Carlo Miccio

Inertia creeps

(erostrato remix)

 

Sarete curiosi di sapere, suppongo, quel che può essere un uomo che non ama il genere umano. Ma io non saprei dirvi con esattezza come sono arrivato a questo punto, seduto nel bel mezzo di un centro commerciale con un machete nascosto sotto l’impermeabile. Non lo so proprio, e se lo sapessi non riuscirei probabilmente a spiegarvelo, ma penso che dipenda in qualche modo da quella canzone.

O forse no, forse la cosa è nata prima, due settimane fa, il giorno di quel maledetto colloquio. Oppure è iniziata solo ieri nel negozio di dischi. Non lo so, veramente, ma in effetti è da molto che mi sento strano, anche se poi in effetti è dalla sera del furto che proprio non riesco a dormire, quindi sono solo due notti che non dormo. Non lo so, in effetti.

Dici due notti e sembra che siano solo due notti, ma quando non riesci a dormire il tempo ha un sapore diverso, sembra immobile come il silenzio. E io il silenzio lo combatto con la musica, con la televisione, e anche con i rumori del traffico, ma con il tempo non so proprio come fare. E con il sonno neanche.

Quel disco l’ho trovato nel walkman, per puro caso. Non era il disco che volevo rubare, anzi, non era neanche il walkman che volevo rubare. Volevo solo far piangere quel ragazzo.

È stato due sere fa, appunto, io ero venuto proprio in questo centro commerciale a comprarmi dei pantaloni nuovi, che quelli vecchi non mi entrano più, e quando vado a misurarli, mi rendo conto che dalla 48 sono passato alla 52. Due taglie in due settimane, capito? È l’alcool, sono sicuro che sia l’alcool, non è che abbia mangiato granché dal giorno del colloquio.

Quel giorno, il giorno del colloquio, sono tornato a casa e mi sono sdraiato sul divano, ho acceso la televisione e sono rimasto lì davanti a dormicchiare: cioè, avevo voglia di dormire, ma non ci riuscivo, ero troppo incazzato. Ed ero incazzato proprio per via di quel colloquio. Due settimane di sgobbo davanti ad un computer, periodo di prova, s’era detto, e va bene. Alla fine dice che è contenta, e va bene. Mi mette in regola, e va bene. Gli chiedo l’orario, mi dice 8 ore al giorno x 5 alla settimana, e va bene. Stipendio, 500 al mese. Dico, come scusi? E lei mi fa, è tutto quello che posso offrirti, l’azienda è in una fase cruciale, se ti va di scommettere insieme a me sul nostro futuro all’inizio c’è questo. Poi, si vedrà, dice lei. 2,84 l’ora, come un bambino tailandese più o meno, dico io, e lei si scalda e mi chiede di uscire, dice che tanto di gente come me ne trova quanta ne vuole. Fa una sensazione strana, sapete, tu sei su quella cazzo di sedia che aspetti di sapere se riuscirai a pagare l’affitto del mese prossimo, e questi ti parlano come se il tuo tempo non valesse un cazzo. Come se la tua vita non valesse un cazzo. È una legge di mercato, prendere o lasciare, aveva detto. Ho lasciato, ovviamente, ma adesso non riuscivo a dormire.

È una legge di mercato che quando sei incazzato non ti venga da dormire, e allora sono sceso a comprarmi un po’ di bottiglie, e mi ci sono messo d’impegno. Alla fine ho raggiunto il mio scopo: per due settimane la mia vita si è inchiodata a quel divano, uscivo solo per i rifornimenti, pizza, kebab, altre bottiglie, sigarette, soprattutto sigarette. Mangiavo, bevevo e m’addormentavo davanti alle teleaste. Poi magari mi svegliavo, e la televisione era ancora lì, accesa sulla pubblicità, sui movioloni, sulle ragazze del telefono erotico o i marescialli (finti) dei carabinieri. Sono quasi riuscito a non pensare a niente, per due settimane.

