassoio e portare il caffè. Ma quel venerdì alla Gina giravano da matti, e quando alla Gina giravano così non si poteva far tardi, accampare scuse e soprattutto non si poteva dirle di no. Così quel venerdì la Marisa ordinò il solito caffè, e io, muta come un pesce e il cuore che mi batteva dentro le scarpe, andai. Guardavo il vassoio mentre attraversavo la strada, era rotondo, così pure la tazzina e il piattino. Tutto rotondo e niente angoli. Lo sguardo girava su se stesso e mi riportava là da dove era partito, nessuna strada si apriva da lì. L’ansia mi batteva in petto, mi parve rotonda pure quella. Entrai, la Marisa era silenziosa, non c’era nessuno in negozio, fuori cominciava a piovere.
“T’ho portato il caffè, Marisa”.
“Grazie, poggialo pure lì!”
Posai il vassoio vicino alle riviste sul tavolino.
“Aspetta un attimo che riprendo gli asciugamani... piove!”
E sparì in cortile. Volevo andarle dietro e darle una mano, ma mi mancò il coraggio. Dovevo aspettare che mi pagasse il caffè, ma smaniavo... sentivo qualcosa di strano, di indescrivibile. Andai a buttarmi contro l’armadietto degli asciugamani... neanche quell’angolo riusciva a placarmi. Ero spaventata da quella strana smania che mi cresceva dentro e mi gonfiava il ventre di uno strano fuoco... qualcosa di caldo che pareva sgorgare dalle viscere... Corsi in bagno, il bel bagno tutto bianco con gli angoli perfetti e pieno di geometrie che aprivano mille strade tutte uguali, tutte in ordine. Il fuoco mi sgorgava dalle gambe... ma non erano mestruazioni, no!
Che cosa premeva così? Sentii pulsare e spingere contro le cuciture dei pantaloni... qualcosa mi spaccava il pube... mi frantumava la carne e ne ricreava di nuova... carne nuova che sbocciava da un assunto che era il mio corpo. Ma quello era ancora il mio corpo? Osservai le mani, le mie piccole mani spaccate dall’acqua... cos’erano diventate? Ossa più grandi, pelle più compatta e peli più vigorosi erano ora le mie mani! Mi toccai la faccia... era ruvida di barba… Sentivo i piedi spaccarsi... no, non erano i piedi, erano le scarpe che si erano rotte... stavo crescendo... le gambe si gonfiavano di nuovi muscoli, la pelle si apriva per far scaturire nuovi peli… Gli occhi si gonfiarono di lacrime... Soffrivo, sputavo sangue dalla bocca, la pelle si squarciava e ricreava altra pelle... Mi toccai il petto, si era ispessito ma non c’era più il seno... La camicia si spaccò e saltarono tutti i bottoni. Fu allora che mi guardai allo specchio: ero diventata un uomo. Pensai immediatamente che stavo morendo e che quella di morire da uomo fosse una punizione che m’era stata inflitta perché amavo Marisa. Ma non stavo morendo, io stavo nascendo! Mi sciacquai il viso, e siccome effettivamente il cuore non s’era fermato e io avevo smesso di sputare sangue mi tranquillizzai e smisi di piangere... ora ero un uomo, e gli uomini non piangono!
Ma dovevo uscire da lì, e come fare conciato a quel modo?
Marisa probabilmente pensava che fossi tornata al bar, e se fosse andata dalla Gina a pagare il caffè?! No, il negozio non l’avrebbe mai lasciato incustodito. E se ora entrava in bagno? Questo sì che era un guaio serio! Spiai dal buco della serratura, stava sistemando le forbici. Bella! Pensai che era bellissima sola e intenta sulla sua piccola vita di barbiera. Ma non potevo perdere tempo a fantasticare, dovevo trovare il modo di uscire di lì mezzo nudo e imbrattato di sangue. Mi appoggiai all’angolo tra il lavandino e il muro, vidi che c’era una porticina. Aprii, era buio, accesi la luce sperando in cuor mio che non filtrasse sotto la porta del bagno. Era un piccolo spogliatoio, non c’ero mai entrata. Solo pochi scaffali con qualche flacone e la foto del Guido appesa al muro. Dio! Pareva che respirasse, teneva lo sguardo puntato su di un armadio che stava nell’angolo. Ebbi la sensazione, anzi no, la certezza che il Mangiagatti me lo stesse indicando. Lo so, può sembrare assurdo, ma se credete al fatto che mi sono trasformata in un uomo, perché non dovreste credere che il Mangiagatti mi indicasse di aprire l’armadio? Infatti io l’aprii, e vi trovai dei vestiti e anche un cappello e delle scarpe. Li indossai. Erano perfetti, solo la giacca era un po’ abbondante. Ridiedi un’occhiata alla foto, il Mangiagatti aveva sollevato gli angoli della bocca, sì, mi sorrideva... il Mangiagatti aveva voluto salvarmi, non c’era motivo di aver paura, la Gina diceva sempre che quando un morto ti sorride hai la sua benedizione.
