Fabio Mazza

Mosaico di un aspirante alcolista

 

”Come ti puzza il culo!”, disse la vacca al mulo: “Sarà la tua puzza di cacca!”, rispose il mulo alla vacca…Oh me misero, me tapino, quanto è grossa la mia sequoia. Trallallero trallallà…figaro qua…figaro là.

È così che conobbi Strego.

All’interno del parco “Mussolini” barcollava da un albero all’altro intonando frasi senza senso con una sigaretta in bocca, una bottiglia in una mano e il pisello nell’altra. Cercava di pisciare nella direzione giusta, ma era talmente sbronzo che riusciva solo a centrarsi le scarpe. In quella torrida serata di luglio non avevo proprio nulla da fare: i miei amici musicisti non suonavano, il portafoglio era semivuoto, e quanto alle donne… beh, lasciamo perdere. La mia storia con Dorotea era finita da tre settimane. Per sempre.

Nessun’altra donna. Nessun altro uomo. Semplicemente l’amore che una mattina si sveglia e delira così, senza una ragione. L’amore che non dura. L’amore che muore perché non è eterno. Eppure lei, il mio Angelo dai lunghi capelli rossi, io l’avevo amata davvero.

Trascorsi le prime settimane ad ubriacarmi tutte le sere. A vomitare. Ad ascoltare vecchie canzoni di Nick Drake. A rileggere le sue lettere. A  rivedere le nostre foto. A piangere.

A masturbarmi… La classica routine di un uomo abbandonato.

Dopo 20 giorni decisi di uscire. Eravamo io ed un insano desiderio di morte. Una coppia perfetta.

Ero lucido. E la lucidità della mia mente mi permise di elaborare tra i miei pensieri una tristissima e quanto mai contorta danza di numeri.

Erano 4 ore che non mi tiravo una sega. 8 che non parlavo con nessuno. 16 che non dormivo. 20 che non bevevo alcol. Quasi 48 che non toccavo cibo. Quasi 100 che non guidavo. Quasi 150 che non lavoravo. Quasi 500 che non parlavo con Dorotea. Quasi 600 che non la vedevo. Quasi 700 che non sorridevo. Quasi 800 che non tenevo una donna tra le braccia. Sì… 800 ore non sono poi molte, sono più o meno 34 giorni. Come dimenticare quel momento? Immagini che si ripetevano nella mente centinaia di volte al giorno, come un film che si conosce a memoria.

Avevamo appena finito di fare l’amore, quella notte. Poi lei raccolse le ginocchia al mento. Sembrava una bambina in cerca di protezione. Di tenerezza.

L’abbracciai con la dolcezza di sempre, la dolcezza che in quei momenti spesso mi dimostrava lei per prima… ma, appena sfiorai la sua pelle, mi accorsi immediatamente che c’era qualcosa che non andava.

“Cos’hai?”, le chiesi.

Non mi rispose.

La osservavo sotto la sola luce di una candela. Dio, quanto era bella con quello sguardo triste! Era meravigliosamente bella.

Accarezzai il suo viso, e con una ciocca dei suoi capelli le asciugai gli occhi imbevuti di pianto. Tenevo le mani tra i suoi capelli e con la mia fronte toccavo la sua. Vedevo le lacrime nascere dai suoi occhi e morire tra le labbra. Èb lì che la baciavo.

Baciavo le sue lacrime e non dimenticherò mai quel sapore così amaro. Era veleno.

800 ore prima. Quel “film” ormai mi tormentava da 34 giorni. In ogni istante della giornata. Dall’alba al tramonto.

Stavo male. E in quei casi si cerca sempre un pretesto per stare peggio.

Le probabilità che un bolide grande quanto il Texas si schiantasse contro la mia città causando l’estinzione umana in pochi mesi erano praticamente nulle. Dovevo accontentarmi di molto meno. O semplicemente dovevo essere meno egoista. Così aspirai ad una fine più individuale.

Speravo in un brutto incontro: un teppista, una banda di nazi armati di catene, un balordo con la pistola, un qualsiasi rappresentante della feccia umana, felice di massacrarmi di botte e di farmi sputare sangue.