Cioè, per me, pensare ad un rigore o ad un attentato non significa proprio pensare a qualcosa: significa semplicemente mantenere il cervello occupato, ma non significa pensare, insomma, non è come pensare alla tua vita, a te stesso. Come sto facendo adesso, per esempio: guardo le signore che portano i bambini al fast food e sento di odiarle, odio i loro sorrisi e le collane affittate con gli stipendi dei loro mariti, odio quei cazzo di jeepponi con cui vengono a fare la spesa, odio la loro pigrizia culinaria che ridurrà i figli ad un ammasso di colesterolo espanso prima del raggiungimento della maggiore età. Le guardo, e mi fanno schifo, vedo foglie di lattuga masticate in bocche salivose, vedo l’unto delle patatine colargli sul mento, sembra il pasto delle foche allo zoo. Le guardo, le odio, ma quello a cui penso alla fine è sempre me stesso, le mie sensazioni, le mie reazioni al rumore della lama che gli trancia il collo ingioiellato. Penso al volto di quei bambini inondati dal sangue delle loro madri: si metteranno a piangere, o penseranno ad uno scherzo? Penseranno che mamma non può morire?

E invece mamma può morire, se io posso lavorare per 2,84 l’ora, allora mamma può morire. Semplicissimo. Ci volevo io per spiegargli queste cose, ai bambini? A scuola, cosa cazzo ci vanno a fare allora?

Comunque, dicevo dei pantaloni: li ho dovuti prendere taglia 52, e li ho pagati anche 34 fottutissimi euro: se avessi accettato quel lavoro a 2,84 l’ora mi ci sarebbero voluti due giorni per guadagnarmeli, a non voler contare affitto, bollette, revisione della macchina e tutto il resto.

Quando sono uscito pensavo ai 2,84 l’ora, ma anche a quanto velocemente stava cambiando il mio corpo, e tutto il resto intorno a me, da quando era morta mamma. Ero incazzatissimo, e la ragione erano quelle due taglie in più. Mi sembrava intollerabile che il mio corpo subisse mutamenti che non avevo deciso io, mi sembrava semplicemente intollerabile. E la consapevolezza di quella taglia 52 mi ha caricato di un nervosismo strano, nuovo, finora a me sconosciuto. E quindi, quando ho visto quel ragazzo, nel parcheggio del centro commerciale, legare il motorino con le cuffiette in testa, è stato un attimo: mi sono girato intorno, ho visto che in giro non c’era nessun altro, e ho deciso d’agire.

Avevo bisogno d’agire, per respingere quel senso d’invecchiamento che mi stava avvolgendo come una taglia 52, avevo bisogno di dimostrare che non sono un ciccione pelato, che non sono una nullità da 2,84 l’ora, che potevo controllare la mia vita come facevano gli altri, tutti quanti gli altri.

Il ragazzo mi ha visto appena arrivargli da dietro, si è voltato e gli ho mollato un pugno sul naso. Lui sembrava sorpreso, aveva un espressione di terrore che mi dava sicurezza, e allora gliene ho mollato un altro, ancora più forte sull’orecchio, e lui è cascato giù come un sacco, e piangeva, e più piangeva più io mi sentivo forte, forte giovane e leggero, e gli ho dato tanti di quei calci fino a che lui ha smesso di piangere e fiatare. Calciavo allo stomaco e alle gambe, non in testa, volevo solo fargli male, tanto male, ma mica ucciderlo. Non avevo alcun motivo per ucciderlo.

Quando ho visto che ne aveva avute abbastanza, gli ho sfilato le cuffiette dalle orecchie, e me ne sono andato via, leggero come una piuma. Ho lasciato la macchina nel parcheggio e sono tornato a casa con l’autobus. Non era il walkman che volevo, quella era solo una scusa: me lo sono infilato in tasca all’impermeabile, e sono sceso alla fermata sotto casa, in tempo per comprare le sigarette prima che il tabaccaio chiudesse.

