Serena Zuccheri
If You’ve Been Hiding From Love
Su Li Rong se ne raccontavano tante. Che discendesse dalla famiglia di Pu Yi, l’ultimo imperatore cinese. Che fosse sopravvissuta ad un eccidio illegale di bambine a metà degli anni ’70. Che fosse la prima e unica figlia di una prostituta d’alto bordo nota come la ‘signorina di Tianjin’. Tra le tante voci che giravano su di lei, questa sembrava comunque la più attendibile. Eppure in tutto questo chiacchiericcio di giovani suocere cinesi, mai una parola su che cosa facesse realmente Li Rong, chi fosse, a prescindere dai suoi dati anagrafici, le sue aspirazioni, se mai ne avesse avute. Li Rong, entità quasi astratta, persa in una costellazione infinita di megere, gioco usa e getta per gli imprenditori stranieri e saltuari a Tianjin, gioco sporco con cui i padri e i figli dei padri, suoi connazionali, si infangavano il cuore.
Nessuno, nemmeno i muri delle camere d’albergo dove era solita lavorare, sapeva in realtà chi fosse Li Rong. Nemmeno sua madre. ‘La signorina di Tianjin’ l’aveva maledetta già in grembo, figuriamoci alla nascita. Le bastò la prima mestruazione per sapere che sua figlia era sana e pronta per imparare il mestiere. Di impaccio ancora prima di nascere, Li Rong a 13 anni sarebbe stata la soddisfazione più grande di sua madre. Il compimento dell’educazione sarebbe terminato a 17 anni, quando la ‘signorina di Tianjin’ decise di spendere tutti i soldi messi fino ad allora da parte, grazie anche allo splendore della figlia, e regalarle la dote che si meritava: l’asportazione di entrambe le ovaie. “Vedrai, mia bella bambina, nessuno più potrà abusare di te. La tua bellezza sarà così eterna. Nessuno potrà intralciare la tua carriera, ora che non potrai nemmeno impaurirli con minacce di gravidanza. Sei pronta per lasciare questo buco di città. Sei pronta per Pechino, la capitale, mia piccola bambina!”.
Già… Pechino. Ma dov’era poi Pechino? Sì, in due ore di treno sarebbe arrivata alla capitale del Regno di Mezzo, ma di tutto questo Li Rong non sapeva nulla, perché tra gli altri indimenticabili doni della madre c’era stato quello più importante. Negarle il diritto di saper leggere e scrivere, di comunicare con se stessa. Seduta accanto al finestrino del treno, senza mai volgere lo sguardo alla madre ormai lontana sul binario, Li Rong si concesse l’unico dolore che per la prima volta sentiva reale, sfregandosi le mani sul ventre piatto. Non le sarebbe stato più concesso sognare.
Distolse lo sguardo da terra. C’era una ragazzo seduto accanto a lei. Non se ne sarebbe mai accorta se non fosse stato per la melodia che lui canticchiava. Non riusciva Li Rong a capire la benché minima parola di quella melodia, ma le entrava nelle viscere, riscaldandola come mai niente e nessuno era stato in grado di fare.
“Cosa stai cantando?”
Un buffetto sulla spalla destra fece trasalire il ragazzo, che, alla visione di Li Rong sedutagli accanto, seppe solo togliersi in fretta le cuffiette dall’orecchio e dirle sorridendo:
“Sì… mi chiamo Shen Yue… ”
Arrossendo per l’incapacità di comunicare, Li Rong rispose:
“Ho chiesto… cosa stai cantando?”
A quella domanda quanto mai inaspettata, Shen Yue aggrottò le sopracciglia. Possibile che non mi abbia chiesto come mi chiamo, pensò l’ingenuo.
“ah… beh, sono i Depeche Mode, la canzone è Freelove… ma scusa, non li hai mai sentiti prima d’ora?”
