Marco di Marco

Ritorno e andata

 

“Questo è proprio il suo documento?”

“Sì”.

“Nome”.

“Ivan Arringa”.

“Generalità”.

“Sono nato a Roma il 14 Marzo 1965”.

“Attuale residenza e domicilio”.

“Risiedo e sono domiciliato a Roma, in via Bentivoglio, 13”.

“Professione”.

“Fotografo”.

“Qual è stato il motivo del suo viaggio ad Amsterdam?”

“Lavoro. Ho fatto un servizio fotografico per una rivista italiana”.

“Che genere di foto?”

“Un servizio sulla vita sotterranea nella metropolitana”.

“Ha qualcosa da dichiarare?”

“Nulla”.

Due occhi fissi su altri due occhi.

“Va bene, vada pure. Buongiorno”.

“Buongiorno”.

Il tenente Mariacci Giovanni della Polizia di Stato in servizio alla frontiera Italia-Svizzera di Chiasso riconsegna la carta d’identità, saluta il suo coetaneo Ivan Arringa, fotografo, portandosi la mano destra alla visiera del berretto e lo vede risalire sull’autobus che copre la tratta Amsterdam-Milano. Il suo sorriso accennato è una presunta e segreta vittoria su quell’uomo dai capelli neri ricci e disordinati, che di spalle al tenente si compiace appena, anche lui credendo di aver vinto.

“Sì, amico”, pensa Mariacci, “va’ pure con la tua piccola scorta nascosta. Tanto so benissimo dove la tieni. Potevo rovinarti la giornata, ma perché? È ancora così presto oggi, e ormai sono quasi le otto”.

“Signor tenente, scusi, una chiamata per lei dal comando”, il poliziotto ha una voce da ragazzino, ventun’anni al massimo.

“Grazie, arrivo subito”, Mariacci si passa la mano sulla fronte, si sente stanco, guarda il cielo del mattino imminente che annuncia la fine del turno. Pensa ancora allo sconosciuto amico che ha deciso di lasciar andare, ai suoi occhi ancora rossi per il thc. Non c’è complicità. È stata solo una manifestazione del proprio potere. Lui, come può togliere libertà così può darne. E oggi ne ha data. Guadagnandosi una nuova immaginaria medaglia da buona azione che metta a tacere la sua coscienza.

Arriva al gabbiotto della dogana e prende il ricevitore: “Pronto? Sì, sono io. Dica pure. Cosa? Mia moglie? Quando è successo? Come sta? Arrivo subito”.

 

Ivan Arringa guarda con soddisfazione la sua immagine riflessa sul vetro del pullman e sorride a se stesso.

“Fregato, stupido bastardo”, pensa, “sono stato un pezzo di ghiaccio. Se avesse sospettato per un attimo, l’avrebbero trovata subito”.

Sorride ancora arcuando leggermente a sinistra il labbro superiore. Preferisce puntare sul suo sangue freddo piuttosto che sulla falsa sicurezza dei nascondigli. Nel caso ci siano dei cani tanto non c’è doppio fondo che tenga. Tocca la borsa della macchina fotografica, dandole due affettuose pacche. Lì, nella custodia del teleobiettivo, riposano tre bustine di White Widow da venticinque guilders ciascuna.

È una mattina grigia quando arriva a Milano, come ne ha viste diverse negli ultimi anni di spola tra Roma e Amsterdam. Le prime volte era con Maaike, quando ancora si amavano e ritornavano nella sua città, quando ancora non c’era Andrea che assomiglia tutto a lui. Poi, in ogni viaggio, ogni mattina grigia milanese lo sorprendeva sempre da solo. Quando si svegliava dolorante sul suo sedile. Mentre arrivava nell’unica città da bere, tornando dalle visite al suo piccolo.

