Michele Rossini

Orchestra

 

Oggi è il compleanno di mio figlio e il postino, oltre alla bolletta del gas, mi ha consegnato una lettera per lui. Sono stato malissimo, perché il destino ha voluto che oggi sia anche l’anniversario della scomparsa di Orchestra. Sono cinque anni che Orchestra mi è venuto a mancare, e malgrado non possa dire che ciò mi dispiaccia, quello che comportò è ancora fonte di un dolore così vivo e pungente che stanotte non mi lascerà dormire. Ho detto: “Mi venne a mancare”, perché non morì, ma se ne andò e quindi venne a mancare a noi del paese e si aggiunse, presumo, ad altri.

Orchestra era il nostro postino. Lo fu per molti anni, e quel nome, Orchestra, glielo demmo perché era sempre annunciato. Regolarmente, non appena imboccava una via, una via qualsiasi, tutti i cani che conteneva iniziavano ad abbaiare.

Che i cani abbaino ai postini è, da che mondo è mondo, un fatto normale e perfino auspicabile, una sorta di minimo sindacale che il cane assicura al padrone in cambio del cibo quotidiano. Quello che è meno normale è che i cani, tutti i cani, in tutti quegli anni in cui è stato il nostro postino, non si siano mai abituati a lui, e abbiano anzi continuato a morderlo, regolarmente, ogni volta che potevano. Per chiarezza debbo dire che non lo mordevano proprio tutte le volte che ne avevano la possibilità, ma comunque spesso e, per sua fortuna, sempre bonariamente.

Ho sempre pensato che stesse molto simpatico ai cani del paese e credo che addirittura questi lo amassero profondamente. E questo, se uno era almeno un poco attento, lo capiva da tante cose. Quando, solitamente d’inverno, capitava che Orchestra si ammalasse e non potesse, per diversi giorni, fare il suo giro quotidiano, i cani diventavano inappetenti, innaturalmente disinteressati a ogni cosa, perfino al cibo. Il mattino li vedevi eccitati, felici, preparare il loro agguato a Orchestra, ma poi, piano piano, trascorrendo l’ora del suo abituale passaggio senza che lo si vedesse, perdevano vitalità e, vistosamente delusi, rimanevano apatici fino al giorno successivo, quando pieni di speranza tornavano ad attenderlo. Cosa avveniva poi al suo ritorno è facilmente immaginabile. Praticamente una festa. Orchestra, finito il lavoro, tornava a casa con più morsi che capelli. Tutti morsi leggeri che spesso non lasciavano neppure il segno, poco più che energiche strette di mano, li si sarebbe detti.

Ad ogni modo, questi continui morsi non crearono mai problemi, visto che Orchestra non solo non li denunciò mai, ma ne sembrò sempre, se non felice, almeno fiero. Furono per lui, per lo meno in quegli anni, l’unico mezzo tramite il quale riuscisse ad istaurare una qualche forma di dialogo con un altro essere umano. Orchestra era infatti un rifiutato. Non che fosse brutto, desse in qualche modo fastidio o fosse, come si dice, indesiderato. Orchestra, che al contrario era nell’opinione di tutti una gran brava persona, aveva stranamente il dono di far sì che nessuno avesse mai niente da dirgli. Sentendolo arrivare, tutti si avvicinavano al cancello, ricevevano direttamente dalle sue mani la posta e assistevano poi all’abituale saluto con cui il cane lo riceveva, ossia al morso, senza che neppure una parola potesse uscir loro dalle labbra. La sua presenza le rendeva inutili. Anche io feci più volte quest’esperienza, e ricordo con una certa ansia come i pensieri, che normalmente percorrono a gran velocità - nel mio caso spesso troppa - la corta strada che dal cervello porta alla bocca, in sua presenza diventassero lenti. Come se si seccassero lungo la via. Non riuscivano neppure a far tremare un poco le corde vocali.

Insomma, nessuno gli rivolgeva mai la parola, neppure per scusarsi che il suo cane l’avesse morso. Orchestra sembrava poi rassegnato a questa sua particolarità, e neppure al bar, dove era solito passare tutti i pomeriggi e le sere, faceva mai nulla; non dico per avviare una conversazione, ma neppure per invitarla. Sedeva alla barra con davanti il suo bicchiere di vino rosso e, ogni tanto, d’impulso, iniziava a parlare. Si sarebbe detto con il banco invece che con il barista, che d’altronde era quasi sempre seduto a qualche tavolo con le carte in mano. In realtà Orchestra non stava parlando, ma raccontando; anche se questo potevano saperlo solo i pochi che, per distrazione, almeno un attimo lo ascoltavano. Al bicchiere di vino rosso davanti a sé, alle scansie piene di bottiglie da pochi soldi o al bancone stesso, raccontava la sua giornata fatta di lettere consegnate e di poche raccomandate, e soprattutto di morsi. Per tutto il pomeriggio e la sera descriveva i morsi ricevuti, l’ora in cui erano stati impressi, il grado di dolorosità e il nome del cane. Per anni, seduto a quel bancone, aveva tirato fuori il fiato dal corpo per descrivere minuziosamente la sua giornata a chiunque avesse avuto voglia di ascoltarla, e per anni interi nessuno lo fece, tanto che, cosa stesse a blaterare tutto il giorno seduto su quella sedia, fu ricostruito con gran fatica solo dopo la sua partenza, unendo con infinita pazienza gli scampoli di conversazione che a ciascuno era capitato di udire in quei lunghi anni.

