Francesco Dimitri

Lo spirito del Jazz

 

Faceva caldo, la notte che bruciammo Chrome.

William Gibson

 

Mi sento come un treno sparato verso la morte. Contro la morte. Fronteggiarla faccia a faccia. Vedere chi è il più forte – io o lei? – in una jam session di carne e sangue.

Pochi minuti ancora e ci sarò. O io o lei. Nessuna via di mezzo. Nessuna via di fuga. Nessun accordo possibile.

E nessuna possibilità di vittoria. Perché, se anche stanotte vincessi – e non è facile vincere la morte in una buia notte di pioggia – otterrei soltanto una dilazione. La vita è una fregatura. Un contratto a termine senza possibilità di rinnovo. Oggi potrei riuscire a guadagnare qualche anno. Ma quanti? Potrei vincere, stanotte. Addormentarmi soddisfatto. E morire nel sonno di una morte del cazzo, infarto o gas dimenticato acceso.

No. Questo no. Non più.

È un errore pensare che la morte sia da qualche parte ad attenderci in un nebuloso futuro. La morte è accanto a noi. Poggiata sulla nostra spalla come un pappagallo su un pirata. La morte non ci sarà. C’è. Succhia i secondi che passano. Uno dopo l’altro. Anche in questo momento è qui con me. Pensa di essere invisibile, la puttana, ma non lo è. È possibile vedere la morte come è possibile vedere la sua compagna, la vita. Il problema è che nessuno vuole farlo. La vita è una puttana seducente, la morte puzza d’alcool ed ha un corpo sfatto. Ma questo non ha importanza. Da un momento all’altro, il pappagallo che abbiamo sulla spalla s’ingrandisce. Non sai quando. Ma prima o poi dovrà accadere. Diventerà uno pterodattilo. Ti divorerà. La morte vince sempre.

Non stanotte. Stanotte non devo permetterglielo. Ma perché?, mi chiedo, mentre cerco di mantenere in asse l’auto sparata a 180 l’ora. Per principio. Soltanto per principio. ‘Fanculo, morte, se mi prenderai dovrai farlo a sorpresa. Dovrai vincere da canaglia. Una vittoria onorevole non l’avrai mai. Non da me. Sul campo io ti posso fottere mille ed una volta. Alla lunga vincerai, lo so, ma ti farò sudare.

Scuoto la testa. No. Sono pensieri vecchi. Non mi appartengono più. Ora io sono altro. Posso combattere la morte da pari a pari. Posso vincere.

Morte, io sono l’assassino che stanotte ti sconfiggerà. Ho molti crediti nei tuoi confronti. Mi hai colpito e colpito e colpito ancora, ma io non sono caduto. Hai preso i miei amici. La mia famiglia. Ma io non sono caduto. Mi hai lasciato solo al mondo. Ed io ero ancora in grado di sputarti in faccia.

Ma poi… poi hai sgarrato. Hai preso Elisabetta. Non dovevi, non lei. Ora dovrai pagare il fio di quello che hai fatto. E pagherai, morte, fino all’ultima stilla di sangue che percorre il tuo corpo. Pagherai con dolore. Ed io godrò nel vederti soffrire.

Se almeno per una notte riesco a vincerti, morte, giuro che mi masturberò sul tuo corpo.

 

La luce è fioca. La pioggia diminuisce la visibilità. Il suo rumore attutisce ogni altro rumore. Sento solo le gocce che cadono. Non sento passi. Non sento cani che abbaiano. Non sento voci. Non sento nulla. Solo pioggia.

La pioggia bagna lapidi e storte croci bianche. La terra si gonfia d’acqua. È un cimitero vecchio. Nessuno lo usa da anni. E i morti? I morti son lì, a marcire senza la compagnia dei fiori. Forse sono morti anche i loro discendenti. O li hanno dimenticati. Non lo so. Certo è che il cancello davanti a me è alto e rugginoso. Il catenaccio che lo chiude sembra la parola fine di un film horror. Lo apro con un colpo di pistola. Non ho il tempo di aspettare. La morte si nasconde qui. Devo stanarla nel posto in cui si sente più al sicuro. Ho letto da qualche parte che la maggior parte degli omicidi avviene nel cesso. Un posto in cui, assieme ai pantaloni, abbassi le difese.

