Achille Cepollini

La grande ipnosi

(a letter to Paul McCartney)

 

Egregio Sig McCartney.

La prego infinitamente di leggere con attenzione questa lettera. Credo sia doveroso da parte mia metterLa al corrente degli incredibili fatti che, sia pure indirettamente, l’hanno coinvolta.

È iniziato tutto circa 4 anni fa, quando un amico (tra l’altro direttore d’orchestra) mi ha introdotto nel mondo delle chat. Lei avrà presente la chat, immagino: quel sistema di comunicazione via internet che permette a due persone tra loro estranee di scriversi in tempo reale nascondendo la propria identità dietro un nome fittizio, il nickname. È pieno di belle fighette, mi ha detto l’amico, alcune me le sono anche portate a letto. Trovati un nick che crei curiosità, fai 2 chiacchiere e vedi se scatta l’interesse... tu, tanto, sei uno “capace”.

In pochi giorni ho capito il meccanismo: in chat tutti sembravano stare lì per caso, quasi di passaggio, e invece tutti erano alla ricerca. Chi di sesso, chi dell’anima gemella.

Tralascio altre considerazioni e vengo al dunque.

Il mio problema iniziale era stato quello di trovare un nick che incuriosisse e mi rispecchiasse: ne avevo registrati 3-4, ma nessuna donna sembrava particolarmente interessata a parlarmi.

Passavo le serate alternando nickname sempre più bizzarri, senza capire (l’ho capito solo ora) che il problema non era il nome ma il mio atteggiamento polemico e aggressivo.

Una sera decisi di tentare per l’ultima volta (dopodiché ero pronto a disinstallare la chat dal pc) e mi inventai quella parola. Una parola che eviterò accuratamente di scriverLe e che è la causa scatenante di tutto.

Piazzo quella parola come nickname e dopo pochi secondi appaiono le finestre di decine di donne interessate a parlarmi. Cosa ancora più incredibile, queste donne avevano un atteggiamento di rispetto e quasi di sottomissione. E da quel giorno è stato sempre così. Ho incontrato 30 donne e 8 di queste, le più interessanti, sono state mie amanti per un periodo.

Ho compreso il misterioso potere di quella parola con la prima delle donne che ho incontrato, che qui chiamerò Marisa. La prima volta che ci vedemmo, nell’esatto momento in cui pronunciai il mio nickname parlando delle scelte di certi nick, Marisa restò immobile, gli occhi fissi su di me come ipnotizzata. Cercai di capire se stava scherzando, ma era davvero in mio assoluto potere: faceva tutto quello che le chiedevo.

Le feci cantare improvvisamente, per strada e a voce alta, “o’ sole mio” che diceva di conoscere appena, le dissi di prelevare e consegnarmi dal suo conto la somma di 250€ (che poi le restituii). Mi spinsi a farla svestire nel camerino di un negozio di abbigliamento intimo e le chiesi di uscire in reggiseno, slip e autoreggenti e andarsene così in giro nel negozio: lo fece senza battere ciglio.

Nessuno se ne accorse, tranne due commesse che interpretarono la cosa come un gioco erotico.

Pronunciai quella parola a casa con la mia famiglia, facendo camminare mia madre e i miei fratelli a trenino per il corridoio. E poi continuai ad usarla con un elevato numero di persone in diversi contesti. E sempre, per qualche incredibile ragione, quella parola rendeva schiavo della mia volontà chiunque la sentisse, e per un periodo a mia discrezione, fino a quando non avessi pronunciato una frase del tipo “adesso torna in te”.

Destino volle che in quei giorni Lei, signor McCartney, arrivasse a Roma per tenere quell’indimenticabile concerto al Colosseo. Lei è stato il musicista che ha ispirato tutte le mie stupide “faccende musicali” e non potevo quindi mancare tra i 500.000 di quella domenica di maggio.

L’idea mi venne quando al piano Lei attaccò “You never give me your money”. Avevo acceso il telefonino e chiamato mio fratello: volevo che anche lui, cresciuto ascoltando con me la sua musica, vivesse quel momento, anche solo attraverso un telefono. Non ci scambiammo parole: lui ascoltava in silenzio mentre le lacrime mi solcavano le guance. Che belle, quelle lacrime: nessun dolore, solo pura ed assoluta emozione.

Ecco, è stato allora che ho voluto ricambiare quella gioia che Lei regala a milioni di noi da 40 anni. Lentamente, tra la gente che ascoltava in religioso silenzio, mi sono fatto spazio fino ad arrivare sotto il palco.

Pronunciando la mia parola, ho “addormentato” gli addetti alla security e ho raggiunto il sottopalco. Passo passo, ho salito le scale e ho raggiunto lo stage.

Lei mi ha visto, ma non può ricordarlo. Ho “fermato” i suoi musicisti e tutti i tecnici, Lei è stato l’ultimo: è rimasto impallato al pianoforte per 30 meravigliosi minuti.

Ho raggiunto il microfono e sussurrato la parola: sembrava avesse un fascino ancora più terribile attraverso quel microfono saturo di effetto.

Tra i 500.000 (meno uno) è improvvisamente cessato quel mormorio di stupore e curiosità che aveva accompagnato la mia salita sul palco e il conseguente arresto del concerto.

Erano tutti miei.

Le mie parole furono: “spogliatevi completamente”. E, dopo 2 soli minuti: “adesso ogni uomo cerchi una donna e ogni donna cerchi un uomo, E fate l’amore”.

Non ho parole per descriverLe la scena che seguì. Lei che è un poeta riuscirebbe a malapena ad abbozzarla in un suo pezzo.

La luce della luna lasciava appena intravedere i profili, le curve, i corpi di 500.000 persone che si amavano tutte insieme lì, liberamente, senza conoscersi, senza tabù e senza paura.

Il suono era speciale, soffuso e sinuoso: il suono di migliaia di corpi ammassati e vivi che si incontravano.

Dopo 30 minuti circa, 30 minuti che ho passato seduto accanto a lei, suonando alcune note sui tasti del suo incredibile piano elettrico mentre il mondo si amava sotto di noi, ho sussurrato “la sveglia” al microfono e tutto è ripreso come se nulla fosse accaduto.

Le scrivo per annunciarLe, egregio signor McCartney che tutti i bambini nati da quei momenti di amore collettivo sono anche un po’ figli suoi.

Grazie, grazie per tutto quello che ha scritto (a parte forse le ultime cose, che mi sembrano da artista ormai stanco).