Quella sera non sono riuscito a dormire, avrò bevuto mezza bottiglia di vodka ma niente sonno, solo alcool, sigarette e televisione. Ripensavo all’espressione di quel ragazzo, mentre lo prendevo a calci. Avrà avuto sedici o diciassette anni, ed era anche alto, e mentre pensavo al suo volto mi tornavano in mente le parole di un professorone d’università che avevo sentito alla tele una volta che ero mezzo ubriaco. Parlavano di pedofilia, uno di quei dibattiti del cazzo che fanno al pomeriggio, e questo professorone (un antropologo, credo) diceva che in Giappone da sempre gli uomini anziani cercano sesso con adolescenti giovanissime, poiché ritengono che esse gli trasmettano un po’ della loro vitalità nel corso degli amplessi. Non è pedofilia, diceva il professore, è cultura, ma subito un prete e due politici (un maschio e una femmina, uno di destra e l’altra di sinistra) gli sono saltati addosso con la loro costernata indignazione, e alla fine l’hanno fatto smettere di parlare, al professore, che non è riuscito a finire di spiegarsi, e a me è dispiaciuto, perché mi interessava capire quel discorso, considerato anche che in Giappone non avrò mai i soldi per andarci e verificare di persona. Cioè, anche adesso per esempio, anche io, che non ci penso proprio a incularmi ragazzini, mi sento in un certo senso più giovane per essere riuscito a picchiare un ragazzo di sedici anni. Ed era proprio quello che volevo, in un certo senso. Perché, in un certo senso, anche se non so esattamente perché ho picchiato quel ragazzo, ho deciso comunque di farlo perché mi sentivo vecchio per la storia dei pantaloni, per la taglia 52 dico, e non mi piace sapere che il mio corpo possa cambiare così tanto senza il mio consenso. Voglio dire, non è come quando sei ragazzino e cresci, e cambia la taglia dei vestiti: io era una vita che portavo la 48, e non mi sarei mai aspettato che questa cosa sarebbe cambiata, e cambiata di tanto, solo in due settimane. Quarant’anni contro due settimane. Mi sentivo, come dire, disorientato, e per reazione ho deciso di picchiare quel ragazzo, per rubargli un po’ di quella terrificante leggerezza con cui condiva i suoi movimenti. E sono stato contento di averci provato, e mi sono detto che l’avrei rifatto, e che se avessi potuto avrei picchiato anche gli altri che avessero provato a fermarmi, e magari, se avessi avuto le palle veramente, avrei potuto anche tentare di uccidere qualcuno.

Uccidere, ho detto uccidere, non ho paura delle parole io, ho detto uccidere perché se agli altri non fa paura offrirmi lavori a 2,84 (prendere o lasciare, come te ne trovo mille per strada) a me non fanno paura i miei pensieri, e quindi li nomino. Anche a voce alta, anche se sono da solo. Una volta ho visto un tizio morto, per strada. L’hanno rivoltato, sanguinava. Ho visto i suoi occhi aperti, la sua aria stralunata e tutto quel sangue. E non ho provato nulla. Nulla.

Neanche adesso provo nulla, davvero. Neanche adesso, in questo schifo di centro commerciale puzzolente di plastica e patatine fritte, dove sto solo pensando ad uccidere, cazzo se ci penso, se non altro perché sento la lama gelida del machete premermi sotto l’ascella. E ci si sente forti quando si porta con sé una di quelle cose che uccidono. Sento la lama, e sento questa musica nelle orecchie che suona ininterrotta da oltre sei ore.

La musica è quella del cd che ho trovato nel walkman del ragazzo: me ne sono ricordato la mattina dopo, quando sono uscito per recuperare la mia macchina, e mi sono infilato l’impermeabile. Prima ancora mi ero infilato anche i pantaloni nuovi, quelli da 34, e con disappunto ho notato che erano troppo lunghi per essere indossati subito. Avevo controllato la larghezza, ma non avevo pensato alla lunghezza, l’orlo, come diceva mia madre: quelli vecchi non riuscivo più ad abbottonarli fino alla fine, ma almeno non ci inciampavo sopra camminando. Quella mattina decisi di rimboccarli a mano, ma usciva fuori un rimbocco gigante, e alla fine mi sentivo ugualmente fornito di un corpo inadeguato, più o meno come prima.