Se stai cercando la morte, un cimitero è il posto in cui potrai trovarla con le braghe calate.

Non c’è stato un inizio preciso. Le storie hanno inizi, la vita no. La vita è tutto ciò che riesci a rubare alla morte. Non rubi con cura. Arraffi in fretta ciò che la fortuna ti porge. Puoi essere fortunato e trovare diamanti. Più spesso affoghi negli zirconi.

Ma devo darlo, un inizio. Devo creare un ordine laddove non c’è. È questo che mi ha fatto vincere la morte finora. La capacità di creare ordini di senso artificiali. Ordina la materia inerte e crea l’inizio. Vediamo… in che punto posso fissarlo, l’inizio?

 

Diciamo che fu una sera di pioggia. Simile a questa. Ma ancora non era notte fonda. E c’erano lampi e tuoni e fulmini. Stanotte c’è soltanto pioggia.

C’erano lampi e tuoni e fulmini. E pioggia. Ed era notte. Ed io stavo tornando a casa, proteggendo con il corpo la custodia del sax. Era stata una pessima serata. Nessuno apprezza il jazz, in questi giorni. Mi ballavano ancora in testa le note di Blues for Alice. L’avevo suonato benissimo. Da Dio. Le vibrazioni ti potevano mettere in contatto direttamente con Kether, se solo le avessi sapute ascoltare. Ma una vibrazione, in sé, è nulla. Servono orecchie che vogliano apprezzarla. E quelle orecchie diminuiscono di giorno in giorno.

 

…quanto tempo è passato? Un mese? Una settimana? Quattro giorni… soltanto quattro giorni! Nel cimitero c’è un sentiero battuto, tra l’erba.

Questo non è un luogo morto come sembra. È abitato. Non è una sorpresa. Sono qui per stanare la creatura che lo infesta. Devo ucciderla. Devo sconfiggere la pioggia e uccidere il mio nemico. O lui ucciderà me. Uno dei due… soltanto uno dei due… ed è lui o io, la moneta volteggia già in aria e sarà testa o croce.

 

“Non hanno apprezzato granché, mmh?”, commentò una voce femminile alle mie spalle. La sentii appena tra gli scrosci d’acqua. Mi girai. Davanti a me c’era una ragazza bruna. Capelli corti. Occhi neri, i più grandi e mobili che avessi mai visto. Sembravano quasi brillare nel buio. Esploravano me e lo spazio intorno. Quasi mi mettevano a disagio. Indossava una gonna di pelle nera, stivali e una maglia nera. Si stava bagnando. Non sembrava le importasse. Era una creatura deliziosa.

“Non apprezza mai nessuno”, dissi.

Lei si avvicinò. Io mi ero fermato. Come un coglione, sotto l’acqua che cadeva giù. “E la cosa ti dà fastidio.”

“La odio”. Sospirai. “Ma così va la vita. Più vuoi dire, meno gente c’è che ti ascolta”.

Lei sorrise. “Già”, annuì. “Ti capisco. Anch’io ho la stessa sensazione, a volte”.

“Sai cosa dovremmo fare?”

“Cosa?”

“Trovare un posto per coprirci. O moriremo di polmonite”.

“Non potrei mai perdonarmelo”, rispose lei ridendo.

 

Stringo la pistola con tutte e due le mani. La tengo davanti a me. È inutile provare a camminare in silenzio. Con tutto il casino che sta facendo Madre Natura, non saranno certo i miei passi a mettere in guardia il nemico. Inspiro profondamente. È solo un essere umano… solo un uomo. Solo un uomo. Solo un uomo. Ripeto la frase come un mantra. So benissimo di star mentendo a me stesso. Lui non è solo un uomo. Lui è il mio nemico.

