Zioste’
Tutto in fondo così semplice
… ma tu sei, ovunque…
Le ultime vibrazioni di “Mille anni con Elide” si liquefanno nello spazio tutto intorno, gli echi di sintetizzatore e chitarra compiono ancora un giro, sospesi a mezz’aria tra le teste e l’universo, gli stati d’animo alterati si lasciano sfiorare dagli estremi riverberi di note, le percezioni annegano nell’adrenalina in circolo.
Nel lento dissolversi di scie sonore remote e distorsioni elettriche, il sapore delle parole appena urlate preme forte alla bocca dello stomaco e stordisce, emoziona come, a pensarci bene, poche canzoni riescono ancora davvero.
Prendo un lungo respiro, trattengo l’aria per una decina di secondi poi la butto fuori lentamente attraverso il naso e con essa sembra scivoli via un po’ di quella tristezza che da diversi giorni mi si era piazzata sullo stomaco e non accennava a lasciarmi libero. Sono accaldato e mi fa male il petto per aver urlato durante tutta la canzone, quando riapro gli occhi e guardo intorno mi rendo conto che nulla è diverso rispetto a prima dei sette minuti appena vissuti in cui tutto era buio e la musica mi aveva riempito la testa isolandomi dal mondo, urlare fino a sentire la gola in fiamme non è servito a molto.
Sono ancora al concerto dei Verdena, una sera di marzo.
Con me gli amici di sempre: Daniele, Fabio, Noriko e Martina.
L’aria è appesantita dal fumo delle sigarette e da quello degli effetti di palcoscenico.
Il posto non è poi così grande ed è pieno all’inverosimile sia nello spazio sotto il palco sia sulla balconata sospesa tutto intorno al perimetro del locale.
Urla, applausi, luci basse, scenografia scarna, essenziale, grezza.
Chiara non c’è.
Dopo la nostra “chiacchierata” di due sere fa ha preferito non venire.
È buffo che torni in mente in questo momento ma sembra inevitabile.
Mi piaceva chiamarla Elide perché c’era quel verso finale “ma tu sei ovunque” e pareva mi parlasse di lei, del fatto che fosse sempre e comunque nei miei pensieri, se ne stava lì e ogni tanto faceva capolino nei momenti più strani e inaspettati.
Avevo preso a chiamarla così e ce l’avevo chiamata anche quando lei aveva detto che non era innamorata di me, quando aveva detto che sarebbe stato meglio se non ci fossimo visti per un po’, perché lei non provava nulla e non voleva trovarsi in situazioni imbarazzanti perché a me ci teneva… e… non sapeva più che dirmi a quel punto.
Non sapeva più che dirmi.
Cazzo.
Non sapeva più che dirmi.
Il locale esplode di nuovo in urla e applausi, le prime note di basso sono un avvertimento, le senti crescere dentro e come le senti tu anche altri capiscono quello che sta per accadere, è come se mille persone tutte insieme stiano solo aspettando il momento giusto.
- Andiamo, Ste’.
Daniele mi tira per un braccio, vuole infilarsi nel pogo che sa già, compagno agitato di mille concerti come questi, si scatenerà sotto al palco.
Allora partiamo insieme, sprofondiamo nell’intrico di magliette sdrucite e pantaloni militari e anfibi e capelli lunghi e spettinati e borchie e bracciali e collane e camicie a quadri e catene e.
L’onda umana comincia a muoversi rapida e furiosa da una parte all’altra della sala, uno tsunami di corpi sudati che aderiscono perfettamente gli uni agli altri, corpi che ondeggiano sul ritmo pesante e quasi cantilenante di “stenuo”, barriere personali che vanno in frantumi, spazzate via dalla canzone che ti obbliga a saltare e ad urlare. Un’onda incosciente e frenetica fatta di rabbia pura e di una necessità di un contatto umano irrimediabile, un’onda che nella sua circolarità svuota l’anima dalla collera accumulata e la riempie di rinnovata energia
“io non so se vorrei, ti odio ancora più che mai…”
Parole che tagliano, parole in cui sento di essere precipitato, parole che lacerano i pensieri e le sensazioni in diagonale, parole che danno voce a quell’odio puro che viene direttamente dallo stomaco, accompagnate nel delirio da una ritmica devastante e da chitarre impazzite.
