Manfredi M. Giffone
La tela
1
In una stanza quadrata c’erano una regina vedova, due ancelle fedeli e un telaio.
Erano trascorsi venti anni da quando il re si era imbarcato per una guerra da cui non aveva fatto ritorno e il principe era appena tornato in patria da un lungo viaggio in cerca di notizie sulla sorte del padre. Alcuni dicevano che il re era vivo, altri che era morto.
Il trono faceva gola a molti uomini che si erano insediati nel palazzo.
La regina, affacciata tranquillamente alla finestra, ascoltava il vociare ubriaco dei suoi pretendenti.
Oltre le mura il sole avvolgeva un’isola su cui la donna non poteva regnare da sola, né avrebbe mai voluto. I suoi pretendenti erano interessati alla posizione strategica del regno e alle sue ricchezze, lei, semplicemente, amava il clima della sua terra. Non si curava più di quegli uomini volgari e invadenti, anzi, ne era quasi divertita.
Uno dei pretendenti irruppe nella stanza, avanzò con passo lento, e iniziò un discorso che si ripeteva da quattro anni con poche variazioni.
«Buona giornata, saggia Penelope».
Lei trattenne uno sbadiglio.
L’uomo camminava lento per la stanza come se la volesse misurare con i passi e, giunto al telaio quasi per caso, prese un lembo di stoffa. La tela era il sudario per un vecchio re e rappresentava le rovine di una città gloriosa, una lunga guerra, molti cadaveri e un uomo che, fra le insidie del mare, cercava la via per tornare a casa.
«Da quando abbiamo scoperto il tuo trucco vedo che hai quasi finito la tua tela».
«Non ti sbagli, Eurìmaco figlio di Pòlibo. È quasi finita».
«Buon per te. Perché se non scegli uno sposo, noi resteremo tuoi ospiti e mangeremo alla tua tavola finché non morirai. E allora, come lupi con un agnello, sbraneremo anche tuo figlio e Itaca sarà comunque nostra».
Le ancelle inorridirono a tali parole.
«Sto completando il lenzuolo funebre per Laerte, ancora vivo, e scopro che devo iniziarne uno per mio figlio?». L’uomo le si fece più vicino e le sussurrò lascivo «cerca di essere ragionevole e deciditi una volta per tutte. Io, ad esempio, avrei riguardi che non ti lascerebbero... insoddisfatta».
Quando Penelope si girò dando uno sguardo al corpo muscoloso del suo pretendente, una parte di lei provò una lieve attrazione. Ma, se avesse ceduto alle lusinghe, il suo Piano avrebbe perso di valore e alla sua età poteva rinunciare ai piaceri della carne con un piccolo sforzo.
«Stai tranquillo, domani sceglierò uno di voi. Adesso lascia che io finisca il mio lavoro».
Eurìmaco scoppiò in una risata fastidiosa che rivelava come le bocche dei guerrieri siano un campo di battaglia. «Haw haw haw! Molto bene, Regina! Se ti diverte continua pure a tessere, prosegui con il tuo gioco, con il tuo fare e il tuo disfare. Mi auguro solo che tu non creda a certe storie. Ricorda che il tempo è giunto allo scadere e nessuno verrà ad aiutarti».
Eurìmaco lasciò la stanza e un brivido percorse la schiena di Penelope.
Una delle ancelle si preoccupò di coprire la sua signora con una stola ma Penelope non aveva freddo, fremeva di un sottile piacere, il piacere di chi custodisce un segreto inconfessato, essenziale per la sua sopravvivenza.
«Nessuno verrà. Lo so».
Come ogni giorno si apprestò al telaio chiedendo gentilmente alle due ancelle di assisterla e loro, inconsapevoli di essere parte fondamentale di un rito, obbedirono e iniziarono a lavorare. Le ancelle, non più nel fiore delle loro gioventù, filavano contente, conoscendo molto bene di che pasta sono fatte le donne e di che pastafrolla siano invece gli uomini. Un’altra servitrice aveva svelato ai Proci che di notte, alla luce delle stelle e delle fiaccole, Penelope indicava quali fili tirare e togliere dalla tela ma lei non si preoccupava di essere stata scoperta, né di sapere chi l’aveva tradita: voleva solo completare la sua tela. Le due ancelle la ammiravano e si sentivano sue complici.
Ma Penelope le stava ingannando, come stava ingannando tutti gli altri.
Suo marito sarebbe stato fiero di lei.
2
Sono le mogli dei marinai a conoscere sospensioni e attese lunghe intere stagioni. Non le regine.