Maaike sembrava comunque contenta che Ivan andasse a trovare Andrea. E stessero insieme per un po’ di giorni. Padre e figlio hanno bisogno di tempo. E una madre sa quando deve restare sullo sfondo. Li lasciava a casa sua alla periferia di Amsterdam e tornava da sua sorella a Breda o a casa del suo nuovo compagno sulla Amstel Straat vicino Rembrandts Plein.

Ivan era un buon padre anche se tra loro due non aveva funzionato, anche se non era riuscito ad essere un buon marito, forse non soltanto per colpa sua. Andrea poi era sempre affezionato al papà. I suoi otto anni rassegnati a non poter avere con sé tutti e due i genitori si accontentavano di ciò che, separatamente, ognuno di loro poteva offrirgli. Lui lo accettava con tutto l’entusiasmo di un bimbo che cerca affetto da chiunque sia in grado di darglielo. E Maaike non poteva non essere felice di vedere suo figlio raggiante in quei giorni. Lui che di gioia ne meritava più di chiunque altro.

 

Anche questa mattina dal cielo troppo basso sui navigli, al suo risveglio Ivan è solo e con gli arti atrofizzati. Le gambe piegate per troppo tempo, l’aria condizionata che non è mai alla temperatura giusta, e sudi e hai freddo allo stesso tempo.

Il pullman si incolonna al casello di Milano Nord, e anche gli altri passeggeri cominciano a svegliarsi sbadigliando, stirandosi, lamentandosi per i dolori alla schiena e la scomodità dei sedili. Le uniche a non proferire parola sono due donne arabe, avvolte nei loro abiti dei colori della terra e con in braccio i loro bambini, anch’essi fasciati in grossi lenzuoli bianchi. Non si lamentano, non parlano, accarezzano soltanto i due neonati e li baciano sulla testa con le loro labbra scure. Per loro mostrare il viso è già il segno di un traguardo.

Ivan si passa le mani tra i capelli umidi ancora più scompigliati per la nottata, sente la camicia appiccicata alla pelle. Il tempo di sbuffare ancora una volta e l’autobus si ferma in piazza Castello.

Tutti scendono, e chi, come Ivan, deve proseguire cambia pulman.

Della stessa linea ce ne sono altri due. Uno da Milano arriva a Venezia, l’altro arriva a Roma passando per Genova, Pisa, Firenze.

Si avvicina al secondo. Ci sono degli autisti accanto alle porte della vettura. Ivan chiede se è quella giusta mostrando il biglietto. Gli uomini in camicia azzurra e pantaloni blu rispondono in un modo incomprensibile, ma fanno cenno di salire. Solo mentre è sui gradini Ivan comprende che gli avevano parlato in tedesco. E salendo si chiede perché siano degli autisti tedeschi a coprire la tratta Milano-Roma.

Non c’è quasi nessun altro passeggero. Solo il sessantenne che nella prima metà del viaggio ha russato tutta la notte, facendo oscillare i grossi baffi bianchi da tricheco, e una giovane coppia di Arezzo con cui Ivan ha chiacchierato un po’ la sera prima.

Lei è carina, sui ventisette, magra con un viso tondo, occhi nocciola e capelli scuri molto corti. Ha un fare riservato. Anche quando sorride. Parla bene l’inglese, Ivan se ne è accorto mentre la ascoltava raccontare una favola alla figlioletta di una coppia di Liverpool, una famiglia di tre teste bionde e occhi azzurri. Un po’ troppo simili tra loro. In quel momento era sempre più contento che nei geni di Andrea prevalessero i tratti mediterranei del suo papà.

Lui è moro, un forte accento toscano, lavora nell’informatica ed è appassionato di auto. Molto socievole, forse troppo esuberante. Con Ivan hanno parlato di automobili, soprattutto di quelle ormai fuori serie. I due rimpianti del fotografo, una Citroën “Squalo” e una Alfa Romeo gtv degli anni Settanta. Poi la conversazione si è spostata sulla permanenza ad Amsterdam, e l’aretino si è prodotto in una suggestiva descrizione del trip da funghi awaiani, presi in un campo di tulipani appena fuori Rotterdam.