Allora diventa così facile chiudere gli occhi e lasciar fare, abbattere ogni barriera, lasciare che sia, lasciare ogni sensazione o immagine o ricordo cadere a terra e calpestarlo, mandarlo in frantumi sperando di non riuscire più a raccoglierne neanche un solo pezzettino minuscolo, di non riuscire più a riconoscersi all’interno di nessuna di quelle schegge impazzite.
Ancora il riff, l’onda si rinvigorisce e si solleva di nuovo, ancora spintoni e colpi ai fianchi, ancora ginocchiate, ancora urla che si sovrappongono.
“Io sto giù e tu no…”
Vorrei solo continuare a saltare e gridare e cadere e lasciare che braccia sconosciute ma compagne mi risollevino oppure mi lascino lì e sia quel che sia, vorrei che tutto quello che mi logora dentro esca da qui come un fiume di lava, vorrei non avere più quel peso, ondeggio la testa sul ritornello cercando di lasciar uscire anche gli ultimi pensieri e, quando anche l’eco dell’ultima nota sarà spenta, vorrei come per magia scoprirmi più leggero, non migliore, solo un po’ diverso.
Un’onda un po’ più forte mi fa quasi perdere l’equilibrio, mi aggrappo a Fabio che mi tende un braccio e torno subito a livello di galleggiamento, neanche il tempo di respirare che siamo entrambi di nuovo parte di quel movimento furioso e apparentemente perpetuo, cambia solo la direzione e comincio ad essere spinto in avanti e indietro verso il palco e poi a milioni di chilometri da quell’intrico di cavi e sensazioni.
Urto una ragazza su un fianco, si gira e mi abbraccia sorridendo, poi la perdo nella mischia.
Permetto all’assolo di chitarra di far strage di barriere e diaframmi tutto intorno ai miei pensieri con quel suo incedere spietato, spero nella precisione chirurgica di quella raffica di note che ormai entrano dentro e scavano una voragine, continuo ad ondeggiare e a saltare, a travolgere e a lasciarmi travolgere, a spingere e ad essere spinto addosso a qualcuno.
Ancora una sferzata di assolo, è come se la furia di quelle note venisse da me, potrei urlarle in un orecchio “perché” se solo lei fosse qui… invece mi lascio stordire ancora un po’ e chiudo di nuovo gli occhi tanto per rimanere del tutto travolto dai suoni e dagli spintoni degli altri.
Magari potessi perdere i sensi e risvegliarmi altrove, con un’altra faccia e tutta una serie di pensieri freschi, prendere le distanze da quel momento particolare della mia vita, probabilmente la prima vera volta che stavo perdendo qualcuno a cui tenevo e mi sembrava sempre di più che quel distacco stesse diventando inevitabile e forse definitivo.
Ma tutto questo proprio non riesce ad accadere malgrado mi sforzi e l’unica cosa che mi rimane da fare mentre il mellotron goccia fuori gli ultimi suoni è tornare nella posizione defilata dove Martina è rimasta ad aspettarmi, ad aspettare tutti noi perché non se la sentiva di entrare nel caos.
- Che ti sei persa…
Le siamo intorno, piegati con le mani sulle ginocchia a riprendere fiato.
I Verdena si allontanano dal palco, una pausa.
Suonano già da un’ora, presto la serata finirà, resto sgomento all’idea di dover ricominciare a combattere col pensiero di Chiara senza altre distrazioni, bevo un sorso di birra che mi dà subito alla testa, continuo a guardarmi intorno.