Da quando il suo consorte era stato costretto ad unirsi alla spedizione contro Troia, Penelope dormiva poche ore a notte, tormentata dall’angoscia per il suo incerto destino. E quando, quattro anni prima, i Proci si erano installati nella sua reggia, l’angoscia che gonfiava il suo petto si tramutò in un continuo incubo, tanto di notte, quanto di giorno.
Aveva pregato il Signore delle Forme senza disturbarlo con richieste di grandi privilegi. Non domandava di essere condotta dinnanzi alla porta di Corno e alla porta di Avorio. No, sapeva che certi onori sono riservati solo agli eroi e così si limitava a implorare un poco di riposo. Ma Morfeo non fu pietoso.
Gli uomini si preoccupano di cose diverse dalle donne. Forse anche gli Dei.
Giorno dopo giorno l’amore di Penelope si consumava come gli anni che le rimanevano.
Non le bastava più l’amore coniugale, la fedeltà al suo matrimonio inesistente, non l’amore materno per Telemaco, non quello di patria per il suo popolo.
Ignorare il destino di suo marito era un tormento che sfilacciava la sua anima.
In riva al mare pregò Poseidone perché le concedesse un segno del suo amato ma le onde le offrirono solo il loro monotono rullio.
Nessun segno, non uno che lei potesse decifrare.
3
Un giorno d’estate, mentre i suoi cittadini suonavano e cantavano in onore di Dioniso, Penelope si sentì particolarmente stanca e andò a cercare riparo dal caldo sotto l’ombra di un grande ulivo.
In lontananza vide una bambina che le si avvicinava sorridendo.
«Salve, Regina».
«A te, figlia mia».
La bambina le prese la mano.
«Ti devo mostrare una cosa. Vieni con me».
Penelope si alzò e la bambina la condusse lungo sentieri che la regina non conosceva e verso colline che non aveva mai visto.
La bambina era una donna adulta quando si fermò sul ciglio di una strada deserta e si rivolse con sicurezza a Penelope.
«Stai sfiorendo, figlia di Icario. Avvizzisci e ci preoccupi».
Le due donne si guardarono a lungo.
«Vuoi davvero sapere come stanno le cose?»
Penelope aveva esperienza dei fatti della vita e immaginava il dolore che sarebbe scaturito dalla sua risposta, ma abbassò lievemente il capo, in cenno di assenso.
«Continua a seguirmi, regina di Itaca. Dietro questa collina troverai quello che stai cercando».
Insieme passarono la cima e iniziarono a scendere. Giunte di nuovo in pianura, la donna era diventata una vecchia che indicò un grande ulivo sotto il quale stava dormendo qualcuno.
«Vai ora », disse la vecchia. Penelope si avvicinò all’albero e si vide dormire all’ombra dell’ulivo.
Sopra il suo corpo, un ragno stava risalendo lungo un filo, fino a raggiungere la ragnatela che aveva teso fra i rami.
La ragnatela brillò traslucida, visibile e invisibile, ai raggi del sole.
Quando Penelope aprì gli occhi vide i volti delle sue ancelle piangere di sollievo. Le raccontarono che era stata morsa da un insetto e che per una settimana aveva avuto una forte febbre.
Guardò entrambe con occhi ancora sognanti e un sorriso si distese sul suo volto affilato.
4
Il patto proposto da Penelope era semplice e i Proci, gente dal fisico forte e dalla mente debole, accettarono di gusto: avrebbe scelto il futuro sposo solo dopo aver completato il lenzuolo funebre per Laerte, suo suocero.
Dentro di sé rise della sua piccola astuzia ma quando si mise al telaio per la prima volta non scorse che un’intricata matassa senza un inizio e senza una fine e il compito che le era apparso tanto chiaramente in sogno le sembrò impossibile.
Stavolta, però, non era abbandonata a se stessa.
La prima a farle visita fu Cloto.
Per molte notti le insegnò a riconoscere la natura di ogni filo senza trascurarla, debole o robusta che fosse. Con questo pensiero in mente Penelope tese l’ordito sul telaio e vide l’orizzonte del mare.
Lachesi le disse che un filo si lega bene ad alcuni e non ad altri e che per non perdere il senso di una vicenda bisogna costruire una trama che la sostenga. Non devono mancare nemici da affrontare, sconfitte e vittorie.
Atropo, maestra severa, le mostrò che ogni filo, come ogni cosa, ha una sua giusta lunghezza. E sapere quando interrompere una storia è arte.
