Francesco Dimitri

Manor House

 

I luoghi hanno pensieri. Al pari degli uomini sussurrano, respirano e vivono. Le foglie di un bosco, nei giorni d’estate, cantano epiche gesta di spiriti e dei. Nel bianco inverno i rami spogli mormorano leggende d’orrore: è la loro voce gracchiante, e non il freddo della neve, che procura brividi ai viandanti. Gli oceani conducono vite di lunghezza inconcepibile, le foreste meditano per millenni, le radure nascono e muoiono nel volgere di decenni o secoli. Ogni luogo, e ogni luogo dentro altri luoghi, vive. Vivono anche gli edifici degli esseri umani: vivono le case e vivono i parcheggi, vivono le strade, kundalini distese lungo le vertebre delle nazioni, e vivono i monumenti.

Alcuni luoghi sono malvagi.

Puoi sentirlo, se ti ci avvicini troppo. Resti a dormire in un albergo sconosciuto, e di notte ti attanagliano incubi atroci. Passi davanti a un asilo abbandonato, e il tuo umore peggiora di colpo. Trovi una spiaggetta deserta, e lì le onde ti afferrano per trascinarti a fondo. Ci sono luoghi malvagi, su questo non ho alcun dubbio. Luoghi che tramano, odiano, e a volte uccidono. E tra tutti i luoghi dannati al mondo, tra tutti i muti assassini nascosti tra le maglie del nostro pianeta, Manor House è il peggiore.

All’epoca ero un assistente di Letteratura Inglese in una grande Università romana. Non avevo neppure trent’anni e i soldi scarseggiavano, eppure, con l’arroganza della gioventù, ero certo di essere destinato a grandi successi. Arrotondavo le magre entrate accademiche con un lavoro da traduttore, mentre lavoravo a un romanzo che avrebbe rivoluzionato la Letteratura occidentale… o di questo mi illudevo. Trascorrevo più tempo a immaginare che cosa avrei fatto dopo che fossi diventato un grande scrittore che a scrivere sul serio: il mio nome, Girolamo Venturi, avrebbe furoreggiato sugli scaffali delle librerie. Mi figuravo l’adorazione di critici e lettori, degli accademici e della gente comune, e già sognavo di comprare, con i soldi guadagnati, una confortevole casa nel cuore verde dell’Irlanda. Ci avrei trascorso le vacanze, lontano dalle folle di ammiratori, con la mia adorata moglie e i figli che presto avremmo avuto.

Credo di meritare indulgenza per quelle illusioni giovanili. Avevo appena sposato la ragazza più bella che avesse mai respirato, una fanciulla i cui tratti delicati mi avevano rubato il cuore cinque anni prima. Lei mi amava, io amavo lei, il futuro era una mela da mordere, e non c’è niente come l’amore in grado di elevare l’animo verso castelli fondati su nuvole. Non posso cavarmi di mente il pensiero che, se la nostra strada non ci avesse portati a Manor House, qualcuno di quei castelli l’avremmo costruito davvero. Ma andò come andò: se i miei calcoli sono accurati, la mia vera vita è terminata trentasette anni fa. Da allora è stata una lunga agonia, che finalmente si approssima alla conclusione. Prima che giunga la fine, però, ho una storia da raccontare.

La campagna dell’Essex è un susseguirsi di prati, piccoli villaggi e occasionali boschetti, una regione relativamente vergine, almeno quanto può esserlo una linda e pulita campagna inglese. Grazie all’aiuto economico dei nostri genitori, io e Marta, la mia sposa novella, avevamo festeggiato le nozze con un lungo viaggio in Inghilterra, Scozia e Galles. Eravamo entrambi studiosi di quella cultura aristocratica, visionaria e fredda a un tempo, che caratterizza le terre d’oltremanica: la magnifica isola della Gran Bretagna era per noi un premio più ambito di qualsiasi meta esotica.

Quando giungemmo nel piccolo borgo chiamato Bornthorn, la luna di miele volgeva al termine. Avevamo visitato boschi meravigliosi e castelli diroccati, ristorantini fuori mano e tutto quello che i turisti, troppo presi dalle mappe e dalle vacanze organizzate, di solito trascurano. Ci eravamo soffermati in più di una casa con fama di essere infestata. I fantasmi erano una nostra innocua passione, che restava però rigorosamente circoscritta all’ambito letterario. Erano divertenti, non spaventosi. Nel corso del viaggio avevamo incontrato, qua e là, persone che prendevano l’argomento più sul serio: alcuni erano dei maniaci, cupi e nervosi, altri semplicemente dei simpatici svitati. Fu uno di questi, incontrato in un bar nei pressi di un castello scozzese, a segnalarci Bornthorn. “Se cercate spettri veri”, ci aveva detto, “dovreste fa un salto là”.

Con un sorrisetto, avevo risposto che eravamo alla ricerca di vera atmosfera, più che di veri spettri: sull’esistenza di questi ultimi non avremmo fatto troppo affidamento.

“Oh”, aveva risposto, “a Manor House di atmosfera ce n’è quanta ne volete. Perfino troppa”.

“Troppa?”, era intervenuta mia moglie.

L’uomo, un tipo grasso e vestito di nero, aveva scosso le spalle. “Sono vent’anni che vado a caccia di fantasmi, e ne ho viste, di cose. Ma a Manor House…”, si era fermato, lo sguardo perso nel vuoto, come se il ricordo fosse stato troppo intenso per ridurlo in parole. “Ci ho passato soltanto due ore, e poi sono filato”.

“Ha visto parecchi fantasmi?”, avevo chiesto, senza nascondere una vena d’ironia nella voce.

L’uomo mi scoccò un’occhiata. “Non ho visto niente. È questo il brutto”. Dopodiché si era portato una mano al cappello in cenno di saluto, e si era allontanato frettolosamente.

Io e Marta avevamo raccolto qualche informazione su Bornthorn. Non molto, in verità: scoprimmo che era un piccolo villaggio di sì e no cento anime, la cui unica attrattiva era una casa vittoriana abbandonata da decenni, Manor House. Era stata costruita in mezzo a un boschetto da un architetto di Londra, che era morto là dentro. Da allora si diceva che fosse infestata. Era una storia come tante, niente di speciale. Se decidemmo di dedicare gli ultimi tre giorni di vacanza a Bornthorn, fu perché ci eccitava l’aver scoperto una casa stregata così poco nota, e anche perché avevamo voglia di riposare in un posto tranquillo, un assaggio del nido d’amore che sarebbe stata la nostra vita.

 

Arrivammo a Bornthorn in una fresca sera di metà settembre. C’era nell’aria l’odore malinconico della fine dell’estate, quando sembra che la libertà delle vacanze sia persa per sempre. Io e Marta eravamo contenti di tornare a Roma, con tutte le novità che ci attendevano, eppure avevamo la sensazione che la magia di quei giorni di viaggi in una vecchia auto, senza altra meta che la nostra curiosità, non sarebbe mai più tornata.

