Manfredi Maria Giffone
Hotel
1976. Una strada buia e deserta.
Jack camminava e pensava al suo capo.
Pezzo di stronzo.
Il suo ex capo, per essere precisi.
Era stato licenziato in seguito a una discussione con il pezzo di stronzo di cui sopra ma l’alterco era nato per una vera sciocchezza: lo avevano beccato nel bagno mentre si faceva una spada. E così, improvvisamente, nello studio legale Henley, Meisner, Frey & Leadon, non c’era stato più posto per lui. Per essere sicuro che non lo avrebbero mai dimenticato, prima di andarsene, Jack aveva fatto incidere un nuovo motto sulla targa all’ingresso dello studio: “Tirare coca va bene ma farsi di eroina no”. E così era giunto per lui il momento di cambiare città.
Una brezza fresca gli mosse i capelli. Da quando era un avvocato a spasso se li stava facendo crescere come negli anni Sessanta, quando lo chiamavano “capellone”. Anche Gesù Cristo era un capellone ma ha fatto la storia.
Buon vecchio Jack.
Aveva visto i figli dei fiori diventare a loro volta padri e i fiori appassire, ma lui era rimasto sempre lo stesso: avido, arrapato e allucinato. Si fermò sul ciglio della strada e aprì lo zaino. Intorno solo l’orizzonte tagliato in due dall’autostrada. Lasciando la città, Jack aveva portato con sé lo stretto necessario per un viaggio alla fine degli anni Settanta: una pistola e la droga. A quel punto del viaggio gli rimanevano:
Tre canne.
Una pasticca di colore sbiadito e quindi di natura ormai ignota.
Una chitarra.
6 dollari.
Un mozzicone di matita.
La notte scendeva con la lentezza dell’estate.
Jack inghiottì la pasticca e si accese una canna. Un tiepido aroma di erba si levò nell’aria. Quando la pasticca si sciolse al contatto con gli acidi dello stomaco, un pensiero gli salì dalle viscere fino alla testa: FAME. Delle aquile si attardavano nel cielo, lanciando versi striduli.
Jack prese la chitarra e fece lo stesso.
“Ma che bella sorpresaaaa (Re minore)... porta i tuoi alibiiiii (Mi maggiore)”. Versi striduli, appunto. E invece, secondo i canoni estetici del cervello squagliato di Jack, era stata appena composta una strofa memorabile. Soddisfatto, l’annotò mentalmente.
1... 2... 3...
4... 5... 6...
7 secondi dopo aveva dimenticato tutto.
Si rimise in piedi e diede una forte tirata che gli raschiò la gola. Questa merda è davvero ottima, pensò. La devo far durare. Piccole tirate, questo è il segreto. Respirucci. Magari ci arrivo fino a quel cactus laggiù. Dai cactus si può ricavare dell’acqua. L’ho letto da qualche parte... ne sono quasi sicuro. Se il potere di Gesù Cristo fosse nell’essere un capellone potrei provare a trasformare l’acqua di cactus in birra. Magari la potrei imbottigliare e farci una fortuna. “Birra di cactus. Godetevela”. Continuò a camminare aspirando piccolissime boccate di fumo e sparando cazzate enormi. Meno male che non la devo passare a nessuno. Jack aveva il vizio di stuccarsi le canne.
Il buio avvolse ogni cosa tranne la brace della canna finché anche questa non si spense.
Jack guardò la strada che spariva davanti a sé, inghiottita dall’oscurità. Provò un senso di profonda inquietudine. Perché sto continuando a camminare su questa strada terribile? Non vorrei proprio vedere dove va a finire... Ma continuava a camminare: la sua mente in una direzione, il suo corpo verso un’altra. Probabilmente la paura del buio era un effetto collaterale della droga ma l’ansia iniziava a farsi strada dentro di lui come una condanna. Devo stare tranquillo... è solo un po’ di ‘pavor nocturno’. Per nascondere le sue debolezze Jack ricorreva al latino. Come ogni altro avvocato al mondo.
Una luce scintillò in lontananza.
Meeeeerda!, pensò Jack. Poi, terminato questo elevato concetto, aggiunse Meeeeeeerdaaaaaa! con più “e” e più “a”. Qualche centinaio di metri dopo, passò a un secondo ordine di considerazioni di natura non coprofila. Se c’è una luce ci deve essere qualcuno e magari mi ospita per una dormita. Magari è una bella pupa e ci facciamo una svanzica insieme...
Chiosò: ficata.
La vista si stava annebbiando e sentiva la testa pesante.
Mi devo fermare per la notte.
La luce si rivelò essere un’insegna lampeggiante su di un edificio. Jack iniziò a leggere l’insegna e tirò un sospiro di sollievo. “Hotel...”. C’era anche una seconda parola, a dire il vero, ma il forense pellegrino non si curò di leggerla in quanto la sua attenzione venne catturata irrimediabilmente. Una ragazza sostava sulla porta. Un avvenente ventenne bionda. Jack sentì le campane. Diede un’occhiata alla strada buia, alla pianura deserta e poi si voltò verso la ragazza. Questo posto potrebbe essere il Paradiso o l’Inferno. Lei accese una candela e gli fece strada.
L’hotel era molto più grande di quello che sembrava dall’esterno.