- Che ti manca, Ste’?-
Daniele mi mette un braccio sulla spalla, mi avvicina a sé.
- Niente…
- Stai pensando a Chiara, vero?
Daniele non ha bisogno di aspettare una risposta, conosce già le parole, siamo amici da cinque anni ormai ed è un po’ come se ognuno avesse preso dall’altro qualcosa, un continuo scambio di esperienze e confidenze che ci ha legati alla fine, che ci fa vivere più o meno le stesse sensazioni, gli stessi stati d’animo.
- Sì…
Un altro sorso di birra per mandare definitivamente affanculo ogni barriera ancora rimasta in piedi. Mi gira un po’ la testa, preso da uno stordimento lieve e piacevole mi appoggio alla ringhiera della balaustra dondolando un po’ avanti e indietro.
I Verdena intanto sono tornati sul palco.
- Ste’, noi andiamo giù, tu che fai?
- Resto qui, vecchio…
Daniele, Fabio e Noriko tornano al centro della sala mentre le note liquide di Vera cominciano a diffondersi lente. È un momento di pace, mi sdraio sul pavimento con gli occhi chiusi, riesco a percepire la presenza di Martina accanto, perfino ad immaginarla seduta, con le ginocchia raccolte al petto, quando apro gli occhi lei è li, mi sorride ma in modo triste o così sembra (aveva le lacrime agli occhi prima).
- Stai bene?
Le accarezzo una guancia col dorso della mano.
- Sì, zietto, non ti preoccupare…
Restiamo per un paio di canzoni in quel modo, cerco di riprendere il controllo sui miei stessi sensi ma sembra così difficile, perché la birra ha fatto danni e in quel momento mi accorgo di quanto sia andato oltre certi limiti di tolleranza alcolica.
Gira un po’ tutto ma decido di provare lo stesso a rimettermi in piedi sulle prime note di “centrifuga”, forse in assoluto…
- Zio Ste’, la tua canzone preferita…
L’atmosfera sembra essersi fatta più evanescente, i suoni dilatati dell’intro restituiscono un po’ di quiete, adesso respiro lentamente, l’aria sembra ci metta minuti interi ad arrivarmi ai polmoni, sento comunque di stare meglio.
Martina mi prende la mano, stringe forte.
E la lascio fare, in fondo è piacevole come sensazione, avverto la consistenza tagliente dei suoi anelli ma la sua mano è così piccola che quasi sparisce dentro la mia.
Stringe un po’ e comincia a cantare.
“E infine senti che c’è, ed ora scegli chi c’è in te…”
e canta con un trasporto e un’intensità che non t’aspetteresti mai di sentir uscire da uno scricciolo di un metro e sessanta magro e spettinato e pallido com’è lei.
Capisci subito che quella tregua di suoni e sensazioni non sarà per sempre.
“Lei che non è mai la verità…”
La sua voce bassa e un po’ sottile la fa stonare ma lei non ci fa caso e canta ancora.
Vorrei poter non sentire quelle parole perché mi restituiscono il viso di Chiara, la mia Chiara che non è mai stata “mia” sul serio, vorrei concentrarmi unicamente sulla musica, provo allora ad immaginare di essere solo nel locale per poter assorbire ogni singolo istante e vibrazione e cercare di imprimerlo a fuoco nelle memorie, emergendo così dal pensiero di lei.
Cerco di focalizzare il giro di basso ma il ritornello mi torna addosso di nuovo proprio nel momento in cui mi volto di lato e incontro lo sguardo blu di Martina spalancato su di me.
“E comunque sia, tu nei sensi, nell’immagine, puoi convincermi, tutto in fondo… così semplice… e inutile…”
Fa male sentire le proprie sensazioni così, nude, senza difese o filtri, urlate da qualcun altro.
