Pecora nera

Gracias a la vida

 

Aveva interrogato le donne di sua conoscenza: tutte, con un paio di fortunate eccezioni, avevano ammesso che il telecomando della televisione era saldamente e permanentemente nelle mani del loro compagno, marito, partner, amante. “Mio marito non lo molla neppure quando va a rispondere al telefono”. “E il mio, allora? È capace di addormentarsi con il telecomando in mano”. “Forse, avendo perso il controllo sulla propria attività sessuale, i maschi si consolano con quello sulla programmazione televisiva”. “Figurati se non ne facevi un simbolo fallico...”. “Figurati sì, non scopo da tre settimane...”. 

Non c’è niente di peggio, pensava Irene ascoltando con un sorriso distratto il cazzeggio delle amiche, che subire lo zapping altrui. Eppure, lei si era talmente abituata a fare a meno del telecomando che quando una volta Iano, stanco di saltare da un canale all’altro senza trovare nulla che lo interessasse, le aveva ceduto il prezioso strumento, lei aveva risposto, sorridendo, che aveva ormai rinunciato al suo libero arbitrio: che avesse ragione il Grande Inquisitore di Dostoevskij ad affermare che l’essere umano, spaventato dalla propria libertà, corre subito a deporla ai piedi di qualcuno?

Iano era il suo compagno. L’ultimo dei suoi grandi amori.

Irene aveva sperimentato nella sua vita l’amore tranquillo del matrimonio, vissuto finché  la serenità non si era trasformata in calma piatta, e poi in palude: amore come riposante sicurezza di sentirsi a casa, in pigiama e pantofole, senza ansia, senza scosse. Aveva conosciuto l’amore come rapita contemplazione della nobiltà d’animo di un uomo che le faceva venir voglia di essere migliore di quanto fosse, lancia in resta contro i mulini a vento. Aveva goduto dell’amore passione, coinvolgimento fisico divorante, totalizzante. E, in tutti questi casi, lei si era data completamente, cuore in mano e cervello in poltiglia.

E telecomando saldamente in mano maschile. Ma, nel suo caso, non era solamente di fronte al televisore che si rivelava la sua sudditanza psicologica. Con la musica, in un certo senso, era avvenuta un po’ la stessa cosa.

L’amore-casa, Luca, se ne era andato dopo 15 anni, all’improvviso, alla vigilia di ferragosto, al termine di una settimana cominciata con lui che affermava “senza di te mi sento meno della metà” e conclusa con lui che diceva “quando sarò vecchio non voglio voltarmi indietro e accorgermi di non aver vissuto”. In mezzo, dalla prima dichiarazione a quella finale, lui si era rinchiuso, senza apparente motivo, nell’impenetrabile isolamento garantito da un lettore di cd portatile con cuffiette, mentre lei, dall’iniziale sconcerto, era annegata in un muto sgomento. E quando infine lui si era tolto le cuffiette, era stato solo per dirle, in lacrime, che se ne andava. 

Prima di allora, la musica aveva accompagnato quasi ogni istante della loro vita in comune. Irene si era subito abituata al fatto che Luca, dal momento del risveglio a quello di tornare a dormire, ascoltasse musica: sempre e ovunque, a casa, a lavoro, in macchina, a letto. Tranne quando era davanti alla televisione, con il telecomando in mano. Per quindici anni, l’unica colonna sonora della vita di Irene era stata quella decisa da lui: tutto quello che lei sapeva di generi musicali, cantanti e gruppi di ogni parte del mondo era stato lui a insegnarglielo.

Quando Luca se ne era andato, un grande e irreale silenzio era sceso sulla sua vita. I suoi cd erano ancora lì, al loro posto, ma lei la musica non riusciva più ad ascoltarla. Ogni volta che provava a sentire una canzone, si sentiva schiacciata dalla sua assenza: senza di lui, era come se fosse diventata improvvisamente sorda. Poi, una volta, tornando a casa la sera, i cd non li aveva trovati più. Un vuoto denso di abbandono campeggiava nella grande libreria del soggiorno, dove la musica di Luca aveva conteso lo spazio ai libri di lei. Una decina appena di cd le aveva lasciato: lì, in quel vuoto, sapevano di lutto e di solitudine.  

A rompere il silenzio era stato un affascinante violinista. Il suo amore-passione. Una cascata di luce di un arancione carico – quello era il colore che Irene associava alla sua figura – tra le macerie livide della sua vita. Lui, Mattia, che viveva di musica quanto Luca, era, a differenza di lui, attentissimo a non coinvolgerla nella sua passione per il violino. Nei primi mesi della loro relazione, Irene si era sentita così intimorita dal suo silenzio al riguardo che a stento riusciva a fargli domande sui suoi concerti. Così, dopo aver subìto fino alla nausea la musica del suo ex, ora non si capacitava di essere tagliata fuori da quella del suo nuovo compagno. Per questo, quando lui l’aveva invitata a un suo concerto, lei era quasi tramortita per l’emozione.