Bornthorn non deluse le nostre aspettative. Un pugno di case basse, nessuna strada asfaltata, una minuscola chiesa e un’ancor più piccola locanda erano tutto quel che il paese aveva da offrire. Mi parve di piombare in uno dei racconti che tanto ci piacevano: mi sembrava perfino di sentire lo sguardo dei vecchi, i quali, nascosti nelle loro case, scrutavano sospettosi la coppia di stranieri.

“Spero non ci offrano aglio e croci”, commentò Marta scendendo dall’auto.

Io mi sgranchii le gambe, e respirai a pieni polmoni l’aria pulita della campagna. “E una rosa canina, non la vuoi?”

La locanda si chiamava Jackson’s: l’insegna era un pezzo di cartone con il nome scritto sopra a pennarello. Mentre entravamo ne uscì un cane nero dal muso triste. Per fortuna non eravamo persone schizzinose. Dentro trovammo tre tavoli, alcune sedie, e una signora grassa sulla settantina che guardava la tv.

“Buonasera”, ci salutò, con un accento spiccatamente regionale.

“Buonasera”, risposi. “Possiamo sederci?”

La signora si alzò e ci indicò il tavolo più vicino all’ingresso. “Stranieri?”

“Siamo italiani”.

“Che desiderate?”

“Vorremmo cenare, innanzitutto”.

“Ci sono pollo e patate al forno”.

“Ottimo. Avete anche una camera?”

“No. Non passa molta gente da qua”. Detto questo, ciabattò verso la cucina.

“Ancora niente aglio”, mi disse Marta, in italiano.

“Aspetta che gli diciamo che cosa siamo venuti a fare”.

“Ci prenderanno per pazzi”.

“O si faranno il segno della croce e scapperanno urlando”, risi.

Quando la signora tornò con un piatto caldo – e alquanto appetitoso – di patate e pollo, le chiedemmo dove si trovasse Manor House. Fece un cenno verso destra. “Da quella parte. Prendete il sentiero all’inizio del bosco, e in capo a cinque minuti ci arrivate. Perché vi interessa?”

“Si raccontano storie su quella casa?”, chiese Marta.

La signora la guardò per un istante, poi sospirò e si sedette al tavolo accanto al nostro. “Siete venuti anche voi per i fantasmi”.

“Capita spesso?”, domandai.

“Una o due volte l’anno”.

“E li vedono, i fantasmi?”

“Che ne so. Chi torna da Manor House di solito non ha voglia di parlare”.

“Chi torna…”, ripetei. “C’è anche qualcuno che non torna?”

“Il vecchio Joshua Manor non l’ha mai fatto, per dirne uno”.

“Joshua Manor? L’architetto che l’ha costruita?”

“Precisamente. È morto là dentro, pace all’anima sua”.

“Ed è allora che è nata la leggenda dei fantasmi”.

“Dovete parlarne col dottor Carter. Lui è uno che sa tutto, insegnava all’Università, pensate”.

Un esperto di storia locale. Eccezionale! Gli occhi di Marta brillavano quanto i miei. “Dice che le potremmo fare, due chiacchiere con questo dott. Carter? Siamo dei colleghi”.

“Abita nella casa in fondo alla via, quella con i due gnomi di gesso sul cancello. Se volete domani vi ci porto”.

La rude gentilezza della signora, e le notizie che ci dava, erano eccellenti come il pollo. Restava il problema di capire dove avremmo passato la notte. “Se non sapete dove stare”, riprese, quasi mi avesse letto nel pensiero, “per un paio di notti posso ricavare un posto in casa mia”.

“Non vorremmo dare troppo disturbo”.

“Nessun disturbo. Sono vedova da otto anni, e la stanza di mio figlio è sempre vuota, da quando se n’è andato a Birmingham. C’è spazio in abbondanza. E poi, magari alla luce del mattino vedrete che Manor House è solo una catapecchia, e non merita tutta questa attenzione”.

Ero troppo stupido per capire che stava tentando di salvarci la vita.

Visto che quella sera il dottor Carter non era disponibile (stava facendo partorire una donna in una fattoria fuori città), e l’aria di fine estate era tiepida e profumata, decidemmo di andare subito a dare un’occhiata a Manor House. Mrs Jackson, la proprietaria della locanda, ce lo sconsigliò: “A quest’ora potreste trovare cani randagi”, disse.

“Non si preoccupi”, risi io. “In macchina ho un robusto bastone da passeggio”.

Mrs Jackson mugugnò ma non insistette oltre, pregandoci soltanto di tornare entro mezzanotte, ora in cui avrebbe chiuso la locanda per andare a dormire. Noi ringraziammo ancora e, più che mai divertiti dai timori dell’anziana donna, ci mettemmo in marcia.

Il sentiero nel bosco era ben battuto, anche se stretto. A destra e a sinistra gli alberi, illuminati dalla fioca luce di una falce di luna, incombevano come a volerlo divorare, e con esso i passanti sventurati. Io e Marta camminavamo in silenzio, mano nella mano, godendoci la notte, gli odori insoliti della natura, e la nostra reciproca compagnia.

In capo a poco più di cinque minuti, ci si parò innanzi Manor House. Avemmo quasi la sensazione che ci fosse venuta incontro: svoltammo una curva e apparve all’improvviso, come sbucata da un altro regno. Restammo per un po’ ad ammirarla in silenzio. “È bellissima”, disse poi Marta. Aveva parlato sottovoce, senza disturbare i rumori notturni del bosco.

Io non risposi, conquistato dallo spettacolo che vedevo. Un cancello in ferro battuto, decorato con foglie e fiori tanto delicati da sembrare reali, si apriva su un parco ancor più selvaggio del bosco circostante – il muro era a malapena visibile, sotto l’urto contemporaneo della vegetazione interna ed esterna. In fondo a una stradina in pietra, lunga non più di cinquanta metri, c’era la casa vera e propria. Era composta da una struttura centrale più alta, con un tetto a spiovente, e due minori ai lati: aveva un po’ l’aspetto di una chiesa. I mattoni vermigli di cui era fatta assumevano, nella luce lunare, un aspetto simile a pelle umana scottata sotto un sole estivo. Aveva un’aria solida, accentuata dalla totale assenza di finestre al pianterreno.

Allungai una mano verso il cancello, che, senza neanche un cigolio, si aprì. “Entriamo?”, chiesi. Marta riafferrò la mia mano e si mosse risoluta, trascinandomi dentro. Da lontano, il portone principale mi era sembrato chiuso, ma quando raggiungemmo la casa trovammo anch’esso aperto. Fui io a entrare per primo dentro Manor House, e uno spettrale tump mi accolse. I fantasmi non c’entravano: era soltanto l’eco del mio passo.

Ci trovavamo in una stanza immensa. Il soffitto era a cupola, ma non avevo mai visto una cupola del genere. Dall’alto pendevano infatti, come stalattiti, centinaia di spuntoni di acciaio. Brillavano lucidi, come fossero stati appena messi là, anche se tra l’uno e l’altro era possibile intravedere sottili fili di ragnatela. Sul pavimento c’era un mosaico, e forse una scritta in latino, che sul momento non mi preoccupai di decifrare: troppi strati di polvere nascondevano sia l’immagine che la scritta.