Sono uscito lo stesso, con addosso i miei pantaloni nuovi, e quando al freddo della mattinata autunnale  ho infilato le mani nelle tasche dell’impermeabile, ho trovato il walkman. L’ho aperto e dentro c’era questo cd bianco, con su scritto solamente “Singles 90-98”. Mi sono infilato le cuffie in testa, e sono andato al bar a fare colazione, caffè cornetto e ammazzacaffè. Credo di aver strillato la mia ordinazione a voce un po’ troppo alta, rapito com’ero dal volume della musica del walkman. I clienti del bar si sono voltati a guardarmi, e il barista credo mi abbia mandato a fanculo, per cui ho ritenuto per un attimo di dovermi togliere le cuffie. Ma poi ho pensato che non avrei più avuto bisogno di parlare in quel bar, almeno fino al momento di pagare, e allora me le sono lasciate in testa. Ho agguantato il quotidiano locale, e mi sono andato a sedere in un angolo a leggere: la gente continuava a guardarmi, forse a causa dei miei pantaloni nuovi, e con la coda dell’occhio notavo la cassiera che faceva battute al mio indirizzo, ma grazie alle cuffiette io riuscivo ad ignorarli tutti, e la cosa mi faceva sentire più forte. Cercai notizie del ragazzo pestato sul giornale, ma non ce n’era menzione alcuna. Pensai con disappunto che di questi tempi è dura farcela ad apparire sui giornali, sembrano strapieni di notizie e descrivono un mondo pieno di persone occupatissime a combinare crimini e misfatti di ogni genere. Forse se avessi picchiato più forte, forse se avessi scelto un altro orario, chissà, a quest’ora ci sarebbe stato un articoletto, e avrei saputo qualcosa su di lui: chi è, come si chiama, che mestiere fa il padre. Magari lavora in banca, il padre, e allora sarei stato ancora più contento: odio quelli che lavorano in banca, li odio perché ogni giorno alla televisione fanno vedere quello spot dove li intervistano, e loro spiegano, parlano, ridono, fanno battute, sono tutti così schifosamente contenti e soddisfatti di se stessi, e si capisce che non lavorano certo per 2,84 l’ora, loro. E hanno tutti su per giù la mia età, loro. Ed è proprio per quello che li odio, loro, e le loro mogli che portano i bambini al fast food, e i loro figli che vanno in giro in motorino con le cuffiette alle orecchie.

Che poi, che cazzo di musica sarebbe questa? In tutto il disco c’è solo una canzone, ripetuta in 5-6 versioni differenti. Differenti significa leggermente diverse, mica di tanto: note e parole sono sempre le stesse, solo di volta in volta un po’ spostate fra loro. Percepisco frammenti di parole, backshecomes significa adesso-lei-torna, movinupslowly significa avanzare-lentamente, poi dice inertiacreeps, ripete sempre questa frase, inertiacreeps, e non so cosa significa, ma mi piace il tono della voce del cantante, quando lo dice, quasi sibilante, quasi un tremolio. E poi tamburi e chitarre e suoni che sembrano elettronici: musica del cazzo, alla gioventù gli squagliano il cervello con queste puttanate americane, e poi quando crescono gli offrono lavori da 2,84 l’ora. In silenzio, ho pagato la colazione e sono uscito.

Fuori c’era quasi il sole. La musica faceva schifo, ma mi sono tenuto le cuffie in testa perché mi facevano sentire meno osservato: tutti quelli che incrociavo guardavano il risvolto dei miei pantaloni, ma poi quando alzavano lo sguardo e notavano le cuffiette in genere si voltavano a pensare ad altro. Ho preso l’autobus e sono tornato al centro commerciale a recuperare la macchina, con questo tipo che mi sussurrava inertiacreeps ogni due minuti nelle orecchie.