Guardo di nuovo verso il palco dove nel frattempo il colore predominante dei fari è tornato ad essere il viola e l’atmosfera si è fatta ancora più scura e morbida e lenta… comunque avrei di gran lunga preferito essere lassù e urlarle io certe cose ad una certa persona con gli occhi scuri e i capelli lisci.
“Ora resterai immobile… ed io sarò infallibile…”
(“Cosa vuol dire che non sai che dirmi?” Le avevo chiesto mezzo avvelenato, mezzo già triste e stordito per la sensazione di rottura definitiva di quella frase, lei non aveva risposto, s’era limitata a fissarmi negli occhi e a scuotere la testa. Poi si era girata e l’avevo guardata mentre andava via di spalle, semplicemente ero rimasto lì, non mi era restato null’altro da fare che ritornarmene a casa con dentro la consapevolezza che su quel marciapiede fosse caduto qualcosa e che difficilmente sarei riuscito a raccoglierlo di nuovo per tenerlo stretto).
“E comunque sia, tu nei sensi, nell’immagine, puoi convincermi, tutto in fondo così semplice, e inutile…”.
La testa ricomincia a girare, alcune immagini si sfocano mentre i colori inacidiscono, cerco di aggrapparmi con una mano alla balaustra e le nocche diventano subito bianche per la forza che ci metto nello stringere, non riesco più a valutare le distanze reali e la consistenza degli oggetti, mi sento male ma non voglio finire per terra mentre la chitarra geme le ultime note del ritornello…
Tracce sanguigne di luce tutto attorno, voci in lontananza, forse Martina mi ha chiesto se va tutto bene, non riesco a risponderle.
È comunque solo un momento, lo stordimento svanisce in una sua carezza sulla fronte.
- Ma stai male?
- Dai, tutto bene…
- Sicuro?
- Sicuro…
Ancora fumo azzurro e viola che sale dal palco, fasci di luce l’attraversano proiettando intorno macchie di colore.
La furia strumentale comincia a prendere forma.
Dapprima solo il basso, un paio di giri per quella che è poco più di una cantilena.
Guardo Martina, so che è la sua parte preferita di tutta la canzone.
Sento il cuore diminuire i battiti, come a voler entrare in simbiosi con il ritmo schiacciato della batteria, ma è solo un’impressione…
La mano di Martina lascia la stretta e il suo braccio mi circonda la vita stringendomi a lei appena un po’, attraverso la non-più-consistenza del cotone logoro della t-shirt ne avverto il contatto insicuro, la sento, o almeno così sembra in quel momento, quasi tremante.
La musica comincia a salire di intensità.
Non so cosa stia per succedere ma lo immagino, non posso pensare sia così ma perché dovrei fermarmi?
(C’è qualcuno per cui dovrei fermarmi? Qualcuno che voglia che io mi fermi? No, quel qualcuno qui non c’è…).
Il suo viso si avvicina nella penombra delle luci viola che le disegnano archi di tristezza attorno agli occhi. Piange forse o forse è solo sudore.
Note di chitarra leggere come gocce di pioggia cominciano a legarsi alla base ritmica.
Scrosci di piatti.
L’ossessionante giro di basso adesso entra dritto nella testa.
La batteria nel petto (porca puttana porca puttana porca puttana porca puttana).
Note come gocce dalla chitarra (perché cazzo non sei qui, Elide? Perché cazzo non sei tu?).
Il basso nella testa (non sai che dirmi… inventa qualcosa!).
La batteria nel petto. (dimmi che mi vuoi bene no?)
Note come gocce dalla chitarra (che cosa ti costa?).
Il basso nella testa (fammi almeno capire che sono importante per te).
La batteria nel petto (trova qualcosa da dirmi, non andare via).
Note come gocce dalla chitarra (immagina qualcosa da dirmi).
Il basso nella testa (mi mancherai lo so, lo so).
La batteria nel petto (vaffanculo Elide).