“Strano”, mormorò Marta. La sua voce sussurrata aumentò la mia impressione di trovarmi in una chiesa, o un santuario di qualche tipo.

“Che cosa?”, chiesi.

“La polvere”.

“È una vecchia casa”.

“Mrs Jackson ha detto che ci viene qualcuno una o due volte l’anno. Però guarda, non ci sono impronte”.

Scrollai le spalle. “Forse c’è troppa poca luce per vederle”.

“O forse i fantasmi rimettono a posto la polvere ogni volta. Sai, come le pulizie di primavera, però al contrario”.

Risi e le diedi un bacio su una gota. Poi mossi un passo dentro la stanza, e un altro ancora. Mi fermai all’improvviso. Marta era rimasta dietro di me. Gliene fui grato, perché temevo che potesse notare il disagio che stavo provando. Non avevo paura, non subivo il terrore insopportabile che si dice accompagni gli eventi soprannaturali. Ero soltanto a disagio, fuori posto: mi sentivo come se stessi guardando uno spettacolo proibito. Riconobbi la sensazione. L’avevo provata da bambino quando, nascosto dietro il buco di una serratura, avevo spiato una cameriera che si cambiava d’abito. Avevo potuto scorgere ben poco, ma, più che la vista, era il gesto stesso di spiare a riempirmi di eccitazione. Ad essa si mescolava però il senso di colpa: stavo violando l’intimità di un’altra persona, spiando tesori che non mi erano concessi. Come adesso.

Mi girai verso Marta. “Torniamo indietro?”, le chiesi, in tono leggero. “Senza luce, dentro non vedremmo un bel nulla”.

“Sì”, annuì lei. “Non ha senso sprecare così la prima visita”.

Uscimmo e ci chiudemmo il portone alle spalle. In perfetto silenzio percorremmo la stradina di pietra e tornammo sul sentiero nel bosco. Trovammo qualcosa ad attenderci.

Sulle prime pensai fosse soltanto un’ombra. Poi realizzai che era un cane. Un grosso cane nero, che mi arrivava almeno alla vita. Era piazzato in mezzo al sentiero e ci fissava, emettendo un ringhio sordo dal fondo della gola. Mi pentii di non aver portato davvero il mio bastone, o perfino il fucile da caccia. Avevo creduto che Mrs Jackson volesse soltanto tenerci alla larga dai fantasmi.

“Resta ferma”, dissi a Marta. Non ce n’era bisogno: si era immobilizzata al mio fianco.

Il cane ringhiò ancora per qualche istante, poi, spinto da un istinto ignoto, smise. Ci fissò un’ultima volta (ed ebbi l’assurda sensazione che stesse guardando me, dritto negli occhi) e scappò via, perdendosi nel bosco.

Io e Marta riprendemmo a respirare e ci affrettammo verso il paese, lanciando di tanto in tanto occhiate furtive tra gli alberi. “Hai notato?”, chiese lei.

“Beh, Mrs Jackson aveva ragione, sui cani”.

“Non parlavo di quello, ma del rumore. I versi lontani, le foglie mosse…”

“In tutti i boschi c’è rumore di notte, tesoro”.

“Appunto. Nel parco della casa non si sentiva niente, neanche il più piccolo fruscio”.

Ci rimuginai un po’, e mi resi conto che era vero. Stabilii che era stato proprio il silenzio a causare la mia reazione assurda, eppure, da quel folle che ero, non mi chiesi che cosa potesse aver causato il silenzio. Deciso a non lasciarmi spaventare, non dissi nulla e proseguii.

Al mattino Mrs Jackson ci accompagnò dal dottor Carter, dopo averci preparato un robusto breakfast a base di uova, bacon, caffè, funghi, fagioli, salsiccia, succo d’arancia, toast e marmellata. Alla luce del giorno, e con la pancia piena delle delizie caserecce della nostra ospite, i timori provati poche ore prima mi apparvero ridicoli. Mi venne in mente che accade sempre così, nelle storie: il giorno spazza le paure della notte. Eppure, pensai con un brivido, la notte presto o tardi reclama la sua rivincita.

Il dottor Carter ci accolse con un gran sorriso. Dopo una breve presentazione, Mrs Jackson si congedò dicendo che doveva sbrigare alcune faccende alla locanda. “Vogliono parlare di Manor House”, spiegò all’amico, e mi sembrò che tra i due scoccasse uno sguardo d’intesa.

Carter era un simpatico vecchietto vestito con colori accesi: camicia gialla, maglione verde intonato ai pantaloni, papillon rosso e pantofole anch’esse gialle. Magro, con capelli e barba bianchi, e gli occhietti azzurri color dell’acqua, somigliava a un simpatico elfo. Ci fece accomodare su delle ampie poltrone marroni, cui un altissimo schienale curvo conferiva un’aria vagamente esotica. “Dunque”, ci disse, accendendosi una pipa, “siete qui per Manor House”.

“Intendiamoci”, mi affrettai a precisare, “noi non crediamo ai fantasmi”.

Il dottor Carter sollevò, con aria dubbiosa, uno dei sopraccigli bianchi. “Ah no?”

“No. Ci… divertono le storie, il folklore”.

“Siete degli accademici”.

“Non mi ero reso conto che Mrs Jackson gliel’avesse riferito”.

“L’ho capito da solo, infatti”.

“E da cosa?”, intervenne Marta, divertita.

Carter scrollò le spalle. “Lo ero anche io”.

“Bene, dottor Carter, Mrs Jackson ci ha detto grandi cose sulle sue conoscenze di storia locale”.

“Esagera, Molly esagera sempre. È solo un hobby che coltivo tra un parto e un decesso”.

“Di Manor House, che cosa ci racconta?”, chiese Marta.

Prima di rispondere, Carter tirò alcune lunghe boccate di pipa. Nell’ampia stanza l’odore del fumo non era fastidioso, soltanto aromatico. Mi riportava alla mente le mie prime letture, le avventure di Sherlock Holmes, il lucido razionalista, e il fido Watson, ingenuo dal cuore d’oro. “Manor House”, esordì il dottore, “fu costruita negli anni Ottanta del XIX secolo da Joshua Manor, un architetto di Londra. Immagino che questo già lo sappiate”.

Io e Marta annuimmo all’unisono.

“Quel che forse non conoscete”, riprese, “è la storia di Joshua. Quando venne in quest’angolo dimenticato da Dio, aveva appena ventinove anni, ma aveva sofferto a sufficienza per una vita intera. Pare che portasse impressi nel corpo i segni della sofferenza: Mrs Jackson lo ricorda ancora, all’epoca era poco più giovane di lui. Dimostrava almeno cinquant’anni: le guance scavate, le rughe, i capelli radi e sottili come polvere”.

“Cosa lo aveva ridotto così?”, chiese Marta.

