Angelo Lazos
Piccoli imprevisti quotidiani
La Professoressa Akahayashi era ammalata.
La notizia era circolata poco prima del cambio dell’ora fra gli studenti, e ufficiosamente confermata dai bidelli: era stata còlta da un malore improvviso, fortissimi dolori addominali che l’avevano costretta a correre all’ospedale, prontamente accompagnata dal Professor Ishida.
Persi in un colpo solo due docenti, la Direttrice Mizukita era stata costretta a rivoluzionare l’orario delle lezioni.
Le classi dell’ultimo anno, tra cui quella di Kazuko, furono avvertite che per quel giorno le loro lezioni non potevano proseguire: gli alunni erano autorizzati ad andare a casa tre ore prima. Il giorno successivo, però, avrebbero dovuto portare una dichiarazione firmata dai genitori, che erano stati messi a conoscenza dell’uscita anticipata.
Kazuko salutò Sakura e Shinobu e salì sull’autobus, insolitamente e piacevolmente vuoto. Si sedette al finestrino a godersi il sole, spiando la città frenetica dietro un paio di lenti scure. Scese dall’autobus all’angolo del Parco Toyoda, davanti a sé aveva una strada larga, molto trafficata, che lo costeggiava. Attese il segnale verde e attraversò le strisce, una a una. Stava per giungere dall’altra parte quando la sua attenzione fu attratta da qualcosa di familiare: il muso di una vecchia Toyota bianca del ’69, che riconobbe subito come l’inconfondibile Corolla del Professor Ishida.
Il proprietario era al posto di guida, si aggiustava gli occhiali allo specchietto retrovisore, mentre… mentre… sì, era proprio lei, la Professoressa Akahayashi, che gli ciucciava avidamente il lobo dell’orecchio sinistro. Un attimo e scattò il verde, le macchine partirono, la Corolla bianca le sfilò accanto. Kazuko si sorprese riflessa sulla fiancata destra dell’auto, a spiare al suo interno. Rimase per un minuto buono con quell’immagine nella mente mentre s’addentrava nel parco: doveva attraversarlo tutto, prima di arrivare alla stazione della metropolitana che stava all’altra estremità. Passava di là ogni giorno.
Sentiva l’aria frizzante di marzo carezzarle le ginocchia, fin dove le arrivavano i gambaletti bianchi. Indossava la divisa della scuola Yamamura: completo composto di gonna e giacca blu, camicia bianca e una cravattina, anch’essa blu. S’infilò nei tortuosi vialetti che ben conosceva ripensando a quanto aveva appena visto, e ne rise più volte. Intorno, le prime fioriture primaverili tentavano invano di distrarla.
Giunta alla stazione della metropolitana, scese nelle viscere della terra, a quell’ora popolate da un flusso modesto di viaggiatori. Salì sul primo treno, anche qui trovò da sedersi al finestrino - da segnare sul diario, pensò - ma dovette rinunciare al sole.
Lesse per tutto il viaggio, circa una mezz’oretta, un quotidiano trovato su un sedile, e giunta a destinazione risalì in superficie. Costeggiò un lungo muro di mattoni bianchi, sovrastato da filo spinato, quindi passò lungo altri muretti, bassi, grigi e marroni, fino ad un cancelletto verde. L’aprì ed entrò in un giardino piccolo, che attraversò con passi spediti. All’ingresso di casa si tolse le scarpe e fece scorrere la porta; una volta dentro la richiuse, e, dopo una breve perlustrazione in tutte le stanze, si diresse in camera sua.
Si stese sul letto e mandò un sms a Hiroshi: non c’è nessuno a casa… puoi venire? Non attese la risposta: buttò il telefono sul letto, poi si spogliò e andò in bagno a lavarsi, con acqua fredda. Secondo lei serviva a tonificarle i seni, anche se non ne aveva nessun bisogno.
Indossò una vestaglia di seta nera, con un grande pavone ricamato sulla schiena a colori vivaci, strinse forte la cintura - anch’essa nera - a fasciarle la vita. Sfogliò qualche rivista, nell’attesa, fin quando sentì arrivare la risposta al messaggio. Corse a leggere: sono qui… faceva sempre così, lo sentì chiudere lo sportello dell’auto e aprire il cancelletto verde. Si mise a far finta di pulire il tatami, inginocchiata, con le spalle alla porta, la udì aprirsi, scorrere, poi sentì i suoi passi felpati entrare con la luce viva del giorno e l’aria fresca pizzicarle le gambe.
Cominciò a strofinare più forte, sempre più freneticamente, forse nel tentativo di tarpare ogni altro rumore con quello della spazzola di crine sul tatami. Hiroshi le mise le mani sui fianchi, rallentandone il movimento, rendendolo più ritmato, accompagnandolo. Con calma le sciolse la cintura in vita e alzò la parte inferiore della vestaglia, sempre senza spezzare il ritmo; trovò quello che cercava senza incontrare ostacoli e la penetrò in quella posizione, che piaceva molto a entrambi. Tempo dopo l’orologio da parete a forma di Pikaciù, made in china, ricordò loro che era ora, sua madre sarebbe rientrata tra poco. Hiroshi andò in bagno a farsi una doccia, molto, molto lunga. Tanto lunga che per lei non rimase acqua calda.