Penelope scoprì con sollievo che la storia che stava per raccontare non era ancora finita.
Sogno dopo sogno, con il passare delle lune e delle stagioni, la sua mano era diventata infallibile.
Le dita spostavano leggermente i meccanismi del telaio e con movimenti essenziali la regina dava vita a un ritmico filare che riempiva la stanza, intrecciandosi ai respiri e alle parole. Un nodo era solo una complicazione della vicenda che lei affrontava con attenzione e risolveva con amore, avendo capito che sono le difficoltà a legare le vite degli uomini così strette da renderle inseparabili.
Nell’isolamento della stanza il fuso svolgeva una storia che lei iniziava a conoscere bene.
La tela, nel suo insieme, le mostrava il viaggio del divino Laerzìade, uomo astuto e dal multiforme ingegno. Le raccontava le disavventure e gli amori di Odisseo. Il traditore.
5
La prima volta che lo vide giacere con una donna, il cuore le sembrò balzare fuori dal petto.
«Maledetto porco!», gridò strappando i fili dal telaio.
Le due ancelle dovettero trattenerla dal distruggere tutto il lavoro cercando di calmarla, senza capire quello che stava accadendo. Penelope aveva visto i compagni di Odisseo tramutati in maiali da una donna con la quale lui si intratteneva amabilmente, carezzandole i capelli ricci e facendosi stringere fra le sue ginocchia. «Inutile trasformare un uomo che è già un maiale...», disse sconfortata, e a ogni tradimento dei voti coniugali il desiderio di vendetta cresceva dentro di lei. Ma una regina non può soddisfare facilmente le sue passioni e così decise di attendere pazientemente. Sarebbe arrivato il suo momento.
L’unica cosa che non poteva scrutare nel tessuto era il cuore di suo marito, se fosse triste o felice. Disperato. Solo. Se fosse innamorato delle altre e se fra giganti, sirene e abissi infernali, gli capitasse di pensare a lei.
Nel dubbio toglieva di notte dalla tela tutte le debolezze di Odisseo, lasciando solo le sue avventure. Era sempre suo marito e non c’era necessità di far sapere i segreti del loro rapporto. In fondo la vita di un eroe si racconta alleviandola dei piccoli gesti quotidiani per lasciare spazio alle imprese epiche. Così, anno dopo anno, nessuno conosceva il destino di Odisseo tranne sua moglie che lo vedeva errare in mare, disperso.
6
Quattro giorni prima, Penelope aveva visto la nave di Odisseo infrangersi su uno scoglio e naufragare sulle spiagge di Itaca. Le lacrime silenziose della regina bagnarono il punto della stoffa dove si vedevano un padre e un figlio che piangevano per la gioia di essersi ritrovati e, mentre Odisseo e Telemaco tramavano vendetta ai danni dei Proci, lei si costrinse a completare il lavoro. Quando vide Odisseo entrare nella città travestito da mendicante la tela era finita.
Cessati i rumori legnosi del telaio, le ancelle si sentirono smarrite come si fossero svegliate dopo un sonno profondo e nell’improvviso silenzio della stanza anche Penelope credette di aver fatto un lungo sogno. Per un istante la realtà fu che Odisseo era morto anni fa in guerra e lei, vinta dalla disperazione, aveva solo trovato un modo per continuare a illudersi. Ma poi, dal piano di sotto, udì le grida dei Proci.
«I nostri sgraditi ospiti se la stanno prendendo con un mendicante. Che Apollo arco d’argento li colpisca allo stesso modo! O chi per lui...»
La più anziana fra le due ancelle rispose: «se le nostre maledizioni avessero un valore costoro sarebbero morti da tempo». Penelope la guardò sorridendo come se avesse sentito le lamentele di un bambino. Voleva che le portassero quel mendicante con la scusa di sapere se avesse notizie di suo marito. Chiedere ad Odisseo se avesse notizie di se stesso le sembrò divertente. Sapeva che non si sarebbe rivelato e che l’avrebbe lusingata con belle parole per accertarsi della sua fedeltà e lei avrebbe potuto confessare di essere stata una moglie fedele per venti lunghi anni, gli dèi le erano testimoni.
Rincuorato da tanta dedizione, il suo uomo avrebbe sterminato i Proci con il furore di chi non ha più incertezze e Penelope, finalmente, lo avrebbe riavuto con sé e avrebbero vissuto insieme per il resto della loro vita. E gli avrebbe fatto rimpiangere ogni tradimento.
Era sicura che Odisseo, nonostante la sua astuzia, questo non se lo aspettava.