Ande di Luna
Parole in corsa
Racconti nel tempo di una fermata
Lasciando la città dei fiorentini, come amava dire Luisa de’ Medici, non provai alcuna nostalgia. Bellezza e cultura, talvolta, non sortiscono effetti sul cuore dell’uomo. Almeno questo era ciò che vedevo quando i vecchi insultavano sugli autobus stracolmi i ragazzi delle scuole che, a non ceder loro il posto, vi dirò, facevano proprio bene. Bisognerà pur meritarselo il rispetto, vivaddio. Il pensiero si rivolgeva piuttosto alle persone, invero non molte, che avevano camminato con me per un tratto di strada. Erano tutti importanti i sentieri in quegli anni. Per loro avevo deciso di raccontare questa storia.
Il mio futuro, però, non era lì. Dopo la laurea, nessuna anticamera. Fino a qualche anno fa, noi ingegneri avevamo le porte aperte dappertutto e ci sentivamo pure un po’ più che superiori agli altri - forse perché le tasse delle facoltà scientifiche erano più care -, ci davamo le arie dei sapientoni radical-chic. Naturale che non mi sottraessi a questa vanteria, la trasformavo in falsa modestia solo per piacere alle ragazze. E per questo ero disposto finanche a improvvisarmi autista, col placet di qualche ferrotranviere massacrato dai turni di lavoro. Quella volta che ci provai per Roma fu un vero disastro. Gli stessi passeggeri furono costretti a indicarmi la strada, se speravano di rientrare a casa in tempi accettabili. Non fu l’unica occasione. Sulla tabella della fermata vidi l’avviso del concorso: “Parole in corsa”, una scusa come un’altra per tentare una vana riabilitazione dei trasporti pubblici, e con me lo stavano leggendo altre persone. Salimmo sul tram osservandoci curiosamente.
Era così bello stare tra la gente, anche se si litigava, sì, se si faceva a spintoni e se la vettura non rispondeva a nessuno dei requisiti previsti dalla normativa in materia di sicurezza e di igiene. Eppure, come ingegnere dei trasporti, un minimo scrupolo avrei dovuto farmelo venire, ma ero troppo divertito. Mi dicono sempre tutti che sono un irresponsabile, finirà che un dì diventerò ministro.
Da quando ero stato trasferito nella capitale, la sera era tutto uno spasso e non vi dico il giorno. Voglia de lavora’ saltame addosso, come si dice. Solo che nel mio ufficio non erano esattamente contenti. Certo, il mio capo non si lamentava – mi aveva preso troppo a ben volere – e le colleghe stravedevano per potermi sbugiardare in giro. I miei colleghi uomini, però, non erano che un coacervo di invidia strisciante e trasudata, soprattutto quelli che si ritrovavano privi di mogli, di capelli e di una qualsiasi passabile forma estetica e colmi di soldi, di grasso e di potere. Se siete tra coloro che credono i maschi sempre solidali e complici, questa volta prendete un granchio, miei cari.
- Ma dov’è quell’incapace di Giorgio? Giuro che se tra dieci minuti non lo trovo dietro quella sua stramaledetta scrivania, questa volta lo faccio licenziare in tronco!!!
Sapevo ogni parola, perché Gianna non si risparmiava in pettegolezzi e in gustose risate.
- La palla di lardo, Gio’, la dovevi sentire come sbraitava, quell’inebetito masso di cialtroneria e stupidità…
A lei stava antipatico, per usare un bieco eufemismo, perché le aveva preferito la ruvida e noiosa fedeltà coniugale, un affronto che nessuna amante potrebbe tollerare, tanto meno una di quelle donne che ti fanno impazzire e poi scompaiono senza darti più nessuna grana, di solito con figli e famiglia, realizzate abbastanza da non accampare altre pretese, per dirla in breve. E non mi dilungo in una dettagliata analisi anatomica della summenzionata Gianna solo perché la sua avvenenza era un dato scontato.