“Quando muore l’amore, figliola, tu muori con lui”, fu la risposta di Carter. Per un attimo i suoi occhi si fecero ancor più chiari, poi si riscosse e proseguì. “Joshua Manor aveva sposato Rebecca Marie Ravencrown quando lui aveva ventiquattro anni e lei diciotto. Si dice che Rebecca fosse la donna più bella mai nata in Inghilterra, con occhi neri in grado di catturare un uomo al primo sguardo, e labbra rosse che facevano innamorare al primo respiro. Ma si sa come sono queste storie”, aggiunse, in tono leggero, “si tende sempre ad abbellirle un po’”.

“In ogni caso, Joshua era perdutamente innamorato di Rebecca fin da quando lei aveva quattordici anni. E, miracolo, lei lo ricambiava. Joshua non era un bell’uomo, sapete, con quel naso aquilino e le spalle un po’ curve. Ma era un genio, un genio come se ne vedono pochi. Quando aveva vent’anni era già considerato tra i migliori architetti della sua generazione, e a ventiquattro, quando si sposò, era una stella contesa da tutti i gentiluomini che potevano permettersi i suoi servigi. Era ossessionato dalle case. Ho visto alcuni dei suoi disegni, e, anche se le mie competenze in materia sono modeste, credo che la fama non fosse immeritata. Riusciva a infondere anche nei suoi progetti una passione, un soffio di vita che il più abile tra i pittori invidierebbe. Divenne ricco, ricchissimo, in breve tempo, ma questo non inaridì la sua vena creativa. E l’amore di Rebecca nei primi anni di matrimonio non fece che alimentarla. Il carattere allegro e gioviale di Joshua, la sua sensibilità, e lo splendore della moglie, li rendevano la coppia più contesa di Londra: per un periodo, nessun party dell’alta società poteva dirsi riuscito senza la presenza dei coniugi Manor. Ma la felicità, quanto più è sublime, tanto più è destinata a crollare”.

Il dottor Carter rimase in silenzio a fumare, lasciando che le ultime parole aleggiassero sinistre nella stanza. Apprezzavo il suo senso dello spettacolo. “Immagino sia accaduta qualche tragedia”, lo incoraggiò Marta.

“Fu in una notte di novembre”, la accontentò. “Una fatalità, pura e semplice. Al ritorno da una festa, Marta inciampò sull’uscio di casa e cadde sbattendo la testa. Non aveva bevuto, non pioveva, non c’era nulla di scivoloso sugli scalini: inciampò e cadde, tutto qui. Perse conoscenza, e non la riguadagnò mai più. Due giorni dopo, nonostante l’intervento dei migliori medici di Londra, morì.

“Joshua Manor urlò, pianse e strepitò, e ci volle del bello e del buono per convincerlo a staccarsi dal cadavere. Non partecipò neppure al funerale: era talmente affranto da non riuscire a reggersi in piedi. I numerosi amici che la sua generosità gli aveva guadagnato provarono ad aiutarlo. Gli ripetevano che Rebecca era stata la migliore delle mogli, e niente avrebbe potuto restituirgliela, eppure doveva accettarne la morte e andare avanti. Anche lei l’avrebbe voluto.

“Un cuore che ama non accetta consigli saggi. Joshua si chiuse in se stesso, e per lunghi mesi rimase sepolto nella sua libreria. L’unico essere umano che poteva vederlo era il suo maggiordomo. Nella sua casa iniziarono ad arrivare strani libri, rilegati in pelle e dall’aspetto antico, portati da strani individui. A Londra si sussurrava che, sconvolto dalla morte di Rebecca, Joshua stesse cercando consolazione in saperi proibiti, che un gentiluomo non dovrebbe toccare. Qualcuno dice che incontrò Samuel Liddel McGregor Mathers, che all’epoca aveva fama di mago o ciarlatano, e che il medium Daniel Dunglas Home abbia contattato, in una sèance segretissima, lo spirito di Rebecca.

“Riemerse da quell’isolamento dopo tredici mesi esatti, invecchiato di decenni: i tempi sono ben documentati dai giornali e dalle lettere che sono riuscito a recuperare. Ma invece di tornare al suo lavoro e all’alta società, Joshua Manor abbandonò Londra per trasferirsi in uno sperduto paese dell’Essex chiamato Bornthorn.

“Io all’epoca non vivevo ancora qui, ma Mrs Jackson sì. Ricorda bene quell’ombroso straniero, silenzioso e timido, che si stabilì nella locanda di suo padre. Entro breve diede inizio alla costruzione di Manor House. Ogni giorno si recava a controllare i lavori su una carrozza con le tende tirate. E i lavori proseguivano incessantemente, come fosse questione di vita o di morte. Gli operai erano stupiti dall’attenzione con cui Joshua Manor supervisionava ogni minuzia: bisognava seguire alla lettera le sue istruzioni, senza la più piccola variazione. Pare che una volta abbia picchiato un operaio (ed era un omone alto e grosso) con un bastone perché stava montando vetri del colore sbagliato. Dopo si scusò e pagò all’uomo un generoso indennizzo, ma l’episodio colpì profondamente i suoi compagni.

“Quando la costruzione fu ultimata, non ci furono inaugurazioni né segni di gioia. Gli operai vennero pagati e mandati via, e Joshua Manor, assieme al maggiordomo che sempre l’aveva accompagnato, andò a vivere nella sua nuova dimora. I monelli di Bornthorn (e, sospetto, anche gli adulti) si spingevano spesso davanti alle sue mura, ma non videro niente di interessante. Non videro niente del tutto: la casa sembrava deserta”. Carter disse queste ultime parole in tono conclusivo, e in effetti smise di parlare per ravvivare il fuoco nella pipa.

“E dopo?”, chiesi.

“Dopo cosa?”

“Dopo che è successo?”

“Joshua e il maggiordomo non si videro mai più. Passò un mese e ne passarono due, e solo al terzo la gente di Bornthorn cominciò a preoccuparsi. Dopo quattro mesi la polizia fece irruzione. Trovarono il cadavere del maggiordomo in cucina, in uno stato pietoso”. Carter tossì educatamente guardando Marta.

“Prosegua”, disse lei. “Non mi impressiono facilmente.”

“Si era cavato gli occhi dalle orbite”, continuò Carter, a voce più bassa, “e li aveva schiacciati sotto i piedi. Il cadavere era troppo decomposto perché fosse possibile ricostruire i dettagli, ma recava tracce di ferite su tutto il corpo: morsi, squarci, lacerazioni. Era riverso in cucina, davanti a un caminetto in cui non era mai stato acceso un fuoco”.

“E Joshua?”, chiesi.

“Joshua Manor era di sopra, in una delle stanze da letto. Non era chiaro che cosa l’avesse ucciso: quel ch’è certo è che recava in volto un’espressione di indicibile terrore. Ho avuto modo di leggere i rapporti della polizia, sapete, vecchie amicizie dei tempi del college. Confermano quello che raccontano i vecchietti in paese: il cadavere del padre di Manor House era ancora integro, non toccato dalla putrefazione”.