Ma ora, in quest’ultimo percorso verso casa, Ivan vuole solo riposare.

Saluta la giovane coppia. Si sistema nei posti in fondo, finalmente può distendersi e cercare di dormire. Immobile come non è mai stato, chiude gli occhi sull’ennesimo scenario milanese mentre l’autobus esce dal centro della città. Non bada al vecchio tricheco che ha già ripreso a russare. Le ultime parole che sente sono le frasi in tedesco degli autisti. Gli ultimi pensieri sono a suo figlio e alle piccole morti che sono le partenze. Poi alle vecchie foto di Maaike, quelle scattate da lui e che lei tiene ancora in bella mostra in casa. Come quella in camera da letto, una foto in bianco e nero, un primo piano di Maaike parzialmente nascosta da ciuffi d’erba. Ricorda perfettamente dove la scattò. A Vondel Park, lui steso a terra a pancia sotto e Maaike di fronte a lui nella stessa posizione con le mani incrociate, i palmi nell’erba e il mento appoggiato sopra. E il suo viso bello di quell’amore che non ritorna. È quella immagine che ogni tanto sogna la notte. Lei con addosso gli abiti leggeri del giorno della foto, un vestito viola a fiori con le bretelline che lasciano scoperte le spalle. Con quella bellezza nordica dei suoi capelli lunghi, lisci e biondi e gli occhi verdi di una speranza non ancora spenta.

Ora, mentre dorme, Ivan sogna di ballare con Maaike a una festa di paese, che all’inizio è una festa olandese, fatta di musica, zoccoli e fazzoletti bianchi in testa, poi è una sagra del sud Italia con lunghe tavolate e tovaglie sporche di vino e fusilli fatti in casa. C’è sempre musica, incessantemente, mentre arriva Andrea che li tira per i vestiti.

Papà, papà! Portami sulle spalle, dai!

Va bene, ma dammi un bacio prima.

Sì.

E uno alla mamma.

No, alla mamma due.

 

È di nuovo sudato quando si sveglia, ma ormai non se ne fa più un cruccio, aspetta solo di potersi abbandonare al getto della doccia e già pregusta il vapore denso e purificante invadere il suo piccolo bagno, come una sauna a misura d’uomo.

Segna sul taccuino: sviluppo rullini: andrea e metropolitana, stampa in bianco e nero, chiamare la rivista.

All’autogrill dopo Firenze beve un caffè con due cucchiaini di zucchero, compra una Lemonsoda, le sigarette, sorride alle tette della cassiera solo perché potrebbero essere dolci cuscini. Risalendo sull’autobus osserva i due autisti tedeschi che aspettano ai piedi della vettura e sorridono in quel modo che sanno solo i tedeschi, che ti fa comunque girare le palle.

“Cazzo c’avranno da ridere, col mestiere di merda che fanno?!”, pensa mentre si ricorica sui sedili in fondo. La coppia toscana è scesa a Firenze. Il tricheco sessantenne mangia avidamente la quarta merendina all’albicocca di un pacco appena aperto.

Ivan sorseggia la Lemonsoda leggendo Lo straniero di Camus. Il caldo sabbioso di Algeri si aggiunge alla temperatura afosa del pullman. Il resto è attesa, assieme al vagheggiare mari mediterranei troppo blu per qualsiasi commento. Si gratta la barba lunga di quattro giorni (“Così mi pungi la faccia papà!”) e cerca di evitare le immagini della malinconia.

 

Mentre il pullman si parcheggia nel piazzale antistante la stazione Tiburtina, Ivan vede Antonia che aspetta al sole pomeridiano e capitolino di marzo dal tepore appena accennato. I suoi grossi occhiali neri la incupiscono e nascondono il suo sguardo neanche trentenne altrimenti sereno e consolatorio.