Era esattamente la tipa che, a incontrarla alla fermata, con la sua morigerata gonna al ginocchio, saresti stato pronto a scommettere che tradiva il marito dal secondo giorno di matrimonio. Quel che suscitava ilarità era quel suo sorriso così spontaneo come chi voglia insistere – Be’, che c’è di male?!? – . Quasi quasi, ci sarei andato a letto pure io, solo per premiarla, perché queste persone, vedete, queste persone che la società giudica e condanna non sono poi peggiori di chi la libertà non l’ha neppure mai sognata. È la disgregazione che sperimentano e sanno bene, loro sì, che nessun legame garantisce più della frammentarietà delle situazioni e della libertà frivola e sbarazzina che si impossessa delle donne e degli uomini quando non credono nella durata e nella stasi dei giorni sempre uguali a se stessi, nella noia delle certezze infine.
- Giorgio, me la vai a prendere tu la ragazzina a scuola? Guarda, ci passa giusto il 450, tieni, ti do le chiavi, dai, non lo dico a Palla Di Lardo!
- D’accordo d’accordo, mi hai convinto, vado.
Sul tragitto, scene della migliore filmografia global-style. La “bambina”, tatuato per benino il tatuabile, era lì ad assaggiare il pearcing di un tipo un po’ sfigato, ma di tendenza. Non avrei detto nulla alla madre nemmeno sotto tortura: è giusto che ogni generazione viva le sue esperienze.
La strada del 450 la conoscevo bene ormai, perché Gianna aveva affidato a me la missione che né padri, né amanti avevano voglia di espletare. Vedete a cosa servono gli amici? Poi dicono che sono inaffidabile. Solo perché non mi decido al grande passo.
- Non glielo vuoi dare alla mamma un nipotino bello come te? E cosa ti ho cresciuto a fare, se non mi dai una discendenza?
- Abbi fede e ne avrai una numerosa come le stelle del cielo, ma’.
Parlare come Dio ad Abramo mi inebriava tutto l’ego, quasi di più di quando si parlava con quei miserrimi studentelli di Filosofia ai tempi dell’università, sempre a farfugliare inutili sofismi che la sacrosanta praxis sgominava in quattro e quattr’otto. Tornando comunque alla mia mamma, figli, per me, quanti ne voleva: naturali, legali, artificiali… il punto era la moglie, ma su questo, grazie al cielo, non aveva pretese. Gliene bastava una.
Eh, ma a me no… e pensare che dopo quel fatidico 13 maggio non sarebbe nemmeno stata ammessa la fecondazione eterologa, mica come in Inghilterra che un ragazzino tra una vicenda ormonale e l’altra di madri poteva pure averne tre.
- Trasferisciti ad Algeri.
- Ad Algeri? E perché?
- Lì non dovresti incontrare di questi problemi.
- Che stupida, ma vuoi finirla? E come faccio poi ad Algeri senza di te?
- Ah, guarda che con me non attacca. È proprio una questione chimica…
- A te Quark ti ha fatto male, Gianna mia, ma quante serie ti sei vista? E poi, non lo sai che la stagione degli amori per gli umani non ha intervalli predefiniti?
- Ah già, gli “umani” lo fanno di default, dimenticavo! Andiamo via insieme oggi?
Abitavamo vicini io e Gianna. Tutti e due al Tiburtino. Col 545 ci arrivavamo in un attimo, in un attimo quando non sono le sei di sera per intenderci.
La giornata era finita bene, bene, fino a quando non squillò il telefono di casa mia in tarda ora. Era la Gianna. E la Gianna non trovava più la ragazzina. Ecco l’inizio di una serie di anomalie nella catena neuronale della mia amica che produssero scenari alquanto improbabili.
- E se è finita tutta blu di eroina nel cofano di un’auto a Centocelle?
- Gianna, dov’è tuo marito?
- E cosa vuoi che mi importi di lui in questo momento? Starà puttaneggiando con qualcuna delle sue amanti su una sbrilluccicante e anonima terrazza di Roma… Giorgio, scendi, vieni con me a cercarla.
Non sapete che Gianna, la macchina, non ce l’aveva e che un’impresa del genere il trasporto pubblico nazionale non era in grado di garantirla. La trascinai dunque alla polizia e subito dopo, chiavi alla mano, cominciammo l’esplorazione di tutte le linee urbane e di tutti i depositi della capitale, perché la ragazzina neanche lei era motorizzata e il tipo sfigato col pearcing, col quale ragionevolmente poteva trovarsi, apparteneva a una di quelle “famiglie bene” che mandano i figli a scuola camuffati da straccioni e poi abitano in un lussuoso attico dietro il Pantheon.