Era l’01:35 circa: ancora un po’ troppo presto per quel tipo d’incontri.

Accesi il televisore per uno zapping.

Immagini altamente culturali: pornocasalinga vista davanti, il kamasutra in videocassetta alla fantastica offerta di 73 euro, Selen vista da dietro, Maurizia Paradiso che consigliava “Mandingo” per delle erezioni mai viste, il culo di Selen (primo piano), poppe astronomiche (roba da far vomitare anche il masturbatore più incallito), sesso, sesso, sesso e ancora sesso. Continuai a giocare con il telecomando fino a quando qualcosa di veramente interessante non catturò la mia attenzione.

MTV: Chris Cornell dei Soundgarden stava cantando a squarciagola “Jesus Christ pose”; sembrava un moderno Messia avvelenato con il mondo, con tutto e con tutti. Proprio come me. Nell’ordine su una grande croce si alternavano un fantoccio voodoo, una bella ragazza dagli occhi bendati e lo scheletro di una mezza specie di “Terminator”. Un concentrato di suoni condito da immagini subliminali e provocatorie. Un efficace strumento di tortura per cardinali fascisti e borghesi benpensanti.

A quel punto spensi il televisore: ero pronto per la mia impresa.

Uscii di casa a piedi. Direzione: il parco “Mussolini”.

Erano anni che non lo vedevo di notte, forse dai tempi dell’Arcadia. Quando chiudevamo quel  locale, le serate finivano quasi sempre ai giardini di fronte, davanti ad una bottiglia di vino, ad una canna, ad una chitarra o ad un jambè. E se poi c’era Foffo nelle vicinanze, allora si andava a casa di qualcuno a cucinare il suo bel guanciale che teneva costantemente custodito in macchina. E se fuori c’erano 33°, beh, questo era solo un dettaglio.

Iniziai a girovagare per il parco ricordando i vecchi tempi: l’Arcadia, Foffo, il Vicolo Cieco, i Senzabenza, i goal di Roby Baggio ai mondiali del ’94, Caterina e il suo violino, la “Pantera” del ‘90, il Marsigliese, San Masseo e tutto il resto. Dorotea. Tutto il resto. Dorotea. Tutto.

I giardini erano quasi deserti. Qualche extracomunitario ubriaco forse, ma nessuno corrispondeva al soggetto che stavo cercando. Deluso, mi sedetti su una panchina ed accesi la trentaseiesima sigaretta della giornata.

È a quel punto che incontrai quell’uomo.

Dopo aver finito di pisciarsi sulle scarpe, mi venne incontro chiedendo una sigaretta.

“Ma come? Non vedi che ne hai una accesa in bocca?”, avrei dovuto dirgli.

Non lo feci. Anzi gli diedi tutto il pacchetto.

“Tieni!”, gli dissi: “ne sono rimaste solo 4, ma puoi tenerle. Credo di aver fumato abbastanza per oggi”. Le prese soddisfatto.

Il lampione più vicino era ad una ventina di metri. La sua luce mi permise di riconoscere un uomo di 45-50 anni, di corporatura robusta ma non molto alto, dai capelli grigi di media lunghezza e la barba incolta.

“Posso sedermi qui?”, mi chiese umilmente: “Perdonami, ma non ce la faccio proprio ad arrivare all’altra panchina”. Rimasi colpito dalla sua gentilezza. Insomma: era pur sempre un barbone o una cosa del genere. Avevo già avuto incontri di quel tipo e ormai avevo capito che quella vita, la loro vita, non poteva permettersi la gentilezza. Era un lusso troppo grande. Quell’uomo non si reggeva in piedi. Lo aiutai a sedersi su quella panchina.

Puzzava da fare schifo: una ripugnante miscela di vomito, alcool, piscio, sudore, merda.

“Ti ringrazio. Posso sapere il tuo nome?”, mi disse.

“Micky…”, gli risposi.

“Sei un guerriero, Micky! si vede dai tuoi occhi… sei vero… proprio come Attila…”.