Solo a letto lo sentiva davvero vicino. E così il sesso era diventata la sua chiave di accesso alla vita di lui, e la sua droga. Tra le lenzuola, scompariva il violinista, e restava solo l’uomo. Un uomo di cui conosceva ogni centimetro di pelle - per averlo accarezzato, baciato, leccato, morso - ma la cui anima le sfuggiva sempre.

E intanto, nell’affannoso tentativo di rincorrerla, era cambiata la colonna sonora della sua esistenza. Ora era Irene, per avvicinarsi a Mattia, a comprarsi cd su cd della musica che piaceva a lui, la musica classica, l’unica che Luca non le aveva mai fatto ascoltare, e si applicava all’ascolto con lo stesso ostinato impegno che dispiegava in ogni ambito della sua vita.

Non era bastato. Mattia si era trasferito a New York, proprio dove Irene non avrebbe mai potuto andare a vivere, e con lui se ne erano andate via le sue note, lasciandole, stavolta, un porta cd pieno, e, ancora una volta, un cuore vuoto.

Iano era comparso di lì a poco, avvolto, agli occhi di lei, di una misteriosa luce blu. Un blu profondo e carico di silenzio in cui le veniva voglia di affogare. Con lui, per la prima volta, Irene aveva pensato di poter mettere a frutto le competenze musicali accumulate nel corso delle precedenti relazioni. Finalmente, avrebbe potuto essere più attiva: fargli ascoltare brani musicali, segnalargli gruppi, invitarlo a concerti, prestargli cd. Finalmente, avrebbe potuto aggiungere note alla colonna sonora di un’altra esistenza. Note finalmente sue. E donate a lui. Ma era, in fondo, solo un dettaglio di un dono più grande.

Fin dall’entrata in scena di Iano, lei non aveva voluto saperne di strategie e di calcoli e di cautele e di prudenze e di reti di protezione e di scudi: ancora una volta, si era data in maniera unilaterale. Se con Mattia aveva appreso il valore della dedizione, con Iano ne aveva voluto fare il suo capolavoro, la sua opera d’arte sentimentale. Non pensava di poterlo rendere felice - riteneva che nessuno potesse rendere felice nessun altro - , ma di fare tutto quanto fosse in suo potere per vederlo sereno. Voleva fargli sapere quanto lo trovasse bello, quanto lo considerasse speciale, quanto lo desiderasse, quanto apprezzasse il fatto che fosse, semplicemente, così com’era. Quanto a lei, le bastava stargli vicino, anche davanti alla televisione a subire il suo zapping.  Ed erano talmente delicati i suoi passi nella vita di lui, che la sua presenza non rischiava mai di far rumore. Era come un pacco dono lasciato davanti alla porta, da scartare senza l’ansia di dover mostrare all’altro una reazione di gioia. Un dono da assaporare in libertà.

 

- Perché non pensi un po’ di più a te?

- Non smetto mai di pensare a me.

- Ma se mi dici che preferisci fare quello che piace a lui piuttosto che quello che vorresti tu…

- Sì, è così. Sarà lui, eventualmente, a pensare a quello che piace a me.

- No, sei tu che devi pensarci. Nessun altro lo farà per te. E poi per quale motivo non si può fare una volta quello che vuole lui e un’altra quello che vuoi tu?

- Non mi interessano i rapporti misurati con il bilancino…

- Ah, già! Non c’è abbastanza poesia! Non c’è abbastanza spirito di sacrificio! Non c’è abbastanza masochismo, vero? 

 

Forse aveva ragione la sua amica. Forse. Ma Irene non credeva alle mezze misure, e tantomeno ci credeva nel campo dell’amore. E lei amava Iano. E voleva solo dimostrarglielo. E se lui non avesse fatto lo stesso con lei non era, in fondo, un problema che poteva riguardarla. Odiava il luogo comune secondo cui in amore vince chi fugge, e non le interessava sapere se fosse in realtà la strategia vincente. Lei aveva ascoltato il suo cuore e quello le aveva detto un’altra cosa: che in amore vince chi rimane. O, meglio, che in amore non si vince. O, ancora meglio, che in amore si vince sempre. E allora, con un senso di pace che non aveva mai provato prima, si metteva ad ascoltare la sua canzone preferita, Gracias a la vida di Violeta Parra, cantata dalla voce ineguagliabile di Mercedes Sosa, e tutto le sembrava veramente degno di gratitudine.