 

Passammo la notte insieme in un bar ingombro di tavolini sporchi, videopoker e gente sola. Io, per la prima volta negli ultimi quindici anni, non ero triste. Mi stavo innamorando. Non sei mai triste quando ti innamori. Prima, a volte. Dopo, sempre. Ma nell’attimo in cui la miccia si accende… in quell’attimo non sei nulla. È come una crisi mistica. O un orgasmo. Sei ciò che provi. E quando il fuoco si sta accendendo, sei fiamma, sei cenere, sei carbone, sei legno. Bruci. C’è chi dice che non è possibile definire l’amore. C’è chi dice che esiste e basta, è lì, e devi solo lasciare che ti prenda. C’è chi dice che non si può speculare sull’amore. Puttanate. Tutti, prima o poi, finiscono per parlarne con gli amici.

Io credo che l’amore sia una percezione differenziale. Arriva, e l’unico motivo per cui arriva è in uno scarto semiotico. Lo scarto che danno due occhi grandi, un nasino all’insù, dei capelli neri. O magari soltanto un look da dark lady. È uno scarto tutto per te. Il mondo continua a girare ignorando quello scarto nei suoi segni. Procede col suo solito flusso. Ma tu lo avverti, lo scarto. Inciampi.

Il tuo flusso si blocca, e tu cadi giù.

Quella notte iniziai a cadere. Oggi la caduta sta finendo. E finirà così. Se su un materasso o un letto di spine, lo saprò tra poco.

 

Non ho molti soldi. I sassofonisti non li vuole più nessuno. Vanno forte le band di adolescenti che pestano su strumenti che non riescono a suonare. Ragazzini di vent’anni che cantano merda, viziati, con mammà che gli compra attrezzi e companatico. E lezioni da qualche studente del conservatorio.

Conservatorio. Meriterebbe di essere distrutto solo per il nome che porta. Conservatorio. Come se lo spirito umano andasse conservato in scatola, pomodori pelati dell’ingegno.

Lo spirito del jazz sta morendo. Muore l’età eroica degli uomini di cuore. Del suonare per suonare, e del vivere per vivere. Io sono uno degli ultimi a sentire lo spirito. Ma sono stanco. In un mondo in cui nessuno sente ciò che senti tu, finisci per sentirti solo. Ho settantacinque anni. Ne mostro meno. Ma ne ho settantacinque. E mi sento solo.

La rividi la notte successiva. Elisabetta. Avrà avuto… quanto? Trent’anni? Forse meno. Probabilmente meno. Io potevo sognare le sue braccia, ma non sperarci. Lei non era per me. Potevo sognarla. Ma lei non era per me. I decenni pesano come macigni. Eppure… il resto era perfetto. Lei sentiva lo spirito, capite? Il jazz era in lei. Lo sentivo suonare.

Fu lei a chiedermi di rivederci. Io non dissi di no.

Ormai manca poco. Il bastardo è qui da qualche parte. La sua casupola di legno, sfumata nella pioggia, è a una cinquantina di metri da me. Le luci sono accese. Ma potrebbe essere una trappola. Potrebbe. Devo correre il rischio. Chiudo gli occhi e respiro. Quando li riapro il mondo è ancora lì. All’attacco, vecchio soldato.

Andammo ad ascoltare un quartetto jazz. L’esibizione durò meno di un’ora e mezzo. Erano quattro sbarbatelli che non avrebbero dovuto avere il permesso di imbracciare strumenti. Non puoi suonare se non sai ascoltare.

Uscimmo ridendo. “Era una delle cose più brutte…”, commentò lei.

“La mia generazione sì, che aveva lo spirito. Questa gente pensa di poterselo inventare, ma non è così che va. Lo hai o non lo hai, fine”.