Poco male, tanto preferiva quella fredda.
“Senti… - gli disse mentre si ravvivava i capelli con l’aiuto di un vecchio specchio da toilette dal manico d’osso – mi dovresti firmare la giustificazione, per essere uscita prima… anche tu sei un mio genitore, no?”
Hiroshi si fermò a guardarla malcelando un sorriso vagamente perverso, la sua figliastra era veramente un sogno: “...va bene, ma che non si ripeta, devi studiare, capito?”
“Guarda che non sono uscita mica per venire da te”, rispose stizzita Kazuko: “la Akahayashi era malata...”
“Sì-i? L’ho appena incrociata a un semaforo, in macchina con il professor Ishida, su quel pezzo d’antiquariato, mi sembrava stesse benone… comunque dai qua, mica lo vorremo far sapere a tua madre di quest’uscita anticipata...?”
“Ma guarda te!”, stava esclamando Kazuko. Nello stesso istante s’udì la voce di sua madre che rientrava con il piccolo Takeshi.
“…Hiroshi, sei in casa? Vieni a darmi una mano, per favore?”
“…arrivoo… esci da dietro e rientra da davanti… eccomi”.
Kazuko rimase a bocca aperta guardandolo uscire dalla stanza, la porta che scorreva veloce dietro di lui e si richiudeva.
Hiroshi andò incontro alla moglie, le sottrasse il piccolo Takeshi e lo prese in braccio, poi, con quello rimasto libero l’aiutò a portare dentro la spesa. Intanto di là Kazuko non si decideva ad andare, c’era rimasta troppo male di com’era finita con la storia della Professoressa Akahayashi, per una volta che una dice la verità… non è possibile.
Non si accorse nemmeno del paravento che scorreva, né del piccolo Takeshi che - gattoni – l’aveva aperto, fino a che le arrivò ai piedi e si abbarbicò alle sue caviglie, inseguito dalla madre: “fatti mettere questi pantaloncini e poi ti lascio andare, ma che tornado ho messo al mondo? …Kazuko, ci sei anche tu? Perché non sei venuta ad aiutarmi invece di far venire tuo padre…”, e subito si pentì d’averlo detto.
“Non è mio padre, mamma, e comunque stavo studiando… siamo uscite un po’ prima, perché la Akahayashi era malata, cioè, si è sentita male”.
“Va bene, va bene, non ti scaldare, nemmeno t’avessi detto chissà che… studia, studia pure”, e uscì, sbattendo i talloni in una mossa militare, dimenticandosi persino di Takeshi.
“Studio, sì, mammina, e non sai quanto, me lo studio tutto il nostro Hiroshi, dentro e fuori, e viceversa… sai, piccolo Takeshi, sai tenere un segreto, vero? Certo, è bravo Takeshi”.
“Bravo Takeshi” esclamò il bimbo.
“Bravo Takeshi, ma fai piano”.
“Pinano Takeshi”.
“Piano, si dice… va bene, che mi dici allora, sai tenere un segreto? Sai che abbiamo fatto oggi io e papà? Abbiamo scopato come ricci!”.
“Icci”.
“Bravo Takeshi”.
Un secondo dopo la madre irruppe nella stanza e se lo riprese.
“Si mangiaaa”, urlò mezz’ora dopo. Aveva preparato pesce in sashimi e carne cotta nel sugo di mele. C’erano anche alghe fritte e prugne umeboshi. A completare il menù preferito di Hiroshi dell’ottimo sakè del Nord.
Quando ebbero quasi finito, prima che si alzasse per sparecchiare col rischio che non l’ascoltasse più, Kazuko chiese a sua madre di firmarle la giustificazione per il giorno dopo, porgendole il foglietto spiegazzato. Hiroshi se lo fece dare dalla moglie, con calma, squadrando Kazuko che ricambiava. Lesse e sorrise, poi restituì il pezzo di carta alla madre, stando attento a sfiorarle allusivamente un pollice, guardandola sornione negli occhi stupiti, e provocando una reazione di piacevole sorpresa in lei.
Firmata la giustificazione, la vita di casa riprese il suo tranquillo scorrere, con la madre che sparecchiava e puliva, Kazuko che l’aiutava con flemma armoniosa, Hiroshi che leggeva il giornale, accendendosi distrattamente una sigaretta dentro casa - cosa che fece subito intervenire perentoria, ma particolarmente soffice, la padrona di casa - e Takeshi lasciato tutto solo a guardare la TV.
Quella sera davano un documentario sulle abitudini sessuali della fauna della Foresta Nera.
“Icci”, disse Takeshi, quando fu la volta dei simpatici animaletti spinosi.