Note come gocce dalla chitarra (mi manchi già).
Il basso nella testa (fanculo).
Ho caldo e respiro male l’aria acida del locale, la testa mi pulsa ancora, ho qualche difficoltà a mettere a fuoco le immagini, le nuove vibrazioni mi stordiscono, vorrei scappare e poi restare, perché no, e non esserci e spegnermi e bruciare e niente e tutto e...
Poi ogni immagine e sensazione si dilata fino a frantumarsi…
L’assolo comincia a stridere tra i pensieri deviando le traiettorie dei gesti successivi, trasformando le visioni di ciò che sta per accadere in opache istantanee senza contorni ben definiti.
Le dita di Martina mi passano tra i capelli.
Ci guardiamo fissi negli occhi per un attimo e riesco a scorgere tutto l’imbarazzo di chi sta andando ben oltre i propri limiti.
Il palmo della mia mano si adatta con una precisione stupefacente al suo collo, con l’altra mano la stringo su un fianco, le accarezzo la nuca fino all’attaccatura dei capelli, poi scendo di nuovo verso la schiena, non riesco a fermarmi, se solo volessi so che potrei perdere la coscienza di cosa sta per accadere, sento che in questo istante esatto frammenti di consapevolezza e lucidità si stanno staccando dalle mie tempie.
Ancora un incrocio di sguardi.
(Martina, hai occhi azzurri che ci potresti cadere dentro… gliel’avevo detto un pomeriggio quando c’era precipitato un raggio di sole).
Mi rimane da assaporare solo questo momento che presto andrà perso nel buio di emozioni confuse, tenebre che offuscheranno la realtà intorno.
Ma lei è Martina, la piccola Martina, quella che spesso chiamo “piccolì” perché è uno scricciolo, ma poi non è più Martina, è Chiara, la mia Chiara che fino a ieri si lasciava chiamare Elide, fino a quando mi aveva chiesto di non cercarla più, e la musica sale ancora di intensità mandando in pezzi le nostre barriere ed ora gli strumenti urlano per me e Martina… no… no… e Chiara e le labbra di Chiara, no di Martina, si dischiudono e il suo respiro affannato come avevo sempre immaginato, il respiro di Chiara, no, il respiro di Martina, la piccola Martina… no… no… è Chiara, no è Martina… e mi sembra di sapere già da una vita che potrei morire per quel sapore.
Morire, per quel sapore come di pesca.
Il suo sapore come di pesca.
Il suo sapore.
Sapore.
“e comunque sia, tu nei sensi, nell’immagine, puoi convincermi, tutto in fondo così semplice, e inutile…”
Le mie mani aperte e poggiate sulla sua schiena piccola, i nostri corpi stretti mentre la musica decresce di intensità e Martina si aggrappa al mio petto e stringe forte i pugni che quasi sembra voglia strappare la mia vecchia maglietta e continua a regalarmi brividi a fior di pelle con quel suo modo leggero, quasi da bambina, di baciare, lasciando che le labbra mi sfiorino appena per poi allontanarsi e riprendermi velocemente.
Restiamo abbracciati a lungo mentre la canzone si perde e anche l’ultima nota si spegne.
Non ci guardiamo, restiamo così, stretti, mentre mi entrano dentro le prime note di “ovunque” che molto probabilmente chiuderà la serata.
Daniele torna indietro, Fabio e Noriko sono rimasti lì, in mezzo agli altri ragazzi, non riesco a vederli ma immagino stiano saltando ancora come pazzi furiosi.
Per un attimo Daniele incrocia il mio sguardo, credo abbia già capito tutto, so che non ne parleremo, non dovrò spiegare “cose” né mi aspetto da lui frasi che chiunque altro, lontano anni luce da noi, potrebbe dire, che si pianti in volto uno di quei sorrisi ironici e ammiccanti.
…È buio ormai…
E poi via per l’ultimo giro di corde dure.