Passò la notte intera. La paura giocò a me e a Gianna uno scherzetto tale che diventammo amanti prima che sorgesse il sole, quando i telefonini erano ormai scarichi e il carburante esaurito.
Intanto, Noemi, dormiva placidamente. Quando Gianna la scorse nel letto, non se ne capacitò. Era lì esattamente dalla sera prima: a casa.
- Mamma, dormivo in soggiorno con Jo, ci siamo messi lì per non disturbarti…, ebbe l’ardire di spiegarle al primo terzo grado che le imponemmo - ormai anch’io senza più remore - al suo scarmigliato risveglio…
- E Jo?
- Non lo so, mi sono addormentata e poi…
La “bambina” non si era mai mossa, capite? Gianna stava veramente alla frutta e più se ne rendeva conto, peggio era. Rimasi con lei tutto il giorno e tutta la notte e poi tutto il giorno e poi tutta la notte a pensare a quante volte avevamo visto sorgere il sole sul Campidoglio da un autobus in piena estate e cioè molto presto, senza che fosse capodanno o pasqua o carnevale, ma che fosse lunedì, martedì, mercoledì giovedì, venerdì e poi, infine, tutta la vita.
Un giorno celebrarono in tribunale l’ultima udienza del suo divorzio e un altro giorno celebrammo in una chiesa la prima messa del nostro matrimonio, perché, se non si può dire che eravamo cattolicissimi, però, in Dio, alla lontana, ci credevamo. E gli amici a dire che eravamo rimasti incastrati come tutti i comuni mortali che fino a tre mesi prima schifavamo.
- L’amore è un sentimento da uomini piccoli, disse un giorno Gianna guardando una coppia di giovani mano nella mano su una comune via di provincia.
- Perché?
Davvero non capivo.
- Perché tra quei passi e tra quelle mani passa solo il sentimento di un uomo per una donna e di una donna per un uomo. Nient’altro. E da quel ponte così stretto la libertà non può che mettersi un sasso al collo e lanciarsi nel fiume.
- Cosa vorresti, invece, tu, lì in mezzo?
- Lì intorno vorrai dire.
- Lì intorno dunque…
- Ci vorrei l’amore per l’uomo, un amore umoristico che sapesse ridere dei suoi difetti ed accettare i suoi limiti.
Pensare che quella era la stessa Gianna sbarazzina e fedifraga di tre mesi prima… chissà cosa era successo nella sua testa matta.
- Perché mi guardi così? -mi domandò leggendomi il pensiero -
la libertà non si sposa a niente, neanche all’infedeltà.
- Devi proprio esprimerti come un oracolo? le chiesi sorridendo. A lei piaceva, perché quando scomodavo un lessico appena sopra le righe si sentiva importante.
- Voglio dire che forse sono solo fasi, momenti in cui si sperimenta il male per conoscerlo ed accettarlo e forse superarlo e vincerlo di nuovo un giorno. Non possiamo saperlo.
Non partimmo per un viaggio di nozze, troppo convenzionale. Sposati sì, ma niente maschere piccolo-borghesi. Il giorno dopo, trovammo Palla di Lardo immusonito perché non era stato invitato non so dove. In chiesa solo pochi intimi e poi una cena sobria nella sua eleganza sull’attico. Noemi era contenta perché le stavo simpatico e perché sapeva che non le avrei trasformato la mamma in una sguattera qualunque.
Tutto quello che osai proferire, come in quella notte interminabile in cui la cercavamo disperati sulle linee di tutta Roma era: niente. Capite bene, però, che allora questo racconto non dovrebbe esistere, ma non è colpa dei comuni mortali metropolitani se, tra un ritardo e l’altro, se, tra una corsa e l’altra, il fiato non basta più e che di parole, quando si va di corsa, non c’è respiro che possa soffiarle via nell’aria.
Un noto scrittore scrisse una volta che la vita dell’uomo è tutta una lotta per conquistare l’orecchio altrui. In questo caso non è vero.
E io, le mie parole, le risparmio per quando ho tempo. Così non perderò il prossimo autobus e vincerò il prossimo concorso, che si chiamerà “Parole in poltrona”.