Una domanda di stupore che per Li Rong significava dare troppe spiegazioni. Come poter raccontare ad uno sconosciuto il suo travaglio quando non era stata mai in grado di raccontarlo nemmeno a se stessa? Le erano sempre mancate le parole, ma non i suoni, le melodie, quelle che creava ogni volta che il corpo di qualche estraneo le si posava pesante sul seno e le lingue fameliche e umide le si poggiavano sui lobi di quelle orecchie minuscole, simili a conchiglie, con cui era nata. Melodie che l’aiutavano a sopravvivere, ma che non avevano sostanza perché i versi erano assenti.
“No… mai… lo so che è strano ma… posso chiederti di dirmi che cosa dice?”
“Ma chi? La canzone?”
“...”
“beh… io non conosco molto bene l’inglese, ma credo di aver capito che si tratti di una donna che ha sofferto molto e che incontra un uomo che le dice di conoscere i suoi pensieri e le sue paure e che per aiutarla le porterà un amore libero da catene e da trappole senza che ci sia nessun prezzo da pagare... insomma qualcosa del genere…”. Shen Yue era stupito della sua loquace e improvvisata poetica.
“…”
“beh, allora che ne pensi?”
Non pensava Li Rong. Aveva accolto le parole associandole a quella melodia e il rubinetto del suo cuore si era aperto, sgorgava di lacrime taciute e silenziose che ora le rigavano il viso.
“Ho detto qualcosa che non va?... ”
Shen Yue non capiva perché si sentisse responsabile degli umori di quella ragazza sconosciuta, ma quelle lacrime insinuavano in lui un senso di colpa latente. Forse l’essere stato troppo diretto, magari sfacciato senza accorgersene, irruente, tutto questo miscuglio di sensazioni mai avvertite prima di allora lo rendeva completamente disponibile agli umori di quell’angelo cupo.
“No… ma voglio sentirla questa canzone, studiarla, impararla… farla mia…”
Il controllore passò ad avvertire i passeggeri che in cinque minuti il treno sarebbe arrivato puntuale alla Stazione Centrale di Pechino.
Via Xueyuan, a due passi dall’Università di Lingue e Cultura di Pechino, strada affollata di studenti stranieri alle prime armi col cinese, fila di taxi fuori dall’entrata principale, folle di ragazzini compiacenti che abbandonavano i libri e gli ideogrammi secolari per il divertimento.
Li Rong li guardava e leggeva nei loro occhi l’ingenuità di chi ancora non sa. Inconsapevolezza e sicurezza, peculiarità che le erano sempre mancate. Si lasciava guidare da Shen Yue, musicista punk che credeva che far ridere gli altri fosse l’unica cosa per cui valeva la pena vivere. Il Negozio dell’Amicizia, un bazar di novità musicali illegali, rock, jazz, reggae, blues, pop, il paradiso della truffa perché nessuno di quei cd esposti aveva le fattezze di un cd originale, ma era comunque musica e questo per Shen Yue e molti altri era la sola cosa che avesse un senso in quel momento.
Li Rong era a Pechino da quasi tre settimane. Shen Yue l’aveva accolta in casa dei suoi, perché non era stupido e aveva capito che qualcosa non andava, ma non osava chiedere. Li Rong non parlava, annuiva. Passava ore intere al bagno con Exciter dei Depeche Mode nelle orecchie ad ascoltare Freelove ripetutamente. Solo per quel giorno Shen Yue aveva insistito più del dovuto per uscire con lei, portarla fuori, in posti colmi di gente come lui che potevano farla sentire a suo agio, un concerto di gruppi punk locali e non solo, jam session per chiudere la serata e tornare a casa strafatti e sereni.
Li Rong aveva accettato, un po’ perché presa dai fumi che Shen Yue le aveva fatto provare poco prima di uscire, un po’ perché con la fantasia era riuscita a immaginarsi il concerto come una versione infinita di Freelove che in cuor suo non si sarebbe fatta scappare.