Ivan la fissa e si sofferma sui suoi jeans stretti, quel suo rossetto scuro, il fascino vagamente eighties dei suoi capelli nero corvino, e già in testa immagina amore e sesso nel tardo pomeriggio. È il suo fascino di stile retrò ad averlo conquistato. Lo stesso della sua stanza nella casa dei genitori, così diversa dal resto dell’appartamento, una camera dove il tempo era anche un piccolo limbo, dove i poster dei Cure o di Mick Jagger & co. alle pareti lasciavano intravedere la ragazzina e suoi pomeriggi di studio e diari e sigarette nascoste, mentre gli scaffali riempiti di manuali di psicologia e fotocopie sembravano gli idiomi della donna che si diventa, schiacciando fin sul pavimento i vinili dei Joy Division e dei Depeche Mode.

“Ciao!”

“Ciao!”, bacio, “Com’è andata?”

“Il lavoro?”

“No, tutto, tuo figlio, il servizio, Maaike…”

Ivan si stupisce che Antonia abbia detto “Maaike” e non “la tua ex-moglie”, interpretando il tutto come un gesto di cortesia e di ben tornato.

“Sì, tutto bene. Mi hanno anche fermato alla frontiera. Ma tutto a posto, non hanno neanche cercato. Avevo giusto qualcosa, un po’ d’erba”.

“Be, splendido, tu dimmi che senso ha rischiare di farsi beccare per una cazzata. Tanto vale che te ne portavi dietro un bel po’. Rischio per rischio...”

“Seee, che vuoi saperne, lascia fare al maestro, che sa come -”

“Guarda che non mi interessa affatto sapere come -”.

“Sai, Andrea è cresciuto tanto e mi somiglia. E poi parla benissimo in italiano. Maaike glielo ha insegnato. Gli ho fatto delle foto, devi vederle assolutamente”.

“Sì-sì, poveri padri frustrati. Con quest’ansia poi, di vedere crescere i vostri figli diversi da voi. Siete così buffi”.

Ridono tutti e due e Ivan pensa che in fondo va bene tutto così com’è. In fondo.

“Vieni da me?”

“No, devo finire una relazione per la scuola, e sono indietrissimo. Sono venuta a prenderti per salutarti, ora ti riporto a casa. Noi specializzande abbiamo bisogno dei classici metodo e disciplina. Ci sentiamo stasera e magari ci vediamo domani, ok!?”

“Va bene”, e immagini di lenzuola sudate che svaniscono e fanno fare a Ivan una piccola smorfia di disapprovazione, ma lei non se ne accorge.

Entrano nella Panda rossa di Antonia e lui lancia la borsa da viaggio sul sedile posteriore. Poi, più cautamente, deposita quella della macchina fotografica. Solo ora si accorge che anche i sedili di una panda possono in qualche modo essere confortevoli.

Per un attimo pensa che quella della relazione sia una scusa e invece lei abbia da fare qualcos’altro, magari vedersi con qualcun altro. Ha questa gelosia latente che ogni tanto si mostra. Sotto l’aspetto di sensazioni premonitrici. Ma è solo un attimo. Poi torna sereno e sicuro.

“Per questa relazione sto leggendo il saggio di un neurologo intitolato La mano sul viso: un comportamento modulato dalla schizofrenia”.

“Interessante”.

“Stupido”.

“Il saggio?”

“No, tu. Stupido”.

“Perché?”

“Preferirei anch’io trovare il tempo di leggere altro. Basta che non sia qualcosa delle tue tipiche menate beat!”

“Che dici?”

“Sai di che parlo. Hai presente la foto di Ferlinghetti che dipinge che hai a casa tua in soggiorno!? Ecco, mi hai capito”.

Ivan ha presente, e ha capito benissimo. La visualizza perfettamente la foto con la frase di John Giorno scritta sotto la foto, la beat generation non esiste. Intanto la Tiburtina è grigia di auto e asfalto. Poi via di Portonaccio. “Touché, bambina”, pensa.