La scomparsa di Orchestra, improvvisa e assolutamente imprevedibile, lasciò tutta la comunità maschile in uno stato di pietoso scoramento, da cui si uscì solo a fatica e con numerose nascite, grazie allo sforzo delle mogli che, ciascuna nel proprio letto e credo per proprio conto, si rimpossessarono dei loro mariti. Non fu ovviamente la scomparsa in sé del nostro postino ad atterrire tutti di dispiacere, ma ciò che essa comportò. E non mi riferisco tanto a ciò che successe ai cani di tutto il paese che, persa di colpo la ragione ultima e vera della loro affezione, finirono per deperire: alcuni morirono di tedio e la più parte, pur sopravvivendo, prese a perdere il pelo a chiazze e a soffrire di insonnia. Orchestra scomparve infatti nel nulla, la mattina dopo la sua prima ubriacatura. Quella sera sembrava tanto stanco e abbattuto che arrivammo a notarlo. Sedeva sul bordo dello sgabello e in silenzio beveva. Sembrava avesse pene d’amore e questo stuzzicò il lato peggiore di noi. Vedendolo già piuttosto ubriaco, ci sedemmo accanto a lui e dandogli delle gran pacche sulle spalle iniziammo a offrirgli da bere. Strano a dirsi eravamo curiosi. Curiosi che in quella vita così anonima potessero esserci pene. E per giunta quel genere di pene che rende gli uomini solidali. Orchestra, così disabituato alla compagnia, sembrava smarrito, ma non rifiutò il vino e continuò a bere. La nostra curiosità nasceva dal fatto che nessuno in paese lo avesse mai visto con una donna. C’erano quindi varie voci tra le quali quelle che, diciamo, non lo si potesse considerare proprio a tutti gli effetti un uomo e talvolta, scherzando, di lui si diceva che gli serviva più quello che aveva dietro che quello che aveva davanti.

Credo fossimo anche noi piuttosto ubriachi perché, quando gli chiedemmo se fosse uno degli altri, di quelli non interessati alle cose che interessano i più, almeno all’inizio facemmo più caso a come rispose che a quel che disse. Orchestra infatti parlava, ed era brillante e spigliato quanto i più smaliziati frequentatori del bar. Scioltamente raccontava le sue storie e noi, a metà tra lo stupito e l’incredulo, continuavamo a spingerlo a parlare. Dario, il meccanico, era uno di quelli che sembrava divertirsi di più. Lo stuzzicava, gli diceva di smetterla di dir bestialità e confessare finalmente che lui, le donne, non le preferiva. Orchestra, i cui occhi si erano fatti ancora più maliziosi dei suoi, continuando a parlare gli rispose soltanto che a lui le donne piacevano, e gli era piaciuta anche la sua Sandra prima che ingrassasse tanto da farsi venire i solchi sulle natiche e sui fianchi. Continuò poi e, ad esempio, disse a Giorgio che già da un po’ avrebbe dovuto mettere a dieta sua moglie, perché si iniziava a fare un po’ fatica ad averla sopra, e a Luigi di star attento che a sua figlia non venissero le stesse vene varicose che aveva sua madre e che, proprio in settimana, aveva iniziato a notare. Ad ognuno di noi disse qualcosa e a ognuno di noi passò la voglia di ridere.

Il locale si svuotò in fretta. Ognuno che veniva nominato lasciava il bar come se avesse alle costole un cane arrabbiato, e se ne tornava a casa, incerto se dei fatti di quella sera avrebbe potuto riderne con sua moglie o invece piangerne da solo. Anche io me ne andai non appena sentii il nome di mia moglie. Ho per fortuna dimenticato ciò che disse e, tornando a casa, a mia moglie non ebbi il coraggio di chiedere nulla. Il giorno dopo Orchestra sparì, e noi con grande sollievo facemmo finta di dimenticare tutto e non ne parlammo più. Di lui non ho più notizie e neppure vorrei averne, ma c’è tuttavia ancora una cosa che mi dà da pensare. Ogni anno, nel giorno del suo compleanno, a mia figlia arriva una lettera. Non ho mai avuto il coraggio di aprirla, so soltanto che è stata spedita da Roma e che nel giorno del loro compleanno lettere simili arrivano anche a molti dei figli dei miei amici. A volte ne parliamo al bar, e facciamo tutti finta di credere che siano lettere di loro amici conosciuti chissà dove e chissà quando. Ora, però, so che non è così, perché non credo che mio figlio, nato appena un anno fa, abbia fatto in tempo a conoscere qualcuno di Roma, e temo anche di capire perché il mio cane sia stato uno dei pochi in paese a non esser deperito dopo la scomparsa di Orchestra.