Arrivato al centro commerciale, mi accorgo che il settore dove avevo parcheggiato la sera prima era pieno di polizia. Ho pensato che avessero scoperto il corpo del ragazzo, ma se fosse davvero rimasto lì tutta la notte allora significava che lo avevo ucciso. Lo avevo ucciso?!? Vedo altra gente fare domande alle guardie, e allora incoscientemente mi sono avvicinato. Il garage era tutto nero, e usciva un odore fetente di gomma bruciata. Sento un poliziotto spiegare ad un commesso del supermercato che qualche imbecille durante la notte aveva dato fuoco ad un paio di macchine e di motorini. Una di quelle auto è la mia. La Fiat bianca è la mia. O almeno, era la mia. Backshecomes.

Il poliziotto dice che tutte le sere qualcuno si dimentica dell’orario di chiusura, e lascia la macchina nel parcheggio sotterraneo, e quell’altro gli risponde che sicuramente domani tutta la storia sarebbe stata sul giornale.

Inertiacreeps.

E poi quell’altro aggiunge che quella storia delle macchine bruciate non sarebbe mai finita se non avessero smesso di scriverne i giornali.

Movinupslowly.

Dicono che sia conseguenza del bombardamento mediatico, lo chiamano effetto emulazione. La gente fa queste cose per finire sui giornali: bruciano motorini, avvelenano formaggini, tirano sassi dal cavalcavia. Solo per finire sul giornale. Inertiacreeps. Tutte stronzate, è sempre stato così. A scuola mi ricordo un professore che parlava sempre di Erostrato, un tipo senza arte né parte che ai tempi di Alessandro Magno aveva dato fuoco al tempio di Efeso, una delle sette meraviglie del mondo, a quei tempi. E lo aveva fatto solo per finire sui libri di storia. Il senato cittadino decise per la sua morte, e decretò che il suo nome venisse per sempre bandito dai libri. Eppure, ancora oggi, a duemila anni dalla sua morte, il suo gesto brilla ancora, come un diamante nero. Bruciare il tempio di Efeso non è mica come bruciare due motorini. Non è mica roba da trafiletti in cronaca locale. Quella si chiama storia. Come quel cazzo di undici settembre: e chi se lo scorda più?

Backshecomes.

Stavo per chiedere al poliziotto se qualcuno si fosse fatto male, pensavo al ragazzo svenuto per terra, ma quando mi sono avvicinato ho notato lo sguardo con cui lui mi studiava  il risvolto dei pantaloni, e ho rinunciato alle mie curiosità. Cominciai a credere che il mio destino sarebbe stato tragico e breve.

Inertiacreeps.

Ho preso l’ascensore e ho iniziato a vagare per il centro commerciale. Ho soppesato con cura i prezzi di circa duecento scarpe, e poi esaminato le targhette di decine di candele, lampadari, abatjour, e poi osservato attentamente una bambina che mangiava lo yogurt, mentre la mamma parlava al cellulare con qualcun altro. Dopo sono arrivato al negozio di dischi, e lì per lì sono rimasto a guardare la vetrina come gli altri, ma poi mi è venuta un’idea e sono entrato. Erano circa le dieci del mattino, il negozio era vuoto a parte un commesso che spolverava un paio di vetrine e due ragazzini che sfogliavano le ultime uscite in un apposito scaffale.

Mi sono avvicinato al commesso e sporgendomi dal bancone gli ho detto scusi. Lui si è voltato mi ha sorriso. Gli ho mostrato il cd e ho chiesto se sapeva dirmi di cosa si trattava. Lui mi ha chiesto di poter sentire la musica dalle cuffie, ed è rimasto un po’ lì ad ascoltare. Ha premuto un po’ il tasto d’avanzamento e alla fine mi ha detto Massive Attack.