A largo Preneste si salutano. Senza promesse d’amore, ma con l’affetto che di solito lega gli amanti. Una carezza di lui sulla nuca di lei. Un bacio di lei sulla guancia di lui. Ivan guarda Antonia allontanarsi con la panda lungo la Prenestina trafficata direzione Porta Maggiore. Avverte la sensazione che avrebbe voluto dire altro, di più intelligente, di più intimo, ma lei è già lontana per qualsiasi tentativo.

 

Imboccata la traversa di casa Ivan, si ferma alla rosticceria cinese To-Fu Take Away, e senza troppa fantasia o voglia di sperimentare ordina ravioli al vapore, riso bianco, maiale bambù e funghi. Riceve birra cinese in omaggio, come vuole la tradizione orientale, tanto antica quanto gratificante. Ogni volta Ivan rimane intenerito dal gesto di ringraziamento, così diverso dal Grazie per aver scelto la nostra compagnia, vi auguriamo buon viaggio! Ognuno ha un modo per guadagnarsi un posto in paradiso, ma gli occhi a mandorla della signorina al bancone sono sempre così sinceri. E ogni volta che lei dice “Questo è omaggio!”, con quella cadenza particolare, e mette una bottiglia di birra nella busta di plastica bianca, lui si imbarazza, avvampa in viso e sorride dicendo con voce un po’ rotta “Grazie”.

La signorina gli sorride ancora una volta, lui ricambia e, annebbiato e al tempo stesso ristorato da troppa cortesia, esce, attraversa la strada e si dirige verso il portone del palazzo del proprio appartamento.

 

Dopo aver armeggiato con la porta di casa per via del difetto alla serratura che impedisce alla chiave di compiere con la dovuta facilità lo scatto necessario all’apertura, finalmente Ivan entra nell’appartamento buio, annusa il fragrante odore di chiuso, gradevole solo a un padrone di casa. Procede nell’oscurità. Arriva a memoria fino alle persiane che tira su con due colpi precisi. Guarda la stanza come per rassicurarsi di essere veramente a casa sua, osserva con soddisfazione e desiderio il suo divano vecchio di vent’anni, ricoperto da un telo a fantasia arabesca di diverse tonalità di marrone, la poltrona in cui ama sprofondare, anche assieme ad Antonia, il televisore, la foto di Ferlinghetti appesa alla parete a fianco della tv, i cavalletti e gli altri attrezzi del mestiere raccolti a terra nell’angolo a sinistra della credenza in legno antico e pesante, il cucinotto all’americana, un angolo cottura recintato da un piccolo banco bar con due sgabelli e assuefatto minimalismo. Sì, è a casa.

Torna indietro fino alla porta, prende tutto, deposita il cibo sul banco dell’angolo cottura, fa le scale di tufo grigio-topo. A metà strada, sul pianerottolo che sulla destra offre la seconda piccola rampa di gradini, posa la borsa della macchina fotografica. Poi, nella stanza da letto, lascia cadere il borsone dei vestiti, si spoglia a fatica degli abiti appiccicati alla pelle, li accartoccia sul pavimento, ne osserva per un attimo gli aloni di sudore e le parti bagnate. Si sdraia sul letto e ancora sono i ricordi più recenti a farsi avanti, facendolo sorridere quasi ebete mentre segue le irregolarità dell’intonaco sul soffitto memorizzate dall’osservazione continuata nel tempo.

Corri, Andrea, non farti prendere! Ah, ma che fai cadi come un salame!?

Papà, ma tu imbrogli!

Ahahah. Andrea, le vedi quelle anatre nello stagno? Loro sono appena arrivate da molto lontano, da posti più caldi, e ci ritorneranno appena qui comincerà di nuovo a fare freddo.

E perché non si fermano qui?

