Pecora nera
Il rovescio della vita
Si divertiva a rispondergli al citofono con la domanda “sei tu?”, anche se sapeva benissimo che era lui. Le piaceva sentirlo rispondere sempre in modo diverso: no, sono uno che passava di qui per caso; oddioooo, ho un vuoto di memoria; aiuuuuto, ho una crisi di identità… Poi aspettava con trepidazione che salisse i tre piani di scale, per vederlo apparire sulla soglia di casa con il suo sorriso allegro e la sua bella luce azzurra negli occhi, apparizione non ancora familiare - poco tempo era passato da quando aveva iniziato a frequentarlo - ma già così preziosa…
Quella notte, davanti al portone, mentre lei recuperava la chiave di casa dalla solita tasca del solito zaino, al contrario di lui che la chiave di casa sua la smarriva in continuazione, e ogni volta doveva perlustrare tutte le tasche per ritrovarla – “perché sei disordinato”; “no, sei tu che sei precisa come un motorista della Lufthansa”; e su questo aveva ragione lui: il suo ordine era maniacale – Leo aveva premuto il tasto del citofono, così, senza motivo, anche se a casa non c’era nessuno.
- Pensa se adesso sentiamo te che dici “sei tu?”…
- Mamma mia… Mi vengono i brividi solo a pensarci…
- …Ci precipitiamo a casa mia e anche lì, al citofono, risponde la mia voce…
- E non sappiamo più chi siamo noi…
- … Se siamo noi quelli veri o sono loro…
- Beh, potremmo ucciderli, seppellirli, e far finta che sia stato solo un incubo…
Che Alice potesse pensare di uccidere qualcuno, era altrettanto improbabile del fatto che la sua voce rispondesse al citofono mentre lei era fuori casa. Si definiva una rivoluzionaria, difendeva animatamente l’insurrezione armata di un popolo oppresso contro l’oppressore, ma diceva sempre che, se fosse vissuta all’epoca della Resistenza, lei per sé avrebbe scelto il ruolo della staffetta partigiana (“tu? Ma se riesci a perderti anche sulla via di casa!”. Ed era vero: Alice era capace persino di smarrirsi all’interno di un ristorante). Così, quando un giorno Leo le aveva regalato uno spray anti-aggressore al peperoncino, lei si era sentita doppiamente felice: primo, perché le piaceva infinitamente che lui si prendesse cura di lei e si preoccupasse della sua sicurezza (anche se in fondo in fondo lei era convinta di essere invulnerabile); secondo, perché nelle istruzioni aveva letto che quello spray metteva temporaneamente fuori uso l’aggressore, ma non provocava effetti nocivi alla salute: in pratica, la sua arma ideale…
- Ma se ogni persona avesse un suo doppio, la vita sarebbe la stessa identica per entrambi? Non sarebbe bello se, ogni volta che la mia vita si trovasse a un bivio, il mio doppio prendesse la strada che io ho scartato? E di tanto in tanto potessi andare a controllare a chi è andata meglio? Pensa: avrei la possibilità di vedere come sarebbe la mia vita se avessi scelto diversamente!
- Solo per amareggiarti nel caso tu scoprissi che hai preso la decisione sbagliata? Vivresti poi solo di rimpianto...
- E se ci fosse la possibilità di passare da una vita all’altra, di scambiarle a proprio piacimento?
- Non vivresti davvero nessuna vita...
Alice ripensò a questa conversazione, quando verificò che la piccola sveglia d’argento sul davanzale del bagno, che era ripartita all’improvviso, senza alcuna ragione, dopo almeno tre anni di completa e apparentemente definitiva inattività, funzionava ora perfettamente
- L’hai sicuramente mossa, e muovendola l’hai fatta ripartire…
- Già, peccato che devo averla mossa un centinaio di volte, e senza che mai le lancette abbiano mostrato segni di vita…
Persino un trasloco ha subìto, e niente.
Ecco, se quel suo doppio fosse sul serio esistito, avrebbe potuto pensare che non si limitasse a rispondere al citofono al posto suo…
Quella sveglia era il dono di una persona a lei carissima, morta di cancro qualche anno prima: Alice, che cercava un senso in ogni cosa, trovava sorprendente che la sveglia fosse ripartita proprio nel momento in cui sentiva che anche la sua vita aveva ripreso a funzionare…
Ma, in fondo, che importanza aveva capire come mai le pile non si fossero esaurite dopo tanto tempo? C’erano infinite cose che non si spiegava e con cui conviveva tranquillamente. Accettava senza sforzo l’idea che la vita fosse piena di mistero. Le piaceva, anzi, pensare che fosse così. Si sarebbe annoiata a morte, in caso contrario…
Non era strano, del resto, che appena dopo aver parlato con il suo compagno dell’opportunità di fare testamento – condividevano lo stesso senso di precarietà dell’esistenza e di prossimità della morte – sentisse improvvisamente attorno a sé le persone più diverse parlare della stessa cosa?