“Massive Attack?”, ho ripetuto io, e lui ha annuito col capo, sfilandosi le cuffie.

“È una raccolta di singoli e remix – una dozzina di cd – costa pure un sacco di soldi, ottanta-novanta euro” .

“Ottanta euro???”, ho fatto io sorpreso, e il commesso si mette a ridere come se io fossi uno stupido. Aveva una faccia da finocchio che non mi piaceva proprio.

“È un boxset di dodici dischi – aggiunge compiaciuto – i Massive sono forti e qui ci sono i loro migliori successi tutti remixati”.

“Ma nel mio disco c’è una canzone sola, sempre la stessa”, ho protestato manifestando tutta la mia sorpresa, e lui giù a ridere più di prima, è un disco di remix, mi fa, come se quella fosse una spiegazione valida. Gli chiedo se anche negli altri cd ci fosse sempre la stessa canzone, e lui mi risponde “naturalmente no”. Gli chiedo se ne posso comprare uno solo sfuso di questi cd-boxset, e lui mi risponde “naturalmente no”. Naturalmente a me è venuta la voglia di spaccargli la faccia, a questo finocchio di commesso, ma invece ho deciso di uscire. Poi però ci ho ripensato, e sono tornato indietro, e gli ho chiesto se a lui piacevano questi Massive Attack, e se aveva comprato questo famoso boxset tutt’intero.

“Naturalmente sì”, mi fa il finocchio, e allora io gli chiedo se per caso conosce il titolo della canzone che gira nel mio walkman.

Inertia creeps, risponde saputello lo stronzo, e io gli chiedo se sa dirmi cosa significhino quelle parole. “Inerzia rampicante, che striscia e lentamente cresce. Penso significhi che quando uno non ha molto da fare e inizia a pensare allora escono fuori dei mostri da dentro il suo cervello che lui non sapeva d’avere prima”

“Davvero? È un concetto complesso, sei sicuro di capire l’inglese così bene?” Lui mi dice che è appena tornato da Londra, che parla e legge inglese tutti i giorni, e io non mi sorprendo, figurati se il finocchio non era stato a Londra, la capitale dei ricchioni di tutto il mondo.

“Senti, posso chiederti quanto guadagni qua dentro?”, gli faccio in un impeto di curiosità, e lui diventa d’improvviso serio e mi risponde che non sono affari miei. Io gli dico che voglio solo sapere se guadagna più o meno di 2,84 l’ora e lui riprende a sorridere come per i Massive Attack.

“Di più, naturalmente”, risponde lui

“Finocchio di merda”, gli faccio io con il tono di voce più calmo del mondo, prima di uscire da quel cazzo di negozio.

Mi sono girate le palle, un po’ come la sera prima con i pantaloni, e ho deciso di tornare a casa. In testa avevo le mie cuffie, il risvolto dei pantaloni mi faceva sentire ridicolo, e ho deciso di tornare a casa.

A casa avevo poco da fare: alla televisione parlavano solo dell’incendio di macchine e motorini, con dibattiti ed esperti e discussioni del cazzo. Si annoiano, dicevano tutti, sono giovani, aggiungevano altri. Mi annoio anch’io, pensavo in silenzio, e se essere giovani significa bruciare 80 euro per un cofanetto di dodici cd con sempre la stessa canzone ripetuta all’infinito, allora significa che io giovane non lo sono mai stato.

Inertiacreeps. 80 euro a 2,84 l’ora fanno circa 28 ore di lavoro. 28 ore di lavoro a 8 ore al giorno fanno 3 giorni e mezzo.

Movingupslowly. Avrò impiegato circa 5 minuti a picchiare quel ragazzo, il mio gesto ha quindi un valore di circa 24 centesimi.

Movingupslowly. Una colpa minima, una violenza che mi è costata solo 24 centesimi. Backshecomes. Mi sarebbe costata, se il mio tempo avesse un valore. Ma non ce l’ha.