Perché possono vivere solo nei posti dove c’è il sole che le scalda.

Ma allora gli posso dare il mio cappotto, tanto io ne ho un altro!

Certo. Devi solo capire se loro vogliono il tuo cappotto.

Ehi anatreee…

 

Dopo la doccia Ivan è avvolto nel suo accappatoio verde a bordi blu scuro e ancora canticchia Mal d’Africa, risale la prima rampa di scale e apre la valigetta della macchina fotografica. Apre la custodia del teleobiettivo e prende le tre bustine. Riscende, affonda dolcemente nel divano e per alcuni istanti lascia scivolare tutta la tensione, lascia sciogliere definitivamente tutti i muscoli tenuti contratti per troppo tempo. Reclina la testa all’indietro appoggiandola allo schienale sempre per restituirsi piacere. Fa passare i minuti con in testa solo la voglia di vuoto. Per un po’. La stanchezza del viaggio non dà sonno. Solo desiderio di anestesie. Per il corpo, per la mente.

Mette due bustine nella scatola di metallo sul tavolino basso davanti al divano. Una la lascia fuori. Prende dalla scatola cartine e un flyer cartonato di un disco pub per farne un filtro. Sbriciola con cura le cime e le foglie, aggiunge una punta di sigaretta, mischia. Movimenti collaudati, gira, rigira, una leccata lungo la linea da incollare. Il pollice scorre sulla carta appena attaccata per dare maggiore aderenza. Strappa via la carta in più. Qualche colpetto sul tavolo per pressare. Non troppi. Ancora una volta soddisfazione. Ama l’estetica dell’autoprodotto. E il compiacimento ha un premio, Ivan prende i fiammiferi e accende senza più indugiare.

Il mondo intero diventa vortice leggero nella mente, susseguirsi di immagini che rincorrono vanamente il desiderio di amnesia, passando obbligatoriamente per il cunicolo della razionalità e del ricordo. Amstel Station, Maaike un po’ meno bella perché gli anni passano anche per le piccole ninfe, Andrea, i tulipani gialli, le risate, gli schiamazzi degli altri bambini a Vondel Park, il supermercato dove padre e figlio comprano sostanzialmente merendine, patatine e succhi di frutta, il Green House in Warmoesstraat (?), erba fumata in solitario notturno affacciato alla finestra mentre Andrea dorme, la frontiera di Ponte Chiasso e il grosso poliziotto che gli restituisce la carta d’identità, Antonia che guida e sorride. Nero.

 

Le 19.36, Ivan apre il frigorifero e tira fuori una bottiglia d’acqua per scuotersi dal dormiveglia e sciacquarsi la bocca amara e un po’ impastata.

Si avvicina al telefono sul banco dell’angolo cottura per chiamare Antonia, osserva il led verde intermittente della segreteria che indica la presenza di messaggi. Preme il tasto di ascolto, il nastro si riavvolge e riparte:

Bip

Ah, Ivan, sono Federico dalla rivista, allora non sei ancora tornato. Ehm, ok quando torni chiamami subito, volevo sapere com’era andato il servizio e se c’era materiale buono per il reportage. Chiamami a qualsiasi ora che tanto lo sai che sto sempre sveglio. Ciao.

Bip

Bip

Bip

… Ivan… ciao sono… sono Carlo… Carlo Storti. Cazzo, lo so che più di due anni…

Bip

Sì, Ivan, sono sempre Carlo, no, è che volevo dirti… ho ricevuto un messaggio particolare… con un invito… ecco, c’era scritto di avvertire anche te, io sono alle 21 a Termini al binario 13, vediamoci lì, portati bagaglio per un paio di giorni, devi venire. Non ti dico di più, ne parliamo a voce, ti aspetto… ah, il mio numero di cellul-

Bip

Ciao, lo so che ancora non sei tornato, ci vedremo questo pomeriggio alla stazione degli autobus… questo messaggio era solo per dirti che non vedo l’ora di riabbracciarti. Stavo studiando e ti ho pensato… nient’altro… a dopo. Spero che sia andato tutto bene. A dopo.