“Mummificazione spontanea”, ipotizzai. “È rara, però…”

Carter sollevò una mano per farmi tacere. “Manor House è un ambiente umidissimo, non certo adatto alla mummificazione spontanea. E, comunque, non sembrava una mummia. Sembrava morto da poche ore: il che non era possibile, visto che in casa non c’era la minima traccia di cibo, e la prima polvere già si posava sul pavimento”.

“Come l’hanno spiegato, alla fine?”

Non l’hanno spiegato”.

“Ed è così che è nata la leggenda dei fantasmi”.

“Più o meno. Sapete come vanno queste cose: la casa fu messa in vendita, ma nessuno ci è mai voluto… o potuto rimanere per più di una notte. Così è rimasta abbandonata a se stessa, nel corso dei decenni, e immagino che prima o poi verrà inghiottita dalla natura. Come tutte le opere di noi uomini, del resto”.

“Chi ha visto per primo il fantasma di Joshua?”, chiese Marta.

“Che io sappia, nessuno ha mai visto alcun fantasma”.

Marta aggrottò la fronte. “E allora qual è il problema?”

“I fantasmi che puoi vedere, figliola, fanno paura. Ma sono quelli che non vedi a costituire l’autentico orrore”.

“Parla come se credesse in questa storia”, insinuai.

Carter sorrise amabilmente. “Ci credo, dottor Venturi, credo a ogni parola che le ho detto. Molta gente che è entrata in quella casa non ne è uscita più. All’inizio erano agenti immobiliari e possibili inquilini, dopo sono rimasti soltanto gli appassionati di spettri e qualche sciocco ragazzo ogni tanto. Alcuni fuggono presto, e nessuno di loro – nessuno, badate bene: ho dedicato anni di ricerca a questa storia – spiega che cosa li abbia fatti scappare così. Altri restano di più, e di solito finiscono per restarvi per sempre”.

“Li trovano morti?”, chiese Marta. Era un po’ pallida.

“Non li trovano affatto. Neanche la polizia entra volentieri a Manor House, ma quando qualcuno scompare, devono farlo per forza: a fronte di diciotto sparizioni, hanno trovato soltanto un cadavere, ventitré anni fa, di un uomo caduto dalle scale. Era un cacciatore di fantasmi come voi”, ammiccò. “L’ultima sparizione è stata dodici anni fa. Da allora, nessuno vi è rimasto per più di tre ore”.

“Non mi sembra poi tanto misterioso”, minimizzai. “Se trovassero i cadaveri, non esiterei ad ammettere che un mistero c’è. Ma se non trovano nessuno, è evidente che la gente se ne va punto e basta. Senza offesa, ma Bornthorn non è un grande centro turistico”.

“Tutto è possibile”, ammise Carter.

“Lei ci è mai entrato?”, chiese Marta.

Il vecchio dottore ridacchiò. “Non sono matto. Se tanta gente dice che è un’esperienza orribile, perché dovrei sottopormici? Io mi tengo a distanza da Manor House, amici miei, e altrettanto dovreste fare voi”.

“Eppure lei è un uomo curioso”.

“Figliola, per lavoro faccio il medico: non elencherò a una gentildonna tutte le malattie che ho studiato e visto. Alcune sono davvero disgustose, mi creda, e per quanto io possa provare curiosità e piacere a studiarle, non significa che abbia voglia di prenderle. Inoltre per le malattie c’è una cura, o ci sarà in futuro. Per Manor House no. Ho il sospetto che neanche dandole fuoco potremmo purificare quell’angolo di bosco”.

“Non sta parlando da uomo di scienza!”, intervenni, vagamente irritato.

Carter sorrise. “Sto parlando da amico. La scienza è soltanto un pezzetto della fantasia umana, dottor Venturi, non la sopravvaluti. Esistono fantasie che umane non sono, e che possono spazzare me e lei come pagliuzze nel vento”.

“Capisco”, dissi, cercando di mantenermi rispettoso. “Ha il diritto ad avere le sue idee. Solo, mi spiace che non ci farà da guida a Manor House. È proprio sicuro di non voler venire?”

“Lei e la sua signora siete degli amabili compagni, ma perdonatemi se non ho voglia di accompagnarvi all’inferno. State alla larga da quella casa, fate un favore a un povero vecchio”.

Estrassi da una tasca del gilet il mio orologio, e finsi di guardare l’ora. “Si è fatto tardi. La ringrazio per l’ospitalità, ma dobbiamo scappare”.

Carter ci riaccompagnò alla porta, e ci salutò. “Fate che questo non sia un addio”, furono le sue ultime parole.

Trascorremmo le restanti ore della mattinata a prepararci per l’esplorazione di Manor House. Il racconto del dottore mi aveva affascinato: proposi a Marta di raggiungere la casa nel pomeriggio, ben attrezzati, e di trascorrervi tutta la notte. In questo modo avremmo convinto la gente di Bornthorn che non c’era alcun rischio in quel vecchio edificio, nessun fantasma invisibile.

“Forse non dovremmo andare”, azzardò mia moglie.

“Non mi dirai che credi a quel vecchio dottore!”

“No, certo che no. Però mi ha commosso, tesoro, era così dolce. Ci ha supplicati di non andare per fargli un favore personale: forse lo merita”.

“Credo che gli faremo un favore più grosso a togliergli dalla testa tutte quelle corbellerie”, commentai asciuttamente. Marta ci pensò su, poi concluse che avevo ragione e proseguì con i preparativi. Si appese al collo un crocifisso d’oro. Non trovai nulla da ridire.

Partimmo poco dopo aver pranzato, insonnoliti dalle patate, la carne e il vino. Neanche di giorno il sentiero nel bosco perdeva il suo fascino: era soltanto più silenzioso. Io camminavo con un fucile in braccio, come per andare a caccia. Se qualche cane selvatico si fosse fatto vedere, avrebbe trovato pane per i suoi denti.

Ancora una volta varcammo il cancello di Manor House, e ancora una volta, nel grande giardino, ci accolse il silenzio più assoluto. Sembrava di passare direttamente dalla terra alla luna: persino nei deserti arabi gli insetti animano l’ambiente con rumore di ali, chele, carapaci. Là, invece, vi era un silenzio talmente perfetto da notarsi con difficoltà.

“Non si muove una foglia”, sussurrò Marta.

“Si muovono i fantasmi”, scherzai io. “Però quelli fanno baccano solo con le catene”.

“E lo stridor di denti, caro”.

“Certo, certo, lo stridor di denti”.

Appena entrati in casa, per prima cosa mi diressi verso il mosaico al centro. Spazzai un po’ di polvere con un piede, quel tanto che bastava a leggere il motto latino: Per aspera ad astra.

“Attraverso le difficoltà, alle stelle”, tradusse mia moglie. “Che cosa vorrà dire?”

Non risposi, perché sentii che qualcuno ci stava osservando. Ne ero certo, così come ero certo di avere cinque dita. Qualcuno di fronte a noi. Alzai la testa di scatto, ma tutto quel che vidi fu un’ombra guizzante nella porta sull’altro lato della stanza. La mia ombra, spinta fin là dal sole che filtrava da fuori.

“Ho appena visto un fantasma”, annunciai.

“Ah sì?”