Inertiacreeps. I get lonely, slowly. Il mio tempo non ha valore, e quel ragazzino ha bruciato 80 euro in un cd-boxset del cazzo. Ho fatto bene a gonfiarlo di mazzate. Avrei dovuto pestarlo meglio, fargli più male, spedirlo all’ospedale, e sul giornale del giorno dopo. E bruciargli il motorino, anche. Fottuto ragazzino viziato. Posso fare di più. Devo fare di più.

Ho passato un’altra notte insonne, a guardare donne nude coperte dai numeri di telefono che si strofinano telefoni lucidi su tutto il corpo. In testa ho continuato a tenere le cuffie, per tutta la notte ho ascoltato la stessa canzone, backshecomes, e muovendosi piano l’idea si è fatta strada in me, e sulle ali dell’inerzia ho capito cosa potevo fare. Cosa dovevo fare. Non potevo non capire, quel cazzo di machete era lì davanti a me, appeso al muro, e mi ha guardato tutta la notte, senza mai dire una parola.

Veramente era da sei anni che quel machete mi guardava dal muro: l’aveva riportato a casa mio fratello dalla Giamaica, serviva a tagliare la canna da zucchero o le noci di cocco, diceva lui. Aveva una scritta sul manico, irie, e mio fratello mi aveva detto che significa orgoglio. Poi dopo qualche mese era tornato lì per sempre, a viverci insomma, in Giamaica, ed il machete è rimasto lì, sul muro di casa, con la scritta irie sul manico. Non è tornato neanche per i funerali di mamma, l’anno scorso, e quella volta ho capito che mio fratello era uno stronzo, perché gli avevo scritto una mail per dirglielo, e gli avevo anche telefonato, senza trovarlo, ma si vede che lo sapeva perché ha mandato i soldi per il funerale. A me non mi ha chiamato però, mi ha lasciato solo il machete. E mamma non c’è più, e adesso non venitemi a raccontare che è un delitto se una mamma muore, perché tutti i giorni muoiono delle mamme.

Quindi alle nove di mattina mi sono alzato, mi sono messo l’impermeabile, ho staccato il machete dal muro e me lo sono infilato sotto l’ascella, e sono tornato qui, al centro commerciale.

Che poi inizialmente la mia idea non era quella di venirmi a sedere davanti al fast food, di fare a fette una mamma nel centro commerciale, di sentire gli strilli del bimbo e tutto il casino che sarebbe arrivato dopo. Questo è adesso che voglio farlo, ma stamattina ero venuto esclusivamente per cercare il finocchio del commesso di dischi: volevo semplicemente apparirgli all’improvviso, dirgli in faccia che era un finocchio di merda e sfoderare il machete per staccargli di netto la testa. Volevo guardarlo negli occhi mentre lo decapitavo, volevo vedere il sangue schizzare su tutti quei cazzo di dischi, volevo sentirmi come quella stronza quando al colloquio mi ha offerto 2,84 l’ora, volevo sentirmi come quelli che stuprano i bambini, volevo chiudere per sempre quel sorrisino saputello del finocchio testa di cazzo. Volevo sentirmi vivo.

La sorte ha però voluto che stamattina al negozio lui non ci fosse, c’era invece una biondina minuta che mi ha spiegato che Frankie, cioè il finocchio, avrebbe fatto il pomeriggio, per cui sarebbe arrivato verso le tre. Che culo, l’amico Frankie, c’era il rischio che si facesse male e non venisse proprio a lavorare quel giorno. Ma io non avevo fretta, avevo letto una cosa di sedersi in riva la fiume ad aspettare il cadavere del nemico, e adesso mi volevo proprio godere quella sensazione.

Sono uscito dal negozio, e sono venuto a sedermi qui, a fumare sigarette sulla panchina davanti al fast food, qui dove sono adesso, intenzionato ad attendere Frankie. Ma poi ho cambiato idea.