Uscii dallo stanzino e andai allo specchio. Non ero affatto brutto, il naso forse un po’ grande, ma tutto sommato potevo dirmi un bell’uomo. Mi feci coraggio e uscii dal bagno allo scoperto. La Marisa che aveva sentito lo scatto della maniglia si voltò sobbalzando e impallidì:
“Chi è lei, da dove è entrato?!”
Una paura verde mi colse. Se parlando la mia voce fosse rimasta quella della Giuliana la Marisa si sarebbe spaventata, l’avrebbe riconosciuta... ma non potevo mica non rispondere!
“Sono...”, avevo una perfetta voce da uomo, “... sono entrato e non ho visto nessuno... allora mi sono permesso di aprire la porta... non pensavo fosse il bagno... stavo solo cercando un barbiere, vorrei farmi i capelli!’’
La Marisa si sciolse in un sorriso. Probabilmente pensò che dovevo essere entrato mentre lei era in cortile, per questo non se ne era accorta e quindi si tranquillizzò. Anzi, per farsi perdonare del tono brusco usato un attimo prima, si diede ad una specie di danza di convenevoli e carinerie...
“Prego, si accomodi” e intanto oscillava il suo maestoso didietro come una bandiera, “preferisce sedere vicino alla finestra?!”. E si piegava procacemente col busto, “gradisce un po’ di musica...” e suadente mi infilava l’asciugamano nel colletto della camicia.
Io stavo immobile, se avessi potuto l’avrei afferrata e ingoiata...
Mi sentivo bene, ora ero un uomo, e anche piacente a giudicare da come la Marisa mi guardava.
“Li accorciamo un po’ e facciamo una sfumatura alta qui, le va bene?”
“Prima potrebbe farmi la barba?”
“Sicuro, ho un sapone molto nutriente...”
Farmi la barba era stato per tanti anni il mio sogno proibito. Avevo immaginato tante volte il privilegio di quelle dita sinuose affondare sulla mia faccia. Il profumo forte e inebriante si mischiava con le fragranze della sua pelle e mi avvolgevano completamente. Dallo specchio osservavo l’insenatura fra i seni che s’intravedeva dal camice, lì il chiarore della sua pelle s’immergeva nelle profondità scure e ignote e diventava il segreto mistero della sua natura. Era bello essere uomo. Sì chinò su di me, potevo sentire il suo alito sul mio viso. Segnò col dito il punto su cui sarebbe passata con la lama, mi sollevò delicatamente il naso, mi chinò la testa un po’ a destra e poi un po’ a sinistra.
“Ecco fatto!”
Mi passò davanti per prendere le forbici e il pettine, le cosce sfiorarono le mie gambe. Continuava a parlare facendo danzare la lingua fra i denti mentre le sue labbra si schiudevano come rose di carne. Qualcosa in me tornò a mutare. Per un istante pensai che stavo ritornando Giuliana... ma non fu quello... la cosa che m’era spuntata fra le gambe ... stava crescendo... s’era riempita di sangue e calore, e mi faceva sentire dolorosamente la sua presenza... Tutto il mio essere sembrava concentrato in quell’unica protuberanza, in quell’unica leva capace di sollevare il mondo! In cuor mio speravo che la Marisa non se ne accorgesse... presi una rivista e cercai di coprirmi come potei... ma la Marisa sorrideva beffarda, ciò mi fece sentire ancora più eccitato e ridicolo allo stesso tempo. Ero confuso, non avrei mai immaginato che le donne riuscissero ad avere questo potere sugli uomini. Sia ben chiaro, non che non sapessi cosa accadesse agli uomini nello stato di eccitazione, solo che non credevo potesse essere così.
Marisa aveva terminato: “Contento?”
Improvvisamente mi resi conto che non avevo soldi, imbarazzato e confuso toccai la giacca tentando di inventare una scusa, ma non ce ne fu bisogno! Sentii che nella tasca c’era qualcosa... banconote! Erano arrotolate alla maniera della Marisa quando m’infilava la mancia nella camicia. Doveva averli messi lei quei soldi nella giacca del Guido. Rabbrividii! Pensai che era una fortuna che non s’era accorta che quelli erano i vestiti del marito. Ci scambiammo una breve occhiata, e in quel momento entrò la Gina trafelata, anzi preoccupata:
“Marisa, hai mica visto Giuliana? È sparita... è più di un’ora che è uscita!”