“Sì, ma mi assomiglia un sacco”. Indicai l’ombra con il mento, facendo ridere Marta.

La sua risata suonò sbagliata. Non riesco a esprimermi meglio: avevo la sensazione che quel riso cristallino, appena venato da un tocco di nervosismo, fosse in qualche modo fuori luogo, perfino blasfemo. Spazzai con il piede il resto del mosaico. Al di sotto del motto apparvero, confusi tra la polvere, due cerchi che si intrecciavano, la circonferenza di uno che passava esattamente al centro dell’altro. Ancora sotto c’era uno strano, grande, diagramma, che mi sembrava di aver già visto da qualche parte: rappresentava dieci cerchi posizionati in tre colonne, collegati tra loro da linee. In ogni cerchio c’erano segni in quello che riconobbi essere l’alfabeto ebraico, che certo non ero in grado di tradurre.

“Bizzarro”, commentai.

Marta annuì. “Vogliamo vedere il resto?”

Come posso render conto della nostra esplorazione di Manor House? Non accadde nulla di notevole durante le prime ore, eppure dopo poco tempo capii perché nessuno avesse voluto comprarla. Era sgradevole al massimo grado. Il dettaglio più strano erano gli spuntoni nel tetto a cupola dell’ingresso. Per il resto non c’era quasi niente di notevole, ma l’insieme risultava quasi insopportabile. A quest’effetto contribuivano le pareti, tutte leggermente inclinate, come se volessero chiudere gli sventurati visitatori in un imbuto rovesciato. Il piano terra era formato da nove grandi stanze, più quella di ingresso. La più ampia era un salone, dal cui soffitto pendeva un grande lampadario di cristallo. Era intatto, benché impolverato. Anche nel resto della casa non trovammo traccia di quei danni che sono regola comune nelle dimore abbandonate: nessuna finestra era infranta, su nessun muro vi erano scritti motti, non c’erano resti di bivacchi di vagabondi. Non fosse stato per la polvere e l’odore umido, Manor House sarebbe parsa abitata.

Al piano di sopra vi erano le stanze da letto, anch’esse intatte. Perfino le lenzuola e i cuscini erano in perfetto ordine, senza neppure un buco da tarma.

“Cosa facciamo”, chiese Marta, quando finimmo di esplorare il piano, “andiamo in cantina?”

“Chiamali sotterranei, amore, è più scenografico”.

Ridendo come ragazzini, senza però alzare la voce, imboccammo le scale. Eravamo al piano terra, e io mi apprestavo, con una torcia in mano, a scendere ancora, quando Marta si fermò di scatto.

“Quello non l’avevo notato”, mormorò.

Seguii il suo sguardo, e vidi una frase scritta nella polvere sul pavimento. Benvenuto, diceva.

Alzai le spalle. “Sarà opera di qualche ragazzino”.

“Strano che non l’abbiamo vista prima”.

“Eravamo tutti e due con il naso per aria”.

“Sì, però…”

Mi resi conto che Marta era a disagio. “Di cosa hai paura?”

“E se ci fosse qualcuno? Non intendo dire fantasmi, ma qualcuno in carne ed ossa”.

“Se ci fosse non lascerebbe messaggi nella polvere, ti pare?”

Marta abbozzò un sorriso. “Sono una sciocca”.

“È per questo che ti amo”.

“E mi proteggerai dagli spettri, mio eroe?”

“Bisogna vedere chi proteggerà me”.

Così scherzando, percorremmo la rampa di scale. Dal piano terra in giù, vi era soltanto una parete, sulla destra: dall’altra parte era buio e vuoto. Dopo aver percorso pochi scalini, l’unica fonte di luce rimase la mia torcia. Il suo raggio proiettava ombre lunghe sulla parete che passavano dal legno alla pietra, e, poco a poco, andavano riempendosi di licheni.

Thump.

Ci fermammo nello stesso istante. Un tonfo al piano di sopra. Ci guardammo negli occhi: non c’era bisogno di parole.

“C’è nessuno?”, urlai, e sussultai per la mia stessa voce. Essa si spense nel silenzio, e nulla rispose.

“Forse è un cane”, dissi a Marta.

“Andiamo a vedere”.

Annuii e cominciai a risalire, avendo cura che lei restasse dietro di me. Raggiungemmo il piano terra. Istintivamente i miei occhi corsero alla scritta nella polvere. Sotto il Benvenuto, c’era adesso una nuova parola: Girolamo.

Benvenuto, Girolamo.

Marta sussultò, io mi avvicinai alla scritta per guardarla meglio. “Avevi ragione tu”, ammisi. “Ci deve essere qualcuno, e sospetto chi”.

Mi avviai verso l’ingresso, dove avevamo lasciato gli zaini e il fucile. Anche se non credevo che mi sarebbe servito, stringerlo in mano mi faceva sentire più sicuro. Marta mi chiese se pensavo ci potesse essere pericolo.

“Ma no, cara. Dev’essere una burla del dottor Carter”.

“Tu dici?”, chiese, dubbiosa.

“Sua e di qualche monello di paese, sono pronto a giurarci. Mi sembrava troppo strano, che un uomo tanto erudito desse credito a quelle fole sugli spiriti. Ci avrà voluto impressionare, e avrà dato un penny a un ragazzino per venire qui a spaventarci”.

“E perché mai?”

“Credo ci siano pochi svaghi a Bornthorn, amore, ed è fuor di dubbio che il dottore sia un uomo eccentrico”.

Marta continuava a non apparire convinta. Doveva essere passato più tempo di quanto pensassi: la luce del crepuscolo già colorava d’oro rosso le sue gote. “Forse dovremmo tornare indietro”, propose. “A dirgli che la burla è fallita, e anche che non è stata di buon gusto, per un gentiluomo”.

“Il mio amore è spaventato”, sorrisi.

“Un po’”.

Era la prima volta che ammetteva di aver paura, e anche, credo, la prima volta in cui ne avesse. Poggiai a terra il fucile e la avvolsi in un abbraccio strettissimo, per farle sentire che il suo amato marito era là, e che non avrebbe lasciato che nessuna forza di questo o quell’altro mondo le facesse del male. “Giochiamo a nascondino?”, dissi. “Ora è il monello a nascondersi, e noi lo troviamo e gli facciamo booh!”. Diedi a Marta la mia torcia, io imbracciai il fucile, e iniziammo a perlustrare la casa. Il buio, ormai, era quasi completo.

La stanza successiva era vuota e polverosa, identica a come l’avevamo lasciata. Quella dopo ancora, il salone, assumeva alla luce della torcia un fascino ultraterreno. Marta la puntò verso il lampadario, che rifranse il raggio luminoso in una cascata di piccoli arcobaleni. Uno di essi cadeva sul muro, evidenziando un’altra scritta, stavolta graffiata nel legno.

Va’ via, puttana.

Marta mi strinse un braccio.

“Ora stiamo esagerando”, commentai, irritato per quella che mi pareva una villania senza giustificazioni. Quando avessi preso il monello, l’avrei strigliato a dovere. Continuammo l’esplorazione del piano terra e di quello superiore, senza notare nulla di strano. In capo a pochi minuti giunse la notte, e io sostituii la semplice torcia con un lume a petrolio.