È successo che una cicciona di mamma con due mocciosi a carico, mentre usciva unta di patatine dal fast food mi passa accanto e inizia a strillare a voce alta per le sigarette. Le mie sigarette. Era pieno di bambini lì, diceva lei, e gli stavo dando un pessimo esempio. Altre mamme e bambini si sono voltate a guardare, ma nessuno ha detto niente. La voce della cicciona mi arrivava attutita dalla musica del walkman, ma io capivo tutto chiaramente, e quindi la signora si vede che stava strillando a squarciagola. Puzzava di fritto, e al moccioso di destra gli colava il naso. L’ho ignorata e lei se ne andata. Ma in quel momento ho deciso che avrei cambiato idea, subito. Adesso.

Adesso.

Backshecomes.

Adesso è un quarto d’ora che mi studio la folla: questa massa di culone troppo pigre per immaginare una dieta salubre e adatta ai propri figli, che alla taglia 52 ci arriveranno a dodici anni se continuano così. Stronze mignotte che telefonano a “Chi l’ha visto?” ma scapperebbero di casa ogni momento, se trovassero il pischello che se le carica e le porta via. Qualcuno che le faccia sentire vive. Puttane.

Ho deciso che una la voglio affettare come un salame, magari non l’ammazzo ma voglio lasciargli un solco in faccia come il canale di Suez, voglio deformare i loro corpi contro la loro volontà, voglio che nella memoria di quei bambini la vista di un fast food sia per sempre associata all’odore del sangue della madre morente, per tutta la loro fottutissima vita. Voglio che soffrano, e attraverso la loro sofferenza, voglio godere e sentirmi vivo.

Ho deciso e indietro non ci torno: seduto su questa panchina, mi godo un’inaspettata erezione, e mi lascio pervadere lentamente dal mio delitto. Voglio squartare una donna grassa. Non mi dispiacciono le donne grasse: svestite sembrano ancora più nude delle altre. Me le immagino camminare quando sono nude. Non sono abituate a posare i talloni in piano, loro. Sono ridicole. Una volta mi sono portato una puttana a casa, l’ho spogliata, e dopo l’ho fatta camminare nuda per un po’, davanti a me. Solo camminare nuda. Non lo sopportano. La puttana ad un certo punto ha iniziato a piangere, io stavo quasi per picchiarla, ma poi l’ho pagata e cacciata via. Non era peggio di queste mamme, lei. Queste fanno tutte schifo, puzzano di grassi idrogenati e i loro abiti sembrano lisi e scolorati. Una ha il collo troppo grasso, l’altra le braccia troppo fini, ce n’è una senza bambini che andrebbe bene, ma io voglio che ci sia un bambino, voglio che mi soffi il suo terrore addosso, che io possa respirarlo e assorbirlo come le spugne assorbono l’acqua.

Voglio vivere e pensare, e poi magari dormire, e non mi accorgo che due poliziotti mi si sono avvicinati, e uno di loro mi sta dicendo qualcosa. Vedo il suo volto che si avvicina, e alzo il volume del walkman.

Backshecomes.

Vedo le labbra del poliziotto muoversi afone a due centimetri dal mio naso.

Movingupslowly.

Adesso il poliziotto è così vicino che vedo i dettagli del suo naso, peli incresciosi che gli escono dalle narici, l’immagine di me riflessa nei suoi Rayban, il suo alito pesante di sigaretta fumata in fretta.

Inertiacreeps.

Decido di cambiare obbiettivo. Decido d’agire. Adesso l’ammazzo.

Movingupslowly. Back she comes.

Quello stronzo di poliziotto inizia ad urlare e mi prende per un braccio e mi toglie le cuffie dalle orecchie. I rumori del centro commerciale diventano una cascata che mi inonda le orecchie, backshecomes continua ad urlare il walkman, mi alzo di scatto in piedi e sento lo sparo.

Poi solo una gran fitta alla schiena, buio infinito, e mentre cado per terra penso che sto morendo. Finalmente.

 

Contiene campionamenti tratti da “Erostrato” di JeanPaul Sartre