Attila. Che cazzo c’entrava Attila?!

Capii immediatamente che avevo a che fare con un povero pazzo.

Un pazzo innocuo: i suoi occhi esprimevano tutto tranne la violenza o l’odio.

Non era proprio quello che stavo cercando, non era come incontrare “Gianluchino”, Leo lo zingaro, il Negro o gli altri delinquenti che in quel periodo bazzicavano la mia città, ma forse l’incontro con un vagabondo sarebbe stato altrettanto violento per la mia anima.

Forse mi avrebbe fatto ugualmente male.

Decisi di parlare con lui: “Tu invece, come ti chiami?”.

“Puoi chiamarmi Strego…”, mi rispose.

Strego (e chissà qual era il suo vero nome) doveva avere sicuramente qualche rotella fuori posto: molto probabilmente un acido gli aveva spappolato parte del cervello durante la fase lisergica degli anni ’70, quando era leader dei METEUS, gruppo progressive rimasto conosciuto soltanto nella scena musicale bolognese.

In realtà la nostra conversazione non durò molto. Mi disse che il giorno seguente avrebbe fatto qualcosa di “veramente strepitoso” e che se ne avevo voglia me ne avrebbe parlato la sera stessa al bar della stazione, magari davanti a qualche birra. Mi disse che negli ultimi mesi viveva tra Latina e Latina Scalo e che in primavera aveva fatto la comparsa per un documentario sul medioevo che stavano girando a Sermoneta.

“Dovevi vedermi…”, mi disse: “ero bellissimo, col mio arco e le mie frecce. Ero un arciere!”.

Alla fine di quella frase il vino gli risalì tutto in una volta e cominciò a vomitarsi addosso.

Quando finì lo aiutai a coricarsi sulla panchina. Dopo pochi minuti si addormentò piangendo. Nel sonno ripeteva continuamente una specie di mantra: “avrei ricoperto il tuo corpo con petali di rose…avrei ricoperto il tuo corpo con petali di rose…avrei ricoperto il tuo corpo con petali di rose…”.

Decisi di tornare a casa.

Dormii ininterrottamente per 13 ore, disertando il lavoro per il sesto giorno consecutivo. Sicuramente avevano cercato di contattarmi un’infinità di volte, ma il mio cellulare era disperso da tempo immemorabile, e,  quanto al telefono di casa, era stato distrutto durante una mia fase di isterismo alcolico.

Probabilmente mi avevano già licenziato.

Feci colazione alle 6:30 del pomeriggio con una spremuta di arancia, una vodka gelata, una brioche, ed una vodka gelata. Qualche ora dopo mangiai uno squallido piatto di pasta in bianco. Infine decisi di andare alla stazione a trovare Strego. Prelevai 100 euro dal Bancomat: se qualche giorno prima il mio conto era vicino allo zero, adesso stava veramente franando.

“Vai, Strego!”, pensai dentro di me: “stasera offro io…”.

Dopo una settimana risalii a bordo della mia Alfa 33 grigio ardesia del ’91. “Una vera macchina da coatto”, mi diceva sempre Foffo, anche quando era quasi nuova. Io l’ho sempre adorata.

Arrivai alla stazione poco prima di mezzanotte e al bar ordinai la terza vodka della giornata.

Chiesi informazioni al ragazzo che serviva dietro al bancone.

“Ma chi, Strego? Certo che lo conosco”, mi disse: “spesso trascorre le notti qui alla stazione, in sala d’attesa, ma non credo che si farà vedere per un bel po’; ho appena saputo che oggi l’ha combinata davvero bella. Del resto si vedeva che quello era proprio scemo”.

Il cameriere mi raccontò “quella cosa strepitosa” di cui la sera prima Strego aveva fatto solo un vago accenno. Per me Strego non era più un pazzo. Era un poeta, forse l’unico che abbia mai incontrato. Chiesi al cameriere una bottiglia di Martini Bianco, bella fredda. Risalii in macchina e cominciai a correre senza meta con una mano al volante e l’altra al Martini. Poi mi diressi a Roma. Sulla Pontina sfiorai diverse volte i 190 km orari. Poco prima dell’Eur la bottiglia era finita. Girai per il quartiere delle puttane: alcune erano africane, molte dell’est. Non so perché ero arrivato lì, non avevo mai pagato per scopare e non avevo alcuna intenzione di farlo quella sera.