Biiip

Ivan riavvolge nuovamente il nastro e riascolta i messaggi. Il calore che trasmette la voce di Antonia scivola sulla curiosità innestata dalla comunicazione di Carlo Storti. Il suo imbarazzo di fronte alla impersonalità della segreteria, il tono impacciato che scorre lungo tutta la registrazione, l’invito misterioso, solleticano una parte del cervello fino al sorriso.

Carlo ha sempre cercato la sorpresa, il flash, l’effetto speciale. Fin da quando all’università, studente in biologia, affiggeva in bacheca falsi orari di ricevimento degli assistenti delle varie cattedre di sociologia e si faceva trovare tutto imbellettato in sala associati fingendosi assistente di quello o quell’altro professore. Non lo hanno beccato mai. E Ivan talvolta si è trovato ad assistere, più o meno di nascosto, a incontri con avvenenti studentesse. Carlo era professionale prima che subdolo. Ascoltava le richieste, dava pareri, consigliava testi di approfondimento. Con le ragazze che non gli andavano a genio fissava appuntamenti per le settimane successive a cui non si sarebbe presentato. Con le aspiranti sociologhe che invece, per forma più che per sostanza, stuzzicavano il suo interesse, fissava appuntamenti diversi a cui sarebbe andato e in cui si sarebbe smascherato. Un tipo di approccio piuttosto originale. E rischioso. Ma efficace, visto che alcune volte da questi incontri nascevano storie più o meno durature.

Ivan sorrideva sempre al modo di fare di Carlo, al suo carattere spigliato, deciso e persuasivo, alla sua fortezza pur nella sensibilità di occhi profondi e neri. Oltre a essere un interprete sensazionalmente abile che sapeva anche essere regista di se stesso. Compagni di sbronze, avevano mantenuto, dopo l’università, un rapporto di altalenante frequentazione. L’amicizia è libera come poche altre cose al mondo. Entrambi lo sapevano. L’amicizia si muove secondo la voglia di cercarsi. Come tutti e due facevano. Nell’amicizia si può dire no. Ivan e Carlo se lo erano detti più volte, ma senza rancore. Comparire e scomparire uno dalla vita dell’altro, anche questo li teneva legati.

Ma alle 20.07 non c’è il tempo di prendere decisioni ponderate. Il richiamo è forte e chiede una risposta veloce. Ora c’è solo il tempo dell’azione. Ivan segue la scia dell’avvenente proposta di Carlo e ha già tutto in mente. Non lascia più spazio ad altri pensieri, e già risale in camera da letto. Svuota la borsa da viaggio, la riempie di altri vestiti puliti, indossa i jeans neri e consumati, una maglietta verde, il maglione marrone e si fionda sul pianerottolo. Imbraccia la borsa della macchina fotografica automaticamente come un qualsiasi capo d’abbigliamento, scende in cucina e per un attimo rimette in funzione la testa. Vorrebbe chiamare Antonia, ma è costretto anche a lasciare perdere il cibo cinese. Lo mette in frigo, prende solo la birra omaggio della dolce signorina dagli occhi a mandorla. La infila nel borsone dei vestiti. Dal tavolino basso davanti al divano prende la bustina d’erba, le sigarette e i fiammiferi, dalla scatola di metallo le cartine. Controlla la presenza del bancomat e un po’ di contanti, è pronto, il tempo di chiamare un taxi, Berlino 77 in tre minuti, agguanta il giubbotto ed esce di casa.

 

“Dove vado?”

“A Termini, grazie”.

Berlino 77 è un’Alfa 33, ovviamente gialla, che macina velocemente le strade verso la stazione, e sul sedile di dietro i pensieri e le ipotesi di Ivan sono l’unico rumore quasi stridulo. Poi è l’uomo al volante a rompere la monotonia delle gomme che frusciano sul tappeto di sanpietrini.