Ma non fu così. Uno dopo l’altro i gruppi si susseguirono inveendo, parlando, maledicendo, sputando e saltando tra la folla ululante e piena di richieste. L’ultima band a suonare fu quella di Shen Yue che, concluso l’ultimo pezzo, scese dal palco e si diresse verso Li Rong.
“Allora che te ne è parso? Ti è piaciuto?”
Li Rong senza alzare lo sguardo da terra rispose sommessamente:
“Beh, abbastanza…siete bravi ad arrabbiarvi… ma non avete mai suonato Freelove… ”
Come spiegare a Li Rong che un punk non avrebbe mai suonato quella canzone senza modificarla del tutto, nelle parole, nella melodia.
“Li Rong… i Depeche Mode sono un gruppo introspettivo, esternano ben poca rabbia per noi Punk. Certo, è una gran bella musica la loro, ma non si può certo proporre ad un concerto del genere…”
Li Rong continuava a tenere lo sguardo basso.
“Va bene, dai… facciamo così. Sali sul palco, tanto ora ognuno è libero di suonare e dire quello che gli pare lassù. Fallo anche tu, nessuno ti giudicherà, anzi, nella peggiore delle ipotesi, se proprio non dovessi essere in grado, ti prenderebbero per una futura cantante punk alle prese con delle rivisitazioni particolari dei Depeche… ”
Li Rong lo guardò allora negli occhi. Caro Shen Yue! Un ragazzo che pur non sapendo nulla di lei le aveva dato da vivere e da mangiare senza costringerla a ripagarlo, il primo uomo sulla faccia della terra di cui non avesse paura.
“Ok…”
Stupendosi del mancato senso di paura, si diresse principesca sul palco. Si fece aiutare dai musicisti che erano rimasti nei paraggi a sistemarle il microfono e aspettando la presentazione di Shen Yue del pezzo che avrebbe cantato.
Shen Yue rimase sconcertato. Sapeva che Li Rong teneva a quella canzone, ma la melodia che sembrava uscire da quel corpo fragile era al di sopra delle aspettative di tutti. Ma chi era in realtà Li Rong? Dove la trovava quell’energia? Un’interpretazione impeccabile e personale di una canzone che pochi in quel posto avrebbero apprezzato. E le parole, pronunciate in un inglese perfetto che aveva fatto suo pur non conoscendolo. Nessun applauso, non c’era più nessuno, solo Shen Yue che la guardava fisso, la scrutava dal basso verso l’alto cercando di carpire i segreti e le ombre che aleggiavano intorno alla sua figura.
Scese di fretta dal palco, impacciata, lasciando cadere dietro di sé il microfono e provocando gli insulti di chi doveva dare una sistemata. Chiese scusa a mezza bocca e corse fuori.
La strada era illuminata da alti lampioni che la sovrastavano. L’umidità della notte aveva cominciato ad intaccare i vetri delle macchine parcheggiate. Li Rong, ad occhi chiusi, respirava a pieni polmoni. Rumori di passi si facevano sempre più vicini. Si girò di scatto verso l’entrata del locale. Shen Yue l’aveva raggiunta.
“Shen Yue… non so scrivere, non so leggere… fino ad oggi non sapevo nemmeno in che modo comunicare ciò che mi porto dentro da quando sono nata. Per adesso ti basti sapere questo. Ho bisogno della tua amicizia e di nient’altro. Non sono in grado di ricompensarti e forse non lo sarò mai, ma sono qui ora ed ho solo te… voglio solo ricominciare tutto da capo…”
Shen Yue raccolse le sue parole tremolanti e le depositò al centro del suo cuore. Per i racconti veri avrebbe saputo aspettare. Le sistemò dietro le orecchie dei ciuffi di capelli che le erano caduti davanti agli occhi e le seppe solo dire:
“No hidden catch, no strings attached, just freelove…”