Una ragazza mi costrinse a fermarmi. “Ehi, bello! Ti va di stare un po’ con Irina?”.

Avrà avuto 20 anni, forse meno. Era bellissima, dal corpo esile e i capelli lunghi e neri. Indossava  una microgonna di pelle nera, dalla quale si intravedeva un perizoma rosso, gli stivali alti fino al ginocchio dello stesso colore ed una magliettina aderente corta fino all’ombellico…

La feci salire in macchina. “Devi pagarmi subito”, mi disse: “sono 40 euro…”.

Glieli diedi e le chiesi dove dovevo andare. “Non possiamo allontanarci troppo, altrimenti ‘lui’ s’incazza e mi fa storie…”. Mi fece fermare ad una traversa di via dell’Umanesimo.

“Ecco. Puoi parcheggiare qui”.

“Qui” era tra un bidone della spazzatura ed una campana per la raccolta differenziata.

Cominciò a spogliarsi mettendo in mostra i suoi seni, piccoli ma ben fatti.

L’abbracciai e tentai di baciarla come fino a poco tempo prima facevo con un’altra.

“…e no, bello. Questo non lo puoi proprio fare. È la prima volta con una di noi, vero?”.

Mi sbottonò la camicia e i pantaloni. Iniziò ad accarezzarmi il torace. Poi scese sempre più giù: cominciò ad usare le mani, le mani e la lingua. Me lo prese in bocca.

Rimasi inerme. 

 “C’è qualche problema?”, mi chiese.

“Credo proprio di sì…”, le risposi con un infinito imbarazzo. “Scusami… non so neppure io perché ti ho fatto salire in macchina…”.

“Ok, magari sarà per un’altra volta, d’accordo?”.

Aprì lo sportello e se ne andò via, lasciandomi così: vicino ad un bidone della spazzatura, con 40 euro in meno ed un cazzo morto in mezzo alle gambe. Mi sembrava di nuotare in un oceano di merda. Continuai a girare per le vie di Roma aspettando che la macchina mi lasciasse senza benzina. Quando rimasi a piedi era quasi l’alba. Entrai in un bar. Il primo che trovai aperto. Ordinai una vodka gelata. Doppia. Avevo due strade di fronte a me.

Berla tutta in un sorso e poi ordinarne un’altra e dopo un’altra ancora.

Oppure lasciare il bicchiere lì intatto. Pagare ed andarmene.

 

Epilogo

 

La mattina precedente, Strego si era alzato da quella panchina. Dopo due ore di elemosina, riuscì a comprarsi due cartoni di Tavernello. Nel primo pomeriggio li aveva già finiti.

Successivamente andò in un nascondiglio che conosceva solo lui. Indossò un costume medievale, quel costume che forse in un modo o nell’altro era riuscito a far sparire dal set, a Sermoneta, qualche mese prima. Con sé teneva pure l’arco. Gli mancavano solo le frecce. Vagò per il centro della città così, vestito da arciere medievale e con un elmo in testa.

Fuori il termometro toccava i 37°.

Si fermò a Piazza del popolo, di fronte alla torre dell’orologio. A pochi metri dalla fontana iniziò a far scoccare l’arco contro il quadrante dell’orologio. Senza frecce. Tendeva l’arco e lasciava la presa. Non fece in tempo a lanciare la nona delle sue frecce immaginarie che in lontananza già si sentiva il suono di una sirena.

Due portantini scesero dall’ambulanza e gli misero la camicia di forza, un terzo gli fece un’iniezione. Strego non oppose alcun tipo di resistenza.

Da allora in città non lo ha visto più nessuno.

 

Dedicato a tutti quelli che sono ancora fermi di fronte a “quel” bicchiere.