Anche quella notte pioveva. “E io ce l’ho?”, mi chiese.

“Tu ce l’hai, bambina mia, ne hai più di quanto ne abbia mai avuto io”.

Sorrise e mi abbracciò. Mi baciò una guancia. E fui dannato.

Finimmo a bere nel bar della sera prima. Era squallido, ma era nostro.

“È un posto di merda!”, disse lei con voce allegra.

“Il bello è questo, no? La merda concima bene”.

Arricciò il naso. “Se solo si potesse fare qualcosa per la puzza…”

Scoppiammo a ridere. Bevevamo birra e mangiavamo nachos rancidi.

Dopo tre ore eravamo nella sua stanza. Il suo corpo nudo era uno spettacolo da Moulin Rouge. Aveva due tette piccole. Due capezzoli armoniosi e all’insù. Natiche sode, non quei culetti da zitella precoce che sono tanto di moda oggi. Io mi vergognavo di me e del mio corpo. Non era poi tanto male: schiena diritta, petto in fuori, pancia in dentro. Ma era un corpo rugoso. In buona salute, certo, per quanto possa esserlo un vecchio. E un vecchio non è mai in buona salute. La morte l’ha già preso quasi del tutto.

“Rilassati…”, disse lei, notando il mio nervosismo. Mi diede un bacio leggero sulle labbra. Senza lingua. Mi accarezzò velocemente il sesso. Un tocco fuggevole. Volevo di più. Lei sorrise, con quel suo sguardo che sembrava scrutare tutto. Si sedette a cavalcioni su di me. “Hai paura di essere troppo vecchio?”

Non risposi. Sentivo la bocca impastata da desiderio e paura.

“Dobbiamo parlar chiaro. Per me non è un problema.”

Non risposi.

“Non lo è, davvero”.

Non risposi.

“Tu mi piaci”.

Non risposi.

Abbassò la testa sulla mia. Mi baciò. Stavolta infilò la lingua. E la usò.

Quando il bacio ebbe fine, mi chiese: “Allora?”

Io sorrisi. Al diavolo tutto. Forse sarei morto di fame o di vecchiaia, ma potevo ancora sparare qualche colpo.

La casa sembra deserta. Mi affaccio cautamente alla finestra. Guardo dentro. Niente. L’uomo è fuori. Mi giro di scatto. Poggio le spalle al muro. Mi ha sentito arrivare. Quella creatura diabolica mi ha sentito. Non è possibile che l’abbia fatto. Eppure è così. Forse anche lui avverte alcune vibrazioni. Avverte la paura. Come io avverto il jazz. Ora è qui da qualche parte. Sa che deve uccidermi. E adorerebbe farlo. Fottiti, bastardo. Fottiti.

Tre ore dopo eravamo svegli, abbracciati, stretti l’un l’altro. Fuori la pioggia continuava. Avrebbe potuto continuare per sempre, fino alla fine dei tempi, fino al momento in cui i Quattro Cavalieri avrebbero giudicato il mondo e seminato dolore. Noi eravamo lì ed eravamo felici.

Finché la creatura non sfondò la porta.

Sentimmo dei rumori sul pianerottolo. Dei passi che si avvicinavano. Elisabetta mi guardò con un lampo di terrore negli occhi. Io non capii nulla. Non collegai neppure il suo terrore ai passi. Non ebbi il tempo di riflettere. La porta andò giù. Dal buio del corridoio emerse un uomo. Era alto. Robusto. Aveva circa la mia età, forse qualche anno di meno. Indossava un lungo trench fradicio.