Che i pensieri fossero contagiosi?
Com’era possibile che appena due giorni dopo quel colloquio, incontrando l’uomo che le aveva spezzato il cuore, questi le avesse detto che intendeva fare testamento e lasciarle una casa? “Ti ringrazio tanto, ma io non ne ho bisogno, una casa ce l’ho già”. “Beh, ma quella che ti lascio io è più grande”.
Già, ma non avrebbe mai potuta sentirla sua, perché nulla che avesse a che fare con lui poteva trovare posto nella sua nuova vita: non c’era modo di tornare indietro, proprio come non c’è modo di ritornare nell’utero materno… (che strano, pensava Alice, quanto il passato non smettesse mai di far male. La Francesca dantesca aveva ragione da vendere quando affermava “nessun maggior dolor che ricordarsi del tempo felice nella miseria”. Peccato che non valesse anche il contrario, che, cioè, non si potesse dire che nessuna gioia è più grande che ricordarsi di un tempo di dolore nella serenità presente. In realtà, dal passato in cui è stato vissuto, il dolore continua, eccome, a farsi sentire: per quanto la ferita possa smettere di sanguinare, la cicatrice continua a segnare indelebilmente la nostra pelle).
Ancora più sorprendente era stato quando, il giorno dopo ancora, un altro uomo importante per lei, quello che l’aveva aiutata a rincollare i pezzi del suo cuore, uno a uno – forse la riparazione non era riuscita perfettamente, ma del risultato finale lei non poteva affatto lamentarsi – le aveva detto che lui il testamento aveva appena finito di scriverlo (chissà - si era domandata subito, ma non aveva osato chiederlo - se ha lasciato qualcosa anche a me…).
Non ci si poteva credere: che ci fosse un’epidemia di “volontà di fare testamento”?
Alice era convinta che la vita, o in qualunque altro modo si voglia chiamarla, mandasse continuamente dei segni: tutto sta, diceva, a coglierli e a interpretarli in modo corretto.
Quando era cominciata la sua storia con Leo, Alice aveva capito immediatamente che avrebbe dovuto fare i conti con una assenza ingombrante: quella della donna che lui aveva amato, tormentato, perduto, e tentato - troppo tardi - di riconquistare. Che, di fronte a quella donna, che aveva spaccato in due la vita di Leo, in prima di Giulia e dopo di Giulia (in fondo, proprio come il suo ex aveva fatto, in maniera altrettanto devastante, con la sua, di vita), lei si sarebbe sentita sempre come la riserva di un fuoriclasse (proprio lei che non sopportava di arrivare seconda, costretta a fare i conti da sempre con il suo insostenibile complesso da prima della classe). Con l’aggravante che, a quanto pareva, la sua somiglianza fisica con Giulia era notevole. E la super-aggravante che Giulia, a detta di tutti, era bellissima, e che dunque lei, che bellissima non era, appariva inevitabilmente come la sua brutta copia.
Così, più Leo le parlava di Giulia – e ne parlava, invariabilmente, con una esplosiva miscela di dolore, rimpianto, rabbia, risentimento, e uno sguardo che attraversava Alice senza vederla, come fosse trasparente, come se non esistesse – più lei aveva voglia di vederla, anche solo da lontano. E, con sua grande sorpresa, lui non solo non aveva espresso riserve, ma si era anche reso disponibile a organizzare “la caccia”.
E la caccia a Giulia era così partita. Si erano appostati lungo la strada in cui avrebbe dovuto passare, avevano fatto colazione nel suo bar abituale, erano andati in spiaggia nel suo stabilimento. Ma niente. Giulia appariva a Leo anche abbastanza spesso, ma sempre quando lei non c’era (come se qualcuno – il suo doppio? - la avvertisse ogni volta di cambiare strada, bar, stabilimento balneare). Infine, quando, dopo l’ennesimo appostamento a vuoto, Leo l’aveva richiamata dopo dieci minuti dicendole: “incredibile! L’ho incontrata appena sei andata via!”, Alice aveva compreso che non avrebbe dovuto insistere. Evidentemente, per lei, quella strada non aveva un cuore.
Seguendo i segni della vita, imparando a interpretarli nel modo corretto – che poi non significava altro che imparare a leggere dentro di sé - Alice era convinta che, alla fine, tutti i fili dell’esistenza sarebbero tornati a posto. Per lei aveva ragione quell’autore – si era dimenticata chi fosse, ma non si era mai dimenticata l’immagine – che dipingeva la vita come la contemplazione di un arazzo al rovescio: solo a vederlo di fronte si sarebbe apprezzato il disegno; da dietro, sarebbe apparso tutto come un groviglio disordinato e insensato di fili colorati. Così, in fondo, non c’era bisogno di un doppio che correggesse le nostre decisioni sbagliate: tutto aveva un senso, una volta osservato il disegno nel verso giusto.
Assorta in questi pensieri, Alice aveva quasi fatto un salto quando il citofono aveva suonato.
- Sei tu?