“In partenza eh!? E dove va, a trovare qualcuno?”

“In effetti”.

“E dove? se non sono invadente”.

“A Berlino”, e sorride.

Giulio Atripaldi, cinquantaseienne con pochi capelli grigi, tassista da trentadue anni, guarda da dietro due occhiali spessi la testa riccioluta di Ivan attraverso il retrovisore. Ha un attimo di sorpresa. Poi raccoglie.

“Mi prende in giro, eh!?”

“…”

“Non volevo essere impertinente”.

“Non si preoccupi, è che non lo so di preciso dove vado. Vuole una sigaretta?”

“Grazie”.

 

Stazione Termini nel suo clima migliore, serata tiepida e stellata, poca gente che parte o arriva, soliti barboni, più tossici, giovani poliziotti di ronda in numero crescente. Nessun cane, treni alquanto in orario e altre presunte vittorie della privatizzazione delle Ferrovie dello Stato. Gente che continua a lavorare per noi.

Ancora.

L’orologio del tabellone delle partenze segna le 20.42. C’è ancora tempo e Ivan entra nel bar all’interno della stazione. Guarda il bancone, alle spalle del barista in divisa bianco-verde, osserva gli alcolici. È indeciso, si guarda intorno, insoddisfatto. Non è un bar dove poter bere serenamente un whisky, ci sono troppi tramezzini, panini, patatine, gomme, caramelle, Smarties e altri snack al cioccolato. C’è un bancone in alluminio, non ci sono sgabelli. Tutto così nuovo e pulito – o ripulito – e con le porte a vetri automatiche. Non si può bere in un bar così.

Ivan si avvicina alla cassa, la bionda truccata con brillantini sulle palpebre mostra denti perfetti. Sul seno sinistro, attaccato alla divisa, ha il cartellino con il nome Claudia.

“Che prende?”

“Un bicchiere d’acqua gassata e… un caffè”.

“Altro?”

“No”.

Ripensa alla sua cinesina preferita – Birra è omaggio! – e sente dentro un gusto acre.

“Sono duemilatrecentolire. Ecco lo scontrino. Grazie, arrivederci!”

“Grazie, Claudia”.

Torna verso il bancone, ordina il caffè e l’acqua.

In alto, più su delle bottiglie di whisky e di amaro, la televisione è accesa su Rai Due. Mariolina Sattanino, ancora sobria negli abiti e nelle pettinature, è il mezzobusto di turno a dare le notizie.

E adesso la cronaca. Poco prima dell’alba, nel piccolo centro di Chiasso, al confine con la Svizzera, una villetta bifamiliare ha preso fuoco. A causa della struttura prevalentemente lignea, l’intero edificio è stato avvolto dalle fiamme. Due le vittime: Giovanna Tenaci, 62 anni, pensionata, e Chiara Mariacci, 32 anni, casalinga, moglie di Giovanni Mariacci, tenente della Polizia di Stato, in servizio presso la frontiera di Ponte-Chiasso. Le fiamme hanno sorpreso entrambe le donne nel sonno. Ferite altre due persone, ma hanno riportato ustioni lievi. Ancora sconosciute le cause dell’incendio, sembra esclusa, però, la matrice dolosa. Più probabile un corto circuito al blocco dei contatori enel, situati al piano terra…

Ivan, concentrato sul suo caffè, non ascolta neanche, rigira l’asta di plastica usa e getta nella tazzina monouso, vuole evitare ogni ipotesi ora, e aspettare il finale. Ha solo il viso di Carlo Storti davanti agli occhi, beve il caffè, saluta il barista, esce mentre le porte del bar si aprono al suo passaggio. Sente il cuore in leggera accelerazione. Allora tira fuori una sigaretta, l’accende e si dirige verso il binario 13.