Mia moglie era visibilmente scossa. Non l’avevo mai vista in quello stato, ma non me ne stupii più di tanto: ogni donna per bene si sarebbe sentita umiliata ad essere offesa in modo tanto volgare. “Quel brigante deve essersi nascosto in cantina”, ipotizzai. Eravamo di nuovo al punto di partenza, e mi accingevo a scendere giù. L’avrei preso e sculacciato come meritava.

“Forse è uscito”.

“L’avremmo sentito, se avesse aperto il portone”.

“Credi sia prudente scendere giù a quest’ora?”

“Cosa vuoi che…”. Mi interruppi. “Lo senti anche tu?”, dissi poi. Nell’aria aleggiava odore di acqua di colonia femminile. Era fin troppo forte, e recava un disturbante sottofondo acido da palude.

Marta annuì, pallida. “Qui c’è qualcuno”, affermò.

Allungai una mano per carezzarle il volto. “Non c’è nulla di cui aver paura, cara”.

“Non ho paura”, si difese. “Sono… stanca”.

Un rumore proveniente dall’interno della casa mi impedì di rispondere. Era un urlo disperato, che pareva emesso da un bambino. Iniziò all’improvviso, raggiunse un picco, e poi si spense in un rantolo gorgogliante. Marta lanciò a sua volta un piccolo urlo, e io stesso non potei trattenermi dal sobbalzare. Durò soltanto pochi istanti, poi tornò il silenzio.

“Cos’è stato?”, chiese Marta.

“Vado a vedere”.

“Vengo con te”.

“No”.

“Mi sento più al sicuro, con te. E posso portare il lume, così potrai tenere il fucile più saldamente”.

Non trovai nulla da obiettare. Muovendoci quanto più piano ci era possibile, ci avviammo nella direzione da cui era giunto il grido. Nella stanza accanto, il salone, non trovammo nulla.

In quella successiva ci accolse un piccolo orrore.

C’era una corda attaccata a un gancio nel soffitto. All’estremità vi era un grosso uncino che traforava l’occhio destro di un gatto tigrato, morto con la gola tagliata. Il corpo era ancora caldo, e del sangue gocciolava dalla ferita. Marta distolse lo sguardo e mi si strinse addosso.

Io invece continuai a guardare. Mi era capitato, da piccolo, di staccar code alle lucertole, e una volta avevo trafitto una rana con una matita. Ma questo andava oltre qualsiasi cosa avessi mai immaginato: in un certo senso, il cadavere di un essere umano mi avrebbe sconvolto di meno. Quello, almeno, avrebbe potuto avere un qualche significato, per quanto malato. Ma un gatto? Perché mai uccidere un gatto, e appenderlo in quel modo? Come in ipnosi, scostai Marta per avvicinarmi all’animale, che pendeva avanti e indietro. Spostai lo sguardo dal corpo al sangue che gocciolava, e poi alla pozza che doveva aver formato a terra. Ma non era una pozza. Era una scritta.

La puttana è ancora qui!

Mi voltai immediatamente verso Marta, nascondendo la frase con il mio corpo. “Andiamo”, dissi. Mi avvicinai, la presi per mano, e me la trascinai dietro. Il lume proiettava ombre lunghissime, e ondeggiava cigolando. Dietro ogni ombra, dietro ogni rumore, poteva nascondersi una minaccia. “Chi può aver fatto…”, iniziò mia moglie.

“Chiunque sia, è andato troppo avanti”, la interruppi. “Adesso basta. Il dottore mi sentirà”. Giunti nella sala d’ingresso, raccogliemmo le nostre cose e ci avviammo al portone.

Che era chiuso.

Per quanto forte tirassi la maniglia, per quanto spingessi, non si muoveva. Adesso la misura era colma: saremmo usciti da là, avremmo raggiunto Bornthorn, e ce ne saremmo andati via quella sera stessa. “Allontanati”, dissi a Marta, puntando il fucile verso la porta.

Lei si scostò, e io sparai. L’esplosione rimbombò nella casa riempendola di echi: un uomo più impressionabile avrebbe pensato che fossero l’ululato di una creatura sventurata. Schegge di legno volarono via, e il chiavistello d’acciaio rovinò al suolo. Riposi il fucile e spinsi il portone. Non si mosse: la serratura era distrutta, eppure non si scostò di un pollice.

Credo fu a quel punto che iniziai ad avere davvero paura. Mi guardai intorno alla ricerca di una finestra, ma già sapevo che non ne avrei trovate: le uniche erano quelle al primo piano.

“Non si apre?”, chiese Marta.

“Andiamo di sopra”, fu la mia risposta. Mi avviai come una furia verso le scale, e lei mi venne dietro. Giunto in cima mi fermai per riprendere fiato, rassicurandola che presto quello scherzo sarebbe finito.

Lei non rispose.

Mi voltai: tutto quel che vidi fu il lume a petrolio, posato sul pavimento dietro di me.

“Marta?”, chiamai, esitante. Non giunse alcuna risposta. “Marta!”, ripetei. “Marta!”, urlai. Nulla. Soltanto un rombo di tuono, da fuori, ambasciatore della pioggia in arrivo.

Non sapevo più che pensare. Non potevo credere che la mia adorata moglie facesse parte dello scherzo – né potevo ancora credere che quello fosse uno scherzo. Forse erano i fantasmi che si prendevano gioco di noi? Eppure non ne avevamo visto alcuno!

Afferrai il lume e mi precipitai di nuovo giù, urlando invano il nome di mia moglie. I passi echeggiavano nella casa, punteggiando con il loro ritmo frenetico lo scroscio della pioggia. Poi mi venne in mente che avrei potuto seguire le orme nella polvere, per vedere se qualcuno l’avesse portata via. Ma non c’erano tracce che si allontanavano dalle nostre. Non riuscii neppure a stabilire in quale punto Marta fosse scomparsa, perché durante la ricerca avevo confuso le orme in un guazzabuglio che neanche un cacciatore esperto avrebbe potuto districare.

Perlustrai tutto il piano terra, urlando il nome di Marta ormai più come una preghiera che come un richiamo. Lacrime calde mi rigavano il volto, mentre decidevo di continuare le ricerche al piano di sopra. Non immaginavo in che modo potesse avermi superato, sulle scale, senza che io la notassi, e senza l’aiuto del lume, ma a quel punto la ragione mi aveva quasi del tutto abbandonato. Mi abbandonò del tutto quando trovai Marta, al piano di sopra.

Era distesa su uno dei letti, nuda. Impiegai un istante per accorgermi che era morta. Non c’era un’unica ferita, ma decine – no, centinaia – di graffi su tutto il corpo, che ancora spillavano sangue. Nella carne, tra il seno e l’ombelico, i graffi componevano alcune parole:

Mi ci hai costretto.