Non mi degnò di uno sguardo. Estrasse da una tasca un paletto di legno aguzzo e si gettò su Elisabetta. Lei saltò all’indietro, il suo bel corpo nudo stravolto dalla paura. L’uomo era velocissimo, si muoveva come un pazzo, o un animale. Non avrei mai potuto pensare che fosse possibile muoversi così, oltre la soglia dei settant’anni. Raggiunse Elisabetta. Le puntò il paletto all’altezza del cuore. Io mi riscossi. Urlai. Mi buttai addosso a lui. Ma quando riuscii a spingerlo via, facendolo rotolare a terra, lui aveva già conficcato il legno nella carne. Sangue zampillava tutt’intorno. Cercai di tener fermo lo sconosciuto, ma non ci riuscii. Con un movimento di reni lui mi ribaltò. Scappò via. Io non lo inseguii. Mi precipitai su Elisabetta. Era ancora viva.

“Corro a chiamare…”

“No!”, disse. “Non mi servono dottori”.

“Ma bambina…”

“Guardami”. Il suo corpo stava mutando. La sua pelle si riempiva di scaglie. Il suo volto s’induriva. I canini crescevano. “Ti faccio paura, ora?”, sussurrò. Piangeva.

“E come potresti?”

“Sono un…”

“Ssst. Non parlare. Ho capito. Lo spirito del jazz sceglie gente strana”.

Lei sorrise ancora una volta. L’ultima. “Sai, credo che avrei potuto amarti”.

“Io ti amavo già.”

“Ci vorrà del tempo, prima che muoia… è diverso dai film. Ci mettiamo tutta la notte”.

“E non posso fare nulla?”

“Nulla. Il paletto è arrivato al cuore. È come se fossi già morta”.

Cercai di trattenere le lacrime. Non volevo piangere dinanzi a lei. Non ci riuscii.

“E smettila… mi conosci appena!”, sussurrò. Lei cercava di consolare me. Quella donna era jazz puro.

“Chi era quello?”

“Un vecchio pazzo che ci dà la caccia. Credo sia l’ultimo rimasto in giro. Ma tra qualche anno morrà anche lui”.

“Voglio vendicarti”.

“Non ne vale la pena”.

“Se non potrò farlo, mi ucciderò domani”.

 

Ed ora eccomi qua, nella pioggia, a inseguire l’ultimo Cacciatore al mondo. È qui intorno. In condizioni normali non avrei nessuna speranza contro di lui. Ma queste non sono condizioni normali. Per me non ne esisteranno mai più.

Rumore di passi. Un uomo che corre. Mi giro. Eccolo lì. Mi sta venendo incontro con un paletto in mano. Io sparo. Lo manco. Sparo di nuovo. Lo colpisco ad una gamba. Lui continua ad avanzare. Lo colpisco all’altra gamba. Avanza ancora di qualche passo. Crolla al suolo. Mi avvicino a lui. Stringe ancora il paletto. Lo allontano con un calcio. Mi chino.

Lui contrae il viso in una smorfia di disgusto. Sputa. Mi colpisce sul naso. Mi pulisco con la manica.

“Sei un pazzo”, gli dico. “Un povero vecchio demente”.

“Sono un dio, capisci? Un dio”, sibila lui. “Un dio di vendetta e tremore e un dio terribile contro le avanguardie di…”

Gli tiro uno schiaffo. “Sta’ zitto, assassino”.

“Assassino… assassino!”, urla lui. “Tu chiami me assassino! Io sono un dio vendicativo ma giusto. E tu… tu sei una bestia, ora. Una bestia come…”

Non voglio sentire altro. Sparo un colpo sul suo braccio. Lui smette di parlare ed urla di dolore. Sparo sull’altro braccio. Le urla si fanno più intense.

Poi gli punto la pistola alla tempia. Premo il grilletto.

Sangue e cervello mi schizzano addosso.

Mi alzo. La pioggia mi ripulisce. Lascerò qui il cadavere.

Non merita sepolture. Non merita nulla.

Ed ora? Ora che farò?

Per prima cosa cercherò altri come me. Come Elisabetta.

Il suo ultimo dono….

Vivrò in eterno. Solo di notte. Ma non è una gran differenza rispetto a prima. Vivrò in eterno. E suonerò il sax.

Sarò io, lo spirito del jazz.