Angelo Camba

L’ultimo ricordo nel jazz

 

Brandelli di jazz arrivano ancora alle mie orecchie. Non riesco più a leggere, non vedo bene, non capisco le parole di chi mi parla. Sono diventato silenzioso. Cerco di pensare, ricordare il mio passato per non mollare la presa. Non mollare questo mio mondo coraggioso. Vale la pena di vivere ancora qualche tempo con questa luce che attenua i dolori delle mie ossa. Non lascio la presa anche se mi manca la forza per spingere ancora la mia carrozzina. Non lascio la presa, solo silenzioso jazz e memorie di un passato che non riesco a raccontare. Quando ero un marinaio e viaggiavo per i mari freddi al fianco del mio capitano. Lui non dimostrava timori ma sentivo che sognavamo entrambi le nostre case ai lati del Mediterraneo. Giorni di racconti di ciurma persi nella mia testa, lunghi giorni di navigazione con la speranza che Buenos Aires asciugasse i nostri cuori dal freddo dei mari del sud. Il capitano non scendeva mai. Non aveva più una casa da quando fu costretto ad abbandonare tutto dopo la morte di sua moglie, così si diceva. Era tenebroso, non temeva la tempesta, non scendeva mai, ma ci esortava a divertirci a terra. Leggeva ed ascoltava ricordi persi nel suo jazz.

Accogliemmo naufraghi e i morti che tenevano con sé, parlavano strane lingue ma le lacrime non avevano patria. I loro sorrisi sul pianto erano vicini alla nostra nostalgia, all’idea dei nostri mari azzurri. Li sbarcavamo al più presto in terre sicure, ma il capitano non scendeva, mai. L’ultimo giorno che lo vidi fu quello del naufragio durante il nostro ritorno, investiti da un ciclone a largo di Madeira mentre già sognavamo i nostri letti caldi. Ci fece calare le scialuppe, ma lui non scese con noi. Lo vedemmo dirigersi verso prua in quella fredda notte di tormenta e vortici. Lo guardai fino all’ultimo mentre ci allontanavamo dalla nave che sprofondava verso il luogo dove lui era da tempo. Ed oggi in silenzio stringo in mente il suo vecchio jazz.

Il capitano non scende, mai.