Lungo il corridoio a Jack parve di udire delle voci. Non riuscì ad afferrare cosa stessero dicendo, probabilmente perché era concentrato a guardare le chiappe della sua guida. La ragazza doveva avere un debole per i gioielli di Tiffany. La luce della candela si riflesse su un collier e alcuni bracciali d’oro. “Sai”, disse lei, “ho una Mercedes-Benz”. E che cazzo me ne frega, pensò Jack il quale continuava a fissarle il culo. “E ho anche un sacco di ragazzi”, aggiunse, “io li chiamo... amichetti!” mumble mumble... Amichetti + Mercedes + gioielli di Tiffany = prostituta! E quindi questo è un bordello, un bordello in mezzo al deserto... bella idea! “Eccoli là”, disse lei indicando verso una finestra.
La finestra dava sul cortile (ovviamente).
Jack diede un’occhiata e vide dei ragazzi che danzavano in girotondo.
“Il sudore dell’estate è dolce”, disse la bionda alle sue spalle. “Alcuni ballano per ricordare, altri ballano per dimenticare.”. Jack si stava arrapando. Devono essere irriducibili fricchettoni. Sono finito proprio nel posto giusto! Quando distolse lo sguardo dalla visione coreutica si accorse che la sua guida peripatetica era scomparsa.
A sue spese scoprì inoltre che l’albergo era simmetrico ma anche labirintico. Vagò per un tempo indefinibile prima di trovare la reception.
Chiamò il direttore.
“Salve signore, come posso esserle utile?”
“Mi porti del vino, grazie.”
“Sono spiacente, signore, ma qui non abbiamo quel tipo di spirito dal 1969. Se capisce cosa intendo”.
Jack continuava a sentire voci in lontananza.
“Sicuro... uhm... in fondo... uhm... ‘electa una via non datur recursus ad alteram’, giusto vecchio mio?
L’uomo sorrise con accomodante complicità.
“Avete almeno camere libere?”
“Certo signore. Ecco le chiavi della stanza 237”.
Jack prese la chiave e si recò in camera.
La stanza 237 era la suite. Prima di cadere addormentato Jack considerò i suoi sei dollari. Domani mi tocca scappare senza pagaRoooooooaaaaaaaaannnnnf Rooooooooonnnnfffff
Roooooooonfffff Rooooaaaa EH?
Si svegliò di soprassalto nel cuore della notte. Era sicuro di aver sentito quelle voci. Iniziava a riconoscere qualche parola: “Benvenuto”.
La stanza 237 era arredata con colori tenui e un tocco da vero bordello di lusso: specchi sul soffitto. Sul comodino Jack notò una bottiglia di champagne rosé immerso nel ghiaccio. E così, alla fine, hanno trovato dello “spirito”. Ma chi l’ha portata qua ‘sta bottiglia? Formulata la domanda, udì un rumore provenire dal bagno e vide uscire la prostituta con il debole per le macchine tedesche e le colazioni da Tiffany.
Indossava solo il collier e questo procurò a Jack un’erezione di quelle che si ricordano. Speriamo solo che non mi faccia pagare in anticipo.
“Qui siamo tutti prigionieri dei nostri artifici”.
“Come no, alea Iacta est! Ovvero ‘ora si scopa’ eh, pupa? Anzi stappa lo champagne che io accendo una canna”.
“Ma nella camera del maître si stanno riunendo per il banchetto!”
Alla parola “banchetto” iniziò una lotta selvaggia fra lo stomaco di Jack e il suo pisello. Il primo round lo vinse lo stomaco. “Io adoro il maiale arrosto. Ne avete da queste parti?” Stava sbavando ma la cosa non lo preoccupò. Poteva sembrare solo arrapato.
“Colpiscono con i loro coltelli d’acciaio ma non riescono ad uccidere la bestia”.
Merda!, pensò mentre si accendeva la canna, deve essere un maiale bello grosso.
Doveva necessariamente scappare al mattino. Sei dollari non gli sarebbero bastati per pagare camera, champagne, troie e banchetti. Certo a piedi non sarebbe andato molto lontano. Però magari riusciva a rubare la Mercedes di cui parlava la tipa...
Jack continuava ad avere il vizio di stuccarsi le canne.
Il mattino dopo l’unica cosa che Jack ricordava era che stava correndo da un’eternità senza riuscire a trovare la porta di ingresso. Il panico lo tormentava. Non voleva passare il resto della vita a lavare piatti e quindi la fuga era la sua unica possibilità: doveva riuscire a trovare il posto da cui era entrato. Ma, purtroppo, l’hotel era più labirintico che simmetrico.
Quando finalmente vide la porta di ingresso si scaraventò sulla maniglia.
se vuoi che Jack riesca a scappare senza pagare il conto vai a pag. 8462.
se vuoi che Jack oltre a non pagare il conto rubi anche la Mercedes e il collier di Tiffany vai a pag. 6996
altrimenti continua a leggere.
Chiusa a chiave.
Mentre cercava di scassinare la porta si materializzò il portiere di notte.
“Si rilassi”, disse il portiere. “Siamo preparati per questo tipo di cose. Può entrare quando vuole ma non può andarsene”.
Poi guardò Jack negli occhi.
“Non così, almeno”.
Jack tremò: ma dove cazzo sono finito?
Sentì per l’ultima volta il coro di voci e distinse tutte le parole.
Benvenuto all’hotel California
Un così bel posto
Una così bella facciata
Siamo pieni di stanze all’hotel California
Ogni giorno dell’anno
Ne potrai trovare.
E questa fu la sua FINE.