“No, non l’ho vista... mi ha portato il caffè e poi... se ne è andata... anzi aspetta un momento che devo pagare...”
Ma la Gina fece di no con la testa ed uscì. Non avrei mai creduto che potesse preoccuparsi così tanto per me! La guardavo sotto la pioggia senza neanche l’ombrello cercarmi con gli occhi dappertutto, e quasi m’inteneriva. Ma anche la Marisa mi guardava, ferma e coi soldi stretti nel pugno: “dove li hai presi questi?”
“Cosa?”
“Questi soldi sono fuori corso... questi soldi erano di mio marito… sono segnati con la penna... mio marito li segnava così... sono di mio marito...”
“Marisa, aspetta, dove vai... non urlare...”, la bloccai e le serrai la bocca con le mani, lei sbarrò gli occhi e tentò di liberarsi.
“Ti prego, non devi aver paura... sono io... Giuliana...”, ma si spaventò ancora di più.
“Ti supplico, non fare così, sono io...”, cercavo di calmarla, le baciavo la fronte, le parlavo in modo dolce, ma lei continuava a piangere, io ero un uomo forte, e lei una specie di uccellino nelle mie mani...
Volevo raccontarle ogni cosa, ero sicuro che se le avessi detto tutto, se ne avessi avuto il modo, si sarebbe tranquillizzata, così la portai in bagno, o meglio la trascinai…
Appena entrati lei vide che c’era del sangue sul lavabo... tentai di spiegarle che era di Giuliana... cioè il mio... ma qualunque cosa dicessi serviva solo a terrorizzarla di più! Si agitava come un’anguilla, riuscii a malapena a portarla nello stanzino... le feci vedere i vestiti di Giuliana... certo erano lacerati... ma non li avevo ridotti io così... era stata la trasformazione...
“Tu l’hai uccisa... e ora vuoi uccidere anche me! Io non ti ho fatto niente... ti prego... lasciami andare... ti giuro che non lo dirò a nessuno...”.
“lo non ho ammazzato Giuliana... sono io Giuliana, lo vuoi capire sì o no…”
“Ti credo... ti credo... ti prego, lasciami il braccio, mi fai male...”
Ma sapevo che non mi credeva... Voleva solo scappare via e io non volevo perderla, non volevo. L’afferrai ancora più violentemente e la portai a me... Sentivo i suoi seni contro il mio petto, e il suo alito fresco inondarmi completamente... la baciai... con amore e con passione succhiai il suo alito e la carne delle sue labbra... rapii la sua lingua nel vortice della mia bocca... e quella fu la cosa più bella della mia vita, anzi l’unica cosa bella della mia vita. Non ricordo altro di quel giorno. L’indomani mi risvegliai già in questo posto, con la testa rotta. Un cliente, entrato in negozio, aveva sentito dei rumori provenire dallo stanzino e dopo essersi armato di sedia è entrato e mi ha buttato giù.
Ora quello va in giro a fare l’eroe, tutti gli fanno le feste, lo hanno perfino invitato alla televisione, pare che riceverà anche una medaglia dalle autorità. Una medaglia! Mi chiedo che ci sia di così straordinario nel colpire uno di spalle! Dicono che Gina ha riconosciuto i brandelli dei vestiti e le scarpe. Dicono che hanno fatto analizzare il sangue, che è di donna. Dicono che in giro non c’è traccia di Giuliana, per forza, gli dico, sono io Giuliana, ma non mi credono. Da me vogliono solo sapere come l’ho uccisa, dove ho nascosto il corpo, dove ho messo l’arma... Nessuno mi conosce o mi riconosce... sono senza identità, come nato dal nulla. Domani forse arriva un altro dottore. Omicidio, occultamento di cadavere, molestie sessuali, furto... ecco le cose di cui mi accusano. Ma io non mi lamento. Certo, non posso vedere Marisa, ma sono sicuro che la incontrerò al processo.
La stanza in cui mi trovo ora è ovale, di angoli ce ne sono ben pochi, anche di spigoli! Le pareti sono imbottite, sono convinti che io sia pazzo e temono che possa farmi male. Questo posto mi ricorda la Marisa, soffice come la sua bocca, bianco come la sua pelle... e pieno di curve come il suo corpo.
Sto bene qui, finalmente ora sento di aver capito. Prima pensavo che fosse necessario avere due strade, un angolo che mi aprisse a due strade, ora invece mi guardo attorno e sento di aver trovato una soluzione... ora so che per essere felici basta una sola strada... curva! Una curva, che mi faccia procedere in avanti come se tornassi indietro... una curva che restituisca alla schiena ciò che ho davanti al viso...
Una curva che renda morbida l’esistenza come il corpo della Marisa...
Una curva.