Strinsi tra le braccia il corpo amato, e lo baciai, imbrattandomi di sangue le labbra e il volto. Quando i tremiti del pianto si calmarono e riguadagnai il controllo delle mie membra, decisi che dovevo andarmene al più presto. In quella casa non vi erano fantasmi, ma un criminale della peggior specie. Dovevo arrivare a Bornthorn e chiamare immediatamente la polizia. Questo pensiero, in un modo perverso, mi rinfrancò, perché un pazzo omicida era pur sempre qualcosa di umano, tangibile. Lacerato tra furia e terrore, mi diressi verso la finestra che si apriva su un lato della stanza, deciso a infrangerla per poi trovare, nonostante la notte e la tempesta, un modo per scendere giù.

Senza rendermene conto, deviai. I miei passi mi portarono verso la porta che dava sul corridoio, invece che verso la finestra. Mi dissi che dovevo essere troppo sconvolto perfino per camminare e, con più attenzione, ancora una volta mi diressi alla finestra. E ancora una volta mi trovai alla porta. Provai ancora e ancora, ma sempre una mano invisibile mi faceva deviare. Non sentivo alcuna pressione, non c’era nulla che mi forzasse in modo evidente, e questo rendeva il supplizio ancor più atroce. Vedevo la finestra, distante solo pochi passi, e cercavo di raggiungerla. Poi mi distraevo e finivo per tornare alla porta. Ancora e ancora.

Uscii dalla stanza. Tentare di spiegarmi quel che stava accadendo era inutile: la mia priorità era allontanarmi da quel luogo malvagio. Vidi un’altra finestra, nel corridoio. Mi misi a correre per raggiungerla. Dovevo solo correre dritto: non potevo sbagliare.

Mi ritrovai a correre nell’ingresso, davanti al portone con la serratura rotta. Non avvertii alcun passaggio evidente, anzi, impiegai qualche istante per rendermi conto che avevo cambiato piano e stanza, senza scarti né rotture nella continuità della mia corsa. Il tessuto stesso dello spazio era impazzito.

Inciampai e rotolai a terra, affannato. Il lume mi cadde di mano senza rompersi, e illuminò una ragnatela sull’alto soffitto. I fili argentei formavano una frase.

Resta con me.

Fui pervaso da una sensazione di terrore tagliente. Non potevo ingannarmi ancora: non c’era nessuno psicopatico dentro Manor House, e di certo quella non era la burla di un buontempone. La paura, tuttavia, non mi immobilizzò. Nel mio cervello sconvolto c’era spazio soltanto per un pensiero, un’ossessione: uscire da là, subito. Mi alzai, afferrai il lume e corsi verso le scale. Pensai di poter raggiungere la cantina: forse lì avrei trovato una via di fuga, un vecchio passaggio, qualcosa. Dopo aver percorso i primi gradini dovetti rallentare, perché l’umidità li rendeva sdrucciolevoli. Scesi e scesi. E scesi. E scesi.

E scesi. Dopo parecchi minuti, pensai che quella scala era più profonda di quanto sospettassi. Ne passarono altrettanti e ancor di più, e capii che c’era qualcosa di sbagliato. Da almeno mezz’ora stavo scendendo, e ancora non scorgevo la fine. Mi fermai a riposare. Avevo scale davanti, scale indietro, un muro sulla destra e un abisso sulla sinistra. Allungai il lume sul vuoto, stando attento a non lasciarlo cadere, ma non vidi nulla. Tirai un lungo respiro e ricominciai a scendere.

Percorsi dieci, forse quindici scalini e all’improvviso mi si parò innanzi una porta. La aprii.

E mi ritrovai al piano terra.

Mi guardai indietro: le scale erano al loro posto, normalissime, e scendevano in cantina. Quando avevo smesso di scendere e avevo iniziato a salire? Provai a ricordare, ma non mi sembrava di aver mai cambiato direzione.

Il mio cervello cedette: laddove le nostre categorie, umane e fragili, si infrangono, giace la follia, accompagnata, come aveva detto Carter, da cose che umane non sono. Imboccai nuovamente la porta della cantina, ma stavolta scesi soltanto cinque scalini. Dopodiché, senza più pensare, mi gettai nel vuoto, aspettando la morte, e forse (mi illusi per un breve momento) Marta, che mi avrebbe accolto per trascorrere con me l’eternità.

…Caddi, da un’altezza di meno di un metro, su un soffice letto, sollevando una nube di polvere. Era quello su cui avevo visto il cadavere di mia moglie, che adesso era sparito, lasciando soltanto schizzi di sangue sulle lenzuola. Anche la morte mi era negata.

Piansi e frignai come un bambino. “Perché?”, urlai al nulla. “Perché?”, ripetei, la voce rotta dal pianto. Mi asciugai le lacrime con una mano: era sporca di fuliggine. Mi guardai i palmi. Erano quasi del tutto neri, tranne che per delle linee che disegnavano due parole.

Sei bellissimo.

Allora capii, e dal pianto passai a un riso isterico. Non c’erano burloni, non c’erano pazzi, e non c’erano fantasmi. C’era soltanto lei, la casa.

Manor House si era innamorata di me.

Il giorno seguente, nel primo pomeriggio, il dottor Carter raggiunse con passo pigro Manor House. Non desiderava entrare nella casa, ma a Bornthorn non si era vista traccia della simpatica coppia di giovani che gli aveva fatto visita il giorno prima, e in cuor suo temeva di sapere il perché.

Il portone si aprii agevolmente sotto le sue dita, silenzioso ed integro come se fosse stato nuovo di zecca. Nell’ingresso c’erano due zaini: il dottore sospirò, più che mai convinto dei suoi timori. Nella stanza successiva trovò il corpo di un uomo anziano, con vesti lacere, lunghissimi capelli sale e pepe, barba incolta e unghie lunghe come artigli. Accanto a lui, per terra, vi erano un taccuino e una matita. Gli parve di riconoscere qualcosa negli occhi morti dell’uomo, ma fu solo quando iniziò a leggere il quadernetto che capì che si trattava di Girolamo Venturi. Lesse il racconto degli eventi di quella notte, e le note sconnesse sugli anni successivi che (almeno dal suo punto di vista) l’uomo aveva trascorso dentro Manor House. Vi erano cenni su alcuni tentativi di suicidio, tutti falliti in un modo o nell’altro: se sbatteva la testa contro un muro, si ritrovava a incespicare nel centro di una stanza, se provava a infilarsi una matita in gola, si ritrovava a disegnare sul pavimento. Lesse delle sue speranze di morire di sete e fame, anch’esse frustrate. Nelle ultime righe, Venturi accennava ad alcuni scarni e arcani dialoghi che la casa aveva intrattenuto con lui nel corso dei trentasette anni passati là dentro. Manor House aveva a modo suo spiegato qualcosa, qualcosa che il dottor Carter si pentì di aver letto.

Il dottore chiuse gli occhi al cadavere, prese con sé il taccuino, e se ne andò. Si chiuse il portone alle spalle, con rispetto, e i suoi passi, meno pigri che all’andata, lo condussero lontano da Manor House. La casa malvagia rimase nuovamente sola.

Carter si stupì di provare pena per lei.